Pier Carlo Palermo  
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VANISHING. ALLA RICERCA DEL PROGETTO PERDUTO


Commento al libro di Cristina Bianchetti



Pier Carlo Palermo


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Gli urbanisti italiani dovrebbero evitare il rischio di ridurre il loro discorso al "gioco intellettuale di una piccola comunità" - sosteneva Cristina Bianchetti concludendo Il Novecento è davvero finito (2011, p.140). Concordo. Gli esercizi di argomentazione degli urbanisti, non solo in Italia, da tempo mostrano segni evidenti di difficoltà: sono sempre più marginali e meno innovativi, poveri di slancio e di forza rispetto alle stagioni d'oro del passato, ma anche divisi e racchiusi entro cerchie sempre più ristrette e non comunicanti - fra ortodossi, nostalgici, burocrati, aspiranti legislatori, visionari, creativi e così via. Il rischio che Bianchetti denuncia è davvero reale.

Il suo ultimo lavoro, però - Spazi che contano. Il progetto urbanistico in epoca neo-liberale (Donzelli, 2016) - può suscitare ulteriori domande sullo stesso tema. Chi ha letto i suoi libri sa che lo stile dell'autrice è originale e inconfondibile: come forma del discorso al tempo stesso pedagogica e appassionata, garbata e incalzante, ma anche scandita da una sequenza impressionante di citazioni che dovrebbero contribuire ad aprire i confini dell'area per tessere nuove e fertili relazioni esterne. Citazioni che diventano un fattore ornamentale quando il gioco dei riferimenti può sembrare gradevole, ma non strettamente giustificato. L'esercizio può esprimere predilezioni personali, curiosità intellettuali, suggestioni ancora inesplorate o l'aspirazione - insoddisfatta - verso una riflessività disciplinare meno superficiale. L'effetto d'insieme è difficile da valutare: quanto vasta o esigua può essere oggi la cerchia degli urbanisti, attivi o in formazione, realmente in grado di coltivare le medesime passioni? Il rischio è che si venga a formare una nuova piccola area, forse un po' elitaria e autoreferenziale, dai confini ancora poco permeabili. Una deriva paradossale: dopo le pretese universalistiche, l'urbanistica ritroverebbe la sua dimensione effettiva in una varietà di circoli locali.

Non solo. Nella prospettiva delineata dall'autrice potremmo intravedere un altro limite. Da un lato, l'intrinseca complessità dei temi disciplinari sembra giustificare la volontà di apertura riflessiva verso molteplici mondi di conoscenze e di pratiche, verosimilmente intrecciati con i problemi ed i fatti urbanistici. Su questo fronte le istituzioni dell'urbanistica hanno accumulato gravi omissioni e ritardi, non compensati da qualche esperimento saltuario, svolto con modalità spesso discutibili ed esiti quasi sempre inconcludenti. Perciò, probabilmente ha ragione Cristina Bianchetti nel ribadire questo impegno, pur nella consapevolezza di una obiettiva solitudine. Ma contestualmente non sarebbe opportuno o necessario esplicitare meglio - e criticare - quei limiti attuali della disciplina che appunto dovrebbero giustificare tale orientamento? Questa dimensione critica non è evidente nelle opere dell'autrice, o meglio dovrebbe emergere a posteriori, proprio come esito del confronto con le fonti e gli argomenti innovativi, vari e densi, che sono introdotti nel discorso. Tuttavia, non vengono realmente messi in discussione le ragioni e il senso dell'azione urbanistica, alcuni profili culturali e professionali, le basi di legittimazione, la presunta strumentazione decisiva. Un'idea di "progetto urbanistico", alcuni principi e modelli virtuosi, un insieme di buone pratiche sembrano comunque disponibili, anche se l'evidenza empirica di queste ipotesi non può essere considerata ovvia, né generalmente condivisa. La critica riguarda, eventualmente, tendenze e problemi specifici. Ma questo comporta che l'identità disciplinare resti sfocata: possono sembrare chiari valori e intenzioni, ma possibilità concrete, strumenti ed effetti reali restano sostanzialmente ambigui o quantomeno confusi. Con qualche conseguenza: è difficile sviluppare esperienze fertili di trespassing se le domande di interazione critica non sorgono da un forte e chiaro nucleo identitario. I dialoghi che Bianchetti auspica e intraprende sarebbero più significativi se fosse palese la natura problematica dell'urbanistica. Perché dovremmo essere disponibili verso forme di argomentazione più sofisticate se non sono evidenti le criticità che ispirano la riflessione?

