|
|
Da tempo immemorabile le terme costituiscono dei luoghi di cura, ozio, riposo, divertimento, mondanità, distrazione, igiene. Contrassegnate dall’inequivocabile termine greco che indica il calore delle (sottintese) pēgaí, sorgenti, le terme promettono – e spesso mantengono l’impegno – di offrire giornate di relax a contatto con il liquido elemento all’interno di una cornice architettonica degna di nota. Dalle Terme di Caracalla a quelle di Vals (o se si preferisce di De Montel a Milano San Siro), passando per Bagno Vignoni, si potrebbe tratteggiare una storia di come, nel corso dei secoli, si è sviluppata e articolata da un punto di vista dell’architettura questa importante funzione sociale. Ma a guardar bene, in fondo, nelle terme – pur tenendo conto delle certo non indifferenti variabili delle dimensioni, dei materiali impiegati e del maggiore o minore impiego di apparati decorativi – quello che importa davvero è il rapporto che s’istituisce tra l’acqua e i corpi: ovvero tra ciò che è composto al 100% da H2O, e ciò che ne è costituito all’incirca al 60%. E qui è interessante notare, da un punto di vista “fenomenologico”, non meno che psicologico, come le terme – uniche probabilmente tra tutte le altre “condizioni” spaziali create dagli esseri umani – abbiano a che fare con una “fisica” completamente diversa, o comunque sia con gli effetti della cosiddetta “forza di Archimede”, la quale, agendo in direzione contraria rispetto alla forza di gravità, dà l’impressione che un corpo immerso nell’acqua pesi meno di uno “immerso” nell’aria. Questo cambia non soltanto la percezione di chi vi sia immerso ma anche – presumibilmente – il modo in cui il progettista deve (o dovrebbe) predisporre gli spazi in cui muoversi con un peso apparente minore. Sotto questo profilo, le terme sono – o dovrebbero essere – il regno per eccellenza della levità e della fluidità, caratteri a cui si accompagna, quale loro indispensabile complemento, e di cui contribuisce a determinare la “consistenza”, la profusione dei vapori. Anche se nella maggior parte dei casi l’universo termale, dietro facciate spesso suadenti, nasconde realtà ben più prosaiche.
Ispirato nel titolo alla dea greca della salute Ὑγίεια, figlia di Asclepio, figlio a sua volta di Apollo, il ponderoso volume, curato da Giovanna D’Amia, Emilio Faroldi e Maria Pilar Vettori, Le città di Igiea. Luoghi termali tra memoria e progetto (Silvana Editoriale, 2024), dietro tale intestazione che rimanda genericamente all’architettura delle terme, rivela in realtà l’intento di «aprire una finestra sulla storia e sul futuro della città di Salsomaggiore Terme, partendo da una rilettura critica dello Stabilimento Lorenzo Berzieri, organismo architettonico simbolo della città, oggi coinvolto da una fase di ripensamento, riuso, valorizzazione». In conseguenza di ciò, soltanto una parte minore della prima delle tre sezioni che compongono il libro è dedicata al tema del patrimonio termale degli anni ’10 e ’20 nel contesto europeo e italiano, così come quella più preponderante della seconda è dedicata agli impianti termali di alcuni eminenti architetti italiani degli anni successivi (Gardella, Valle, Moretti, Albini-Helg, Portoghesi, Dezzi Bardeschi); mentre la parte più cospicua della prima sezione si concentra sul citato Stabilimento Lorenzo Berzieri, e il saggio di apertura della seconda sui piani urbanistici redatti da Cesare Chiodi per Salsomaggiore. In quanto alla terza sezione, al di là di alcuni saggi che si potrebbero definire di “cultura & costume”, si concentra nella parte finale su aspetti più sostanziali: il progetto di restauro, recupero funzionale e valorizzazione dello stesso Stabilimento e – potenzialmente – di rilancio dell’intera città di Salsomaggiore.
