|
|
Mercoledì 14 maggio, alle 18.00, alla Casa della Cultura di Milano (via Borgogna 3, MM San Babila) incontreremo Tonino Griffero (a distanza) e Agostino Petrillo con cui discuteremo di Atmosfere urbane. Una introduzione, edito da ETS nel 2024. All’incontro interverranno Elio Franzini - professore ordinario di Estetica all’Università degli Studi di Milano di cui è stato rettore -, Anna Lazzarini - professoressa ordinaria di Pedagogia generale e sociale dell’Università degli Studi di Bergamo - e Giampaolo Nuvolati - professore ordinario di Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università degli Studi di Milano Bicocca e prorettore per i Rapporti con il territorio.
L’incontro fa parte della dodicesima edizione di Città Bene Comune, ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l’ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali. L’iniziativa, ideata e coordinata da Renzo Riboldazzi, è coprodotta dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano ed è patrocinata dall’Istituto Nazionale di Urbanistica, dalla Società Italiana degli Urbanisti, dalla Società dei Territorialisti/e onlus, da Accademia Urbana e dall’Associazione Italiana di Scienze Regionali.
Le ragioni di un confronto
I molti modi di essere di un’atmosfera urbana – ma anche le sue interazioni con le tonalità o le sensibilità emotive, la pelle atmosferica, il genius loci, la bellezza, gli ambienti urbani, il carattere affettivo – li troviamo supposti, evocati, indagati, descritti e ragionati nel libro curato da Tonino Griffero e Agostino Petrillo, Atmosfere urbane. Una introduzione (ETS, 2024), di cui gli stessi professori – il primo dell’Università di Roma Tor Vergata, il secondo collega del dipartimento Dastu del Politecnico di Milano – sono anche coautori. Nelle 196 pagine del volume – dove, oltre a loro, scrivono Hermann Schmitz, Jürgen Hasse, Gernot Böhme, Jean-Paul Thibaud, Matthew Gandy, Federico De Matteis e Sara Borriello – si intersecano con intelligenza diverse discipline (e i loro interpreti) che nel Novecento si sono tenute perlopiù distanti, incapaci di un vero dialogo. Ci riferiamo alla filosofia, alla letteratura, alla sociologia, all’antropologia, all’architettura, al paesaggio, alla pittura e ai loro universi culturali. E ci riferiamo, ovviamente – poiché questa è una delle sue case –, all’urbanistica, intesa non tanto come pianificazione quanto, piuttosto, come interrelazione dei saperi che riguardano la città, il territorio, l’ambiente, il paesaggio e la società, che da anni pare aver dimenticato questo modo di leggere i luoghi.
D’altra parte – si osserva nel volume – “all’interno delle società industriali occidentali postmoderne parlare di sentimenti è considerato ammissibile solo in specifici ambiti tematici” (Hasse, p. 33) e l’urbanistica non è uno di questi. Anzi, esprimerli sul fronte della città e del territorio è considerata “una faccenda perlopiù privata o, addirittura l’indice di una insufficiente capacità di autocontrollo” (Hasse, p. 34). Ancor più, nel dibattito urbanistico riferirsi ai “sentimenti relativi all’esperienza vissuta atmosferica viene generalmente considerato un tabù” (Hasse, p. 34). E questo, forse, è il primo merito del libro che – crediamo sia bene enfatizzarlo – è curato da un filosofo e da un sociologo (non da un urbanista): l’aver riportato la percezione sensibile dei luoghi – ovvero il nostro sentire, la fisicità dei contesti e persino la vita che in essi si svolge – al centro della riflessione teorica, sforzandosi persino di “oltrepassare i confini dell’umanesimo europeo” (Gandy, p. 128).