 

Spazi che contano

Questi dubbi possono trovare qualche conferma, a mio avviso, nell'ultimo libro di Cristina Bianchetti. Il titolo forse è un po' eccentrico. Annuncia l'attenzione verso esperienze eventuali, non importa quanto parziali e circoscritte, capaci di mettere in discussione le tendenze più conformiste, oggi largamente prevalenti, che l'autrice vuole denominare "neo-funzionaliste". La parte principale dell'argomentazione, comunque, è dedicata alla critica delle posizioni dominanti, che è radicale, anche se per alcuni aspetti scontata. Larga parte delle esperienze correnti, incluse quelle più divulgate, mostra limiti palesi, anche in casi che il senso comune considera di sicuro successo. Questi progetti si valgono di immagini e soluzioni al tempo stesso semplicistiche e mistificanti: perché sono fondate su distinzioni sommarie (fra interro/esterno, individuale/collettivo, privato/pubblico e così via), mentre la realtà appare sempre più densa, intricata e ambivalente; adottano modelli schematici e ripetitivi, sostanzialmente indifferenti alla varietà inesauribile delle situazioni e dei problemi; e sono generalmente viziate da un umanesimo ipocrita e accomodante, che chiama in causa un individuo de-soggettivizzato, cioè privato di corpo, passioni e volontà autonome, come accade al peggior marketing post-moderno. Osservazioni ineccepibili, anche se è lasciato al lettore il compito di riconoscere queste tendenze nella contingenza dei fatti urbani (mi chiedo, per esempio, quanti cittadini milanesi sarebbero oggi propensi ad associare tali giuste critiche a progetti di tendenza come City Life e Porta Nuova: due casi esemplari per i ragionamenti di Bianchetti).

Un motivo di particolare interesse del libro è che la critica non riguarda solo le operazioni più banali di real estate development, ma investe alcuni santuari tradizionali della disciplina. Per Cristina Bianchetti, infatti, neppure le esperienze bottom-up dell'urbanistica possono essere considerate immuni dagli stessi rischi. Con richiami selettivi, ma efficaci, il libro mostra come molti principi virtuosi (partecipazione, integrazione, coesione, urbanità e altri valori affini) siano stati spesso sperimentati in forme riduttive, che soffrono degli stessi limiti di semplicismo e mistificazione. E una distanza critica, se pur rispettosa e garbata, si manifesta anche rispetto ad alcune tendenze del disegno urbano e del progetto urbanistico degli anni '80 e '90 (con figure guida eminenti come Bernardo Secchi e Vittorio Gregotti), che pure hanno esercitato una sicura influenza sulla formazione dell'autrice. In opere precedenti, quel quadro di riferimento è parso probabilmente più influente. Ora sembra storicamente situato in un tempo che non è più attuale; perciò visioni ed esperienze, per quanto innovative siano state, non sembrano offrire risposte pienamente adeguate alle difficoltà del presente. Per Cristina Bianchetti, la concezione del progetto urbanistico come "modificazione critica del presente" (Gregotti) è stata uno degli esiti più fertili della critica disciplinare degli anni '80: che ha voluto superare le retoriche immaginifiche o le derive burocratiche così diffuse fra gli urbanisti del tempo, per ritrovare nuovi contatti con la realtà, complessa e incompresa, di città, territori e società (p. 5). Oggi sappiamo che l'idea di "progetto urbanistico" e le "nuove forme di piano" concepite e sperimentate secondo quella linea di tendenza non hanno superato le prove dell'esperienza. Da tempo Gregotti non è più protagonista di grandi progetti di città, mentre la stagione dei piani urbanistici si è esaurita in Italia negli anni '90 per Bernardo Secchi, che in seguito si è dedicato ad altre forme d'azione: principalmente la costruzione, in Europa, di visioni e scenari strategici a grande scala, che suscitano altre obiezioni. Bianchetti non si sofferma su questi problemi, ma sembra dubitare (p.109) dalla capacità risolutiva di tali nuovi orientamenti (se è così, condivido).

