Pepe Barbieri  
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LA FORMA DELLA CITTÀ, TRA URBS E CIVITAS


Commento all'ultimo libro di Alberto Clementi



Pepe Barbieri


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Può il nostro sguardo cogliere i mutamenti complessi della natura delle città nella contemporaneità? Sono cambiamenti che si possono riconoscere nelle forme dell'insieme o di alcune parti o componenti? E, quando le incontriamo, queste forme ci appaiono il prolungamento e la riverberazione nel presente delle ricerche e dei precetti della modernità o, almeno in qualche caso, piuttosto come l'annuncio, sia pure frammentario, di diversi e innovativi modi dell'abitare e del "fare le città" che sanciscono un definitivo distacco dalle visioni e dai paradigmi del '900? È possibile trarre dalla lettura critica di alcuni casi nel mondo, dove sembrano essersi realizzati interventi di innovazione urbana, indicazioni utili per una revisione degli strumenti e dei procedimenti del progetto di città, anche nella realtà italiana?

Queste le domande alla base dell'ultimo libro di Alberto Clementi - Forme imminenti. Città e innovazione urbana (LISt, 2016) - efficacemente costruito su tre piani che si intersecano per argomentare e approfondire, da diversi punti di vista, i nodi centrali che le questioni proposte mettono in campo. I tre piani corrispondono all'articolazione del testo: una prima parte in cui Clementi delinea le condizioni problematiche del cambiamento (spazi in mutamento; sfide; nuova natura delle città). Una seconda parte (spazi innogenetici; l'ipotesi ecowebtown) in cui, in una campionatura di casi, esercitando lo sguardo, si ricercano e registrano le innovazioni e i possibili disvelamenti di futuro in città-laboratorio del mondo e si offre con EcoWebTown una ipotesi di revisione delle strumentazioni tradizionali del progetto urbano spingendo a integrare tra loro approcci e riferimenti che, con proprie diverse linee teoriche e operative, vengono in genere adottati separatamente: l'Eco della sostenibilità, il Web dei flussi immateriali e dell'immaginario digitale, la spazialità concreta della Town, quale deposito attivabile di molteplici materiali e memorie, nella condizione (soprattutto europea) di progetto della città esistente. Un'ipotesi che, quindi, propone una modificazione dello stesso oggetto del progetto urbano con una dilatazione e moltiplicazione dei suoi materiali, ma che appare implicare anche un cambiamento profondo delle procedure con cui si dovrebbe sviluppare il percorso decisionale affinché nel mutare delle forme (se e quando presente) si possano legare paesaggi fisici e paesaggi sociali. Un terzo piano è rappresentato dal contrappunto costituito dai saggi di autori diversi (sociologi, urbanisti, progettisti) che, a partire dalle domande chiave, in rapporto a vari itinerari disciplinari e/o di pensiero, aprono i temi in questione ad altre fertili interpretazioni e prospettive.

Forme imminenti. Nel titolo, ben scelto, compaiono due termini decisivi per un ragionamento sulla trasformazione delle città: la forma e (attraverso l'imminenza) il tempo. Apparentemente gli strumenti fondamentali perché sia possibile un progetto di città o di una sua parte. Ma il loro significato e statuto nelle culture del progetto, e soprattutto nella società contemporanea, è oggetto cruciale di un dibattito che arriva a doverne registrare la marginalità fino alla negazione.

