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Quasi mezzo secolo fa ho incontrato l’urbanistica nel fango e nella polvere delle borgate romane, quando ero un giovane militante politico. A quel tempo, per noi essa era il proseguimento della politica con altri mezzi, parafrasando von Clausewitz. La pianificazione presupponeva una lettura politica della città e all’inverso il discorso politico trovava rappresentazione nel progetto urbano. Per un militante era impossibile andare in borgata senza padroneggiare perfino i dettagli tecnici; ho passato anni a discutere dei pozzetti di ossigenazione che dovevano compensare la mancanza delle fogne. E anche i cittadini se ne intendevano; ricordo migliaia di assemblee popolari a discutere la variante a verde e servizi e il risanamento delle borgate. Non usavamo la dotta terminologia dell’urbanistica partecipata, ma la praticavamo a livello di massa.
Poi tra politica e urbanistica c’è stato il divorzio, che ha impoverito entrambe, come accade spesso. La politica ha perso la capacità di analisi strutturale e si è abbandonata al bla bla mediatico. L’urbanistica ci ha forse guadagnato in libertà disciplinare, ma si è dedicata più alle procedure che alle finalità e via via è venuta meno la sua autorità culturale. Il reciproco impoverimento ha anche ridotto gli attori. Non ci sono più le infuocate assemblee popolari, ma tutto si riduce al confronto tra politico e imprenditore, con le aggiunte del tecnico chiamato a legittimare l’accordo e l’archistar a farlo digerire all’opinione pubblica.
Politici e imprenditori sembrano la soluzione e invece sono il problema. I primi hanno devastato le strutture tecniche dei Comuni con la riduzione degli organici, il blocco della trasmissione generazionale dei saperi, il primato della professione giuridica rispetto a quella urbanistica. Gli imprenditori sono frammentati in piccole strutture, secondo una patologia tutta italiana, e procedono a branco facendo tutti le stesse cose a ondate successive: prima le case, poi il terziario, poi i centri commerciali, poi la logistica e ora di nuovo le case, ma solo di lusso. Per fare un esempio di attualità, nessun imprenditore è capace di creare profitto nei cinema in disuso inventando servizi innovativi e fabbriche di cultura popolare, come invece accade in tante città europee.
Tutto ciò indebolisce la capacità di governo dei processi e comporta anche la riduzione di scala: al piano urbanistico si sostituisce sempre più l’intervento edilizio diretto. E ciò è ritenuto normale, proprio mentre le relazioni diventano decisive per governare i problemi più acuti, dalla transizione ecologica alle disuguaglianze sociali. Oggi non abbiamo progettisti come Giancarlo De Carlo (e Franco Bunčuga – Conversazioni su architettura e libertà – elèuthera 2000), che diceva di aver dovuto imparare l’urbanistica per fare buona architettura. E non abbiamo neppure politici come Petroselli, il quale convinse i palazzinari romani a cambiare modo di fare impresa, mettendosi insieme per realizzare i programmi del Comune. Ancora oggi quella stagione è ricordata positivamente dagli stessi imprenditori.
La riduzione degli attori provoca un bias cognitivo. Essendo padroni della scena il politico e l’imprenditore trasformano i loro parzialissimi punti di vista nei problemi generali. Siccome si occupano di norme, questo diventa l’argomento principale. La complessità della trasformazione urbana, oggi investita da fenomeni dirompenti mai visti in passato, viene ridotta alla chiacchiera da bar: “Eh! Signore mio si farebbero cose meravigliose se non ci fosse la burocrazia”. Da almeno trent’anni l’imperativo è stato semplificare. Ad ogni insuccesso si è risposto con nuove norme che hanno ulteriormente complicato le procedure, in una pervicace coazione a ripetere che ha portato al collasso. A nessuno viene il dubbio che le complicazioni siano derivate proprio dalle sedicenti semplificazioni. Modificare vorticosamente leggi e norme è come dare una bottiglia di cognac all’alcolista, sembra un sollievo, ma aumenta la dipendenza.
