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MILANO: FARE DELLA STORIA UNA SPERANZA


Commento al libro di Giorgio Bigatti



Giancarlo Consonni


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Milano. Metamorfosi e matrici di una capitale industriale (Mimesis, 2024) è il libro di una vita. È da più di 45 anni che Giorgio Bigatti lavora a questa impresa, a partire dalla tesi di laurea sulle trasformazioni di Milano nella prima metà dell’Ottocento, discussa nel 1980, relatore Franco Della Peruta, suo maestro. Una ricerca ininterrotta a cui l’autore avrà sicuramente modo di aggiungere altri splendidi capitoli.

Le singole parti e l’architettura del libro sono venute precisandosi nel corso degli anni sotto le domande poste dalle trasformazioni dirompenti che hanno investito la città ambrosiana (a dimostrazione che il lavoro dello storico è guidato anche dalla necessità di dare risposte a questioni attuali). Trasformazioni in due atti: dapprima, nell’ultimo quarto del Novecento, la gigantesca dismissione di un complesso e articolato apparato industriale intimamente innestato sul corpo della città periferica (fino alle propaggini di Sesto San Giovanni); e poi, nel nuovo secolo, una riconversione dell’economia urbana che, a fronte di uno sconquasso sociale di ingenti proporzioni, ha comunque consentito a Milano di mantenere un ruolo di primo piano nel quadro nazionale, e non solo sul piano economico. Una performance che, osserva l’autore, spicca anche a confronto con gli altri due vertici del Triangolo industriale, Torino e Genova; città che, per ragioni diverse, stentano a risollevarsi pienamente dalla condizione in cui sono precipitate con il venir meno di larga parte dell’apparato industriale (pp. 235-236).

Ed ecco la quaestio princeps che informa il libro e che diviene esplicita nell’ultima parte: come è stata possibile e che caratteri assume l’uscita milanese dalla crisi? L’autore si muove con cautela, anche richiamando le conclusioni a cui sono giunti altri ricercatori. A cominciare da due studiosi di valore, di cui piangiamo la prematura scomparsa: Giuseppe Berta, che, a ragione, ha definito «ambigua» la forza «che muove la nuova Milano e ne accelera la corsa verso la ricchezza e l’edilizia» (1), e Serena Vicari Haddock, che ha indicato come le recenti trasformazioni urbane vedano all’opera «operatori specializzati, dai developer agli operatori finanziari che assumono un ruolo centrale nella progettazione e nella costruzione del progetto detenendo expertise specifiche ed essendo in grado di mobilitare risorse materiali e immateriali di grandi entità»(2).

Bigatti non manca di menzionare le interpretazioni opposte, celebrative del “Modello Milano”(3). Voci partecipi, aggiungo io, di un bombardamento mediatico che celebrava i fasti dei nuovi padroni della città – con la grande finanza internazionale a trainare gli investimenti immobiliari – e che ha visto in un ruolo servile i due maggiori quotidiani nazionali. Un’ubriacatura – l’ha ben sviscerata Lucia Tozzi(4) – che non è del tutto spenta e che è andata di pari passo con il sovvertimento dello skyline urbano. Con due effetti: da un lato, la pesante erosione dell’urbanità con il proliferare di deserti relazionali e il parallelo involgarimento dell’architettura (un insulto a una città che – con l’eccezione della parentesi fascista – è stata da sempre contrassegnata da discrezione e propensione dialogica, come Alberto Savinio non ha mancato di rimarcare); dall’altro, l’avanzare di processi sempre più virulenti di espulsione degli abitanti che, oltre a privare Milano di quote rilevanti di «lavoratori essenziali»(5), investe ormai anche porzioni crescenti di ceto medio. Fatti dalle conseguenze devastanti, su cui, tra le poche voci a richiamare l’attenzione, si è recentemente levata quella autorevole dell’Arcivescovo Mario Delpini. Bigatti lascia un po’ in ombra questi aspetti, che pure sono cruciali anche ai fini di quello che gli sta a cuore, ovvero lo scavo sulle matrici e sulle ragioni su cui il capoluogo lombardo fonda la sua capacità di darsi risorse per non affondare nella competizione in cui, volenti o nolenti, nel capitalismo maturo si vengono a trovare i contesti metropolitani.

