Gabriele Tagliaventi  
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IL MARCHIO DI FABBRICA DELLE CITTÀ ITALIANE


Commento al libro di Fabio Isman



Gabriele Tagliaventi


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Se esiste un marchio di fabbrica dell'Architettura italiana, quello è senz'altro la città ideale. Come il barattolo rosso della Coca-Cola, i cerchi olimpici o la mela di Apple. Non esiste niente di paragonabile alla produzione teorica, e a quella pratica, della città ideale italiana. Sono sempre esistite città di fondazione - anzi, potremmo dire che le città sono sempre frutto di un atto di fondazione perché queste non spuntano come fiori nel prato ma sono il risultato di una pianificazione, di una volontà cosciente -, eppure nulla è simile alla città ideale italiana. E il bel libro di Fabio Isman - Andare per le città ideali. Piccoli gioielli architettonici nati dall'utopia (il Mulino, 2016) - ci ricorda questa enorme ricchezza della cultura nazionale e ci invita alla scoperta di alcune delle sue più significative realizzazioni.

Sono esistite città di fondazione greca, le città costruite da Ippodamo di Mileto in Asia Minore. Sono esistite migliaia di città romane, tutte basate su una chiara geometria e una precisa regola fondativa. Ci sono state centinaia, migliaia di città di fondazione in tutto il Medioevo. Solo nel sud-ovest della Francia, nelle regioni contese tra inglesi e francesi durante la Guerra dei cent'anni tra Bordeaux e Carcassonne, sono state costruite più di duecento bastides: città di fondazione con un perimetro regolare, una piazza quadrata o rettangolare al centro e un reticolo di strade geometricamente regolare tutt'intorno. Ci sono state le città della Reconquista spagnola, realizzate man mano che procedeva l'avanzata delle truppe cristiane: per delimitare i nuovi possedimenti e ripopolare le campagne, venivano infatti costruiti i Pueblos Blancos e gli insediamenti dell'Andalusia. Poi ci sono state le città di fondazione dell'espansione tedesca a est, in quella che oggi è la Polonia, da Cracovia a Breslavia. Oppure le Terre Murate fiorentine o le città di fondazione costruite dal Comune di Bologna nel XIV secolo. Ma quello che accade in Italia a cavallo del XV e del XVI secolo fu un fenomeno unico. La città ideale italiana è qualcosa che non ha eguali nella storia per ampiezza ed estensione.

Sono migliaia di città ideali italiane costruite nel mondo. In Italia, in Spagna, e poi, attraverso la Spagna e la Ley de las Indias, in Messico, in Guatemala, in Equador, Bolivia, Argentina, Cile, Perù, Filippine, etc. La città ideale italiana rappresenta l'essenza del Rinascimento. Il momento in cui la cultura architettonica e urbanistica italiana, sviluppatasi nelle varie corti, inizia a riflettere sulla propria identità, a scoprire le proprie radici classiche, greche e romane. Siamo nel XIV secolo quando la crisi dell'Impero Romano d'Oriente diventa irreversibile e i professori dell'Università, gli architetti, i filosofi, i mercanti iniziano a fuggire da un impero che si è ridotto a poco più della città di Costantinopoli e a portare in Occidente la cultura e i libri classici greci e romani. Si tratta di un esodo costante che il concilio di Ferrara (1438) e Firenze (1439) renderà ancora più vistoso. C'è un impero che tramonta ricco di cultura e di conoscenze sull'architettura e la filosofia e ci sono conoscenze che arrivano in Occidente, in Italia, dove esiste la ricchezza mercantile ma non la cultura e il savoir-faire. Così i profughi da Costantinopoli portano la cultura romana del fondare città, come pure le tecniche di costruzione della chiesa a pianta centrale di cui la Basilica di Hagia Sophia è simbolo universale.

