Francesco Ceci  
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ABITARE COME AGIRE SOCIALE


Commento al libro a cura di Michelangelo Savino e Lorenza Perini



Francesco Ceci


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La questione abitativa, dopo essere stata posta tra parentesi almeno per un quarto di secolo, torna al centro dell'attenzione, non tanto nella contesa politica quanto nell'opinione pubblica, alimentata dalle notizie diffuse dai media e, soprattutto, dalle sempre maggiori difficoltà che incontrano quanti sono in cerca di casa o anche solo di migliorare la propria condizione abitativa: nei centri storici sequestrati dagli effetti dell'overtourism, nelle capitali dello sviluppo dove il costo di fitto o acquisto casa divora i redditi di chi vi si trasferisce, nelle città universitarie in cui impazza la speculazione su stanze e residenze studentesche, nelle periferie segnate dal degrado della cosiddetta città pubblica, nelle pieghe oscure dei sistemi urbani dove a malapena si nascondono nuove figure di senzatetto. In tutti questi luoghi e altri ancora si manifesta l'odierna questione abitativa, che non è definibile solo in termini di fabbisogno misurabile, come eravamo abituati a fare in passato, ma investe alla radice le condizioni stesse dell'abitare, scosse da mutamenti profondi della società come dei territori. Insomma, è l'abitare, inteso non come una funzione fra le altre degli insediamenti urbani ma come ciò che dà a essi senso e legittimità, quindi come diritto essenziale, a essere posto in questione.

 

Il libro in sintesi

Oggi, l'urbanistica più avvertita si misura con i termini attuali della questione abitativa, a partire dalla convinzione che «sull’“abitare” e sulle “politiche dell’abitare” sia oggi possibile misurare la qualità e la dimensione del cambiamento della società contemporanea italiana» (p.13), come affermano Michelangelo Savino e Lorenza Perini nell'introduzione allo studio da loro curato: Abitare contemporaneo. Un viaggio nell’housing sociale in Italia (FrancoAngeli, 2023). Il libro è risultato di un'ampia ricerca condotta in otto città italiane a cavallo della pandemia del Covid 19, che ha determinato un trauma alla scala globale investendo ogni livello della vita quotidiana fino alla dimensione domestica dell'abitare, divenuta centrale per effetto delle restrizioni imposte a ogni abitante dalle misure di contrasto alla pandemia. Per Savino e Perini questo trauma è intervenuto come «fattore di esasperata manifestazione di processi già in corso, anzi li ha messi in scena seppure nel modo più drammatico concepibile» (p.14). In sostanza, la vicenda del Covid 19 ha posto in luce l'urgenza, da troppo tempo sottaciuta, della questione abitativa. Allora, si tratta di affrontarla innanzitutto compiendo uno straordinario sforzo di conoscenza, senza dare per scontate convinzioni consolidate sui modi dell'abitare, sul senso che assume rispetto a ogni altra sfera della vita degli abitanti, a partire dal lavoro e dagli innumerevoli aspetti che compongono la convivenza sociale. Questo è ciò che con questo lavoro gli autori si sono proposti di fare, interrogando banche dati (troppo spesso inerti quelle ufficiali), esplorando sul campo inedite esperienze abitative, rileggendo la letteratura sull'argomento, infine suggerendo linee di ricerca e azione. La struttura del libro riflette questo sforzo: nella prima sezione «si ragiona sull’abitare come espressione del mutamento contemporaneo» (p.15), con i saggi di Savino e Perini; nella seconda si mostrano casi di studio riferiti a otto città italiane - Torino, Milano, Venezia, Bologna, Roma, Bari, Messina e Padova -; chiude il libro la postfazione di Francesco Indovina.

 

Profilo storico delle politiche abitative

Prima di affrontare processi, dati e problemi proposti dagli autori, è utile condividere un quadro conoscitivo generale sulla questione, anche se colto da uno sguardo necessariamente a volo d'uccello sullo sviluppo storico delle città contemporanee. È sintomatico che questione abitativa e urbanistica moderna siano nate insieme, tra Otto e Novecento, nelle città europee e nordamericane durante la loro tumultuosa trasformazione in centri dell'insorgente capitalismo industriale. Ce lo ricorda la letteratura urbanistica e, tuttora, lo testimonia l'ingombrante eredità delle periferie industriali e proletarie. A quell'epoca risale la formulazione delle prime politiche abitative, come risanamento di condizioni di vita divenute insostenibili, quindi come risposta ai nuovi fabbisogni di ingenti masse di umanità urbanizzata, e, in ultimo ma non per importanza, come una delle fondamentali leve per la trasformazione delle città.