Procediamo dunque con ordine per cercare di capire quali siano gli intenti effettivi del volume in questione. La prima sezione, a cura di Giovanna D’Amia, tratta – come si è detto – dell’architettura termale dapprima all’interno di un panorama più ampio che comprende alcuni paesi europei, tra i quali Germania, Francia e Impero Austro-Ungarico (riferendosi per la maggior parte a edifici precedenti la prima guerra mondiale), per poi concentrarsi sull’Italia e focalizzarsi quindi sul solo edificio di Salsomaggiore, progettato in un primo momento nel 1912-13 dagli architetti Giulio Bernardini e Ugo Giusti, e poi rielaborato e realizzato da Ugo Giusti e Galileo Chini (cui spettano in particolar modo gli interventi di rivestimento ceramici), tra il 1919 e il 1923. Una sezione “storica”, dalla quale sarebbe lecito aspettarsi letture diacroniche sul fenomeno del “termalismo”, in Europa e in Italia, e affondi sulla storia di singole “fabbriche”, come quella di Salsomaggiore, che ne mettano in luce i retroscena sociali, economici e politici (il Berzieri, per dirne una, è concepito sotto il quarto governo di Giovanni Giolitti ed è inaugurato dal “ras di Cremona” Roberto Farinacci). È sintomatico invece che, in mezzo a testi che pure analizzano in modo accurato le fasi progettuali e poi costruttive dello Stabilimento salsese, riaffiori il termine Belle Époque che si riteneva ormai obsoleto, trattandosi – come storicamente accertato – di una categoria critica distorcente un periodo in realtà assai più problematico e variegato al proprio interno di quanto quella denominazione non dica; tanto più che esso fa riferimento unicamente a quella classe alto-borghese che, certo, viveva allora i suoi massimi fasti, di sovente proprio nella cornice dorata di qualche stazione termale o sciistica (ma in verità anche di qualche sanatorio!), prima di dover ridurre le proprie ambizioni in coincidenza con la prima guerra mondiale; mentre non tiene affatto conto delle altre classi, per le quali quell’“epoca” non si lascia definire così univocamente belle.
Ma al di là della questione terminologica, è sorprendente il fatto di incontrare – e addirittura quasi di “scontrarsi” –, nei saggi che compongono questa sezione, con un vero e proprio muro letteralmente rivestito, sovraccarico di apparati decorativi di ogni genere e forma, e designato con le relative definizioni stilistiche: Eclettismo, Liberty, Déco (termale), tra le più ricorrenti. Sia chiaro: non si tratta affatto di un fenomeno nuovo. Nell’introduzione alla sezione vengono opportunamente ricordati i tentativi definitori affibbiati nel corso del tempo dalla “critica” architettonica proprio allo Stabilimento Berzieri di Salsomaggiore, al punto da finire col farne un «rompicapo architettonico»: «edificio massiccio e pantagruelico», «tempio dell’arcano e del mistero», «figurazione decorativa ad alto quoziente cromatico». Che simili espressioni venissero utilizzate ancora tra gli anni ’70 e ’90 del XX secolo è certo stupefacente ma anche estremamente istruttivo in merito alla tenace sopravvivenza, fin quasi agli albori del secondo millennio, di certe tendenze storiografiche nostalgiche di una possibile regressione a quell’eterna “infanzia” rappresentata dal Liberty (per riprendere – pur mutandone la prospettiva – la formula utilizzata da Reyner Banham a proposito del Neoliberty). Ma fa davvero specie vedere al giorno d’oggi la storia dell’architettura ridotta al solo aspetto decorativo e stilistico, essendosi nel frattempo sviluppata una forte sensibilità nei confronti di approcci al “fatto costruito” che ne mettono in luce gli aspetti materiali, sociali, le implicazioni politiche, nonché discorsi legati alle tecniche, alla committenza, alle istituzioni pubbliche e private e molto altro ancora; anche – e proprio – in relazione a una stagione come quella del Liberty-Déco che, ben lungi dall’esserne immune, è invece densa di contraddizioni. A fronte delle quali non basta – anche se va letto come un passo nella giusta direzione – affermare, come fa D’Amia a conclusione del suo testo, che il Berzieri costituisce una «sintesi [...] delle diverse sollecitazioni di un’epoca di transizione».
Un registro diverso assume la seconda sezione, curata da Maria Pilar Vettori, a partire dal testo sui piani urbanistici di Salsomaggiore, firmato da Renzo Riboldazzi. Qui rilevanti sono soprattutto le osservazioni relative al primo dei due piani di Cesare Chiodi, elaborato a fine anni venti ed entrato in vigore nel 1931. Di esso viene infatti messa in luce la «convivenza tra [...] le diverse anime» di Salsomaggiore: quella turistica e mondana legata agli stabilimenti termali; quella anch’essa legata alle terme ma di natura diversa, riferita a persone appartenenti alle classi meno abbienti cui – come scrive lo stesso Chiodi – «le molte opere di assistenza sociale e di beneficenza pubblica permettevano di approfittare dei benefici offerti dalle Terme di cura»; e infine quella delle fasce di popolazione che vivevano e lavoravano in città in altri settori produttivi. Ne deriva una sorta di zonizzazione, non però esattamente sovrapponibile a quella «strettamente funzionale che, dagli anni trenta in avanti, Le Corbusier e in generale i Congressi Internazionali di Architettura Moderna assumeranno come bandiera del loro approccio alla pianificazione urbana e territoriale». Una zonizzazione «che da funzionale rischia dunque di scivolare sul piano sociale», come nota Riboldazzi: prospettiva di cui avvertire tutte le potenziali ambiguità, ma in cui scorgere anche un tentativo di prendere atto di un’articolazione sociale che altrimenti – ovvero in altri momenti e contesti – non ha avuto in alcun modo voce in capitolo.
