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Luca Gaeta studia e approfondisce da tempo con costanza e profondità la dimensione teorica che ruota attorno al tema della regolazione degli usi del suolo e agli effetti su spazio e società del disegno dei confini urbanistici, questioni nodali che caratterizzano storicamente i modi e le tecniche della pianificazione spaziale (1). Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024) (2) sistematizza le lezioni e gli insegnamenti universitari dell’Autore, con la dichiarata volontà di scrivere un testo introduttivo accessibile anche agli studenti, che affianca e completa una vasta produzione di libri (3). Il testo, scritto in maniera piana, dichiara apertamente l’ambizione di introdurre l’urbanistica a un’ampia platea di lettori avvicinandola a questa forma di sapere e afferma, con un certo ottimismo, della volontà di voler evitare il rischio dell’astrattezza.
Gaeta propone una definizione da più parti condivisa di urbanistica quale sapere pratico che assume la città e i territori quale spazio di competenza e azione (p. IX dell’Introduzione). Una disciplina nata per conciliare la domanda dell’abitare con le attività, il commercio, gli scambi, i flussi, i movimenti, fattori che generano per loro natura competizione e conflitti fra gli usi del suolo. In risposta all’estrazione di valori – diventata marcatamente finanziaria e predatoria nelle trasformazioni urbane contemporanee – e alle conseguenti esternalità negative e diseguaglianze socio-spaziali e ambientali indotte, gli urbanisti hanno proposto nel corso del tempo un repertorio composito di metodi, dispositivi e modelli che sono ancora alla base del rapporto pubblico-privato nelle trasformazioni di città e territori.
L’urbanistica è conseguentemente raccontata evidenziando i conflitti da cui scaturisce, le criticità cui prova porre rimedio, gli ideali che persegue. In estrema sintesi, interpretandola come un sapere pratico in azione fra spazio e società.
Il libro si struttura attorno al racconto di casi studio emblematici selezionati da Gaeta e rappresentati da sette esperienze di trasformazione urbana e relative strategie in luoghi e tempi determinati (descritte nei capitoli dall’I al VII), con un’impostazione cronologica finalizzata a mettere in luce la costruzione di una disciplina tecnica incrementale che si è costruita attraverso la circolazione del sapere urbanistico tra Paesi e continenti differenti (p. XI dell’Introduzione). Questo cercando di mettere in luce la versatilità di una disciplina, che prende corpo progressivamente attraverso un sistema di tecniche, un insieme di strategie, una disposizione all’anticipazione progettuale e spaziale (p. XII dell’Introduzione).
I sette capitoli iniziali, che rappresentano il corpo principale del libro, la parte didattica e divulgativa, coprono con accuratezza il campo della storia e degli studi urbani ampiamente frequentato dall’Autore (Gaeta et al., 2018). Pur annotandone l’originalità dell’approccio, con particolare riferimento alla rilevanza degli archetipi della pianificazione, rimando la loro interpretazione e valutazione alla curiosità e alla disponibilità dei lettori del libro. I due ultimi capitoli (VIII e IX) sono invece dedicati agli effetti della transizione digitale nello spazio urbano e ai dilemmi ambientali, economici e sociali con i quali l'urbanistica contemporanea deve confrontarsi, due temi di frontiera che Gaeta ritiene centrali per la ricerca e per le pratiche professionali. Per la loro rilevanza nel fare, soffermo invece la mia attenzione su due aspetti disciplinari trattati in maniera trasversale nei primi sette capitoli: lo spazio e i confini (argomento affrontato in particolare nel capitolo II, che approfondisce la tecnica dello zoning); la dimensione strutturale del piano (questione esaminata in particolare nel capitolo VI, con il caso del PRG di Astengo per Bergamo); nonché sulle antinomie della pianificazione urbana, trattate nel capitolo IX, a mio parere il più interessante per le potenziali implicazioni e ricadute operative nelle discipline del progetto.
1. Lo spazio e i confini contano
La modernità ha assegnato alla dimensione dello spazio un significato legato all’astrazione e all’omogeneità, che è stato recuperato dalla contemporaneità alla dimensione dell’abitare e alla storicità del Mondo (Berque, 2000). Si tratta di una fertile relazione che si era persa con la sua geometrizzazione e riduzione a mera misurabilità dalla topografia newtoniana (spazio assoluto e uniforme), riacquistata a una dimensione individuale da quella leibniziana (spazio relazionale e differenziale). I territori non si raccontano da soli, ma attraverso le comunità di vita che li abitano, ne sono abitati, li attraversano (Prati, Pietrantoni, 2009): i processi sociali raccontano le geografie, ma in misura anche maggiore plasmano processi e agire sociale. Una dimensione trascurata anche per un retaggio anti-spaziale che caratterizza le discipline tecno-digitali modellate sul primato del tempo (Marramao, 2020).