“Troppo spesso si è trascurato, in omaggio a una dubbia razionalizzazione dell’urbano, la componente percettiva e sentimentale” (Petrillo, p. 100) che, sostanzialmente, è rimasta esclusa tanto dall’analisi urbana quanto dal progetto. Questo testo, al contrario, conferma apertamente un diffuso senso comune ovvero “che tutte le città come e più di altri luoghi caratterizzati da ‘punti identitari’, possiedono una loro specifica atmosfera” (Griffero, p. 52) che, appunto, “sentiamo” e che, in qualche modo, va accettata, anche portando apertamente alla luce “sentimenti, considerati irriducibili a proiezioni della vita socioculturale (individuale e collettiva)” (Griffero, p. 54). Il libro va quindi nella direzione di colmare l’assenza “di un discorso adeguato sui sentimenti e le atmosfere [che] conduce l’uomo verso una dicotomia tra producente e ricevente” (Hasse, p. 34) e acuisce le distanze tra ciò che facciamo e ciò che siamo.
Soprattutto, al contrario del secolo scorso, prova a oltrepassare “il restringimento delle prospettive di ricerca [sui luoghi] a ciò che è visione e addirittura geometrico” (Böhme, p. 81) sulla scia di Sitte, Cullen o Lynch, anche azzardando l’ipotesi di andare oltre “le limitazioni della tradizione filosofica europea [per riconoscere] una molteplicità di costellazioni di soggettività” (Gandy, p. 134). “Le atmosfere – infatti – riflettono la realtà effettuale di una città a livello della sua esperienza vissuta” (Hasse, p. 49) rimettendo noi stessi o, meglio, anche noi stessi al centro della vita, senza negare ciò che umanamente ci appartiene: le nostre potenzialità percettive. Cogliere un’atmosfera, infatti, “significa essere consapevoli di come io, come corpo vivo o vissuto, mi sento in determinato ambiente” (Petrillo, p, 94). Esse sono “il percepito con il corpo vissuto che sentiamo” (Schmitz, p. 12), non neghiamo, ma consideriamo parte dell’esistenza. Sono, in termini più generali, “l’esperienza soggettiva della realtà effettuale di una città che gli uomini condividono tra loro” (Böhme, p. 89).
Che cosa determina le atmosfere urbane? “L’essenza di un luogo è data prima di tutto dal suo aspetto climatico, il quale costituisce la prima e principale determinazione del genius loci” (Borriello, p. 178). Poi gli “odori [che] in modo inconfondibile, […] appartengono [ai luoghi] come una chiesa appartiene al centro del paese” (Hasse, p. 40). Essi sono “un elemento essenziale dell’atmosfera di una città, forse persino il più essenziale (Böhme, p. 79). Nella realtà, tuttavia, non possiamo dimenticare i suoni. “Il campo dell’acustica [però] è stato quasi sempre analizzato solo nel suo aspetto quantitativo, e precisamente dal punto di vista dell’inquinamento acustico e dei modi per impedirlo (Böhme, p. 86). A questi si aggiungono luci e ombre che “si legano all’identità di un luogo in virtù del loro carattere indicativo e dimostrativo” (Hasse, p. 42). La luce, in particolare, “è parte integrante delle mutevoli caratteristiche sensoriali della tarda modernità [ed è] collegata alle caratteristiche affettive della vita quotidiana che abbracciano l’ambiente costruito” (Gandy, p. 129). Infine, c’è l’aria che “destabilizza la nostra concezione di corporeità e di materialità” (Gandy, p. 131) ed “è un veicolo sfaccettato di atmosfere urbane” (Hasse, p. 42). In sostanza, “odori, rumori, ‘velature del giorno’ di natura climatica […] possono concorrere a una tonalità emotiva unitaria della città” (Schmitz, p. 16).
