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Non è facile presentare questo libro di Massimo Venturi Ferriolo e Gianni Burattoni – Un'estetica di progetto. Visioni del paradiso per un'arte del sogno (Franco Angeli, 2024) – così puntuale, rigoroso, sensibilissimo alla relazione tra progetto e opera, comunità e paesaggio, denso di suggerimenti e stimoli oltre ad essere esempio di un grande lavoro sul fare giardino e paesaggio insieme: tutto viene visto qui ruotare attorno all'idea, composita e assolutamente necessaria, di una nuova poesis che da un luogo secondo progetto, da un luogo paesaggio-giardino, possa diffondersi estesamente all'intero pianeta. Un esempio di politica della bellezza per essere allo stesso tempo bellezza della politica agente. Ma ci proveremo.
La tesi di fondo muove dalla considerazione che la natura trovi la sua intima dignità nel lavoro dell'umanità intera, e che essa umanità sia allo stesso tempo rispettosa e gioiosa, fabbricatrice e creatrice di sostentamento per tutti. Favorire un corretto sfruttamento delle risorse della terra per un equilibrio capace di disegnare il nuovo pensando al mito, riflettendo così le forme dell'antico e, al contempo, promuovendo l'immaginario, dovrebbe mostrarsi, secondo gli autori, modello attivo di verità universale. Estetica di progetto esprime tutta la sua genialità sin da un primo sguardo evitando di ricorrere ai cosiddetti e consumati dati “intelligenti”, da quelli artificiali a quelli urbani, uno stereotipo che sfinisce ogni profonda ricerca, perché in sostanza questi dati si rivelano in gran parte ingannevoli. Avvertendo invece strutturalmente la posta in gioco del tempo attuale, una tale estetica di progetto adegua l'urgenza del provvedere al bene da tutelare o scoprire e lo fa scegliendo di stare sotto l'egida dell'arte; trovando, inventando, misurando e costruendo appunto, su questa base, nel migliore dei modi possibili, la visione stessa del mondo. Apre anche, come si è accennato, sul piano politico, una potente configurazione di atti d'invenzione e immaginazione, che siano radicati nell'esperienza e nella realtà dei casi, in modo da superare la crisi attuale, gravissima, del fare giardini, orti, paesaggi e architettura insieme, mirando più in alto, a un'integrata “eutopica” della realtà vivente. Questo è il disegno degli autori: il sogno come progetto, il progetto come sogno, linea che lo differenzia da tutti gli altri discorsi possibili sul rapporto tra natura e architettura. Dietro il sipario della realtà sempre più falsa perché fornita dalle tecnologie digitali, e lontano dalle furbizie delle archistar, gli autori vogliono svelare una visione d'origine per rimettere in luce la ricerca di ciò che un tempo veniva chiamato “paradiso”; per praticare in tal modo un'arte del sogno da cui ricominciare in vista di una vita sociale felice. Potremmo chiamarla una visio somniata, non assopita però, ma agìta in vista di un futuro destino della nostra specie, affinché non cada in oblio la fonte stessa del suo spirito.
Ma come possiamo continuare a parlare di questo libro se non ricordando che il pensiero di Massimo Venturi Ferriolo, filosofo del paesaggio e della natura, è stato elaborato principalmente in questi due lavori: Giardino e filosofia del1992 e in Oltre il giardino. Filosofia di paesaggio del 2019? Pensiero accolto in pieno da Gianni Burattoni, artista, disegnatore, autore di installazioni, seguace nel tempo di Louis Aragon, Yves Abrioux, Jacques Leenhardt, e autore lui stesso di “giardini invisibili”, effimeri, lasciati alla sorte come le Ninfe e Icaro. Un lavoro prezioso che evoca sublimità nascoste di un Ian Hamilton Finlay o fisionomie arboree alla Bernard Lassus. In Oltre il paesaggio (2019) Venturi Ferriolo aveva esposto il concetto moderno di natura-oggetto nato nell'Europa del Seicento in confronto alla physis dei Greci, e poi portato a uno stato di grave sofferenza dall'industrializzazione e dalla recente urgenza climatica. La condizione “postumana” dell'epoca attuale ha spinto gli autori a interrogarsi sull'impatto delle attività e sulla stessa natura, per conseguenza sulla cultura in quanto oggetto del nostro sguardo indagatore. I concetti, in questo approccio, vanno quindi opportunamente rivisitati, iniziando da quello della physis, per una riflessione sull'intermediazione tra due saperi contemporanei, fondati da un lato sulla modificazione genetica e dall'altro sulle scienze neuronali. L'opposizione tra natura e cultura può essere interpretata alla luce delle relazioni complesse e interattive dell'uomo e del suo ambiente, al di fuori di un mero sfruttamento delle risorse, rese cioè soltanto sul piano meramente ambientalistico o economicistico. Bisogna infatti dirigersi, sostiene Venturi Ferriolo, e lo segue Burattoni con i suoi disegni pienamente congeniali allo scopo e specularmente efficaci di bellezza interpretante, verso un altrove “altermondialista”. A più riprese, nelle sue precedenti opere, aveva sostenuto “un'eutopia in grado di realizzare la vera umanità” prefigurando nuovi modelli, nuove forme di convivenza per trasformare mitopoieticamente il mondo intero in giardino. Il tema era stato chiarito già in Paesaggi in movimento. Per un'estetica della trasformazione (2016) e in Etiche del paesaggio (2002). Il paesaggio, in quest'ultimo, veniva indagato come realtà etica, risultato dell'operosità dell'uomo nella natura stessa, ambito complessivo della vita, ma nel significato più peculiare di progetto del mondo umano. Un'estetica che parte da lontano, in un doppio riflesso del filosofo e della storia umana: da quando l'umanità ha incominciato a trasformare il proprio ambiente naturale per creare i luoghi dell'abitare e che inizia parallelamente, per il nostro autore, dal Grembo della vita (1989), altra opera strettamente unita a quest'indagine per orientare le origini dell'idea di giardino verso un futuro migliore. Ne sintetizziamo il motto: forgiamo il futuro esplorando l'antichità.