Lo spazio si è quindi progressivamente preso una rivincita (spatial turn) e le sue letture hanno assunto un ruolo di snodo transdisciplinare utile per comprendere e interpretare il presente (Warf, Arias, 2009), con un’attenzione sempre maggiore delle scienze umane all’interno di una dimensione politica (Soja, 2007); senza superare la dimensione del tempo ma traguardando lo spatial thinking come accesso a concrete e quotidiane forme di vita (de Certeau, 2010); mettendo al centro la dimensione socio-spaziale intesa come possibile campo d’azione di nuove condizioni di giustizia sociale e ambientale. Se il principio di esclusione struttura e caratterizza la cultura Occidentale (Foucault, 1972; Basaglia, Ongaro, 2024), la storia dell’urbanistica moderna è il racconto della costruzione di recinti, disegnati e fisici-materiali, che escludono e la pianificazione rappresenta la loro codificazione segregante.
Con questa consapevolezza Gaeta, a partire dalle ricerche che ha svolto nel corso del tempo, approfondisce pervasività e rilevanza dei confini in rapporto alla loro costruzione attraverso la tecnica della zonizzazione. In particolare, l’Autore ha proposto la nozione di orizzonte di vita quotidiano come primo confine, rappresentativo delle molteplicità delle pratiche di vita in continuo movimento, una prassi plastica, indistintamente materiale e sociale di pratiche in movimento, a partire dalle quali si costruiscono gli altri confini amministrativi-statuali, di secondo livello, con obiettivi di controllo sociale (Gaeta, 2023). Questi ultimi rappresentano una sovra-imposizione, un ricalco con finalità di ordinamento degli individui all’interno di forme di governo, rispetto alla magmatica e caotica presenza dei confini come orizzonti di vita quotidiani.
Affinché il tema dei confini non alimenti esclusivamente vuote esercitazioni retoriche e accademiche, incapaci di cogliere la vitalità urbana nei suoi intrecci e nelle specifiche varietà di attori e di vite, penso che occorra riuscire a interpretarlo generativamente (Bateson, 2022), per nutrire e sostenere piani, pratiche e progetti in azione. Se condividiamo l’idea che la realtà sia un tessuto di relazioni e processi (Bateson, 1976; Heisemberg, 1979; Rovelli, 2020), il confine concepito come porosità/soglia può rappresentare un utile dispositivo di progetto, tema frequentato da alcuni campi di ricerca sull’abitare che si sono sviluppati nel corso del tempo in diverse discipline progettuali, con approcci e scale differenti, ma che esprimono un pensiero relazionale (Kahn, 1971; Hertzberger, 1996; Espuelas, 2004; Tagliagambe, 2008, Bartolini, Tagliagambe, 2020; Bosi, 2022). Uno spazio intermedio quindi, chiave fra connessione e transizione, luogo in cui ci si sente protetti, in un rapporto duale e di reciprocità fra uso e forma, fra pubblico e privato, che accentua due differenti qualità spaziali che si sovrappongono e si fondono nel concetto di spazio ospitale, di relazione, trans-scalare (dall’alloggio, alla casa, al quartiere, alla città); in grado di ridefinire il rapporto fra sfera privata dell’alloggio, collettiva della casa, pubblica della città, con un approccio processuale e incrementale, che mantenga riserve di capacità e consenta processi adattivi, per generare risposte appropriate a situazioni imprevedibili (Solero, Vitillo, 2022). Occorre quindi ripensare alle nostre case (il nostro riparo, lo spazio intimo e domestico) e alle nostre città (il nostro abitare), che abbiamo costruito con funzionalità obsolete e modelli banalizzati mutuati dal mercato immobiliare, per morfologie sociali che non esistono più, che hanno sostituito i bisogni abitativi con la loro parodia, indifferenti ai contesti, atopici, autoreferenziali, soprattutto in rapporto ai nuovi bisogni sociali e assistenziali (Vitillo, 2011); ridefinendo il rapporto fra sfera privata dell’alloggio e collettiva della casa, con un approccio processuale che mantenga riserve di capacità e consenta processi adattivi (Magni, 2019). Ciò ci obbliga a ripensare anche al nostro modo di progettare, lavorando sulla duttilità degli spazi, sulla loro ri-adattabilità e ri-usabilità, con progetti incrementali, a bassa definizione, reversibili, che si compongono nel corso del tempo sulla base dalle effettive necessità e utilizzi, pensando a spazi polmone, alla scala dell’alloggio, dell’abitazione, del quartiere, della città.