Spazi che contano è dunque un testo che rende onore alla tradizionale propensione verso la "critica sociale" da parte degli urbanisti - purtroppo spesso intesa in forme velleitarie o meramente strumentali. Il quadro problematico che viene delineato è esauriente e obiettivo, e non cerca, né auspica, vie di fuga consolatorie. Per discutere questi fenomeni, qualche lettore potrebbe trovare superfluo il richiamo a una categoria datata, ma gloriosa e tecnicamente ben determinata come il "funzionalismo", ma si tratta in fondo di scelte nominali, che non incidono sulla sostanza del contributo. L'obiezione principale potrebbe riguardare, invece, le indicazioni di prospettiva. Se le esperienze attuali sono tanto insoddisfacenti e se il progetto urbanistico continua ad essere indispensabile (in verità, l'autrice dà per scontato, ma non argomenta questo punto cruciale, p. 6), come potremmo o dovremmo orientarci per fare fronte in modo più degno alle responsabilità? In questa direzione, mi pare che il testo offra solo due parziali suggerimenti.

Il più chiaro è un rinnovato appello alla tradizione pragmatica (bene intesa). Non basta il richiamo a principi virtuosi (facilmente falsificati nel corso di innumerevoli esperienze); gli urbanisti dovrebbero preoccuparsi di più delle conseguenze effettive del loro operare. Questo significa orientarsi verso un'etica della responsabilità (per quanto sia complicato distinguere cause e attribuire conseguenze: Bianchetti ne è consapevole, p. 110); e prima ancora, direi, fondare le pratiche urbanistiche non solo su premesse generali di regolazione o di metodo, ma sulla capacità d'azione effettivamente dimostrata nel contesto specifico. Condivido totalmente questi presupposti, che lasciano però ampiamente indeterminati modi, forme e tecniche del "progetto". Su questi temi il libro non fa chiarezza. Si può intuire il favore dell'autrice - ecco il secondo suggerimento - verso esperienze "vere", cioè non semplicistiche e mistificanti come le pratiche del neo-funzionalismo dominante. Ma questo profilo sembra delineato solo in negativo, sulla base della distanza dalle pratiche che sono oggetto di critica. Poco si dice su condizioni, requisiti e possibilità, e neppure sulla portata degli eventi: è sufficiente immaginare il "progetto urbanistico" come frammento di "vita buona" che in qualche modo si rende possibile in un luogo qualunque? Non sottovaluto il senso possibile di queste pratiche locali, ma rilevo uno scarto fra le tradizionali ambizioni (o velleità) disciplinari e questo volenteroso bricolage. Il paradosso dell'urbanistica (segnalavo lo stesso limite nei libri che ho scritto 20/30 anni fa) è che tende a far convivere una concezione obiettivamente debole del suo operare, per evidenti limiti e condizionamenti, sociali e istituzionali, con una singolare celebrazione del ruolo del progettista, che potrebbe contare (come e perché?) su superiori capacità di immaginazione e proposta. Insopportabile.

 

Così non va

Questo libro, come i più recenti della stessa autrice (2008, 2011), offre dunque un contributo attuale e rilevante alla "critica delle pratiche urbanistiche", ma resta più vago e incerto quando si tratta di indicare prospettive più confortanti. Non credo che questo effetto dipenda soltanto dagli orientamenti soggettivi di chi scrive. È l'idea stessa di pratica urbanistica, a mio avviso, che appare oggi in crisi. Non sembrano disponibili modelli convincenti sui quali fare affidamento. Per questo avrei preferito una riflessione critica sulle possibilità attuali del "progetto urbanistico", invece di assumere come presupposto la sua esistenza e necessità (p. 6). Non basta neppure criticare le innumerevoli esperienze palesemente inadeguate. La disciplina, se vuole sopravvivere in forme realmente influenti, dovrebbe chiarire le sue posizioni rispetto ad alcuni dilemmi radicali che ne condizionano il senso, la credibilità, le prospettive. Il lavoro originale e brillante di Bernardo Secchi comporta una notevole dilatazione del campo tematico dell'urbanistica (che Bianchetti condivide), ma non consente - a mio avviso - di individuare strumenti più pertinenti, in grado di influire realmente sulle pratiche. Forse perché, pur in un quadro problematico più ambizioso e sofisticato, alcuni nodi elementari restano elusi.