L’autore fa bene a richiamare l’affermazione di Sergio Fontegher Bologna secondo cui «in fin dei conti il vero protagonista del capitalismo contemporaneo sotto tutte le latitudini è il real estate»(6). Ma se la sintesi di Bologna è ineccepibile, comunque la si rigiri, la tendenza in atto porta in evidenza un dato altrettanto difficile da contestare: tutto questo è potuto accadere per la totale inadeguatezza della politica. Il fatto poi che l’invasione predatoria della finanza internazionale nel campo della cosiddetta “rigenerazione urbana” (nella gran parte dei casi, si dovrebbe dire “disurbana”) si registri in molti contesti nazionali non significa che si tratti di un processo ineluttabile. Né può costituire un alibi, per una realtà come quella italiana in prima linea per l’assenza di una risposta politica alla nuova aggressività del capitale finanziario: un’assenza a tutti i livelli, dal Governo centrale alla guida amministrativa delle città. Su questo fronte Milano è purtroppo un caso esemplare (come le vicende del cosiddetto “SalvaMilano” stanno confermando). Sono sempre più i grandi e medi investitori nella speculazione edilizia (espressione curiosamente desueta) a decidere la trasformazione – e l’alterazione – del tessuto urbano e a selezionare, indisturbati, chi ha diritto alla città, ridisegnandone la composizione e la topografia sociale. Si dirà che non si tratta di una novità. A essere nuova – rispondo – è la misura: se, soprattutto nel corso nel Novecento, Milano si è venuta qualificando come centro di attrazione e repulsione, resta il fatto che la stagione aurea della moderna vicenda milanese – gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso – deve non poco del suo fiorire alla capacità della città di accogliere non solo le manovalanze necessarie alla crescita industriale ma anche le energie che ne hanno consolidato il ruolo negli ambiti della cultura e della ricerca.

Si prenda il sistema del design, uno dei vessilli – l’altro è la moda e, di recente, il turismo – che la città ha inalberato per segnalare ai quattro venti i suoi successi. Gli strepitosi risultati conseguiti dall’accoppiata tra piccole aziende a conduzione famigliare e una schiera di geniali progettisti che ha fatto di Milano la capitale del design, a dispetto dei successi planetari del Salone del mobile, non sembra rinnovarsi da quando la gran parte di quelle realtà industriali sono finite nei portafogli di grandi investitori internazionali. E in questo conta, credo, proprio il venir meno di un complesso di condizioni: un’‘atmosfera’, se così si può dire, in cui il carattere accogliente e inclusivo della città ha avuto un peso non trascurabile.

A Bigatti non sfuggono certo le contraddizioni della presente stagione, ma tiene la barra dritta, nella convinzione – supportata da una serie di indicatori – che, sotto la vistosa metamorfosi degli ultimi decenni, ci sia dell’altro e, in particolare, non siano del tutto esauriti i germi e le risorse che la città ha accumulato nel corso della sua storia, a cominciare dal persistere di una mentalità aperta e dalla disponibilità a intraprendere avventure sul versante della produzione, e non solo.

 

Nell’affascinante e convincente quadro di lungo periodo tracciato nell’introduzione – a suo modo una laudatio urbis nello stile di Carlo Cattaneo, da sempre suo riferimento cardinale – Bigatti richiama l’attenzione sulle radici profonde che hanno plasmato nei secoli civitas e urbs: un modello su cui, all’origine, a lasciare l’impronta maggiore è la campagna, in particolare quella modellata dalla costruzione plurisecolare della rete irrigatoria che ha ridisegnato ab imis la “natura” facendo di vaste plaghe della pianura lombarda una «patria artificiale»(7). Nella Bassa irrigua il costituirsi di un’agricoltura precocemente capitalista con la distinzione del proprietario dall’affittuario conduttore del fondo (di fatto un imprenditore capitalista) e con il ruolo svolto dai tecnici (gli ingegneri idraulici, i campari a cui spettava il governo delle acque) ha messo in campo delle figure intermedie che hanno contribuito a rendere precocemente complesso il quadro sociale (ben diversamente dalle aree del latifondo meridionale). Così, seguendo la lezione di Emilio Sereni(8), Bigatti ci mostra come il fare che ha modellato i paesaggi si sia riverberato nel farsi del corpo sociale. Con effetti, si può aggiungere, non solo sulla città maggiore, ma anche sulle minori (si pensi a Vigevano, Lodi, Codogno, Casalpusterlengo, Crema ecc.), dove un visitatore attento come Arthur Young, in quelle da lui visitate nel 1789 (Lodi e Codogno), poteva stupirsi di trovare la presenza di teatri d’opera(9).