Antico, moderno, contemporaneo: i millenni scorrono portando icone nascoste nella storia con aspettative per un mondo via via sempre diverso che possa comunicare nella pace, nella sobrietà, prospettando l'immagine di un giardino antico come quello del frammento di Sofocle nel quale cresceva ogni prosperità o come quello dell'età dell'oro quando gli uomini possedevano tutte le cose belle. Età che precede la grande Babele del mondo. Nel solco di questa tradizione teorica, che studia l'anima profonda del meraviglioso mitologico del giardino lungo la storia, e di fronte all'asprezza e terribilità dell'ordinario, si pone l'artista Gianni Burattoni nell'offrire (p.38) “una descrizione architettonico naturale dove il tempo delle origini è la nostalgia di un tempo perfetto”. Una perfezione dell'arte del caché, del nascosto, ai margini, per una meditazione sul tempo del Genius loci, a favore di un mistero sacro, segreto e poco percepibile, lungo un percorso di camuflage bucolique come lo chiama suggestivamente Hervé Brunon nella Postfazione. Un'attenzione tutta giocata sull'attesa dello sguardo, allo scopo di evidenziare, nei disegni, i luoghi di un'arte della natura in progress, tra nascondimento e rivelazione, felice sintonia con la filosofia del giardino esposta da Venturi Ferriolo. Con un pregevole lavoro d'ispirazione neoclassica e neoarcadica inventa una poetica del ritrovamento per una rinnovata formula dell'Et in Arcadia Ego. Corpo e spirito di un sogno a occhi aperti che emana dal Mysterium Tremendum et Fascinans e s'innesta nel Mondo di Pan con un segno grafico che illustra e squarcia come un grido nel cielo per avvertire della perdita della nostra innocenza. Burattoni allestisce il giardino dell'arte del sogno, esposto da Venturi Ferriolo con lo stupore, motore primo della conoscenza, tecnica rivelativa della natura stessa che da tempo vediamo ferita nel suo essere paesaggio per tutti. Una tecnica che diventa anche cura della nostra immagine condannata, essendo noi immersi nella solitudine del distacco dal divino che nel mito ci faceva appartenere al Tutto.
Questa estetica, che è anche antropologia, del progetto riguarda il giardino molteplice, inclusivo, riflette varie culture nell'arco di una plurima espressione sociale neoparadisiaca, ed è anche comunicazione e mezzo che prende cura dei suoi abitanti. Paradiso come giardino dell'intero pianeta, un giardino in un'ampia gamma di significati: spazio comune di felicità e piacere, sede di coltivazioni, luogo divino, luogo dei beati, giardino dei filosofi, giardino della preghiera, orto del povero, recinto sacro, luogo conviviale.
Capire, sognare, immaginare, percepire, creare il nostro futuro dal respiro delle piante e della terra è la visione dei nostri autori per un'arte che plasmi il sogno nella realtà. Abbiamo bisogno di questa relazione tra l'arte e la visione, tra il fare e l'immaginare. Di entrambi gli autori possiamo dire che sono poeti. Essi s'incontrano nel terreno della poesia che canta e inventa, che opera e incanta. Voce e scrittura, mito e disegno profilano l'immagine di una terra redenta esteticamente, anche estaticamente, ma precisiamolo, questa immagine di luogo riscattato non si dissolve alla luce del giorno, crea fattivamente e illumina il nostro stare insieme nel mondo. Un teatro della visione, dunque, come poietica del contemplare che si renda atto dell'edificare la terra, dell'indurre al bene, dell'istruire la comunità, del commuovere piacendo. Poesia è saper fare, poesia è saper comunicare: la poesia si fa, in questo proposito comune, concreto progetto di salvezza ritrovando le radici del nostro racconto iniziale. La nostalgia, se di nostalgia vogliamo parlare, non è sfinita, essa è un ponte per tempi migliori, un arco radioso di pratiche virtuose che segna il nostro orizzonte di speranza: una passione lontana mai estinta che nacque dal cuore iranico e arrivò ai Greci, nostri progenitori.