La forma. Nell'interpretazione più estrema, a partire dalla crisi, già dal '900, della concezione di una forma compiuta di singole opere o oggetti, ancora di più sembra dissolversi nelle reti ubique disseminate nei territori la possibile forma di una città o perfino di una sua parte. Nella contemporaneità il mondo non è, allora, più percepito come un tessuto di cui comunque sia possibile cogliere una gerarchia di rapporto tra le cose. Alla città non si considera più applicabile la metafora del corpo. Così è avvenuto, ad esempio, anche nella storia della scultura quando negli anni '60 Stella o Judd contestano una linea dell'arte europea fondata su sistemi a priori in base ai quali sia possibile ancora comporre le relazioni tra gli oggetti, raggiungere un equilibrio, mentre, secondo il loro pensiero, non resta che mettere "una cosa dopo l'altra". Di una cosa dopo l'altra si compongono le sterminate periferie della città generica o gli agglomerati - appunto per diversa natura "informali"- dei territori metropolitani. Esito de-formato della lucida previsione di Argan del 1983 che vedeva la città come un esteso e continuo sistema di servizi dalla potenzialità praticamente illimitata. Oggi una broadacre in cui alla metafora agricola si può combinare l'universo immateriale dei circuiti digitali. Una città "senza qualità" che si accende, in quanto percepibile forma e bellezza, ad intermittenza, in singoli e discontinui episodi. In questo libro è il caso di Tokyo - groviglio di flussi nello spazio illimitato - che testimonia una forma non preordinata prodotta dalla pura giustapposizione densa e furiosa di cose diverse. Ma anche nel miracolo di Chandigarh - in qualche modo ancora una mirabile città corpo con la testa verso le montagne e una complessa articolazione sistematica delle membra - si misura il conflitto e lo squilibrio prodotto, come in molte altre città del mondo, da un abitare il territorio che preme ai margini dell'insediamento e s'insinua nelle scansioni spaziali della città disegnata. Territori in cui sembra - con tonalità antieroiche e banalizzate - riprodursi quell'informe coacervo di frammenti che cozzano l'uno contro l'altro del Campo Marzio di Piranesi che, sosteneva Tafuri, nell'ossessione tecnica dell'assemblaggio mostrava l'aspetto inquietante dell'eterotopia nel senso datogli da Foucalt "devastando anzi tempo la sintassi, e non soltanto quella che costruisce le frasi, ma anche quella meno manifesta, che fa tenere insieme (a fianco e di fronte le une alle altre) le parole e le cose". Persa allora, nella città uscita dalla cornice tranquillizzante della sua compattezza, qualunque speranza o possibilità di forma? No, ma si misura qui una delle distanze più significative tra modernità e contemporaneità anche secondo il sentire dell'autore di questo libro. Se, come, afferma in conclusione, "la stessa Town tende a essere soppiantata dalla nozione più fluida di un campo di urbanità aperto alle interazioni tra flussi deterritorializzati, stratificazioni locali e presenze immersive", ci si deve confrontare, a tutte le scale, con una mutevole idea di urbanità i cui valori spaziali e significati devono essere continuamente ricercati e riconosciuti e rispetto ai quali ogni proposta deve assumersi la responsabilità di qualunque trasformazione indotta. Si sostituisce così alla concezione moderna della forma come soluzione, autorale e impositiva, parte di un percorso lineare di decisioni, un'idea di forma non come previsione autorealizzante, ma come strumento problematico di una interrogazione continua, componente essenziale di un auspicabile processo dialogico in cui si decide sul cosa e sul come della trasformazione di una città in movimento continuo, in cui il mondo delle cose, l'urbs, possa incontrare una civitas, per quanto molecolare o conflittuale.

Perché questo processo si attui occorre però che alcune elaborazioni progettuali precedano la definizione delle "regole del gioco trasformativo" per esplorarne i contorni, le potenzialità e per suscitare la domanda degli esiti che è possibile intravedere. Il percorso diviene, quindi: da forma a norma e, di nuovo, a forma/forme. L'esplorazione di forme possibili serve, in questo modo, a elaborare norme che possano generare forme desiderabili. La forma, in questi percorsi, si dovrebbe quindi riconoscere non come qualcosa di statico, ma piuttosto come un dispositivo che si pone in una condizione di equilibrio temporaneo in un campo di forze dinamiche. Il passaggio da esclusivo autore di un'opera a produttore di dispositivi non limita la responsabilità dell'architetto nello svolgere il compito, indispensabile, di usare la potenza immaginativa dell'architettura per mostrare le alternative possibili ad una produzione banale della città in cui si è realizzato sempre più il distacco tra pratiche sociali e configurazione degli spazi. Da questo punto di vista occorre ragionare più in profondità su alcune delle forme presentate nel testo come possibili testimonianze di innovazione. Infatti alcune di esse - penso soprattutto al caso di Singapore, ma anche, sia pure in modo diverso, a quelle di Amburgo e Copenhagen - pur mostrando la possibilità di mettere in opera nuovi materiali e dispositivi spaziali, efficaci per esprimere nuove potenziali condizioni dell'abitare contemporaneo (soprattutto nella capacità di declinare nuovi modi di spazialità pubblica, anche offrendo inedita bellezza) appaiono il frutto di un percorso decisionale "moderno", imposto secondo una filiera decisionale che, privilegiando l'efficacia dell'azione, non sembra aver costruito le condizioni affinché, attraverso una attribuzione di senso, un territorio si trasformi in un paesaggio perché una collettività non solo ne ha accettato e condiviso i valori, ma soprattutto perché ha anche contribuito ad identificarli. Valori che non sono da conferire solo alle cose che "fanno la città", ma che, in un dinamico cosmo relazionale, si possono riconoscere in nuovi sistemi di rapporto tra le parti e tra i diversi materiali dei territori urbani, capaci di alterare positivamente, anche per mezzo di forme "tradizionali", lo stato di fatto, aprendo, ad esempio, i recinti separati e giustapposti della città esistente. Come nello straordinario intervento di mobilità e ingegneria urbana di Medellin che ha connesso città informale e città legale, offrendo nuove occasioni alla vita urbana.