Se poi si estende l’orizzonte al quadro dell’Altopiano asciutto – dove la piccola azienda contadina è stata a sua volta il brodo di coltura di una propensione piccolo-imprenditrice –, il quadro di un mondo rurale tutt’altro che statico può spiegare come nella realtà milanese l’interdipendenza e l’interazione fra città e campagna abbiano avuto un grande peso, tanto da tradursi con largo anticipo sulle altre città italiane – e con una forza senza paragoni – in dinamiche di segno metropolitano(10). Lo si vedrà nel modo in cui procede l’industrializzazione, con la formazione, nelle campagne dell’agricoltura asciutta, di un solido basamento industriale nel settore tessile: da un lato, la gelsibachicoltura e le prime lavorazioni della seta diffuse nei villaggi rurali; dall’altro, i cotonifici – e, più limitati, i linifici – concentrati in prossimità dei fiumi. E lo si vedrà nella risposta della città maggiore, dapprima nell’intermediazione commerciale e nelle attività bancarie e poi con l’avvio dell’industria meccanica (trasporti e macchinari) e, a seguire, di quella chimica. E via e via, in un gioco di interazioni tra città e hinterland che è durato almeno fino alla radicale deindustrializzazione (che ha investito Milano città e poi, per una parte considerevole, anche la periferia metropolitana). Ma, prima di questa estesa dissoluzione, il panorama offerto da Milano (e dall’intero ambito metropolitano) aveva segni distintivi che non si ritrovano in altri contesti nazionali. Su questo, con grande competenza, Bigatti dà conto nella prima parte del volume, in una narrazione densa e scoppiettante. Non essendo qui possibile seguirla per esteso, estraggo, semplificando, tre punti in cui si possono riassumere i tratti peculiari di una vicenda che ha portato Milano al ruolo di capitale economica d’Italia:

- multipolarità e complessità di un apparato produttivo caratterizzato da un ampio ventaglio di settori merceologici e da un’articolazione notevole quanto alle dimensioni delle attività (dalla grande, alla media, fino alla piccola industria, senza dimenticare un artigianato che permeava il corpo urbano anche nelle aree intermedie);

- una robusta interdipendenza tra l'apparato produttivo e i settori commerciali e finanziari, la cui crescita ha consentito a Milano di estendere la sua influenza a livello nazionale;

- i processi osmotici tra la cultura del fare e la cultura tout court, con un humus alimentato da un settore come l’editoria, già solidissimo ai primi dell’Ottocento, e dal fiorire di un variegato ventaglio di professioni, per alcune delle quali la creatività è il loro motore primo.

Sugli «aspetti non materiali e relazionali dello sviluppo economico» l’autore torna più volte ripercorrendo la storia della città dall’Ottocento al boom economico. Il risultato è un racconto avvincente che sa mettere in evidenza nodi cruciali per la comprensione sia delle dinamiche dello sviluppo sia dei modi in cui si sono venuti ridefinendo il corpo fisico della città e la sua struttura sociale. Via via, nel susseguirsi di pagine densissime, torna quella che si può definire una costante: l’ampia e complessa articolazione delle energie in campo. Un quadro che, non senza ragione, consente all’autore di affermare, che «Nel caso di Milano [è] questa commistione di attori e di mondi a costituire la ragione profonda della sua capacità di generare ricchezza che l’ha resa famosa dai tempi di Bonvesin de la Riva e che le ha consentito di cogliere le opportunità della “crescita economica moderna” senza rimanere ingabbiata in una delle sue forme quando il ciclo dell’industria è arrivato alla sua conclusione» (pp. 43-44).

Bigatti si spinge a fare della storia una speranza. Se «L’ipotesi sottostante al volume è che la maggiore rapidità nel ritrovare le vie della crescita [è] dipesa in misura non lieve dalle modalità con cui era stata vissuta la precedente stagione industriale» (p. 236), quella continuità, è sua convinzione, «sembra riproporsi oggi nel momento in cui la globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta, è entrata in mora e, a detta di molti, potremmo essere di fronte a un nuovo turning point della storia» (p. 44).

Ma, caro lettore, questo mio commento è manchevole: trascura di seguire passo passo una vicenda come la storia di Milano in età contemporanea, che Giorgio Bigatti conosce come pochi e sa rendere affascinante. E questo perché voglio lasciare a te il piacere della scoperta.