In generale, possiamo affermare che “l’atmosfera di una città è l’addensarsi di differenti qualità dell’esperienza vissuta che si estendono in maniera sensibile su tutto lo spazio urbano” (Hasse, p. 23). Va sottolineato, tuttavia, che si tratta “più uno stato affettivo ‘spaziale’ e quasi corale che non uno stato psichico privato” (Griffero, p. 52), “una sorta di sintesi per un particolare individuo e in un dato momento, di molteplici percezioni suggerite dal luogo che lo circonda” (Petrillo, p. 94). Tuttavia, a determinare tali atmosfere non sono solo gli elementi immateriali di cui abbiamo detto ma “tutto ciò che è presente in un luogo [che] agisce atmosfericamente: [dunque anche] costruzioni, strade, piazze, corsi d’acqua” (Hasse, p. 24). A ciò si aggiungono condizioni di carattere più generale, premesse della nostra condizione esistenziale come, per esempio, la “crisi dei veri (o presunti modelli sociali del vivere razionale e della crescita di comunità sempre più basate su esperienze preriflessivo-affettive” (Griffero, p. 53) oppure una “nuova sensibilità promossa dalla crisi ecologica nonché da una nuova modalità dell’essere-nel-mondo nel contesto delle società della messa in scena” (Griffero, p. 53). Ciò che fa l’atmosfera, ovvero “la ‘pelle’ che avvolge una città, è [dunque] prima di tutto […] una ‘molteplicità caotica’ costituita da una significatività internamente diffusa che è anteriore all’eventuale individuazione di elementi singoli” (Griffero, p. 57). Soprattutto, le atmosfere sono “l’interfaccia tra i fenomeni misurabili e le dimensioni meno definite inerenti agli ambiti affettivi e psicologici” (Gandy, p. 143).
Un ruolo importante è giocato dai singoli elementi che costituiscono lo spazio urbano dal punto di vista fisico. Nella costruzione delle atmosfere, infatti, esiste, e di questo siamo più o meno tutti consapevoli, una relazione stretta con l’architettura. Come afferma Griffero (citando Pallasmaa) “ogni edificio o spazio ha il suo suono caratteristico di intimità o monumentalità, di invito o di rifiuto, di ospitalità o di ostilità” (Griffero, p. 58). Questo anche al punto da generare contraddizioni non secondarie come quando “la bellezza di un paesaggio rafforza il risentimento di chi sta vivendo una situazione drammatica” (Griffero, p. 62). In generale, possiamo affermare che “architetti e urbanisti sono certamente in grado talvolta di generare atmosfere ‘concrete’ e non semplicemente di suggerirle o evocarle” (Griffero, p. 66) ben sapendo, tuttavia, che “la bellezza, l’elemento poetico di una città, può manifestarsi anche in maniera del tutto trasversale rispetto all’architettura e alla pianificazione” (Böhme, p. 82).
Considerare unitariamente le atmosfere e l’architettura, anche nella dimensione di disegno urbano, consente da un lato di colmare quel divario interpretativo che sussiste tra “forme collettive e individuali di esperienza corporea” (Gandy, p. 146), dall’altro un significativo ampliamento delle “dimensioni e le possibilità d’azione dell’urbanistica”. Ciò che il libro sembra suggerire è una rinnovata indagine sul “modo in cui lo spazio urbano influenza la nostra sfera emotiva, e come gli strumenti del progetto e della pianificazione possono divenire più sensibili” (De Matteis, p. 156). Questo, anche immaginando forme di controllo che non abbandonino il progetto all’estemporaneità perché “le prospettive e le possibilità della pianificazione urbanistica, e si spera anche la sua responsabilità” sono enormi (Böhme, p. 85). Se, per esempio, pensiamo a quanto si è fatto architettonicamente e urbanisticamente per stimolare il nostro desiderio di acquistare l’ennesimo prodotto nell’ultimo outlet vicino all’autostrada, ci rendiamo facilmente conto di quanto i “pericoli di concepire l’urbanistica come messa-in-scena” strumentale siano concreti (Böhme, p. 84).
L’atmosfera urbana, però, non è determinata solo dalle forme spaziali. Molto è dato dalla vita di quanti abitano un luogo. Anzi, l’atmosfera “non è altro che il modo in cui la vita si realizza in essa” (Böhme, p. 83). È cioè anche “un insieme di comportamenti sociali, di stili relazionali” (Petrillo, p. 99) che condizionano il carattere dei contesti. In altre parole, le atmosfere “sono definite primariamente da due famiglie di fenomeni: da un lato l’articolazione materiale della città, gli edifici e gli spazi aperti […]. Dall’altro le ‘forme di vita o pratiche sociali che sono connaturate allo spazio della città e ne costituiscono il campo antropico” (De Matteis, p. 166). Questo con una particolarità. Più che dall’abitante, che “vivendo, contribuisce continuamente a produrre” atmosfere, esse vengono “esperit[e] con particolare nettezza […] dallo straniero” (Petrillo, p. 98) e, a differenza dell’architettura e dell’urbanistica, queste possono sicuramente essere studiate, “ma non sono oggetto della progettazione” (Böhme, p. 88). O, almeno, non dovrebbero esserlo.