Milano, la città che ha semplificato di più oggi si trova con i cantieri bloccati e l’amministrazione paralizzata. A Roma il PRG negli anni Novanta venne motivato dall’esigenza di superare la rigidità della vecchia urbanistica mediante il “pianificar facendo”, la formula del mio caro amico Mimmo Cecchini. Eppure, oggi si dichiara ingestibile quel piano e se ne riscrivono quasi tutte le norme tecniche, reiterando la promessa della semplificazione con gli stessi argomenti di allora. E forse con gli stessi esiti, secondo la coazione a ripetere. In effetti, ci sono circa 300 progetti urbanistici approvati, ma non attuati. Per sbloccarli si ricorre solo alle norme, non si prendono neppure in esame altre soluzioni di tipo sostanziale. Per esempio, l’attuazione di quei piani potrebbe essere agevolata dal rafforzamento degli uffici tecnici – ancora meglio dalla creazione di agenzie pubbliche capaci di mobilitare gli attori economici e sociali – oppure dalla promozione di nuove forme imprenditoriali, sull’esempio di Petroselli.
In generale, per la politica italiana è più facile annunciare nuove norme piuttosto che governare i processi. In questo contesto occorre, a mio avviso, collocare il malessere dell’urbanistica che è stato messo a tema con sincerità e rigore nel XXXII congresso dell’INU. Cristo non è morto di freddo, c’è stata la volontà di metterlo in croce. Così laregolazione politico-economica nell’ultimo trentennio ha fatto di tutto per demolire il potere e il prestigio dell’urbanistica. Purtroppo, però, l’assalto ha trovato alcune brecce aperte negli errori compiuti dalla vecchia pianificazione: la parcellizzazione fordista dello zoning, il funzionalismo estraneo alla vita delle persone, l’ingenua razionalità degli attori e dei processi, ecc. Gli urbanisti, in linea di massima, sono brava gente, altrimenti non avrebbero deciso di studiare la cura del bene comune. Non solo riconoscono onestamente gli errori, ma addirittura li vivono come senso di colpa. Da qui discende un certo ripiegamento della disciplina, che perde la fiducia in se stessa, rinuncia alle grandi ambizioni, assume un atteggiamento difensivo e, pur di uscire dall’isolamento, si mimetizza con altre discipline: le smart cities, la concorrenza urbana, la città sostenibile, la città infinita, quella creativa, resiliente, del rammendo e via narrando.
Queste narrazioni ignorano la dimensione spaziale, ma sarebbero pienamente soddisfatte da una buona urbanistica. Con una razionalità non ingenua, con un sapere molteplice, senza mimetismi, con una metodologia mite e il coraggio di nuove ambizioni. L’urbanistica non solo è necessaria e utile, come dice il presidente Michele Talia nella relazione al congresso, deve essere anche orgogliosa nella ricerca di una nuova autorità culturale. Per essere necessaria e utile può limitarsi a rispettare le compatibilità esistenti. Ma per ritrovare l’autorità culturale deve essere avvertita da milioni di persone come una leva del cambiamento, deve collocarsi nel cuore delle grandi questioni della nostra epoca. Oggi la sfida si gioca, a mio avviso, su tre dimensioni cruciali del fenomeno urbano: lo spazio, il valore e la forma.
1. Lo Spazio
Poco prima di morire Bernardo Secchi ha lasciato una sorta di testamento per la buona urbanistica. In quel fortunato libretto La città dei ricchi e la città dei poveri (Laterza, 2013) ha ricordato che la questione urbana torna in primo piano ogniqualvolta cambia la struttura della società e il rapporto capitale-lavoro. E aggiunge che nelle grandi transizioni l’urbanistica non può limitarsi a “rispecchiare” il vecchio mondo, ma deve anticipare la trasformazione, mettere in discussione assetti di potere e immaginare un nuovo ordine. A pensarci bene, proprio in questo modo essa si è affermata all’origine come moderna scienza morale: di fronte ai drammi della città industriale ha inventato lo strumento del piano.
Come diceva Papa Francesco nella sua Laudato si’ (Libreria Editrice Vaticana, 2015) oggi non viviamo un’epoca di cambiamento ma un cambiamento d’epoca. E questo mette in discussione non solo i problemi superficiali del fenomeno urbano, ma i suoi caratteri originari, potremmo chiamarli i suoi archetipi, come descritti dai classici della letteratura urbana.
a) Leonardo Benevolo definisce la città come un dispositivo spazio-temporale che riduce le distanze al fine di renderle compatibili con i tempi delle relazioni interumane (v. tra gli altri: La città nella storia d’Europa, 1993). È il contenimentodel nomadismo a creare la possibilità della vita urbana. Invece, oggi tutto è città e niente è città: le popolazioni vivono in gran parte in agglomerazioni infinite che però non hanno più la forma urbana delimitata da un confine; anzi, questo viene introiettato nella separazione tra diversi gruppi sociali o identitari. Il dispositivo spazio-temporale è in frantumi.