A differenza dell'autrice (pp. 110-113), io ritengo che un ritorno al realismo sia indispensabile in questa fase (d'altra parte, come può portare a riforme effettive un orientamento pragmatico, se non poggia su una base robusta di realismo critico?). Ma deve essere accompagnato da un atteggiamento modesto, che sappia ridimensionare una ormai indebita dilatazione del campo tematico e delle presunte responsabilità dell'urbanistica. Con la consapevolezza che il ruolo tecnico è rilevante, ma limitato e specifico. Come l'impatto sociale: che dovrebbe permettere di contenere discriminazioni inique e penose nell'uso degli spazi e della città, ma non riesce a incidere in modo determinante sulle disuguaglianze economiche e sociali o sulla dotazione di diritti fondamentali (mi sembra che Secchi, 2013, giunga a conclusioni non dissimili, nonostante le premesse più ambiziose). È vero: non basta occuparsi di norme e istituzioni come se la soluzione di ogni problema dipendesse principalmente dalle riforme sognate. Questo è stato un chiaro limite della disciplina quando si è preoccupata di svolgere un ruolo vicario della politica, più che di fare fronte alle sue responsabilità tecniche e operative. Ma non ritengo possibile eludere una presa di posizione di fronte a nodi e dilemmi ormai palesi e lungamente irrisolti, che Bianchetti (come Secchi) preferisce lasciare sullo sfondo. Si apre un campo di scelte elementari, ma verosimilmente influenti sul senso e sulle possibilità del progetto urbanistico (come della proclamata "critica sociale" degli urbanisti).

Per molti urbanisti italiani il "piano" è ancora lo strumento peculiare d'intervento. È possibile coltivare questo punto di vista senza prendere posizione su limiti, inerzie e incoerenze dei "sistemi di pianificazione" in vigore - per effetto di leggi regionali di vario orientamento, ma quasi sempre ridondanti e confuse, velleitarie e inefficaci? Come può funzionare oggi una (presunta) gerarchia di piani a diversi livelli, se non sono realmente affrontati e superati i problemi della sussidiarietà verticale (cioè delle competenze e delle forme di relazione fra i molteplici poteri implicati nei processi decisionali)? Sappiamo che ogni livello di piano comporta difficoltà irrisolte. Negli attuali "sistemi", gli strumenti a scala vasta assumono un ruolo sempre più debole, perché i contenuti sono principalmente ricognitivi o di vago indirizzo; mentre le "visioni strategiche" preferiscono enunciare obiettivi edificanti di senso comune - o nel migliore dei casi esplorare scenari tendenziali - senza formulare priorità ed azioni selettive sulle quali costruire un reale consenso. Senza provare cioè a incardinare quadri strutturali e visioni strategiche su un insieme essenziale e rilevante di progetti di trasformazione "veri" (come auspicava De Carlo), da legittimare tramite meccanismi adeguati di sussidiarietà verticale. Sappiamo che le scelte prescrittive sono affidate principalmente agli strumenti del governo locale, ma anche da questo ambito tradizionale emergono dubbi sostanziali che richiedono scelte responsabili. Possiamo ritenere che il controllo delle trasformazioni debba essere oggi affidato ai parametri e indici tipici dell'urbanistica moderna? Questa è ancora la tendenza più diffusa! D'altra parte, i tentativi sporadici di elaborare urban codes più sensibili alla varietà dei contesti insediativi e ambientali hanno incontrato difficoltà notevoli, di legittimazione e di efficacia (come ha mostrato in Italia l'esperienza deludente dei "progetti norma" di Secchi). L'adozione di un indice edificatorio unico o di regole apodittiche come "consumo zero di suolo" rappresentano probabilmente una reazione sommaria a queste difficoltà, ma rischiano di testimoniare la sostanziale impotenza e inadeguatezza dell'azione disciplinare. Mentre continua a essere eluso un nodo fondamentale: la discrezionalità inevitabile di alcune scelte urbanistiche non può essere cancellata da forme assolute di controllo pubblico stabilite a priori, ma richiederebbe una capacità effettiva di governo, trasparente e responsabile, dei processi di trasformazione territoriale (una discussione sintetica, ma meno sommaria, di questi temi si trova in Palermo, 2016a). Di quale "progetto" parliamo, se questi o altri simili nodi restano elusi o dimenticati?