Percepire e rappresentare l’atmosfera può anche assumere connotazioni squisitamente politiche che dicono della nostra relazione con il mondo. Mai come ora, infatti, appare utile “riattualizzare una visione […] che riequilibri il nostro rapporto con gli ambienti, riabilitando la componente politica del nostro sentire e ridefinendo tanto i processi di creazione di senso della nostra realtà esperienziale quanto le possibilità e i limiti della nostra interazione con i luoghi” (Borriello, p. 192). Limiti che incrociano la dimensione ecologica della nostra esistenza e che si rivelano chiaramente nella possibilità di cogliere gli ‘eventi atmosferici’ come […] lo smog o le temperature estreme legate a perturbazioni climatiche di grande scala” (Gandy, p. 144). L’atmosfera, dunque, è “particolarmente operativa nell’ecologia urbana […] perché postula un sensibile incorporato nei territori e nelle materialità, nelle narrazioni e nelle attività, nei climi e nelle sociabilità, nelle aspettative normative e negli affetti di fondo” (Thibaud, p. 109). Ci permette, cioè, “di capire come i processi di globalizzazione vengono messi in atto e prendono realmente forma” nei territori” in cui viviamo (Thibaud, p. 112).
Infine, le atmosfere interagiscono con le tecnologie e ne sono spesso condizionate. Per esempio, la svolta che c’è stata nel Novecento del nostro modo di stare nello spazio dovuta a una percezione viziata dalla velocità “ha ribaltato i consueti modelli percettivi, dando vita a quel disturbo moderno che conosciamo come agorafobia” (De Matteis, p. 159). Oppure, la proliferazione nelle nostre città “di schermi urbani, trasforma non solo la scenografia dello spazio della città, ma preconizza anche un maggiore livello di controllo tecnologico sulla società” (Gandy, p. 149). Crea cioè realtà virtuali che hanno una loro atmosfera che coesiste, anche contrapponendosi, con quella che cogliamo nello spazio concreto. Lo stesso, analogamente, potremmo dire dei cellulari e dei mondi che aprono dove il qui e l'altrove stanno insieme.
Per concludere, questo libro rimette “in primo piano l’importanza della percezione dei luoghi e delle modalità di produzione del progetto urbanistico” (Petrillo, p. 101). Nel suo considerare le atmosfere, e tutto ciò che esse incorporano, ci rimanda a “un più generale movimento di apertura al sensibile e partecipa all’emergere di nuovi quadri di sensibilità” (Thibaud, p. 106). Soprattutto apre nuove prospettive progettuali tornando a legittimare ciò che per anni è stato spesso trascurato dal progetto urbano: la bellezza. L’atmosfera, infatti, altro non è che “una categoria della bellezza” (Petrillo, p. 96) di cui la società continua a sentire il bisogno e di cui, spesso, l’urbanistica – assorbita nelle sue dimensioni quantitative e speculative – sembra dimenticarsi. Questo lavoro – e questo è il motivo per cui ne discutiamo a Città Bene Comune – contribuisce a ricostituire quel “nesso consolidato fra corpi e articolazione spaziale capace di sostenere in maniera equilibrata la vita umana nell’ambiente della città” (De Matteis, p. 161). In sostanza, è un invito a “rendere conto del potere stesso degli ambienti di fare (e disfare) il territorio con il sensibile” (Thibaud, p. 111). Ciò che l’uomo sa fare.