b) Per Georg Simmel lo spazio pubblico procura tra le persone un sovraccarico psichico che si può contenere solo in quanto l’altro è straniero (v. tra gli altri: Le metropoli e la vita dello spirito, Armando, 1995). Se tutti gli abitanti si conoscessero direttamente sarebbe molto faticosa e meno libera la vita metropolitana. Eppure, oggi lo spazio pubblico non sembra più in grado di sostenere le diversità, ciascun gruppo sociale tende ad appropriarsene e ad espellere gli altri, dal turismo, alla movida e più violentemente la xenofobia. Lo straniero non è più un contenimento della stimolazione psichica, anzi suscita pulsioni barbariche. Il dispositivo psico-sociale ribalta i suoi esiti.
c) Infine, Max Weber vede nella sede del mercato l’origine del fenomeno urbano: il luogo in cui i produttori offrono le merci a un ambiente contenuto di consumatori residenti (v. tra gli altri Economia e Società IV, Comunità, 1999). Oggi, invece, sia la produzione sia il consumo si dispiegano a scala globale. Il commercio non è più contenuto nel tessuto urbano e gli acquisti digitali spengono le luci dei quartieri. Sono le piattaforme digitali, con i monopoli dei dati, a orientare i flussi, a conformare gli spazi pubblici, ad affittare gli alloggi ai turisti e ai city users, e le case vengono a mancare per gli abitanti. In tutte le città europee ritorna una drammatica questione delle abitazioni, che sembra riecheggiare il saggio di Engels sui mali della città industriale. Il dispositivo economico produce effetti antiurbani.
Nella crisi dei tre archetipi c’è un filo rosso. Il Contenimento dello spazio urbano non è più in grado di resistere alla Potenza di trasformazione. Da questo squilibrio tra Contenimento e Potenza nascono nuovi conflitti sociali che si manifestano come conflitti spaziali. Se la questione cruciale è la capacità di Contenimento, chi, se non gli urbanisti, dovrebbero prendere parola? Qui uso il termine Contenimento nel senso del Katechon (M. Cacciari, Il potere che frena, Adlphi, 2013), come la forza che trattiene non per reprimere ma per creare nuove relazioni. In ciascuno dei tre dispositivi, infatti, era proprio il contenimento a generare relazioni: nello spazio delimitato della città, nella convivenza con l’estraneo e nello scambio economico. Erano relazioni di Riconoscimento tra le persone e i luoghi e di conseguenza tra le persone medesime, in una sorta di proprietà transitiva. La crisi dei dispositivi, quindi, pone la domanda fondamentale: quale sarà in futuro il Riconoscimento della città e della cittadinanza?
Temo, però, che il Contenimento venga frainteso con la Norma. Ho maturato uno scetticismo verso questo strumento, forse perché ho passato tanti anni in quella fabbrica di norme che è diventato il Parlamento. In ogni caso, apprezzo sinceramente l’impegno dell’INU per una nuova legge urbanistica. Spero possa trovare ascolto dalla politica per fermare la devastazione delle regole già in atto. Non saranno le leggi, però, a restituire l’autorità all’urbanistica, ma solo la battaglia culturale sulle trasformazioni epocali della vita urbana. Occorre prima di tutto svelare la realtà. Ci ha provato per esempio il recente Annale Feltrinelli curato da Alessandro Balducci e dedicato alla Città invisibile. Quello che non vediamo sta cambiando le metropoli (Feltrinelli, 2023). Invisibile perché i fenomeni nuovi vengono ancora interpretati con le categorie del passato e invisibile perché determinati assetti di potere oscurano i processi reali. È la nuova questione urbana da far conoscere al largo pubblico. Per esempio, la rivista “Limes” ha portato alla ribalta la geopolitica, che fino a non molto tempo fa era una scienza per pochi eletti. Dobbiamo far capire alla gente come stanno davvero le cose e alimentare una cultura diffusa della buona urbanistica.