Brunelleschi, Bramante, Sangallo si ispirano proprio alla cupola romana d'Oriente di Santa Sofia e gli architetti italiani iniziano a lavorare alla definizione di una città "alla maniera degli antichi", una città bella ed efficiente: una città ideale. Si tratta di un momento chiave per la cultura italiana e per tutta la civiltà occidentale. L'Impero Romano non era caduto nel 476 d.C. - la sua capitale era a Costantinopoli fin dal 330 d.C. - ma in Italia, in Occidente, il susseguirsi di invasioni barbariche aveva cancellato la civiltà romana, distruggendo, per esempio, la rete degli acquedotti (e con questa il lusso del cittadino romano del II secolo che aveva a disposizione acqua corrente e un bagno caldo alle terme). Un lungo processo di destrutturazione fisica, sociale e culturale che era passato per crolli demografici e la distruzione di intere città. Poi, a partire dal 1300, le città italiane raggiungono finalmente una massa critica di ricchezza che le rende potenzialmente capaci d'intraprendere una nuova stagione di sviluppo. Manca però la scintilla, il plug-in, che venne fornito dalla crisi dell'Impero e dalla sua caduta nel 1453.

L'arrivo dei professori dell'Università di Costantinopoli, ricordava Enea Silvio Piccolomini - giustamente posto da Isman all'inizio della sua carrellata di ideatori della città ideale - "costituiva il riferimento obbligato per tutti gli uomini di cultura all'inizio del 1400". Fu questo arrivo a provocare la scintilla che darà luogo a una straordinaria rinascita culturale e materiale dell'Italia. Esisteva, abbiamo detto, la ricchezza delle città. I banchieri fiorentini prestavano denaro ai re e ai principi del nord Europa. Ma da quel momento riprende consistenza anche la ricchezza culturale. E con questa la consapevolezza dell'identità romana, la necessità di riappropriarsi delle proprie origini classiche, nonché il desiderio di riprendere il discorso interrotto. Di ricominciare. È il Rinascimento.

David Watkin, nella sua Storia dell'architettura occidentale (Zanichelli, 1990), ha ricordato come il compito storico di Costantinopoli sia stato stato quello di preservare l'eredità classica romana durante l'epoca delle invasioni barbariche. Quando le città italiane - Firenze, Venezia, Milano, Bologna, Genova - arriveranno a un livello congruo di ricchezza e sviluppo, il testimone passerà a loro. Ma la riflessione sulla città ideale va oltre. Mette a punto un corpus teorico atto a definire i caratteri di una città moderna ed efficiente all'altezza della tradizione classica e capace di misurarsi con la tradizione romana. Costruisce davvero le città ideali e le esporta ovunque nel mondo. Per la prima volta dai tempi dell'Impero Romano di Occidente, in Italia e in Europa vengono scritti libri che descrivono nei dettagli come una città debba essere organizzata e costruita. Una città "alla maniera degli antichi", quindi una città romana, con un limite ben definito e un centro formalizzato da una piazza porticata geometricamente regolare: il Foro.

Leon Battista Alberti, Tommaso Moro, Francesco di Giorgio Martini, Pietro Cataneo, Vincenzo Scamozzi, Vasari il Giovane e tutti gli altri protagonisti del Rinascimento architettonico e urbanistico descrivono e disegnano una città ideale che è tutt'altro che utopia. La pianta di Amauroto - con la sua piazza centrale quadrata all'incrocio di due strade che definiscono quattro quartieri, ciascuno, a sua volta, con al centro un'altra piazza quadrata che corrisponde a quattro isolati urbani - viene fedelmente realizzata: a Philadephia in Pennsylvania nella città fondata da William Penn nel 1692; a Filadelfia in Calabria nella città fondata dai fratelli Serrao nel 1783; a Henrichemont in Borgogna da Salomon de Brosse nel 1608; a Santo Stefano di Camastra in Sicilia nel 1682; a Sangüesa la Nueva nei Paesi Baschi nel 1787; infine a Carrouge in Svizzera nel 1772, etc. E tutte le città fondate dagli spagnoli nelle Americhe e in Asia sono basate sui testi dei trattatisti italiani della città ideale. Le città costruite secondo i dettami della Ley de Las Indias di Felipe II de España hanno un perimetro regolare, un reticolo cartesiano e una piazza centrale quadrata. Una Plaza Mayor o una Plaza de Armas. Ad Antigua (Guatemala) come a Buenos Aires (Argentina), a Santiago del Cile come a Caracas (Colombia), a Cuzco (Perù) come a Manila (Filippine). Tutto il mondo spagnolo, tutto l'impero su cui non "tramonta mai il sole" è pieno di città ideali che sono state costruite e hanno ospitato decine o centinaia di milioni di persone che, ancora oggi, vivono all'interno di tessuti urbani strutturati secondo i canoni della città ideale italiana del Rinascimento.