Interessanti, anche se sostanzialmente estranei all’argomento focale del libro – lo Stabilimento termale di Salsomaggiore – i saggi successivi: puntuale e molto dettagliato, quello sulle Terme Regina Elisabetta a Ischia di Ignazio Gardella: ispirato e financo (eccessivamente) lirico, quello sulle Terme di Fonte Pudia, ad Arta Terme di Gino Valle; formalisticamente descrittivo, quello sulle Terme di Bonifacio VIII di Luigi Moretti; approfondito e ben strutturato, quello sulle Stabilimento termale Luigi Zoja di Franco Albini e Franca Helg a Salsomaggiore; simpatetico, quello sugli interventi di Paolo Portoghesi a Montecatini e ad Abano Terme; penetrante ed esuberante, quello sull’ampliamento delle Terme Respighi a Tabiano di Marco Dezzi Bardeschi.
La terza sezione, a cura di Emilio Faroldi, presenta alcuni testi che potrebbero essere definiti di “colore” sul fenomeno Salsomaggiore, il più interessante dei quali riguarda la relazione cinematografica tra Bernardo Bertolucci e la città salsese. Il regista parmense ambienta infatti una scena dell’Ultimo imperatore (1987) nel Grand Hôtel des Thèrmes, mentre in Novecento (1976) era stato lo stesso Stabilimento Termale Berzieri a essere trasformato – nella finzione scenica – in un grande albergo napoletano.
Con il saggio dedicato alla patrimonializzazione della cultura e alla rigenerazione urbana che può conseguirne si giunge finalmente al vero e proprio “cuore” del libro. Marika Flor e Paolo Galluzzi ne espongono le “linee strategiche”, elaborate attraverso una consulenza scientifica affidata al Politecnico di Milano e all’Università della Sapienza di Roma, e coordinata – oltreché dagli autori del testo – da Emilio Faroldi. La ricerca, svoltati tra il 2022 e il 2023, ha prodotto un masterplan denominato FUTURA che – prendendo spunto dal libro di Reyner Banham Los Angeles. The Architecture of Four Ecologies (1971) – adatta al contesto salsese il suddetto concetto di “ecologia”, facendone il “motore” dello stesso masterplan. Le “quattro ecologie” banhamiane diventano così le quattro ecologie di Salsomaggiore: acqua, ospitalità, natura e cultura, che si traducono a loro volta negli “obiettivi” di salute, continuità, sport e imprenditorialità. Ed è a partire da queste, mediante l’intervento coordinato della società QC Terme (leader italiano del settore), di Cassa Depositi e Prestiti, del Comune di Salsomaggiore e della Soprintendenza di Parma e Piacenza, che i promotori dell’operazione si sono prefissi come obiettivo la riqualificazione e il riutilizzo dello Stabilimento Berzieri, considerato giustamente un “bene” prezioso non soltanto sotto un profilo architettonico e artistico, ma anche da quello del ruolo che può giocare nella rinascita della stessa città di Salsomaggiore: una rinascita non facile, dopo anni di abbandono degli impianti termali e dei grandi alberghi che vi erano sorti a contorno. I veri “fasti” di Salsomaggiore, in questo senso, sembrano essere non tanto quelli risalenti a una presunta Belle Époque, quanto piuttosto quelli del periodo anni ’50-’70, allorché – quasi dando corpo all’intuizione di Cesare Chiodi – si verifica una tendenziale democratizzazione delle terme, viste e utilizzate un po’ meno nel senso del wellness e maggiormente a fini curativi, potenzialmente anche da grandi “masse” di utenti/pazienti. E qui bisogna capire se quelle condizioni al giorno d’oggi sono ancora in qualche modo riproducibili; benché risulti chiaro, anche dal modo in cui si prevede di rifunzionalizzare le terme salsesi (operazione già in parte attuata grazie al progetto firmato alcuni anni fa da Emilio Faroldi Architetti, di cui rende conto lo stesso architetto nell’appassionato e partecipe testo che chiude il volume, e che è in procinto di essere completata sulla base del progetto elaborato da QC Terme, accuratamente illustrato nei testi di Chiara Caruso e Francesco Varni) che il target cui ci si intende rivolgere è quello di un pubblico di visitatori/turisti almeno mentalmente liberi dagli affanni della salute e predisposti piuttosto a trascorrere piacevoli ore di molle abbandono alla malìa delle acque. E da questo punto di vista, molte altre esperienze già da tempo avviate da QC Terme, e oggi ben consolidate, come quelle dei Bagni Vecchi e Nuovi di Bormio o quella di San Pellegrino, testimoniano della concretezza di simili operazioni e del successo – tanto in termini di pubblico quanto in termini economici – che esse possono riscuotere. Non si può dunque che attendere con curiosità ed interesse gli esiti della riqualificazione, promessa già per quest’anno.