Renzo Riboldazzi
© RIPRODUZIONE RISERVATA 09 MAGGIO 2025 |
CITTÀ BENE COMUNE
Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali
prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
ideazione e direzione scientifica (dal 2013): Renzo Riboldazzi
direttore responsabile (dal 2024): Annamaria Abbate
comitato editoriale (dal 2013): Elena Bertani, Oriana Codispoti; (dal 2024): Gilda Berruti, Luca Bottini, Chiara Nifosì, Marco Peverini, Roberta Pitino; (dal 2025) Letizia Konderak, Franco Vaio
comitato scientifico (dal 2022): Giandomenico Amendola, Arnaldo Bagnasco, Alessandro Balducci, Angela Barbanente, Cristina Bianchetti, Donatella Calabi, Giancarlo Consonni, Maria Antonietta Crippa, Giuseppe De Luca, Giuseppe Dematteis, Francesco Indovina, Alfredo Mela, Raffaele Milani, Francesco Domenico Moccia, Giampaolo Nuvolati, Carlo Olmo, Pier Carlo Palermo, Gabriele Pasqui, Rosario Pavia, Laura Ricci, Enzo Scandurra, Silvano Tagliagambe, Michele Talia, Maurizio Tira, Massimo Venturi Ferriolo, Guido Zucconi
cittabenecomune@casadellacultura.it
conferenze-dialoghi
2017: Salvatore Settis locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2018: Cesare de Seta locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2019: G. Pasqui | C. Sini locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
incontri-convegni
autoritratti
2017: Edoardo Salzano 2018: Silvano Tintori 2019: Alberto Magnaghi 2022: Pier Luigi Cervellati 2023: Valeria Erba
letture e pubblicazioni
2015: online 2016: online/periodico1/24 2017: online/periodico2/24 2018: online/pubblicazione 2019: online/pubblicazione 2020: online/pubblicazione 2021: online/pubblicazione 2022: online/pubblicazione 2023: online/pubblicazione 2024: online/pubblicazione 2025:
P. Perulli, La vendetta dei dimenticati, commento a: G. Buciuni, G. Corò, Periferie competitive (il Mulino, 2023)
F. Ceci, Abitare come agire sociale, commento a: M. Savino, L. Perini (a cura di), Abitare contemporaneo (FrancoAngeli, 2023)
L. Bottini, Città: una sfida esistenziale, commento a: S. Mancuso, Fitopolis (Laterza, 2023)
M. Biraghi, L'architettura va alle terme, commento a: G. D’Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori 8a cura di), Le città di Igiea (Silvana Ed., 2024)
G. Piccarolo, Di fiumi e di risorgrnze, commento a: G. Cazzaniga, Il Fiume (Marinotti 2024)
W. Tocci, Per una nuova scienza della città, commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio (a cura di), La città dopo la pandemia (Aracne, 2023)
B. Bottero, L'urbanistica è quantica, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)
A. Lanzani, Milano: cosa resta (e come ricominciare, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so su di lei (Planum Publisher, 2024)
S. Zaggia, Il Ghetto di Venezia: una città, commento a: D. Calabi, Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri, 2024)
G. Consonni, Fare della Storia una speranza, commento a: G. Bigatti, Milano (Mimesis, 2024)
G. Restaino, Roma, c'è un'altra città, commento a: M. Di Giovine, Paesaggio identitario (Quodlibet, 2024)
E. Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma, commento a: R. Pavia, Roma Babilonia (Bordeaux, 2024)
E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty (Routledge, 2024)
S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)
M. Fortis, Interni milanesi, un libro e una mostra, commento a: E. Morteo e S. Pierini, Nelle case (Hoepli, 2023)
M.Bassanelli, Se l'ufficio si diffonde, commento a: I. Mariotti, E. Tomaz, G. Micek, C. Méndez-Ortega (a cura di), Evolution of New Working Spaces (Springer, 2024)
M. Peverini, L'egemonia della rendita urbana, commento a: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita (Donzelli, 2023)
C. Bianchetti, Basaglia: i luoghi del mito, commento a: F. Foti, Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, 2024)
G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio. (FrancoAngeli, 2023)
F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)
A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia
A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)
G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)
A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)
|