Abbiamo al contempo dimenticato la composizione urbana, le sue regole costitutive, il rapporto fra ambienti costruiti e ambienti aperti, l’attacco a terra degli edifici, le soglie fra differenti tipologie di spazio, pubblico, collettivo, privato (Vitillo, 2022). Questo, pur disponendo di una tradizione che ha fatto scuola nel mondo, con eleganti interpretazioni architettoniche e di urbanità, eredità della cultura progettuale del moderno italiano, portatore di una capacità gentile e dolce di progettazione della struttura urbana (Zucchi, 2014). Se il confine non viene inteso come rigida linea di demarcazione ma come interfaccia, ponte, collegamento, vera e propria soglia porosa e dinamica con un proprio significato e spessore, ne consegue l’opportunità che questo possa svolgere un utile ruolo generativo di legame e intermediazione. Peraltro, Luigi Mazza, riconosciuto maestro dell’Autore, pensava a un possibile uso progressista dei confini: pur riconoscendo ai confini amministrativi e statuali una natura violenta e repressiva, di dominio e controllo, tracciare confini interpretando e ricalcando pratiche consuetudinarie può consentire la ri-costruzione di rinnovate forme di cittadinanza (Mazza, 2015). All’interno di questa dimensione, la cura quotidiana della città e il governo del territorio possono rappresentare un'occasione e uno spazio per alimentare un continuo e rinnovato dialogo fra cittadini.
Questo partendo da un triplice assunto: la ricerca paziente della trans-disciplinarietà (4); la presa di coscienza del progressivo divorzio fra l’urbanistica e le plurali forme di vita delle persone e dalla deriva tecnocratica e burocratica assieme, che ha perso il legame con l’esperienza concreta della vita delle persone; la consapevolezza che la struttura fisica dello spazio non determina meccanicamente i comportamenti individuali, il sogno o più probabilmente l’incubo della Modernità.
L’urbanistica in azione coagula un campo articolato e complesso di prassi che prova a mettere in tensione e al lavoro i rapporti fra spazio e società, fra città fisica e morfologie sociali, in maniera autoriflessiva, che riconosce il nesso fra organizzazione dello spazio urbano, economie, rapporti di potere, nuove classi sociali; che contempera il radicalismo dello sguardo – riconoscimento dei mutamenti in atto senza atteggiamenti nostalgici – con il riformismo dell’azione (Campos Venuti, 1991). Ragioni profonde di convivenza civile ci suggeriscono quindi che è ancora opportuno progettare lo spazio, cercando di interpretarlo al meglio senza prefigurarlo, ma abilitandolo, lavorando nel campo d’azione ristretto fra spazio e società. In estrema sintesi, alimentando un possibilismo critico responsabile e non velleitario (Palermo, 2022), che si misuri pazientemente con le pratiche di vita e la loro cura quotidiana.
2. Sulla dimensione strutturale del piano
L’Autore, a partire dall’esperienza e dal piano per Bergamo di Giovanni Astengo (5) e Luigi Dodi del 1969 e con riferimento al piano modello dell’urbanistica razionalista di Amsterdam del 1934 (6), affronta il tema rilevante della dimensione strutturale del piano, anche con riferimento alle dimensioni della politica. Il piano di Bergamo, considerato esempio autoriale di convergenza possibile fra razionalità tecnica e buon governo, apre le riflessioni e la discussione disciplinare, parallela a quella britannica, sulla pianificazione di struttura (7). I quattro schemi progettuali alternativi proposti, comunicativamente chiari, traduzioni spaziali di un chiaro indirizzo politico, privi di valore giuridico e quindi senza effetti reali sull’uso del suolo (8), rappresentano figurativamente e per macro-famiglie funzionali l’ipotesi di sviluppo urbano prescelta (9), corredata da valutazioni economiche comparative (10).