Un’ultima notazione va infine riservata al libro, editato in modo eccellente da SilvanaEditoriale. È vero che esso ha il valore di una “copertina” – e se si preferisce di una “porta d’accesso” – a un’operazione complessa, costosa e probabilmente anche coraggiosa; e in quanto tale può essere giustificata, almeno in una certa misura, la volontà di farne un prodotto di “rappresentanza”. Tuttavia in una pubblicazione che intenda essere anche scientifica risultano lievemente stonati alcuni eccessi di “entusiasmo” (ad essi appartengono tra gli altri l’enfatica dedica “alla bellezza e ai suoi attori”, e la sequenza di disegni che suddivide i capitoli, graziosi ma del tutto pleonastici); a fronte dei quali va rilevata, all’esatto opposto, una sorta di “ritrosia” nell’affrontare il tema centrale di petto, quasi si volesse coprirne l’effettiva natura dietro la “cortina fumogena” – o, forse in modo più pertinente, dietro i voluttuosi orpelli – della cultura (artistico-architettonica, nella fattispecie), rischiando così di farla apparire ciò che essa non è: una sacher torte sovrapposta a una île flottante, vale a dire qualcosa di ricco e pesante sostenuto da qualcosa di esile. Mentre è piuttosto da una sobrietà perfettamente cosciente di sé e del suo valore che un’operazione come quella qui presentata ha tutto da guadagnare.
Marco Biraghi
N.d.C. Marco Biraghi è professore ordinario di Storia dell’Architettura al Politecnico di Milano. Insegna alla Scuola di Architettura Urbanistica e Ingegneria delle Costruzioni e svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Architettura e Studi urbani. Ha collaborato con diverse riviste e ha fatto parte del comitato editoriale di «Casabella». Attualmente è consulente editoriale di Einaudi per il settore architettura ed è direttore della “Collana di architettura” della casa editrice FrancoAngeli.
Nel 2004 ha fondato GIZMO, collettivo di ricerca in storia dell’architettura contemporanea, con cui ha pubblicato Italia 60/70. Una stagione dell’architettura (Il Poligrafo, 2010), MMX Architettura zona critica (Zandonai, 2010), e Backstage. L’architettura come lavoro concreto (Franco Angeli, 2016). Ha tenuto conferenze alla Harvard University, Cambridge, Mass., alla University of Houston, alla Columbia University e alla Cooper Union di New York, alla Faculty of Fine Arts di Toronto, al Berlage Institute di Rotterdam e alla HafenCity University di Amburgo, alla Hafencity University di Amburgo, alla Queensland University di Brisbane, alla FAU di São Paulo, all’Accademia di Architettura di Mendrisio. Con Alberto Ferlenga ha curato alla Triennale di Milano la mostra Comunità Italia. Architettura Città Paesaggio 1950-2000, 2015-16.
Tra i suoi libri: Hans Poelzig. Architectura, Ars Magna (Arsenale, 1992; Vice Versa Verlag, 1993); Porta multifrons. Forma, immagine, simbolo (Sellerio, 1992); Béla Lajta. Ornamento e modernità (Electa, 1999); Progetto di crisi. Manfredo Tafuri e l’architettura contemporanea (Christian Marinotti, 2005; MIT Press, 2013); con Pier Vittorio Aureli e Franco Purini, Peter Eisenman. Tutte le opere (Electa, 2007); Storia dell’architettura contemporanea 1750-2008 (Einaudi, 2008, 2 voll.); con Silvia Micheli, Storia dell’architettura italiana 1985-2015 (Einaudi, 2013); L’architetto come intellettuale (Einaudi 2019); Questa è architettura. Il progetto come filosofia della prassi (Einaudi, 2021); Il libro della porta. Studio su una forma (Pendragon, 2022); con Maria Pilar Guerrieri, Post-Western histories of architecture (Routledge, 2023); Rem Koolhaas. L'architettura al di là del bene e del male (Einaudi, 2024).