Non ho dubbi: leggi, regole e piani non sono oggi riferimenti sufficienti per legittimare la necessità e la rilevanza dell'urbanistica nella società contemporanea. Ma non basta neppure ribadire il primato del pubblico o la tutela e ricerca di un presunto bene comune, come valori guida che finiscono per diventare un alibi (come accade a una certa cultura di sinistra sempre più immobile e inconcludente) invece di essere corroborati dalle prove dell'esperienza. E trovo anche illusorio pensare che la responsabilità degli urbanisti possa ridursi alla elaborazione di narrazioni sofisticate (degne della intricacy crescente di problemi e relazioni), a uno "sforzo estremo di immaginazione" (quanto auto-referenziale?) o al disegno di scenari ipotetici come il contributo disciplinare peculiare che sarebbe finalmente in grado di assicurare effetti virtuosi; insomma alla celebrazione di un "progetto urbanistico" che è considerato necessario, ma resta ampiamente evanescente e persino ineffabile. Forse la sfida più urgente riguarda la capacità concreta di tradurre buoni valori e intenzioni in progetti urbani di qualità, rispetto a condizioni concrete e possibilità specifiche. Più che una nuova ideologia del "progetto urbanistico", ora depotenziato a visione e scenari (Secchi, 2016), sarebbe utile, pragmaticamente, riuscire finalmente a realizzare progetti urbani migliori. Questo slittamento di interessi e responsabilità non sembra però ovvio e condiviso: né dai practitioners che si accontentano di reiterare i ruoli e le procedure più tradizionali, né dai pochi intellettuali che cercano di disegnare profili più sofisticati, peraltro destinati a circoli ristretti. Nel frattempo, le esperienze più recenti di progettazione urbana presentano molte ombre in Italia (ho discusso il tema in questa stessa sede: Palermo, 2016b). E trovo imbarazzante il diffuso silenzio degli urbanisti di fronte a processi di trasformazione di desolante mediocrità, come gli ultimi grandi progetti per Milano (Giancarlo Consonni, 2016, è una delle poche voci sensibili). A che vale una riflessione più problematica se non riesce a tradursi non solo in azioni più degne, ma neppure in giudizi critici mirati e capacità di apprendimento dal corso faticoso delle esperienze? Mentre gli orizzonti politici e sociali che si delineano sembrano destinati a travolgere qualunque concezione della disciplina incautamente auto-referenziale e celebrativa (o peggio, a conservarla come mero simulacro).

Pier Carlo Palermo

 

 

Riferimenti
Bianchetti, C. (2008), Urbanistica e sfera pubblica, Donzelli, Roma

Bianchetti, C. (2011), Il Novecento è davvero finito. Considerazioni sull'urbanistica, Donzelli, Roma
Bianchetti, C. (2016), Spazi che contano. Il progetto urbanistico in epoca neo-liberale, Donzelli, Roma
Consonni, G. (2016), Urbanità e bellezza. Una crisi di civiltà, Edizioni Solfanelli, Milano
Palermo, P.C. (2016a), "L'urbanistica può essere moderna solo se si mette in discussione", in Clementi, A. Forme imminenti. Città e innovazione urbana, LISt Lab, Trento, pp.81-92
Palermo, P.C. (2016b), "Per un'urbanistica che non sia un simulacro", Città come bene comune, casadellacultura.it; ora in Riboldazzi, R. (2017), (a cura di) Città Bene Comune 2016. Per una cultura urbanistica diffusa, Edizioni Casa della Cultura, Milano, pp. 72-86
Secchi, B, (2013), La città dei ricchi e la città dei poveri, Laterza, Roma-Bari
Secchi, B. (2016), Il futuro si costruisce giorno per giorno. Riflessioni su spazio, società e progetto (a cura di Giulia Fini), Donzelli, Roma

 

N.d.C. - Pier Carlo Palermo è professore emerito di Urbanistica al Politecnico di Milano dove ha fondato e diretto il Dipartimento di Architettura e Pianificazione ed è stato preside della Facoltà di Architettura e Società.

Tra i suoi libri: Trasformazioni e governo del territorio (Franco Angeli, 2004); Innovation in Planning: Italian Experiences (Actar, 2006); con G. Pasqui, Ripensando sviluppo e governo del territorio (Maggioli, 2008); I limiti del possibile. Governo del territorio e qualità dello sviluppo (Donzelli, 2009); con D. Ponzini, Spatial planning and urban development (Springer, 2010); con D. Ponzini, Place-making and urbandevelopment (Routledge, 2015).

Per Città Bene Comune ha scritto: Per un'urbanistica che non sia un simulacro (5 febbraio 2016); ora in R. Riboldazzi (a cura di), Città Bene Comune 2016. Per una cultura urbanistica diffusa, Edizioni Casa della Cultura, pp. 72-86; Non è solo questione di principi, ma di pratiche (18 gennaio 2017).