Una città ideale che, come ci ricorda Isman riferendosi al caso di Pienza, è il risultato di una precisa volontà politica. Parte di un più grande progetto di rinascimento culturale, politico, sociale ed economico. Il sogno di Enea Silvio Piccolomini era quello di riconquistare l'Impero Romano caduto nelle mani dei turchi nel 1453. Quello di rifondare una civiltà occidentale cristiana capace di superare divisioni e "piccoli scismi" in nome di una comune identità. Un rinascimento che diventa necessario proprio per contrastare la nascente potenza imperiale ottomana. Divenuto Papa come Pio II, Enea Silvio Piccolomini progetta addirittura una nuova crociata che avrebbe dovuto partire da Ancona, sbarcare in Morea (Peloponneso) e da qui, dove c'era stato uno degli ultimi territori dell'Impero, avanzare verso Costantinopoli. Tutto era previsto e tutto calcolato: il numero dei soldati necessari, quello delle navi. Ma Pio II concluderà la sua vicenda terrena proprio ad Ancona, di fronte alla flotta che aveva sognato potesse trasportare l'esercito in Morea. Il suo grandioso disegno politico fallirà qui.

La fondazione di Pienza, tuttavia, la trasformazione di Corsignano in città ideale lancia un potente messaggio culturale. La cultura classica non era finita con la conquista di Costantinopoli nel 1453. Roma viveva ancora e dalla piazza centrale di Pienza - dal suo Foro con i palazzi simmetrici del vescovato e della famiglia Piccolomini che incorniciano il nuovo tempio, il Duomo cristiano - parte il Rinascimento. Pienza diventa un cult. Ancora oggi esiste in America un Pienza Institute che ogni anno si ritrova proprio a Pienza a riflettere sulla grande eredità della città ideale. È da Pienza che parte tutto.

Il libro di Isman ci permette di andare alla scoperta di queste città ideali tanto utopiche da essere costruite e abitate ancora oggi. Dopo Pienza troviamo Palmanova, la città stellata che la Repubblica di Venezia, impaurita dalla travolgente avanzata turca nei Balcani, fa realizzare in Friuli per proteggere la porta alla Pianura Padana e i territori italiani della Serenissima. Palmanova è una città ideale perfetta, con un perimetro poligonale a nove lati e una piazza centrale esagonale. Sintesi assoluta tra soddisfacimento di esigenze militari - che suggeriscono la pianta stellata e il sistema dei baluardi così da poter colpire da due lati eventuali assedianti - e razionalizzazione del tessuto urbano, Palmanova merita la copertina del libro e, senz'altro, una visita.

Poi ci sono Terra del Sole, la città fondata da Cosimo I de' Medici in Romagna a pochi chilometri da Forlì, e Sabbioneta, la raffinata città fondata da Vespasiano Gonzaga Colonna che ospita il Teatro Olimpico di Vincenzo Scamozzi: la nuova fabbrica urbana necessaria per recuperare interamente la cultura della classicità offrendo ai cittadini lo spazio per poter assistere alle opere che la rappresentano. Come nell'antica Grecia, come nell'antica Roma. Il Rinascimento è una cosa seria. Non è solo facciata. È fondato su un progetto culturale coerente che si rispecchia nella forma delle città, nelle sue dotazioni: il Foro, il palazzo, il reticolo, il limite. E il teatro.

Poi, attraversiamo l'Italia passando da San Martino al Cimino - la città di fondazione nei pressi di Viterbo popolata con i reclusi nelle carceri papali - arriviamo fino a San Leucio - la città industriale del Regno delle Due Sicilie sulle colline sopra Caserta - per giungere al villaggio industriale di Crespi d'Adda o a quello costruito dalla Solvay a Rosignano, vicino a Livorno. Per non dire delle città fondate durante il ventennio fascista: le "città del silenzio" dove la pittura di De Chirico incontra l'architettura del regime in cerca di modernità tra razionalimo e classicismo: Latina, Sabaudia, Carbonia, Arborea, Fertilia, e le altre duecento costruite negli anni '20 e '30 in Italia, Libia, Dodecaneso, Etiopia, Somalia.