2. Il Valore
A proposito di invisibili, il valore urbano, inteso come rendita immobiliare, era al centro del dibattito politico quando da giovane ho conosciuto l’urbanistica. Gli storici hanno dimostrato che fu il vero movente del tentativo di colpo di stato del generale De Lorenzo contro la legge Sullo (M. Franzinelli, Il Piano Solo, Mondadori, 2010). Se ne occupava anche la cultura, dal film di Rosi Le mani sulla città (1963) al romanzo di Calvino La speculazione edilizia (Einaudi, 1963). Perfino i capitalisti la disprezzavano come fattore di arretratezza dell’economia. Contro la rendita Agnelli invocava un patto tra produttori, cioè un’alleanza tra lavoratori e capitalisti. Invece, da quando si è alleata con la finanza se ne parla meno. È invisibile perché partecipa attivamente al capitalismo contemporaneo, il quale è il regno dei rentier e dei monopoli, nonostante le favole sulla concorrenza che ci raccontano gli economisti ortodossi.
Che sia diventato un fattore cruciale è dimostrato dalla grande crisi del 2008, causata proprio dai mutui subprime. Chi l’aveva previsto che il turbocapitalismo naufragasse sul sogno piccolo-borghese della casetta in proprietà? E non a caso oggi l’impero americano è guidato da un immobiliarista, e un suo sodale negli affari, l’ineffabile Witkoff, tratta su pace e guerra, tra lo sconcerto dei diplomatici di professione. Dall’invisibilità derivano dimenticanze e fraintendimenti che dominano il senso comune e alimentano politiche dannose. Se l’attrazione della rendita è troppo forte vengono scoraggiati gli investimenti produttivi. L’acqua va dove trova la strada. E gli effetti sono più evidenti in Italia, nella pluridecennale stagnazione della produttività, nella diminuzione del valore aggiunto e nelle crisi bancarie, causate dagli eccessivi valori immobiliari scritti in bilancio prima dell’esplosione della bolla (M. De Gaspari, Bolle di mattone, Mimesis, 2013).
L’economia classica di Ricardo era una scienza morale, proprio come l’urbanistica, e attribuiva all’imprenditore il merito del profitto mentre evidenziava i guadagni immeritati dei rentiers (v. tra gli altri: Principi dell’economia politica e dell’imposta, Utet, 1986). Oggi si parla tanto di meritocrazia, eppure nessuno sottolinea che la valorizzazione non è merito dell’immobiliarista, poiché dipende in gran parte dal prestigio, dalla qualità e dalle infrastrutture del contesto urbano, cioè viene alimentata dall’azione consolidata dei cittadini e dalle iniziative dell’amministrazione pubblica. Al merito dell’operatore si può attribuire solo il profitto di impresa nel processo di costruzione. Se un profitto vale 20, la rendita vale 100, nonostante il primo sia frutto di una impegnativa attività industriale mentre la seconda richieda solo l’attesa di un guadagno immeritato.
Con la legge Berlusconi, purtroppo ratificata anche dalle amministrazioni di sinistra, è diventato normale parlare di “premio di cubatura”. Eppure, non dovrebbe essere premiata una valorizzazione già molto più alta del plusvalore di qualsiasi investimento produttivo. La trasformazione dei tessuti non dovrebbe risolversi nel gioco ristretto tra legislatore e proprietario, a prescindere da qualsiasi considerazione sul contesto urbano. Semmai il “premio” dovrebbe essere destinato ai cittadini, riservando i terreni ancora liberi ai servizi pubblici e al verde, spesso carenti proprio nella città costruita male. E non suscita alcuna indignazione la bassissima quota di questa valorizzazione che ritorna all’interesse pubblico. In una delle più grandi operazioni urbanistiche romane, nell’area di Bufalotta, si è calcolato che l’operatore ha ottenuto una rendita del 106% rispetto ai costi di costruzione e ha versato al Comune solo il 6% della valorizzazione (rinvio al mio Roma come se, Donzelli, 2020). Cioè l’onere per il proprietario è stato circa quattro volte più basso delle tasse che paga un operaio. L’Italia è un paradiso fiscale per l’immobiliare. In Europa gli oneri arrivano al 30%, come non si è mai stancato di dimostrare il compianto Roberto Camagni, uno dei pochi economisti ad occuparsi di rendita (v. tra gli altri: Redistribuzione della rendita urbana: teoria e attualità, in M. Baioni, G. Caudo e N. Vazzoler (a cura di), Rendita urbana e redistribuzione, Note di UrbanisticaTre, Università di Roma 3, Roma, 2019).