Come la quercia di Dodona ci fa ricordare il destino dell'umanità nei suoi segni e oracoli, così qui, nelle sezioni e sentieri del parco, si svolge una trama misteriosa di percorsi secondo una vera e propria “drammaturgia dello sguardo”, tra l'orizzontale, il verticale, l'obliquo, tra i colori della Grande Madre che si traveste in vaso per i transiti da un luogo ad un altro attivando una contemplazione che si manifesta via via per gradi e situazioni, in un cambio strategico di luci e ombre, sul filo di un gioco di corrispondenze: la filosofia da un lato e il disegno e l'illustrazione dall'altro. L'esedra, semplice o doppia, costituita da iscrizioni ben evidenti, installate su supporti, sarà il punto di partenza per questa drammaturgia dello sguardo. Si entra in un luogo dominato dalla scrittura, cioè dalla conoscenza per poi entrare nella foresta e qui perdersi con un occhio nuovo nei diversi giardini, paradisi realizzati. Vari passi tratti da opere di Goethe, Esiodo, Novalis, Schiller, Kant, Voltaire, Assunto, incisi su pietra narrano la nostalgia dell'età dell'oro introducendo il tema del paradiso. Una specie di narrative art, questo parco, tra le arti della natura e le arti della rappresentazione. La legenda chiarisce lo schema e il percorso, dall'esedra dell'età dell'oro verso la luce del Buddha in ventisei stanze, luoghi di un'ampia composizione “poetica” all'insegna del sogno che ospita il paesaggio, come del giardino che ospita il sogno; dove l'Arcadia ritorna a brillare come il teatro a insegnare e a purificare gli animi. Ci troviamo in un insieme di vari paradisi, non solo in un paradiso, e non tanto in un labirinto. Procediamo per belvederi e corridoi, cenni d' occhiali vegetali e simulate rovine, come fossimo nei giardini pittoreschi del Settecento in Gran Bretagna: visioni dell'illusione, astuzia del visibile. Dalla terra che ha sempre l'eco della Grande Madre, sorgono reminiscenze politeiste, ebraiche, cristiane, islamiche, risvegli zoroastriani, indù, cinesi, celtici, persiani, luoghi della riflessione filosofica o della meditazione buddhista. Un immaginario grandioso per la carta di una nuova Villa Adriana.
Il libro, dedicato ad Annalisa Calcagno Maniglio, muove da un'idea estetica nata nel 2012 da Francesco Morelli, Presidente dell'Istituto Europeo del Design, finalizzato alla realizzazione di un parco di “Paradisi” nella sede della Fondazione IED a Villa Parisiorum / Asquer nel comune di Assemini (Cagliari). Riguardava un progetto educativo attraverso la rappresentazione di paradisi immaginati dalle varie culture del mondo con i loro miti. In sostanza concerneva un progetto di riqualificazione ambientale che prevedeva la realizzazione di un parco tematico ad hoc. Lo spunto iniziale era l'invito all'immaginario onirico di Fernando Pessoa, dal testo Poeta è un fingitore: gli dei non sono morti: è morta la nostra facoltà di vederli. E poi dall'impressione che l'arte moderna sia arte di sogno. L'intenzione degli autori è di seguire la lezione di Giambattista Vico riproposta da Ernesto Grassi e rappresentata da Iside entro la quale l'idea progettuale, visibile e invisibile, è la figura stessa della Natura, madre e matrice autogenerantesi, culla di un desiderio di Paradiso come reminiscenza del luogo dei primordi. Rosario Assunto, in Ontologia e teleologia del giardino (1988, p. 159) aveva scritto: “La figura del Paradiso è l'evento ideale mai realmente avvenuto come fatto in sé, ma identico a se stesso e in sé ogni volta diverso, da sempre accade e sempre si rinnova come ragion sufficiente di ciò che avviene nel tempo, che fonda la realtà dei giardini, oggi in via di distruzione”. Burattoni e Venturi Ferriolo intendono qui arrestare la disgrazia della storia dove il kepos era caduto e pensano a una rivisitazione dell'antico giardino come progetto politico, per una visione alla William Morris, dopo la caduta novecentesca dell'arte nel Kitsch e nel provocatorio.