Il tempo. Più di una forma compiuta, anche il tempo sembra divenuto, in qualche modo, assente nella costruzione della città. È in atto, da diversi anni, un processo di de-secolarizzazione, un abbassamento dell'orizzonte temporale (Bodei), un'emorragia del senso storico, che è cosa diversa dal riferimento all'eterno presente di cui scrive in questo libro nel suo saggio Ricci. Si vive oggi piuttosto nel tempo della simultaneità e dell'attualità. Ma l'esperienza dell'attualità, come nota Perniola, "è all'opposto dell'esperienza del presente. È esperienza della sua mancanza". L'attualità brucia tutti i tempi, anche il presente. Mentre è piuttosto in un'utilizzazione strategica del "materiale tempo" e di una conseguente diversa concezione della "forma" che si possono individuare nuove modalità di un progetto urbano che abbia saputo apprendere dai fallimenti del progetto della modernità. A partire dalla considerazione che, come afferma qui Donolo, il progetto della modernità per la città è stato un esperimento incompiuto secondo la nota interpretazione di Habermas (1987) per cui, "abbacinato dalla Visione, dall'ossessione del punto-di-vista", il Moderno avrebbe messo in opera una razionalità dimezzata, meramente tecnico-strumentale, incapace di aprirsi alla concretezza "comunicativa" delle forme-di-vita. Incompiuto soprattutto perché, nel rapporto tra opera finita/processo e tra distanza/partecipazione si riscontra la differenza più significativa tra pensiero della modernità e le forme che queste due coppie di polarità potrebbero o dovrebbero assumere nella contemporaneità perché esse riguardano il nodo centrale della relazione tra urbs e civitas, tra il mondo degli oggetti e i soggetti che lo abitano. Se la città, come scrive Clementi, non appare più pensabile come spazio politico unitario ma piuttosto come "un luogo di divenire e di sperimentazione democratica attraverso gli sforzi dei cittadini stessi" si deve allora ridefinire il ruolo che in questa sperimentazione va attribuito al progetto e ai progettisti. Si deve intervenire in una realtà in continuo movimento che pone il progettista di fronte al compito, a qualunque scala, di collocare le decisioni all'interno di un percorso argomentativo il cui esito non si misura più con la pura astanza dell'oggetto prodotto qualunque sia la sua dimensione. Si tratta piuttosto di comprendere come l'architettura possa offrire strumenti perché il percorso negoziale di costruzione della città, che ha ormai sostituito, avendone registrato l'inefficacia, quello lineare-autoritativo ereditato dalla modernità, consenta ai diversi attori, pubblici e privati, la possibilità di intervenire nel processo delle trasformazioni urbane. È un compito che, come giustamente suggerito da questo libro, non depotenzia il ruolo della forma, ma costringe a ridefinirne il ruolo quale strumento principale, e non solo fine, di un processo argomentativo, come quella che, invece, alimentata da poetiche personali, corrisponde al modello autoriale ancora diffuso. Forme che si dispongono nel flusso del tempo, dovendo lasciare aperti vari gradi di scelta nell'itinerario delle decisioni. Forme, quindi, insieme esatte e adattive per proiettare nella mescolanza del tempo una previsione possibile, che si deve poter avverare in modi diversi, anche non guidata dall'alto, in forma spontanea e autorganizzata. Dovrebbero essere forme non assertive - in questo senso non corrispondono ad alcune di quelle presentate nel libro - che si propongano come problemi aperti: figure che utilizzino soluzioni per presentare problemi. Perché solo così lo spazio della città diviene "più pubblico", non perché elargito dall'alto, ma perché rappresenta la risposta a un problema da condividere su cui ci si sia interrogati e la cui soluzione sia stata desiderata così da realizzare un'efficace dinamica del rapporto tra spazi e mutamento dei paesaggi sociali che possa esplicitarsi come esercizio di democrazia urbana. Un'idea di nuovo spazio pubblico reso praticabile da un tempo pubblico delle decisioni.