La legge Bucalossi, inoltre, aggiunge effetti distorsivi calcolando gli oneri non rispetto alla valorizzazione, ma ai costi di costruzione, con il risultato che nei quartieri più ricchi, in percentuale sul valore, gli oneri sono più bassi che in periferia o addirittura sono annullati con l’alibi delle urbanizzazioni esistenti. Si arriva a turlupinare l’opinione pubblica offrendo nei piani urbanistici un’opera pubblica aggiuntiva in cambio di ulteriori aumenti di cubatura. La scuola o il parco in più sono finanziati dagli stessi bassi oneri al 6%, per rimanere all’esempio precedente, mentre il proprietario incamera oltre il 100% di valorizzazione anche sull’aumento di cubatura. È un altro regalo per lui, ma viene presentato come una generosa offerta ai cittadini. D’altronde, c’è anche un’evidente asimmetria informativa. I Comuni non hanno strutture e competenze per valutare gli effetti economici di ciò che autorizzano, non sono in grado di confutare il business plan dell’immobiliarista, non dispongono di osservatori efficaci della valorizzazione urbana. La stessa legislazione non indica chiari criteri e parametri di convenienza pubblica nella contrattazione con i privati. Al contrario, negli appalti di infrastrutture c’è un imponente corpus normativo mirato a ridurre i costi per il pubblico e a impedire illeciti arricchimenti del costruttore. Di nuovo, le norme sono severe con il profitto d’impresa e lascive con la rendita di posizione.
Tutti questi processi favoriscono la ricchezza proprietaria e aumentano la povertà pubblica. Al contrario se una quota ben maggiore della rendita fosse incamerata dal pubblico e reinvestita nelle infrastrutture la città sarebbe nel contempo più giusta e più produttiva. L’INU, anche per merito del presidente onorario Stefano Stanghellini, ha una tradizione di studio del valore, con il fine di perequare le rendite differenziali nel piano urbanistico. Nell’economia di carta e di mattone, però, il valore viene estratto dal suolo e innalzato nelle eteree transazioni finanziarie. Emerge, quindi, una nuova forma di rendita pura, la quale, a differenza di quella differenziale, non solo incide sul piano urbanistico, ma determina soprattutto effetti macroeconomici e macrosociali (sul concetto di rendita pura rinvio al mio saggio: L’insostenibile ascesa della rendita urbana, in “Democrazia e Diritto”, Angeli, n. 1, Milano, 2009). Da come si ripartisce il valore urbano dipendono questioni cruciali: se le risorse vanno verso usi parassitari oppure produttivi, se il valore della città viene appropriato da pochi oppure aumenta la qualità della vita e l’inclusione sociale. L’urbanistica produce con i suoi strumenti queste rendite e non può rimanere indifferente su come vengono ripartite. Non solo per ragioni morali, ma anche come prerogativa disciplinare. Su questo terreno si gioca il suo potere reale. Nel governo del valore urbano l’urbanistica può riconquistare l’autorità non solo culturale, ma anche politica ed economica.
3. La Forma
Sul disegno della forma territoriale non mancano buone esperienze e piani coraggiosi, come mostra il Rapporto dal Territorio illustrato da Simone Ombuen nel congresso. Nella pratica corrente, però, sulla possibilità di ripensare la forma è cresciuto un certo scetticismo, all’interno della disciplina e soprattutto tra i committenti. È clamoroso, per esempio, che gli organi della Città Metropolitana di Roma, abbiano commissionato il Piano Strategico a un gruppo di urbanisti con l’esplicito divieto a occuparsi della forma territoriale. Nello scetticismo ovviamente pesano gli insuccessi dell’ingenuo razionalismo del passato. Tuttavia, anche quando fallisce, l’urbanistica non passa invano. Il fare male e anche il non fare spesso hanno effetti di scala non immediatamente visibili ma certamente significativi. Ci vorrebbe non una semplice storia delle nostre città, ma una sorta di genealogia à la Foucault (L’archeologia del sapere, Rizzoli, 1997) per ricostruire come una qualsiasi azione, positiva o negativa, è stata condizionata dalla precedente e come ha indirizzato gli eventi successivi.
Ci vorrebbe anche una certa clemenza verso gli errori per trarre il bene dal male. Ex malo bonum è l’esclamazione di Borromini di fronte al pasticcio combinato dai padri Filippini nel loro Oratorio con una serie di superfetazioni incongruenti e sconnesse. E il grande architetto inventò il capolavoro della facciata che abbraccia il passante a piazza della Chiesa Nuova, mentre nasconde le brutture preesistenti. Fu una mutazione di forma, non una semplice ricucitura, né un rammendo e tanto meno una rigenerazione. La sfida è applicare il motto borrominiano alla scala metropolitana.