Il cronico ritardo del riformismo italiano fa ascendere a inizio ’900 i primi significativi provvedimenti, a partire dalla cosiddetta legge Luzzati (legge n. 254/1903) che introduce la nozione di edilizia abitativa destinata alle classi lavoratrici delle città maggiori, e misure di supporto alle iniziative locali dei Comuni e degli Iacp (Istituto autonomo case popolari); in seguito, durante il regime fascista, le politiche vengono centralizzate senza, peraltro, produrre risultati nemmeno lontanamente paragonabili a quelli conseguiti in altre nazioni europee. Soltanto nel secondo dopoguerra, sotto la spinta dell'opera di ricostruzione, prende avvio, con il cosiddetto Piano Fanfani Ina-Casa (legge n. 43/1949), un'azione pianificata per la costruzione di alloggi destinati a famiglie a basso reddito. Bisognerà attendere il 1962 per vedere sancito nella legge 167 il principio dell'obbligo dei Comuni a formare piani delle zone da destinare a edilizia economica o popolare (Peep) e alle relative opere d'urbanizzazione, compreso il verde pubblico. In definitiva, con la 167 nasce l'edilizia residenziale pubblica (erp) finalizzata a soddisfare il fabbisogno non più di determinate categorie sociali, ma della generalità della popolazione con il minor reddito e il più gravoso carico familiare. “167” diviene sinonimo di edilizia popolare e ogni comune identifica i nuovi rioni formati in base ai peep, con abitanti espulsi dai centri storici o recentemente inurbati, unificati nella condizione di povertà. Nasce anche lo stigma che ha accompagnato la storia delle nuove periferie per la cronicità del disagio abitativo e sociale che le caratterizza.

Passati gli anni Settanta, questi accenni di riformismo nelle politiche abitative via via sfumano, tanto che si calcola che il patrimonio di edilizia residenziale pubblica abbia raggiunto nel 1991 il tetto massimo con un milione di alloggi, ridotti, dalle operazioni di vendita e da un diffuso sottoutilizzo, a poco più di settecentomila secondo le stime più recenti (769.745, di cui 60.217 inutilizzati, dati FederCasa, La Repubblica, 6 febbraio 2025). Si tratta di circa il 4% di erp sul totale complessivo degli alloggi in Italia. La ristrettezza delle politiche abitative italiane è attestata dal confronto anche solo approssimativo con i dati europei che mostrano un'incidenza degli alloggi pubblici sul totale ben maggiore: dal 10 fino al 50% di alcune città europee. Oggi, l'erp ha di fatto cessato di costituire una risorsa per fronteggiare i fabbisogni abitativi, se è valida la considerazione secondo la quale il patrimonio pubblico disponibile riesce a soddisfare una percentuale stimata tra il 3 e il 5% delle domande presenti nelle graduatorie per l'assegnazione di un alloggio (Osservatorio nazionale sulle politiche abitative e di rigenerazione urbana, luglio 2022). Un'offerta quasi nulla se si considera che la domanda s'è ampliata a nuove figure, come i cittadini immigrati.

La vicenda dell'edilizia abitativa popolare è solo un aspetto, il più vistoso, delle politiche nazionali per la casa, che non sono fatte solo di erp, in questo senso vale la pena ricordare uno dei pochi tentativi attivati per regolare il mercato privato delle abitazioni: il cosiddetto equo canone (legge 392/1978). Si trattò dell'imposizione di un limite al costo dei fitti, proporzionato al valore dell'immobile; ma questa norma venne prima modificata, nel 1992, e poi, nel 1998, del tutto abrogata. In questo progressivo cedimento alle pressioni della rendita immobiliare, i governi italiani seguivano il vento neo-liberista che spirava in Europa, alfiere Margaret Thatcher, la leader britannica che, tra il 1980 e il 1988, abolì la regolamentazione dei fitti che vigeva in quel paese dall'inizio del secolo: una delle molteplici innovazioni di allineamento alle ragioni del mercato che nell'insieme componevano la rivoluzione liberale nelle società occidentali. Il progressivo ritiro dello Stato dalla produzione di abitazioni e dalla regolazione del mercato immobiliare fa sì che la casa si converta in bene di mercato per divenire, sostiene Savino, «una leva sempre più consistente della finanziarizzazione del sistema capitalistico» (p.31) che, a partire dagli anni Ottanta, ha esteso il suo dominio all'economia dei servizi e a tutto ciò che concorre alla riproduzione sociale, compreso l'abitare.