Giancarlo Consonni

 

 

 

Note
1) G. Berta, La via del Nord. Dal miracolo economico alla stagnazione, Il Mulino, Bologna 2015, p. 193.
2) S. Vicari Haddock, Progetti e attori della grande trasformazione, in Milano. Città poliedrica tra innovazione e sostenibilità, a cura di F. Zajczyk e S. Mugnano, Rubbettino, Soveria Mannelli 2019, p. 36. Le citazioni di Berta e Vicari Haddock sono nel testo di Giorgio Bigatti
3) Come alcune di quelle raccolte in P. Landonio, Modello Milano. I vent’anni che hanno cambiato la città, Laurana, Milano 2018.
4) L. Tozzi, L'invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane, Cronopio, Napoli 2023.
5) La situazione è ben sintetizzata in M. Alfieri, Dai sanitari agli autisti, Milano troppo cara per i lavoratori essenziali, in «Il Sole-24 Ore», 22 dicembre 2024.
6) S. Bologna, Sulla rappresentatività del lavoro di oggi e sulla memoria del lavoro di ieri, in Dalla classe operaia alla creative class, DeriveApprodi, Bologna 2009, p. 18.
7) C. Cattaneo, Agricoltura e morale, in Atti della Società d’incoraggiamento d’arti e mestieri. Terza solenne distribuzione dei premi alla presenza di S.A.I.R. il Serenissimo Arciduca Vicerè nel giorno 15 maggio 1845, Milano 1845, ora anche in Id., Scritti sulla Lombardia, a cura di G. Anceschi e G. Armani, I. Profili storico-economici della Lombardia e di città lombarde, Ceschina, Milano 1971, p. 326.
8) Il riferimento è alla lezione di Emilio Sereni, quando a proposito dei paesaggi agrari scrive: «Quel dato paesaggistico stesso diverrà insomma per noi una fonte storiografica solo se riusciremo a farne non un semplice dato o fatto storico, ancora una volta, bensì un fare, un farsi di quelle genti vive: con le loro attività produttive, con le loro forme di vita associata, con le loro lotte, con la loro lingua che di quelle attività produttive, di quella vita associata, di quelle lotte era il tramite, anch’esso vivo, produttivo e perennemente innovatore». E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Laterza, Bari 1972 (1961), p. 19.
9) A. Young, Voyage en Italie pendant l’année 1789, Fuchs, Paris 1796, p. 75.
10) Rinvio a G. Consonni, G. Tonon, La terra degli ossimori. Caratteri del territorio e del paesaggio della Lombardia contemporanea, in Aa. Vv., Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Lombardia, a cura di D. Bigazzi e M. Meriggi, Einaudi, Torino 2001, pp. 51-187.

 

N.d.C. - Giancarlo Consonni, professore emerito di Urbanistica del Politecnico di Milano, dirige l'Archivio Piero Bottoni che ha contribuito a fondare.

Tra i suoi libri: L'internità dell'esterno. Scritti su l'abitare e il costruire (Clup, 1989); con L. Meneghetti e G. Tonon (a cura di), Piero Bottoni. Opera completa (Fabbri, 1990); Addomesticare la città (Tranchida, 1994); Dalla radura alla rete. Inutilità e necessità della città (Unicopli, 2000); con G. Tonon, Il «lapis zanzaresco» di Pepin. Giuseppe Terragni prima del progetto (Ronca, 2004) e Terragni inedito (Ronca, 2006); La difficile arte. Fare città nell'era della metropoli (Maggioli, 2008); La bellezza civile (Maggioli, 2013; Éditions Conférence, 2021); Urbanità e bellezza. Una crisi di civiltà (Solfanelli, 2016), La forma della convivialità. I tavoli ellittici di Piero Bottoni (La Vita Felice, 2018), Il design prima del design. Piero Bottoni e la produzione dei mobili in serie in anticipo sulla società dei consumi (La Vita Felice, 2023); Non si salva il pianeta se non si salvano le città (Quodlibet, 2024).

Tra i molti saggi sulla metropoli milanese: (con G. Tonon) La terra degli ossimori. Caratteri del territorio e del paesaggio della Lombardia contemporanea, in Aa. Vv., Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Lombardia, a cura di D. Bigazzi e M. Meriggi, Einaudi, Torino 2001, pp. 51-187; (con G. Tonon) Milano, la questione metropolitana, in «Archivio Storico Lombardo», dicembre 2020, pp. 41-65; Milano 1923-1963. Tre guerre contro la misura dialogica, in «ACME. Annali della Facoltà di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Milano», Vol. LXXIII, 2/2020, pp. 173-198.