Sappiamo bene la difficoltà di progettare nuove forme. Non si tratta certo di tornare all’astratto modernismo novecentesco, anzi, al contrario occorre ripartire dai suoi fallimenti, dalle tracce discontinue, dai segni incompiuti lasciati durante le sue travagliate attuazioni. In tal senso la progettazione della forma è prima di tutto un esercizio della visione, un nuovo sguardo su ciò che è consueto, una scoperta di impensate nervature nell’insieme amorfo dello sprawl. Occorre La coscienza dell’occhio. Progetto e vita sociale nelle città di Richard Sennett (Feltrinelli, 1992) per ritrovare la comune radice etimologica del theorein, che è insieme un vedere e un pensare lo spazio.
Non so dire, però, come mettere in pratica tutto ciò. Parlo solo di Roma, perché la conosco meglio e soprattutto è una specie di summa dei fallimenti dell’urbanistica novecentesca. Se osserviamo una foto satellitare della capitale vediamo una delle più vaste conurbazioni europee, ma anche la più vuota, apparentemente una grande distesa verde punteggiata da tante monadi edilizie. Sembrano tanti coriandoli gettati nella piazza a Carnevale. Eppure mostrano, a guardar bene, geometrie spettrali, forme dissolventi, come delle ombre che scompaiono a uno sguardo frettoloso. Sono i fantasmi della trasformazione novecentesca. Dovremmo riconoscerli, credo in tutte le città non solo a Roma, prenderli sul serio, dialogare con loro, come proponeva Jacques Derrida (v. tra gli altri, Spettri di Marx, Raffaello Cortina, 2025)) criticando l’idiosincrasia illuministica di Marx verso gli spettri; ricordate l’incipit del Manifesto: “uno spettro si aggira per l’Europa…”
Il più fantasmatico di tutti è il piano della Cometa del 1942, del quale non conosciamo le piante, né le norme, né il plastico che andarono perduti nei bombardamenti (P. Ostilio Rossi, La città racconta le sue storie, Quodlibet, 2021). Eppure, è stato l’unico piano a guidare con coerenza e lunga durata lo sviluppo della città a ovest, certo con devastazioni ambientali, ma anche con la priorità del mare, che oggi sarebbe l’occasione per ripensare Roma come Capitale del Mediterraneo. Al contrario il Piano regolatore del ‘62, pur essendo ampiamente conosciuto, discusso e normato, non ha mai trovato una coerente attuazione. È fallito l’Asse Attrezzato del Direzionale, ma si è sviluppato, proprio sul grande cerchio del GRA una sorta di Asse Attrezzato dell’Abusivismo. E proprio questo fantasma non previsto e anzi rimosso dal piano di Piccinato è oggi la più potente forma territoriale, non a caso interpretata dal cinema, da Federico Fellini con il suo Roma (1972), a Sacro Gra di Gianfranco Rosi (2013), vincitore del Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia, a Una macchina celibe di Renato Nicolini (in Gomorra. Territori e culture della metropoli, n. 9, ott. 2005, pp. 24-26). E costituisce la sfida più difficile e più ambiziosa per ricreare urbanità nel luogo più antiurbano, tessere relazioni tra le monadi edilizie, aprire i tessuti verso la Campagna Romana e innervare le connessioni regionali. Finalmente diventa una priorità con il progetto “Roma050” elaborato da Stefano Boeri e un gruppo di giovani ricercatori su incarico del sindaco Gualtieri, di prossima pubblicazione (link: https://www.comune.roma.it/web/it/notizia/laboratorio-roma-050-visione-futuro-citta.page).