Da diverso tempo il piano non è più lo strumento prescrittivo e omnicomprensivo ereditato dall’urbanistica moderna europea, nata nell’Ottocento per organizzare e governare la crescita impetuosa dello sviluppo industriale della città borghese, che ha semplificato la complessità sociale, economica, spaziale e codificato modalità di funzionamento della città, comportamenti, attività, con la presunzione di descrivere e disciplinare tutto attraverso la tecnica della zonizzazione monofunzionale (Mancuso, 1978). Uno strumento, peraltro, lontano dalla conoscenza dei bisogni e degli attori in campo, incapace di ospitare esigenze inattese e di confrontarsi con il flusso delle mutevoli contingenze che caratterizzano le relazioni economiche e sociali, diventando progressivamente un dispositivo abilitante che più che predire e dimensionare promuove l’aumento delle capacità e delle libertà urbane, anche perché lo spazio rappresenta un potente fattore di redistribuzione. Al contempo, diverse posizioni culturali e disciplinari hanno indicato, anche se da posizioni differenti, che la pianificazione dello spazio rappresenta un sapere tecnico intrecciato indissolubilmente alla politica, pur in una propria sfera di competenza, autonoma e distinta dal potere politico-decisionale (Campos Venuti, 1972; Benevolo, 2012; Mazza et al., 2017). Le scelte sul futuro della città e dei suoi abitanti si configurano infatti come un tema trattabile esclusivamente da una chiara e autorevole visione politica, che la tecnica può solo accompagnare e guidare.
L’approccio strutturale ha attraversato diverse stagioni di pianificazione nel nostro Paese, a partire dalla legge urbanistica nazionale del 1942, ed è stato recentemente ripreso dalla proposta di legge di principi per il governo del territorio elaborata dall’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU, 2023), esito di un impegno nell’arco della sua lunga storia e in particolare a partire dagli anni Novanta (11).
In questa direzione, il piano urbanistico generale individua l’ossatura essenziale della struttura urbana, unitamente alle prestazioni indispensabili nei processi di rigenerazione territoriale, attraverso la definizione di telai di riferimento intesi come cornici delle azioni possibili (flessibili, mutevoli), che individuano trame minime e durature, per ricercare la continuità di geografie ambientali e storico-culturali radicate ai contesti, assieme a linee di resistenza determinate dai caratteri dei luoghi, mettendo al centro della regolazione la regia pubblica trasparente, autorevole, argomentata, una postura che è mancata nel processo di valutazione delle trasformazioni urbane e più in generale nelle politiche urbanistiche del nostro Paese. In estrema sintesi, una cornice di riferimento, che regoli il poco necessario e renda esplicite le prestazioni da conseguire; una mappa delle opportunità in grado di far convergere le capacità urbane, i luoghi, le pratiche, ma al contempo in grado di definire campi d’azione concreti, per consentire ai sistemi locali di adattarsi alle trasformazioni, realizzando ambienti insediativi che siano in grado di cooperare per consentire un adattamento continuo delle comunità, anche negli aspetti fisici dell’abitare, ponendo al centro i bisogni e le aspettative dei cittadini. Appare quindi ineludibile un ampliamento della scala delle scelte: gli eclatanti processi di regionalizzazione dell’urbano (Balducci et al., 2017) obbligano le nostre discipline a riflettere sulla scala territoriale dei problemi e conseguentemente sui relativi dispositivi di governo, ricercando la necessaria coerenza con il quadro programmatico e istituzionale d’area vasta, con la finalità di realizzare una catena di spazi aperti urbani e metropolitani, organicamente collegati, che può rappresentare uno degli elementi determinanti la costruzione della città pubblica e strutturanti la città contemporanea, un connettivo esteso e allargato finalizzato a promuovere assieme fruizione, benessere, inclusione. Questo anche in ragione delle problematiche multiscalari che caratterizzano la città contemporanea: la sicurezza idro-geologica, le reti ecologiche-ambientali, la qualità del paesaggio, le infrastrutture per la mobilità integrata e sostenibile, le reti energetiche e tecnologiche. Conseguentemente, un consapevole programma di rigenerazione della città contemporanea si può innescare a partire dalla costruzione di una figura spaziale dominante, incentrata sulla definizione di una rete integrata di spazi aperti e di infrastrutture verdi (Acierno, Coppola, 2022), per valorizzare la biodiversità e lo sviluppo del capitale naturale (Moretti 2022), sulla quale innestare tasselli resilienti, radicati ai contesti, processuali, adattativi, che concorrono alla sua realizzazione (Galuzzi, Vitillo, 2022), che può costituire l’elemento portante per la qualificazione dell’infrastruttura suolo, fattore decisivo per il riequilibrio ecosistemico e assieme per la rigenerazione dei tessuti urbanizzati.