Ha curato una nuova edizione dei Quattro libri dell'architettura di Andrea Palladio (Studio Tesi, 1992), l’edizione italiana di Delirious New York di Rem Koolhaas (Electa, 2001) e raccolte di scritti di Henri Focillon, Ezio Bonfanti e Reyner Banham. Ha inoltre curato: con Giovanni Damiani, Le parole dell’architettura. Un’antologia di testi teorici e critici 1945-2000 (Einaudi, 2009); con Alberto Ferlenga, Architettura del Novecento (I. Teorie, scuole, eventi, Einaudi, 2012; II-III. Opere, progetti, luoghi, Einaudi, 2013, 2 voll.); con Adriana Granato, L’architettura di Milano. La città scritta dagli architetti dal Dopoguerra a oggi (Hoepli, 2021).
Sullo stesso libro oggetto di questo commento, v. anche: Stefano Capolongo, Tante storie dentro alla storia (28 febbraio 2025).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 04 APRILE 2025 |
CITTÀ BENE COMUNE
Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali
prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
ideazione e direzione scientifica (dal 2013): Renzo Riboldazzi
direttore responsabile (dal 2024): Annamaria Abbate
comitato editoriale (dal 2013): Elena Bertani, Oriana Codispoti; (dal 2024): Gilda Berruti, Luca Bottini, Chiara Nifosì, Marco Peverini, Roberta Pitino; (dal 2025) Letizia Konderak, Franco Vaio
comitato scientifico (dal 2022): Giandomenico Amendola, Arnaldo Bagnasco, Alessandro Balducci, Angela Barbanente, Cristina Bianchetti, Donatella Calabi, Giancarlo Consonni, Maria Antonietta Crippa, Giuseppe De Luca, Giuseppe Dematteis, Francesco Indovina, Alfredo Mela, Raffaele Milani, Francesco Domenico Moccia, Giampaolo Nuvolati, Carlo Olmo, Pier Carlo Palermo, Gabriele Pasqui, Rosario Pavia, Laura Ricci, Enzo Scandurra, Silvano Tagliagambe, Michele Talia, Maurizio Tira, Massimo Venturi Ferriolo, Guido Zucconi
cittabenecomune@casadellacultura.it
conferenze-dialoghi
2017: Salvatore Settis locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2018: Cesare de Seta locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2019: G. Pasqui | C. Sini locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
incontri-convegni
autoritratti
2017: Edoardo Salzano 2018: Silvano Tintori 2019: Alberto Magnaghi 2022: Pier Luigi Cervellati 2023: Valeria Erba
letture e pubblicazioni
2015: online 2016: online/periodico1/24 2017: online/periodico2/24 2018: online/pubblicazione 2019: online/pubblicazione 2020: online/pubblicazione 2021: online/pubblicazione 2022: online/pubblicazione 2023: online/pubblicazione 2024: online/pubblicazione 2025:
G. Piccarolo, Di fiumi e di risorgenze, commento a: G. Cazzaniga, Il fiume (Marinotti 2024)
W. Tocci, Per una nuova scienza della città, commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio (a cura di), La città dopo la pandemia (Aracne, 2023)
B. Bottero, L'urbanistica è quantica, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)
A. Lanzani, Milano: cosa resta (e come ricominciare, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so su di lei (Planum Publisher, 2024)
S. Zaggia, Il Ghetto di Venezia: una città, commento a: D. Calabi, Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri, 2024)
G. Consonni, Fare della Storia una speranza, commento a: G. Bigatti, Milano (Mimesis, 2024)
G. Restaino, Roma, c'è un'altra città, commento a: M. Di Giovine, Paesaggio identitario (Quodlibet, 2024)
E. Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma, commento a: R. Pavia, Roma Babilonia (Bordeaux, 2024)
E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty (Routledge, 2024)
S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)
M. Fortis, Interni milanesi, un libro e una mostra, commento a: E. Morteo e S. Pierini, Nelle case (Hoepli, 2023)
M.Bassanelli, Se l'ufficio si diffonde, commento a: I. Mariotti, E. Tomaz, G. Micek, C. Méndez-Ortega (a cura di), Evolution of New Working Spaces (Springer, 2024)
M. Peverini, L'egemonia della rendita urbana, commento a: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita (Donzelli, 2023)
C. Bianchetti, Basaglia: i luoghi del mito, commento a: F. Foti, Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, 2024)
G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio. (FrancoAngeli, 2023)
F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)
A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia
A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)
G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)
A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)
|