Tra gli scritti sulla cultura architettonica e urbanistica e sulle questioni insediative: G. Consonni, Conférence à Milan, in Marida Talamona (a cura di), L’Italie de Le Corbusier, XVe Rencontres de la Fondation Le Corbusier, Editons de La Villette, Paris 2010, pp. 188-199; G. Consonni, Le Corbusier: rivoluzionario, sublime, antiurbano, Ogni uomo è tutti gli uomini, Bologna 2012; Tra Cartesio e Vico. La contraddizione dei razionalisti italiani, in Aa. Vv., Architettura e realismo. Per una nozione operativa di realismo: espressione critica e impegno civile, a cura di Gentucca Canella e Elvio Manganaro, Maggioli, Santarcangelo di Romagna 2015, pp. 104-135; «Una cultura che esige molto». Colloquio immaginario con Carlo De Carli sul rinnovamento della Facoltà di Architettura di Milano, in Aa. Vv., Carlo De Carli 1910-1999. Lo spazio primario, a cura di Roberto Rizzi, Angeli, Milano 2016, pp. 68-87; Edoardo Persico: le contraddizioni della modernità, in «Strumenti critici», a. XXXII, n. 3, settembre 2017, pp. 385-398; (con G. Tonon), Architettura e natura, in «Rivista di psicologia analitica», numero monografico su Umana natura, a cura di Barbara Maximilla e Clementina Pavoni, n.s., n. 52, vol. 104/2022, pp. 119-130; Abitanti, ovvero tessitori di urbanità, in «Gli Asini», n. 101, 2022, pp. 18-22.

Ha pubblicato sette raccolte di poesia presso gli editori Scheiwiller ed Einaudi. L’opera pittorica è documentata in Ritmi e soglie (2018), Sognando la Liguria. 1994-1998 (2019); Stagioni. 1980-1998(2021), Luoghi e paesaggi. 1961-2021(2021), Nel blu. Collage 2013 (2022), Nel grigio. Collage 2016(2022), L’uccello di fuoco. Ascoltando Stavinskij. 1995-1996 (2022), Omaggio a Erik Satie, 1998 (2022), Ascoltando Bach. Collages 2016-2022 (2022), Apparenze e graffiti, 1982-2001 (2024), Incantamenti. 1991-1998 (2024), Textures e paesaggi. Collages 1975-2022 (2025), Tarsie e altri collages 2000-2024 (2025), Studi per arazzi. Collages 2003 (2025), editi da La Vita Felice.

Per Città Bene Comune ha scritto: Un pensiero argomentante, dialogico, sincretico, operante (2 giugno 2016); Museo e paesaggio: un'alleanza da rinsaldare (13 gennaio 2017); Coscienza dei contesti come prospettiva civile (9 febbraio 2018); In Italia c'è una questione urbanistica? (15 giugno 2018); Le ipocrisie della modernità (23 novembre 2018); La rivincita del luogo (25 luglio 2019); Le pratiche informali salveranno le città? (15 novembre 2019); Città: come rinnovarne l’eredità (20 novembre 2020); La coscienza di luogo necessaria per abitare (12 marzo 2021); Il passato come risorsa del progetto (10 settembre 2021); La bellezza come modo di intendersi (7 gennaio 2022), Una città visionaria per catturare l’incanto (7 luglio 2022); La parola come abito morale (30 settembre 2022); Roma: il possibile riscatto (28 giugno 2024).

Sui libri di Giancarlo Consonni, in questa rubrica: Pierluigi Panza, Se etica ed estetica non si incontrano più (16 dicembre 2016); Paolo Pileri, Se la bellezza delle città ci interpella (10 febbraio 2017); Vezio De Lucia, Crisi dell’urbanistica, crisi di civiltà (18 maggio 2017); Andrea Villani, L’ardua speranza di una magnificenza civile (15 dicembre 2017); Rita Capurro, La cultura per la vitalità dei luoghi urbani (23 gennaio 2018); Francesco Erbani, Casa e urbanità, elementi del diritto alla città (15 gennaio 2021); Imma Forino, Una casa (e un arredo) per tutti (23 febbraio 2024); Salvare le città: una questione politica (27 settembre 2024); Agostino Petrillo, La bellezza salverà le città? (22 novembre 2024).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri

R.R.

 

 

 


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14 MARZO 2025

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F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)

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