E poi ci sono i fantasmi puri, perché mai considerati dalla pianificazione, pur trattandosi dei caratteri originari di Roma:
a) la raggiera delle vie consolari, la forma più duratura del territorio romano, dalla protostoria fino all’espansione novecentesca, la quale si è appoggiata proprio sulle antiche strade, logorandole, stravolgendole, senza mai curarle come avrebbero meritato. Oggi, la cura delle consolari – gli arredi, le facciate, le piazze, l’accessibilità, il verde, l’acqua, l’illuminazione – sarebbe la più pervasiva rielaborazione dell’Immagine di Roma (Laterza, 1969) nel senso profondo che alla parola attribuiva Ludovico Quaroni;
b) i flessi del Tevere che irrorano la Campagna e attraversano l’Urbe. Dopo una lunga dimenticanza, oggi si va riscoprendo il fascino del fiume, sia per merito di iniziative culturali spontanee sia di iniziative comunali, in primis l’atteso Piano Strategico Operativo elaborato da Carlo Gasparrini su incarico dell’assessore Maurizio Veloccia.
L’anello ferroviario, invece, è il fantasma di Remo. Secondo il mito la sua sciagura derivò dalla colpa di aver varcato il confine tracciato da Romolo. Allo stesso modo, la sciagura della periferia frammentata e abusiva deriva dalla colpa di aver varcato il confine della ferrovia, allontanandosi dalla forma compatta del piano del Sanjust, il migliore nella storia della Capitale.
Infine, il fantasma dell’utopia mai realizzata, il grande sogno di Antonio Cederna di un grande triangolo di storia e natura che dal Campidoglio, attraversando i Fori e le Mura si dispiega lungo l’Appia Antica fino ai Castelli. Oggi, lo stiamo pianificando con il progetto CArMe in collaborazione con le università romane e il coordinamento di Carlo Gasparrini e del sottoscritto (https://waltertocci.blogspot.com/2023/10/il-progetto-per-il-centro-archeologico.html). In attesa di una trasformazione futura, vorremmo risolvere il principale problema, quello dell’accessibilità. A breve termine realizzeremo un grande triangolo intermodale, costituito dalla ferrovia da Termini alla stazione di Torricola, a poche centinaia di metri dalla Regina Viarum; poi da un fascio di connessioni a piedi, in bici, con bus elettrico verso il Centro Archeologico Monumentale, al Circo Massimo; infine il ritorno alla stazione centrale con l’Archeotram, il vettore narrativo inventato da Italo Insolera (W. Tocci, I. Insolera. D. Morandi, Avanti c’è posto, Donzelli, 2008) che lungo il percorso della vecchia circolare rossa collega quasi tutti i monumenti di Roma Antica: dalla Piramide, al Palatino, al Celio, al Colosseo, a S. Clemente, alle Mura a S. Giovanni, alla Porta Maggiore, alle Terme di Diocleziano, fino al Museo archeologico nazionale.
Tutti questi fantasmi romani sono come degli archetipi geometrici: la cometa verso il mare, il cerchio del GRA, i flessi del Tevere, la raggiera delle consolari, l’anello ferroviario, il triangolo dell’Appia. Non saprei dire con quali soluzioni tecniche si possano coordinare tali sistemi, ma certo sono decisive le relazioni tra loro e come vengono alimentate dalle molteplici espressioni della vita popolare. Proviamo a immaginare una “danza delle geometrie” nella quale ciascun sistema si muove rispetto agli altri, creando differenze e prossimità, imperativi e dissolvenze, intenzioni e rivelazioni. La nuova pianificazione allora assomiglierà a un’installazione di Alexander Calder, nella quale il cerchio, il triangolo, la raggiera e i flessi interagiscono tra loro creando una molteplicità di visioni, di paesaggi e di forme urbane. Non so dire meglio di così. Non so dire con esattezza, tanto meno in pratica. Però, solo un’appassionata ricerca della forma può restituire all’urbanistica l’autorevolezza di una scienza aperta ai dilemmi del nostro tempo.
Walter Tocci
N.d.C. – Walter Tocci si è laureato in Fisica e in Filosofia alla Sapienza Università di Roma. È stato vicesindaco di Roma dal 1993 al 2001. Eletto alla Camera dei Deputati nel 2001, al lavoro parlamentare ha affiancato un'intensa attività di studio, pubblicando libri e saggi su Roma e sulla scienza. Ha diretto il Centro per la Riforma dello Stato. Dal 2013 al 2018 è stato senatore per il Partito Democratico, seguendo in particolare le tematiche della scuola e delle riforme istituzionali.
Tra i suoi libri: Roma che ne facciamo (Editori Riuniti, 1993); Politica della scienza? (Ediesse, 2008); con I. Insolera e D. Morandi, Avanti c'è posto (Donzelli, 2008); Sulle orme del gambero (Donzelli, 2013); Non si piange su una città coloniale. Note sulla politica romana (GoWare, 2015); La scuola, le api e le formiche. Come salvare l'educazione dalle ossessioni normative (Donzelli, 2015); Roma come se. Alla ricerca del futuro per la capitale (Donzelli, 2020); Rapporto al Sindaco sul Centro Archeologico Monumentale di Roma (CArMe), 2023.