Clementi ha collocato all'inizio del libro un'affermazione di Wenders: "sono diventato regista per capire come mai il nostro sguardo non ci racconta tutto quello che vorremmo sapere". E infatti i suoi Angeli sopra Berlino guardavano dall'alto, ma si chinavano anche all'ascolto della città, alla vita che scorreva intermittente nelle parole. Quell'ascolto necessario che, nel pensiero di Cacciari, porta a sostituire quel "gettarsi in avanti" del pro-getto con una proairesis, un cogliere, un afferrare la realtà, per comprenderla e poterla ricollocare. Parole e narrazioni indispensabili perché sempre più il progetto urbano - il progetto delle cose - possa essere inteso come progetto civile. Nella prospettiva, non soltanto, di un progetto che si "rivolge" alla comunità, alla civitas, ma che da questa stessa comunità - o più realisticamente dalla pluralità dei soggetti che devono trovare i modi di una condivisione - venga prodotto. In sintonia, in questo volume, con l'esigenza di "narrazione e azione sociale" indicate da Ricci o, secondo Belli, con la necessità di "operare per l'accoglienza e il welfare esteso allo spazio urbano come grande infrastruttura che contribuisca al benessere collettivo" o con l'obiettivo individuato da Palermo di "trovare i modi possibili di 'unità nella molteplicità' perché è in gioco non soltanto l'idea di città fisica, ma la formazione di civitas a varie scale".

 

Pepe Barbieri

 

 

N.d.C. - Pepe Barbieri è professore ordinario di Progettazione Architettonica presso la Facoltà di Architettura di Pescara. La sua ricerca verte sulle relazioni tra progettazione architettonica e trasformazioni della città contemporanea, con particolare riferimento al rapporto tra infrastrutture e territorio e alla dimensione geografica dei fenomeni urbani. I suoi studi e i suoi progetti sono stati pubblicati dalle principali riviste nazionali e internazionali di settore e presentati in mostre in Italia e all'estero. Ha tenuto conferenze o insegnato in Canada, Spagna, Stati Uniti, Slovenia, Colombia, Uruguay e Brasile. È membro del comitato scientifico di "ARDETH. Architectural Design Theories". Tra le sue pubblicazioni: Metropoli piccole (Meltemi, 2003), Infraspazi (Meltemi, 2006), Hyperadriatica (LISt, 2009), Geocittà? In che modo, oggi, si abita, nello stesso tempo, un luogo e il mondo? (LISt, 2015).

Alberto Clementi sarà alla Casa della Cultura per discutere del suo libro martedì 16 maggio alle ore 18. All'incontro interverranno: Patrizia Gabellini, Rosario Pavia e Francesco Ventura. Per condividere la notizia su Facebook: clicca qui.

N.B. I grassetti nel testo sono nostri

R.R

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

12 Maggio 2017

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

ideato e diretto da Renzo Riboldazzi

in redazione: Elena Bertani e Oriana Codispoti

cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

Gli incontri

2013: programma/present.
2014: programma/present.
2015: programma/present.
2016: programma/present.
2017: programma/present.

 

 

Interventi, commenti, letture

2015: online/pubblicazione
2016: online/pubblicazione
2017:

M. Bricocoli, Spazi buoni da pensare, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

S. Tagliagambe, Senso del limite e indisciplina creativa, commento a: I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

J. Gardella, Disegno urbano: la lezione di Agostino Renna, commento a: R. Capozzi, P. Nunziante, C. Orfeo (a cura di), Agostino Renna. La forma della città (Clean, 2016)

G. Tagliaventi, Il marchio di fabbrica delle città italiane, commento a: F. Isman, Andare per le città ideali (il Mulino, 2016)

L. Colombo, Passato, presente e futuro dei centri storici, commento a: D. Cutolo, S. Pace (a cura di), La scoperta della città antica (Quodlibet, 2016)

F. Mancuso, Il diritto alla bellezza, riflessione a partire dai contributi di A. Villani e L. Meneghetti

F.Oliva, "Roma disfatta": può darsi, ma da prima del 2008, commento a: V. De Lucia, F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi, 2016)

S.Brenna, Roma, ennesimo caso di fallimento urbanistico, commento a V. De Lucia e F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi 2016)

A. Calcagno Maniglio, Bellezza ed economia dei paesaggi costieri, contributo critico sul libro curato da R. Bobbio (Donzelli, 2016)

M. Ponti, Brebemi: soldi pubblici (forse) non dovuti, ma, commento a: R. Cuda, D. Di Simine e A. Di Stefano, Anatomia di una grande opera (Ed. Ambiente, 2015)

F. Ventura, Più che l'etica è la tecnica a dominare le città, commento a: D. Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città (Ombre corte, 2016)

P. Pileri, Se la bellezza delle città ci interpella, commento a: G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

F. Indovina, Quale urbanistica in epoca neo-liberale, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

L. Meneghetti, Discorsi di piazza e di bellezza, riflessione a partire da M. Romano e A. Villani

P. C. Palermo, Non è solo questione di principi, ma di pratiche, commento a: G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

G. Consonni, Museo e paesaggio: un'alleanza da rinsaldare, commento a: A. Emiliani, Il paesaggio italiano (Minerva, 2016)