Nel frattempo, cambia la società contemporanea, oltre che per la cosiddetta rivoluzione liberale, anche in forza di mutamenti di più lungo periodo, innanzitutto quelli demografici. In particolare, l'Italia, dal punto di vista demografico, versa in regime di crescita zero dal censimento del 1981 per la caduta del tasso di natalità, solo parzialmente compensato dall'immigrazione. Negli ultimi anni, il calo demografico è divenuto tanto intenso dal tradursi in diminuzione netta della popolazione residente: 1,8 milioni in meno dal 2014, a fine 2022. Si mostra così un profilo della nostra società profondamente diverso dalla tradizione, in estrema sintesi: meno giovane (il 12,5% sotto i 14 anni, Istat 2023), più vecchia (il 24% oltre i 65 anni, Istat 2023), famiglie più piccole (2,3 componenti per famiglia, Istat 2022) e, in tendenza, la diffusione crescente dei singoli, anziani e non solo.

La decrescita demografica si accompagna a quella economica, aggravatasi dopo la crisi finanziaria globale del 2008, con avvisaglie d'impoverimento anche delle classi medie, e intervengono pure profondi mutamenti di carattere socio-culturale. L'insieme di queste scosse influisce alla radice delle condizioni dell'abitare, viene meno la carriera sociale fondata sulla tradizionale connessione lavoro stabile-famiglia-casa. Ognuno di questi pilastri versa in regime temporaneo se non precario, a partire dall'abitazione. Soprattutto nelle nuove generazioni, emergono prospettive di vita che, sia per necessità che per scelta, si sviluppano in condizioni di mobilità e varietà estreme, per ogni sfera dell'esistenza. Emergono nuove domande abitative, che richiederebbero un'offerta più flessibile oltre che accessibile di quelle imposte da condizioni di mercato sempre più rigide.

A fronte di ciò, la fantasia dei governi ha prodotto solo le misure di agevolazione all'acquisto della prima casa che, pur ampliando fino al 77% la platea di coloro che posseggono l'alloggio di residenza (un primato europeo, dato Confedilizia 2023), per un verso hanno prodotto un colossale e diffuso indebitamento delle famiglie, di fatto sottraendo risorse ad altri impieghi meglio orientati al benessere individuale e sociale, per l'altro hanno acuito le diseguaglianze che gravano sui più poveri e, in generale, su chi, come i giovani, è in cerca di casa. In definitiva, affidato al solo mercato immobiliare il soddisfacimento del fabbisogno abitativo, a una domanda abitativa molto più varia che nel passato si contrappone, in presenza di un'iniziativa pubblica pressoché irrisoria, un'offerta privata rigida e inesorabile nelle condizioni imposte.

 

Una questione giovanile

Condiviso questo schematico quadro generale, torniamo allo studio curato da Michelangelo Savino e Lorenza Perini che anzitutto, nel sottolineare l'insufficienza di un approccio puramente quantitativo, mette al centro la nozione di abitare, intesa come processo «che si sviluppa nel tempo e nello spazio» (p.25), piuttosto che quella di casa, nell'accezione di bene, pubblico o privato che sia. Di conseguenza l'attenzione si sposta ai bisogni espressi dai soggetti che investono la qualità dell'abitare, esteso alle sue condizioni di contesto. E i bisogni sono vari come vari sono i soggetti che li esprimono, cosicché la narrazione di ciascuno di essi rivela la profondità dei cambiamenti della società contemporanea.