L'ultima città ideale suggerita da Isman è un luogo fantastico in Umbria. Si tratta di La Scarzuola costruita da Tomaso Buzzi nel 1956 come repertorio del genio della civiltà urbana classica. Una città ideale che corrisponde alle famose realizzazioni del Poble espanyol dell'Esposizione Universale di Barcellona 1929 e del Poble espanyol di Palma de Mallorca costruito da Fernando Chueca Goitia nel 1965-67.

Non ci sono dubbi. Ancor oggi la lezione della città ideale è più viva che mai. Se l'Italia vuole davvero rinascere e uscire dal catastrofico declino che la sta deprimendo dal 1971 deve riappropriarsi della sua cultura architettonica e urbanistica classica. Deve rimettere al centro del dibattito pubblico e del pensiero culturale una nuova riflessione sulla città ideale per oggi e per domani. Non esiste rinascimento politico ed economico senza rinascimento culturale. E il bel libro di Fabio Isman è senza dubbio un utile compagno di viaggio alla scoperta di quella fantastica ricchezza italica che è l'arte di saper costruire città belle ed efficienti.

Gabriele Tagliaventi

 

 

 

N.d.C. - Gabriele Tagliaventi, professore ordinario di Architettura tecnica all'Università degli Studi di Ferrara, è un esponente del movimento per il Rinascimento Urbano e il New Urbanism. Tra i suoi libri: Alla ricerca della forma urbana (Patron, 1988); Citta giardino. Cento anni di teorie, modelli, esperienze (Gangemi, 1994); Morfologia strutturale dell'architettura (Gangemi, 1996); Tecniche e tecnologie dell'architettura fra eclettismo e storicismo (Alinea, 2000); (a cura di) New Urbanism (Alinea, 2002); con C. Rosponi (a cura di), Towards a new urban renaissance (Alinea, 2004); con L. Mollo (a cura di), Ecological urban architecture (Alinea, 2005); Manuale di architettura urbana (Patron, 2007).

Per Città Bene Comune ha scritto: L'arte della città 100 anni dopo, commento sul libro di Raffaele Milani, L'arte della città (Il Mulino, 2015), 5 maggio 2016.

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


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07 Aprile 2017

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

a cura di Renzo Riboldazzi

con la collaborazione di Elena Bertani e Oriana Codispoti

 cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

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2013: programma/present.

2014: programma/present.

2015: programma/present.

2016: programma/present.

 

 

Interventi, commenti, letture

2015: online/pubblicazione

2016: online/pubblicazione

2017:

L. Colombo, Passato, presente e futuro dei centri storici, commento a: D. Cutolo, S. Pace (a cura di), La scoperta della città antica (Quodlibet, 2016)

F. Mancuso, Il diritto alla bellezza, riflessione a partire dai contributi di A. Villani e L. Meneghetti

F.Oliva, "Roma disfatta": può darsi, ma da prima del 2008, commento a: V. De Lucia, F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi, 2016)

S.Brenna, Roma, ennesimo caso di fallimento urbanistico, commento a V. De Lucia e F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi 2016)

A. Calcagno Maniglio, Bellezza ed economia dei paesaggi costieri, contributo critico sul libro curato da R. Bobbio (Donzelli, 2016)

M. Ponti, Brebemi: soldi pubblici (forse) non dovuti, ma, commento a: R. Cuda, D. Di Simine e A. Di Stefano, Anatomia di una grande opera (Ed. Ambiente, 2015)

F. Ventura, Più che l'etica è la tecnica a dominare le città, commento a: D. Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città (Ombre corte, 2016)

P. Pileri, Se la bellezza delle città ci interpella, commento a: G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

F. Indovina, Quale urbanistica in epoca neo-liberale, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

L. Meneghetti, Discorsi di piazza e di bellezza, riflessione a partire da M. Romano e A. Villani

P. C. Palermo, Non è solo questione di principi, ma di pratiche, commento a: G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

G. Consonni, Museo e paesaggio: un'alleanza da rinsaldare, commento a: A. Emiliani, Il paesaggio italiano (Minerva, 2016)