3. Sulle antinomie del piano
L’Autore definisce antinomie i dilemmi della pianificazione urbana che non presentano a suo parere possibili e praticabili soluzioni tecniche, con particolare riferimento a tre coppie duali: libertà vs solidarietà; crescita economica vs sostenibilità ambientale; universalità (delle norme) vs singolarità (dei soggetti). Di seguito alcune considerazioni nel merito delle coppie antinomiche proposte da Gaeta e una riflessione sulla strada a mio parere praticabile per abilitare lo spazio possibile fra l’abitare e i processi di scambio economico.
3.1 Libertà vs solidarietà
In linea generale, il principio di libertà si struttura a partire dagli individui e dalla loro autonomia decisionale, sintetizzando drasticamente, il liberalismo. Mentre il principio di solidarietà prende forma e sostanza a partire dalla protezione dei gruppi sociali più fragili, sintetizzando sempre bruscamente, il socialismo. I due principi presentano peraltro interessanti analogie e similitudini con la questione dibattuta dell’evoluzione naturale e la relativa coppia duale (antagonismo vs cooperazione), un tema trattato dall’Autore nel Capitolo III del libro in riferimento alla teoria darwiniana. Nello specifico, l’evoluzione naturale quale dei due fattori utilizza? Anche su questo, possono essere indicate due differenti e polarizzate teorie, espresse da due intellettuali radicalmente distanti: Herbert Spencer (1820-1903), filosofo britannico liberale, Pëtr Alekseevič Kropotkin (1842-1921), geografo e rivoluzionario anarchico russo. Il primo individua l’evoluzione come la lotta spietata per la sopravvivenza del più efficiente a scapito del fallimento del meno efficiente, attribuendo le forme del progresso alle attività spontanee degli individui, non alle azioni collettive e dei governi (Spencer, 2016). Il secondo esprime e incarna la visione solidaristica dell’evoluzione, da perseguire attraverso adeguate forme di collettivismo, la reciprocità delle prestazioni, il mutuo appoggio (Kropotkin, 2020). All’interno di questa visione fondata sulla solidarietà, per Patrick Geddes (1854-1932), uno degli studiosi (biologo e urbanista) preferiti dall’Autore, la cultura rappresenta il principale fattore di adattamento da promuovere per conservare il passato riformandolo, tenendo operativamente assieme osservazione, progetto, incoraggiamento civile.
Alla fine degli anni Settanta, la riflessione politico-culturale riformista (Berlinguer, 2019) unitamente a quella disciplinare (Campos Venuti, 1978), ha proposto il governo del territorio come strumento austero di riequilibrio sociale e di salvaguardia ambientale, storica, sociale, che si collocasse fra diritti e libertà individuali e interesse pubblico (Campos Venuti, Oliva, 1978). In particolare, gli standard urbanistici introdotti con il DI 1444/1986, esito della battaglia culturale riformista, hanno rappresentato gli ingredienti essenziali per il miglioramento della qualità dei sistemi insediativi, il benessere delle comunità urbane, il rafforzamento della coesione sociale. Un welfare materiale che ha rappresentato un risarcimento, seppur parziale e limitato, delle diseguaglianze socio-spaziali che caratterizzano le città italiane. Al contempo, la questione ambientale era intesa già allora come necessità di contenere gli effetti distruttivi dei processi di urbanizzazione indifferenti agli equilibri naturali, ai valori ambientali, alla storia e al paesaggio, praticando un atteggiamento e una postura riformista (Caffè, 1990), alternativo allo spreco edilizio e alla crescita meramente quantitativa (Indovina, 1971). Promuovendo un’idea di austerità propositiva, non conservativa, intesa come possibilità di sviluppo a partire dall’analisi degli effetti negativi della rendita fondiaria sui caratteri insediativi e sull’infrastrutturazione delle città italiane. Obiettivo prioritario era rappresentato dalla ricerca di un più equilibrato assetto economico e sociale, facendo fronte all’aumento senza limiti dei consumi.
Libertà e solidarietà possono quindi non essere in conflitto, praticando operativamente lo spazio d’azione fra le due polarità. Allo stesso modo, la conformazione generale del territorio e la contrattualità operativa (regole vs contratto), possono non esserlo, ma come detto riformando radicalmente i caratteri del piano, rispondendo alle esigenze di mutualità attraverso la produzione di beni e servizi che incidano sulla qualità della vita sociale ed economica, coniugando i valori della cittadinanza attiva, della sussidiarietà, della gestione dei beni comuni attraverso la consonanza del fare (Lupatelli, 2020).