Gli autori mettono le ali al loro progetto. Nelle tappe di questa nostalgia della creazione tra descrizioni, commenti, riflessioni, disegni ci danno un sentiero che non s'interrompe mai e che non cede a contrasti. Con splendidi passi omerici e memorie di bizzarie manieriste s'alza geniale l'incontro tra Occidente e Oriente dando lustro a un parallelismo straordinario, tra parola e immagini. Una guida per il nostro futuro tra natura e architettura. La pianura delle verità d'ispirazione platonica, luogo di contemplazione dell'essere, del divino e dell'intelligibile, è il rifugio d'ogni discorso. Da qui s'irraggia di luce tutto il resto. Come dice Venturi Ferriolo, vi troviamo il “riconoscimento del divino nel mondo attraverso l'accoglienza universale delle religioni in un luogo unico, spazio della multiculturalità e del rispetto dell'altro” (p. 90). È il sogno realizzato da diverse culture, quell'anima mundi di cui parlava James Hillman, in particolare nella conversazione con Silvia Ronchey all'inizio del secolo (2001). Come riporta Venturi Ferriolo alla fine del libro, citandolo espressamente: “Il giardino è l'anima e l'anima non è solo dentro di noi, ma anche fuori di noi. E quando siamo in un giardino, che si tratti di un giardino asiatico o di un giardino alla francese, o di qualunque altro tipo di giardino, si manifesta qualcosa dell'anima mundi. L'anima del mondo si rende visibile e anzi si mette in mostra” (p. 198).
I due autori hanno seguito questo pensiero dai mille risvolti psicologici e antropologici dando vita a un sogno da praticare e vivere. L'estetica di progetto celebra la possibilità di vivere la meraviglia in atto, ciò di cui abbiamo bisogno in quest'epoca di sconvolgente transizione: vivere il paesaggio come un giardino che si fa mondo di sogno. Questo è il loro motto e anche il nostro.
Raffaele Milani
Riferimenti bibliografici Rosario Assunto, Ontologia e teleologia del giardino, Guerini, Milano1988. James Hillman, Il piacere di pensare. Conversazione con Silvia Ronchey, Bur, Milano 2001. Massimo Venturi Ferriolo, Nel grembo della vita, Guerini, Milano1989. Massimo Venturi Ferriolo, Giardino e filosofia, Guerini, Milano 1992. Massimo Venturi Ferriolo, Etiche del paesaggio. Il progetto del mondo umano, Editori Riuniti, Roma 2002. Massimo Venturi Ferriolo, Paesaggi in movimento. Per un'estetica della trasformazione, Derive Approdi, Roma 2016. Massimo Venturi Ferriolo, Oltre il giardino. Filosofia di paesaggio, Einaudi, Torino 2019.
N.d.C. - Estetologo, saggista, già ordinario di Estetica presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell'Alma Mater Studiorum Università degli Studi di Bologna, Raffaele Milani è direttore del Laboratorio di ricerca sulle città e i paesaggi e presidente della sezione di Bologna di Italia Nostra. Keynote speaker e curatore di molti convegni internazionali, è stato membro del comitato scientifico del Ministero francese dell’Ambiente sul tema: “Paysages, Territoires et Transitions". Collabora a importanti istituzioni culturali in Italia e all'estero ed è autore di numerosi saggi tradotti in diverse lingue.
Tra i suoi libri: Il paesaggio è un'avventura (Feltrinelli, 2005); con L. Falqui, L'atelier naturale. Cinema e giardini (Cadmo, 2008); I volti della Grazia. Filosofia, arte, natura (il Mulino, 2009); The Aesthetics of Grace (Peter Lang, 2013); I paesaggi del silenzio (Mimesis, 2014); Forme del paesaggio (traduzione del titolo giapponese, Bruecke, 2014); L'arte della città. Filosofia, natura, architettura (Il Mulino, 2015; tradotto in lingua inglese da Corrado Federici e pubblicato da McGill-Queen's University Press nel 2017); L'arte del paesaggio (il Mulino, 2017); Albe di un nuovo sentire. La condizione neocontemplativa (il Mulino, 2020).
Per Città Bene Comune ha scritto: Per capire bisogna toccare, odorare, vedere (20 aprile 2016); Viaggiare, guardare, capire città e paesaggi (1 settembre 2018).
Sui libri di Raffaele Milani, v. in questa rubrica: Gabriele Tagliaventi, L’arte della città 100 anni dopo (5 maggio 2016); Pier Luigi Cervellati, La città madre di città (11 novembre 2016); Massimo Venturi Ferriolo, Contemplare l’antico, scorgere il futuro (26 marzo 2021).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 13 GIUGNO 2025 |
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