Fra le varie forme d'abitare, Savino seleziona l'abitare temporaneo, «perché permette di rilevare (...) non solo le nuove forme di bisogno abitativo, ma soprattutto i nuovi portatori di un disagio crescente e alcuni problemi strutturali della nostra società contemporanea, che sulla questione abitativa incidono in modo più che significativo» (p.25). Risultato di adattamenti nella ricerca di soluzioni al bisogno abitativo di soggetti che agiscono in regime di mobilità territoriale, l’abitare temporaneo caratterizza con particolare evidenza la condizione di giovani che si spostano per studio o per lavoro. Ne è tratto emergente la condivisione di spazi privati e anche pubblici, che nel panorama delle città europee ha prodotto diverse forme, dal semplice co-housing alla formazione di comunità che spesso colonizzano zone urbane, che erano marginali prima dell'arrivo di questi nuovi abitanti. «Osservando le pratiche e le modalità dell’abitare temporaneo, spesso al di fuori dei dati statistici e affidandosi alla letteratura che con grande dovizia restituisce innumerevoli casi studio (…) - scrive Savino (p.48) - è stato possibile raccogliere alcuni processi che oggi appaiono pervasivi della struttura sociale delle nostre città e ne stanno caratterizzando significativamente i processi». Dall'indagine sulle forme dell'abitare temporaneo emerge una questione giovanile non esauribile alla condizione abitativa: «Innanzitutto la gravità della questione giovanile […]. Si tratta di una crescente frattura che va dilaniando il nostro Paese e che ne sta minando la tenuta sociale ma anche la coesione indispensabile alla sua crescita […]. Le difficoltà della condizione abitativa giovanile diventano così riflesso di processi di disadattamento che hanno diverse ragioni e suggeriscono differenti soluzioni» (p.48).

Nel contesto della relazione tra i giovani e l'abitare, ha un peso specifico la condizione studentesca nelle città universitarie. Nello studio si analizzano, in particolare, i casi di Bologna e Padova. Il tema è venuto alla ribalta della cronaca quando, passata l'emergenza del Covid 19 e ripresa a pieno regime l'attività didattica, un po' alla volta s'è manifestata la protesta studentesca contro la mancanza di alloggi. Negli ultimi anni il problema s'è acuito essendosi ridotta l'offerta di proprietari di case che hanno preferito rivolgersi al più lucroso mercato turistico. Del resto, l'offerta privata suppliva alla ristrettezza dell'offerta pubblica, facendo a essa da alibi, né la promessa di nuovi studentati sta al passo dell'urgenza data la cronica farraginosità dell'iniziativa pubblica. Colpisce la limitata attenzione delle Regioni, competenti per il diritto allo studio, e dei Comuni che sottovalutano la funzione strategica che le Università possono avere in città dove, talvolta, costituiscono l'azienda più rilevante per peso economico e sociale. Sottovalutazione che, invece, non limita l'interesse di soggetti privati portatori di progetti d'investimento per residenze temporanee che individuano proprio nella popolazione universitaria il loro target (se ne parla in particolare nel caso di Bologna). Così una domanda che riveste un preminente interesse pubblico deve rivolgersi al mercato immobiliare, anche se in forme diverse.

 

L'impatto del turismo

Temporaneo per sua natura è il turismo che, da quando ha scoperto la cosiddetta accoglienza extra-alberghiera, è esploso, oltre le tradizionali località turistiche, nei centri storici delle città, facendo leva sulla connessione dell'offerta alloggiativa di una moltitudine di piccoli e medi proprietari in reti governate via internet da pochi grandi operatori di scala internazionale. Un caso di successo nell'ambito delle sharing economies che al loro esordio non facevano immaginare la loro portata finanziaria e i conseguenti effetti di concentrazione. Un fenomeno imprevisto per dimensione e nell'impatto sociale, ma inconsapevolmente promosso da «una narrazione del turismo come leva di sviluppo strategica, capace di sostenere anche la crescita economica e la valorizzazione di territori marginali» osserva Savino, in alternativa all'industria, che dagli anni Ottanta ha gradualmente abbandonato le città, e al terziario-direzionale, sviluppato solo in poche città di rilievo internazionale. «Il turismo tout-court risolleva le sorti di regioni e nazioni in declino» (p.59): questa affermazione è stata posta da molti governi locali in premessa ai loro programmi.

L'accoglienza extra-alberghiera è un caso da manuale di quanto possa essere travolgente un'innovazione che, senza grandi investimenti centralizzati, mette in connessione risorse esistenti - alloggi, commerci e lavori a basso costo - tra di loro e con l'esterno. La storica attrattività italiana fa il resto. Non si spiegherebbe altrimenti il successo turistico, oltre la tradizionale triade del viaggio in Italia Venezia-Firenze-Roma, di città minori e di quelle meridionali, che non eccellono in capacità di programmazione. «Troppo tardi si è colta, invece, la natura e la portata del processo di airbnbification - commenta Savino - che ha cambiato il volto di intere città; ne ha eroso il patrimonio residenziale e stravolto gli equilibri precari tra “residenti” e “ospiti”; ha alterato il mercato immobiliare e i suoi fluttuanti meccanismi di funzionamento». Nel cuore di molte città - a partire dalle cosiddette città d'arte - si sono formati veri e propri distretti turistici, facendo leva sulla compresenza di case a basso costo, monumenti e una fitta rete commerciale, rapidamente convertitasi in beni facilmente smerciabili ai visitatori, quasi solo food. Ne è artefice una schiera di nuovi imprenditori, proprietari di case e negozianti, favoriti dall'assenza di un'efficace regolazione, a partire da quella dei fitti brevi. Ne pagano il prezzo gli abitanti tradizionali e quelli nuovi, giovani specialmente, con l'esplodere di conflitti che, dopo i casi di Berlino e Barcellona, di recente si sono manifestati anche in Italia.