Sul libro di Cristina Bianchetti oggetto di questo commento, v. anche:
F. Indovina, Quale urbanistica in epoca neo-liberale (3 febbraio 2017) e M. Bricocoli, Spazi buoni da pensare (4 maggio 2017).


Di questo stesso libro si è discusso con l'autrice alla Casa della Cultura il 9 maggio 2017 - nell'ambito del ciclo Città Bene Comune 2017 - con Vittorio Gregotti, Giancarlo Paba, Pier Carlo Palermo.

N.B. I grassetti nel testo sono nostri

R.R.


© RIPRODUZIONE RISERVATA

30 Giugno 2017

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

ideato e diretto da
Renzo Riboldazzi

in redazione
Elena Bertani
Oriana Codispoti

cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

Gli incontri

2013: programma/present.
2014: programma/present.
2015: programma/present.
2016: programma/present.
2017: programma/present.

 

 

Interventi, commenti, letture

2015: online/pubblicazione
2016: online/pubblicazione
2017:

F. Indovina, Pianificazione "antifragile": problema aperto, commento a I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

F. Gastaldi, Urbanistica per distretti in crisi, commento a A. Lanzani, C. Merlini, F. Zanfi (a cura di), Riciclare distretti industriali (Aracne, 2016)

G. Pasqui, Come parlare di urbanistica oggi, commento a B. Bonfantini, Dentro l'urbanistica (Franco Angeli, 2017)

G. Nebbia, Per un'economia circolare (e sovversiva?), commento a E. Bompan, I. N. Brambilla, Che cosa è l'economia circolare (Edizioni Ambiente, 2016)

E. Scandurra, La strada che parla, commento a L. Decandia, L. Lutzoni, La strada che parla (FrancoAngeli, 2016)

V. De Lucia, Crisi dell'urbanistica, crisi di civiltà, commento a G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

P. Barbieri, La forma della città, tra urbs e civitas, commento a A. Clementi, Forme imminenti (LISt, 2016)

M. Bricocoli, Spazi buoni da pensare, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

S. Tagliagambe, Senso del limite e indisciplina creativa, commento a: I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

J. Gardella, Disegno urbano: la lezione di Agostino Renna, commento a: R. Capozzi, P. Nunziante, C. Orfeo (a cura di), Agostino Renna. La forma della città (Clean, 2016)

G. Tagliaventi, Il marchio di fabbrica delle città italiane, commento a: F. Isman, Andare per le città ideali (il Mulino, 2016)

L. Colombo, Passato, presente e futuro dei centri storici, commento a: D. Cutolo, S. Pace (a cura di), La scoperta della città antica (Quodlibet, 2016)

F. Mancuso, Il diritto alla bellezza, riflessione a partire dai contributi di A. Villani e L. Meneghetti

F.Oliva, "Roma disfatta": può darsi, ma da prima del 2008, commento a: V. De Lucia, F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi, 2016)

S.Brenna, Roma, ennesimo caso di fallimento urbanistico, commento a V. De Lucia e F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi 2016)

A. Calcagno Maniglio, Bellezza ed economia dei paesaggi costieri, contributo critico sul libro curato da R. Bobbio (Donzelli, 2016)

M. Ponti, Brebemi: soldi pubblici (forse) non dovuti, ma, commento a: R. Cuda, D. Di Simine e A. Di Stefano, Anatomia di una grande opera (Ed. Ambiente, 2015)

F. Ventura, Più che l'etica è la tecnica a dominare le città, commento a: D. Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città (Ombre corte, 2016)

P. Pileri, Se la bellezza delle città ci interpella, commento a: G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

F. Indovina, Quale urbanistica in epoca neo-liberale, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

L. Meneghetti, Discorsi di piazza e di bellezza, riflessione a partire da M. Romano e A. Villani

P. C. Palermo, Non è solo questione di principi, ma di pratiche, commento a: G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

G. Consonni, Museo e paesaggio: un'alleanza da rinsaldare, commento a: A. Emiliani, Il paesaggio italiano (Minerva, 2016)

 

 

Nel blog

Per una città dell'accoglienza commento a: i. Agostini, G. Attili, L. Decandia, E. Scandurra, La città e l'accoglienza (manifestolibri, 2017