3.2 Crescita economica vs sostenibilità ambientale
La prima rivoluzione industriale e i conseguenti fenomeni di inurbamento che hanno conformato le città europee nel corso dell’Ottocento, hanno radicalmente modificato l’infrastruttura suolo, aumentando in modo esponenziale i processi erosivi di suolo agricolo e di valore naturale e ambientale, trasformando radicalmente morfologie sociali e ambiente fisico. Si tratta di un modello di sviluppo economico intrinsecamente collegato alla crescita quantitativa e alla perdita di preziose risorse ambientali e paesaggistiche che ha attraversato anche le successive rivoluzioni industriali e tecnologiche (Battilossi, 2002; Bianchi, 2018; Martin 2022) e conformato le politiche urbanistiche neoliberiste che hanno caratterizzato gli anni Settanta e Ottanta e segnato l’era della globalizzazione.
Nuove geografie dell’innovazione economica e sociale hanno però da qualche tempo messo in discussione l’imperante modello economico neoliberista. In particolare, i cambiamenti climatici, la riduzione e la perdita di biodiversità e di capitale naturale hanno contribuito a modificare questa prospettiva, favorendo approcci post-growth relazionati alla riduzione dei rischi e del consumo di suolo, alla conservazione della biodiversità. Nonostante i moniti e i chiari segnali di pericolo di queste politiche e azioni sull’equilibrio del nostro pianeta, abbiamo infatti da tempo raggiunto il punto di overshoot, utilizzando più di quanto la terra ci mette a disposizione (Meadows et al., 1972) e superato ampiamente i limiti dello sviluppo, mentre la sostenibilità è restarne dentro (Angelini, Pizzuto, 2021). I limiti (da non superare) e le disparità (da contrastare) rappresentano ancora oggi la scelta opportuna per una praticabile sostenibilità di città e territori. La lotta agli sprechi della crescita senza sviluppo (Meadows et al., 2006) e alle enormi diseguaglianze sociali (Storto, 2018; ONU, 2020; Saraceno, 2021) si configurano conseguentemente come la chiave di volta di una sostenibilità con al centro la regolazione pubblica (Cangiani, 2019), indirizzata alla rigenerazione ambientale e alla valorizzazione sociale, economica, culturale, obiettivi cardine del governo della città contemporanea; promuovendo un capitalismo a valore contestuale (Magatti, Gherardi, 2014), capace di favorirne il cambiamento virtuoso (Mazzucato, Jacobs, 2017), al fine di adottare differenti metriche di valutazione del valore e del successo economico (Commissione Europea, 2015; Cohen, 2020), anche attraverso una revisione delle visioni urbane (Perulli, 2009); attribuendo un valore alle cose, non solo un prezzo, partendo dai servizi fondamentali per il benessere collettivo e dal riconoscimento degli aspetti distruttivi dei processi di finanziarizzazione e mercificazione che hanno caratterizzato la predominante economia globalizzata. Mettere al centro il capitale sociale, a partire dai valori e dai diritti, libera la nostra dipendenza dalla crescita, con l’economia civile e lo sviluppo al servizio delle persone (Raworth, 2017, Zamagni, 2023); garantendo al contempo che le risorse naturali continuino a fornire i servizi ambientali su cui si basa il nostro benessere; abbandonando l’approccio che vede la terra come praterie da razziare all’interno di un sistema ecologico aperto e lineare, fondato su produzione, consumo e utilizzo delle materie prime, che produce rifiuti e inquina l’ambiente; approdando a una visione che calibri l’uso delle risorse all’interno di un sistema ecologico chiuso e circolare, con una modalità non predatoria attraverso la quale relazionarsi all’ambiente e alla terra, sistema chiuso per sua natura (Serres, 2019): l’economia dell’astronauta contrapposta a quella del cow boy (Boulding, 1966). Appare quindi assai utile la ricerca di soluzioni trasformative, in grado di promuovere investimenti strutturali incentrati su un nuovo modello di sviluppo, sensibile alla transizione ecologica, con uno sguardo lungo che possa facilitare un approccio integrato all’ecosistema produttivo, con attenzione al ciclo di vita, di materia, di flussi dei territori, considerati occasione per rilanciare filiere locali e creare economie virtuose, attraverso una piattaforma di azioni concrete per un nuovo modello di sviluppo senza crescita (Krähmer, Cristiano, 2022), con la consapevolezza di dover rivedere radicalmente le politiche economiche abilitando nuove opportunità per il futuro (Galuzzi, Vitillo, 2024), integrando il principio di giustizia ambientale (Walker, 2012) con quello di giustizia sociale (Barca, 2021). Per queste ragioni e in questa prospettiva, lo sviluppo economico e la sostenibilità ambientale possono non solo non essere antinomici, ma al contrario traguardare assieme obiettivi condivisi, promuovendo una nuova economia capace di coniugare il mercato con il benessere sociale e ambientale.