 

La comunità abitante

L'impatto devastante del turismo esemplifica in modo vistoso una visione integralmente economica della città, intesa come capitale fisso da cui trarre profitto, opponendo l'agire individuale - dall'imprenditore al consumatore - a quello sociale degli abitanti, perché l'abitare è appunto un agire sociale che tesse relazioni di convivenza, spaziando dalla casa a un intorno urbano esteso fin dove si riconosce una comunità abitante. Si tratta dello spazio elettivo della convivenza, cui siamo stati forzatamente ricondotti durante la pandemia, quando «abbiamo scoperto … che per vivere abbiamo bisogno di connessioni molto più brevi e prossime, che dobbiamo occuparci del quartiere prima che della città, anzi di un intorno ancora più stretto del quartiere in cui trovare servizi, soluzioni, solidarietà, relazioni che possiamo definire “vicinato” - riflette Lorenza Perrino nel suo saggio (p.86) - esattamente il contrario di come l’urbanistica ha invece organizzato le nostre città e lo spazio pubblico intorno a noi nel corso dell’ultimo secolo». Infatti, il processo storico di urbanizzazione ha opposto l'insieme compatto della città alla vitalità delle sue diverse parti, mediante una rigida divisione funzionale che sterilizza il potenziale di relazioni. Le odierne città si mostrano come concentrazioni urbane gerarchicamente ordinate, connesse solo dalle reti di trasporto, energia e comunicazione che ne assicurano il funzionamento. In tale contesto l'abitare è spezzettato in ambiti spesso poveri di servizi di prossimità, come la pandemia ha messo in luce.

Eppure, proprio le crisi recenti ci hanno indotti a riscoprire questa dimensione dell'abitare. Allora, propone Perrino «Si tratta, come suggerisce Edoardo Salzano (...) di prendere in considerazione seriamente la comunità abitante nel processo di policy making» (p.88), e da questo punto di vista rilegge le diverse teorie che hanno accompagnato lo sviluppo storico delle città occidentali, concludendo che «Se la città come unità compatta e uniforme non è plausibile né reale, perché frutto di tante diversità, se viceversa lavorare per casi singoli fa perdere di vista il contesto generale e il benessere comune, perché non provare allora a mettere di nuovo al centro dei ragionamenti il quartiere, scomponibile anche in unità più piccole - i rioni o il vicinato - e da questo piccolo tassello di città ripartire, ricucire tra loro i frammenti di una comunità?» (p.101). Si tratta, in altre parole, di far irrompere nel dibattito pubblico la dimensione quotidiana e attaccata a terra dell'abitare, e di farla pesare, con la sua carica critica, nella contesa intorno alle decisioni sulle politiche della casa. Una prospettiva suggestiva e problematica che andrebbe sostenuta da una pratica urbanistica corale, come la definisce Savino, capace cioè di alimentare, oltre gli steccati disciplinari il confronto più ampio fra saperi e punti vista diversi.

Francesco Ceci

 

 

 

N.d.C. Francesco Ceci, sociologo urbano, ha lavorato nella struttura del programma straordinario di edilizia residenziale a Napoli dal 1981 al 1995, poi, fino al 2018, è stato responsabile comunicazione e documentazione del Servizio pianificazione urbanistica del Comune di Napoli. Dal 2010 al 2016 ha insegnato Sociologia urbana nel corso di laurea in Urbanistica, paesaggio, territorio e ambiente dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Ha collaborato a progetti di ricerca dipartimentali, con Svimez e altri istituti.

Ha pubblicato saggi e articoli su riviste e in libri collettivi, il più recente, Napoli. Il piano delle periferie e la ricostruzione, con Roberto Giannì, in Il terremoto del 23 novembre 1980. Luoghi e memorie, a cura di G. Gribaudi, F. Mastroberti e F. Senatore (Editoriale scientifica, 2021).

I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


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11 APRILE 2025

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