Per questa rubrica ha scritto: La complessità dell’urbano (e non solo) (24 gennaio 2020); Visibile-invisibile per il buon governo urbano (1 marzo 2024); Per un una nuova scienza della città (28 marzo 2025).
Sui libri di Walter Tocci, v. in questa rubrica: Enzo Scandurra, Roma, e se non capitasse niente? (16 luglio 2021).
Quello riportato sopra è il testo rivisto dell’intervento al congresso dell’Istituto Nazionale di Urbanistica, Casa dell’Architetttura, Acquario, Roma 23 maggio 2025.
N.B. I grassetti nel testo sono nostri
R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 26 GIUGNO 2025 |
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A. Delera, Troppo vecchi per capire?, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)
G. Nuvolati, Ci vuole una certa atmosfera, commento a: Tonino Griffero, Agostino Petrillo (a cura di), Atmosfere Urbane (Ed. ETS, 2024)
D. Vannetiello, Un ponte tra le generazioni, commento a: G. Consonni, Non si salva il pianeta se non si salvano le città (Quodlibet, 2024)
R. Milani, Il sogno come progetto ovunque, commento a: M. Venturi Ferriolo, G. Burattoni, Un'estetica di progetto (Franco Angeli, 2024)
M. Serini, Sguardi neurodivergenti sulla città, commento a: A. Vanolo, La città autistica (Einaudi, 2024)
A. De Rossi, La feconda natura della rigenerazione, commento a: A. Lanzani, Rigenerazione urbana e territoriale al plurale (FrancoAngeli, 2024)
D. Grohmann, Una difesa attiva del suolo, commento a: F. Berni (a cura di), Parco della Piana di Assisi (Assisi Mia Ed. 2024)
F. Collotti, Contro la città usa e getta, commento a: V. Magnago Lampugnani, Contro la città usa e getta sostenibile (Bollati Boringhieri, 2024)
P. Perulli, La vendetta dei dimenticati, commento a: G. Buciuni, G. Corò, Periferie competitive (il Mulino, 2023)
F. Ceci, Abitare come agire sociale, commento a: M. Savino, L. Perini (a cura di), Abitare contemporaneo (FrancoAngeli, 2023)
L. Bottini, Città: una sfida esistenziale, commento a: S. Mancuso, Fitopolis (Laterza, 2023)
M. Biraghi, L'architettura va alle terme, commento a: G. D’Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori 8a cura di), Le città di Igiea (Silvana Ed., 2024)
G. Piccarolo, Di fiumi e di risorgrnze, commento a: G. Cazzaniga, Il Fiume (Marinotti 2024)
W. Tocci, Per una nuova scienza della città, commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio (a cura di), La città dopo la pandemia (Aracne, 2023)
B. Bottero, L'urbanistica è quantica, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)
A. Lanzani, Milano: cosa resta (e come ricominciare, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so su di lei (Planum Publisher, 2024)
S. Zaggia, Il Ghetto di Venezia: una città, commento a: D. Calabi, Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri, 2024)
G. Consonni, Fare della Storia una speranza, commento a: G. Bigatti, Milano (Mimesis, 2024)
G. Restaino, Roma, c'è un'altra città, commento a: M. Di Giovine, Paesaggio identitario (Quodlibet, 2024)
E. Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma, commento a: R. Pavia, Roma Babilonia (Bordeaux, 2024)
E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty (Routledge, 2024)
S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)
M. Fortis, Interni milanesi, un libro e una mostra, commento a: E. Morteo e S. Pierini, Nelle case (Hoepli, 2023)
M.Bassanelli, Se l'ufficio si diffonde, commento a: I. Mariotti, E. Tomaz, G. Micek, C. Méndez-Ortega (a cura di), Evolution of New Working Spaces (Springer, 2024)
M. Peverini, L'egemonia della rendita urbana, commento a: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita (Donzelli, 2023)
C. Bianchetti, Basaglia: i luoghi del mito, commento a: F. Foti, Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, 2024)
G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio. (FrancoAngeli, 2023)
F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)
A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia
A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)
G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)
A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)
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