3.3 Universalità (delle norme) vs singolarità (dei soggetti).
La modernità occidentale del Novecento ha visto la nascita, lo sviluppo e il prevalere di istanze e principi sociali universalistici valevoli per tutti (Balibar, 2018). Nella disciplina, nelle prassi e nel diritto urbanistico il patto universalistico si è progressivamente strutturato nel corso del tempo attorno alla costruzione dell’interesse pubblico (Scoca, 2021), anche se questo risulta concetto sfuggente e scivoloso, difficilmente definibile in termini condivisi e forse anche per questo messo in forte discussione dalle politiche economiche e sociali neoliberiste che, a partire in particolare dagli anni Ottanta, hanno portato alla crisi del welfare e della sua impronta solidaristica e universalistica (Serughetti, 2023), producendo le disuguaglianze generate dai flussi di capitali indifferenti all’ambiente e alla città fisica, fenomeni che hanno colpito i suoi abitanti più fragili e gli emarginati trascurati dalle politiche e dalle azioni pubbliche (Balducci, 2023).
Le norme, non solo quelle afferenti al diritto urbanistico-amministrativo, sono astratte, generali, relative (nel tempo, nello spazio, nei contesti), in quanto influenzate da fattori contingenti, economici, politici, sociali, culturali e devono quindi conseguentemente e necessariamente per loro stessa natura essere interpretate (Vitillo, 2024). La loro validità e chiarezza non è presupposto ma esito della loro interpretazione, che si configura come processo nel tempo, inevitabilmente mutevole e continuo (Betti, 1990). Dobbiamo quindi trascurare non tanto le differenze individuali, ineliminabili e connaturate alle dimensioni di vita personali, ma l’impraticabile e presuntuosa classificazione regolativa delle innumerevoli casistiche e fattispecie fisico-morfologiche e funzionali delle attività umane, abbandonando le pretese di universalità dei comportamenti, senza per questo rinunciare a una visione generale capace di favorire buone azioni e penalizzare cattive pratiche.
Non è più il momento di assumere modelli stabili e previsioni di tempo lungo, ma di immaginare il possibile, lavorando in due direzioni di ricerca consonanti, una metodologica, l’altra operativa: definire possibili condizioni di con-vivenza, costruire dispositivi regolativi abilitanti. La prima cerca di tenere assieme le istanze universalistiche con la pluralizzazione degli stili di vita: viviamo la città in modi molto differenti, non solo con interessi diversi, ma non condividendo un quadro comune di riferimento. Rendere agibile e fertile questa con-vivenza senza aspirare a nuovi e improbabili ritorni comunitari (Galuzzi, 2022) appare praticabile, definendo aggregazioni com-possibili, che non presuppongono la condivisione di orizzonti di senso ma la con-vivenza in assenza di comune appartenenza, sempre eventuale, temporanea, reversibile, in equilibrio fra sfera universale e mondi individuali, fra singolarità delle nostre vite e condivisione universalistica dello spazio urbano (Sini, Pasqui, 2020). Definire condizioni di possibilità e aggregazioni com-possibili appare fondamentale per tutte le dimensioni e le culture del progetto, favorendo condizioni di opportunità aperte alle varietà, alle differenze, all’incertezza, all’imprevedibile, ai rischi. La seconda, sperimentale e operativa, lavora alla definizione di dispositivi regolativi strutturali, costruiti come piattaforme capacitanti le dinamiche sociali e le attività urbane, determinando contesti di favore, in cui metabolizzare i cambiamenti accogliendoli nel tempo lungo delle modificazioni urbane (Galuzzi, Vitillo, 2011). Non possiamo regolare i comportamenti individuali, ma la loro promozione aperta e flessibile, abilitando il nostro agire nello spazio: la società e le sue forze possono essere guidate, indirizzate, stabilendo uno spazio e un campo di gioco, le sue linee di forza e le prestazioni da raggiungere, non gli imprevedibili esiti finali, ricercando quelle legature che danno senso e significato alle libertà di scelta individuali (Darhendorf, 1981). Si tratta di due campi di ricerca che, se intrecciati e messi in azione, consentono di ricercare risposte efficaci e assieme utili alla convivenza urbana avendo cura della realtà e al contempo consapevolezza dell’irriducibilità delle vite individuali.
3.4 Abilitare lo spazio fra l’abitare e i processi di scambio
Le riflessioni sulle antinomie della pianificazione proposte dall’Autore sono determinate da uno sguardo che genera riflessioni su temi disciplinari rilevanti, anche se non una dimensione progettuale direttamente utilizzabile, ma che mi sembrano particolarmente interessanti in un testo che ha l’ambizione di intrecciare una lettura organica della nostra società e dei suoi ecosistemi con le discipline del progetto. In realtà, la principale antinomia con cui qualsiasi forma di governo urbano deve confrontarsi è il conflitto connaturato che lo spazio della città genera fra l’abitare domestico – e le sue necessità di protezione e cura – e i processi di scambio economico, per loro natura fonti di esternalità negative. Un progetto pertinente assume sempre decisioni sincretiche, che fanno convergere dimensioni apparentemente inconciliabili e lontane. Le antinomie si risolvono decidendo e facendo sintesi, che tradotto nel nostro campo disciplinare significa progettare, praticando un modo concreto di stare nelle cose, tralasciando descrizioni astratte che prescindono dalle condizioni reali di vita. Se non siamo mai osservatori passivi – le cose non vanno per conto loro – ci configuriamo come agenti nel Mondo e il futuro diventa conseguentemente un problema di decisione non di previsione nel senso di predizione; la scienza stessa non ci consente di fare previsioni di carattere deterministico, al più di natura probabilistica (de Finetti, 1934).
Il tema non è quindi prevedere/proibire, ma saper agire (Rogers, 1954), interpretando la dimensione del prevedere come agire per, individuale ma anche collettivo e sociale e la filosofia della prassi come previsione, sintesi organica di teoria e pratica (Gramsci, 1975). Ciò consente di interpretare l’urbanistica come sapere in azione, disciplina necessaria in quanto socialmente utile, posizione sulla quale è orientato anche l’Autore: con questa consapevolezza e in questa direzione, il futuro non appare un’incognita ma una risorsa e assieme un’opportunità (Ferraro, 1990). Immaginare il futuro senza prevederlo, attraverso programmi, piani, politiche e progetti appropriati, condivisi, inclusivi, coniugando economia e innovazione sociale, al servizio della città e dei suoi cittadini, rappresenta probabilmente la ragione per cui dobbiamo continuare a praticare il piano non come strumento, ma il metodo della pianificazione come atteggiamento, con orientamento riformista e attitudine progettante (Oliva, 2010).
L’urbanistica – o governo del territorio e pianificazione spaziale per utilizzare la diade preferita dall’Autore – è il modo di cui disponiamo per dare senso al nostro stare nel Mondo, costruendo il futuro attraverso progetti al servizio della polis, appropriati, condivisi, inclusivi. L’individuo è determinato dalle sue relazioni e le città rappresentano il loro intreccio inestricabile, la polifonia armonica di esternalità e differenze, un campionario di diversità dove è impossibile vivere senza interferire nella vita degli altri. Se la vita urbana diviene grumo di entropia, disturbi, inquinamenti, incessante interferenza fra programmi multi-attoriali e multimodali, le strutture urbane si configurano come il perenne laboratorio per dare forma a queste contraddizioni, che Gaeta chiama antinomie. Volerle separare è forse accattivante retorica ma probabilmente cattiva utopia; occorre più utilmente ricercare con determinazione e pazienza il campo d’azione sincretico fra i due opposti, per città e territori più giusti, più sani, più belli, nella consapevolezza che non esiste giustizia ambientale senza giustizia economica e sociale.
Piergiorgio Vitillo
Note 1) Per questo autorevole campo di ricerca, la pianificazione spaziale si configura come il sapere tecnico che elabora gli strumenti e le modalità di configurazione dello spazio; un sapere pratico che si esercita operativamente attraverso piani, modelli insediativi, parametri e regole d'uso del suolo, progetti. Sul tema del suo conflittuale rapporto con il governo del territorio si vedano in particolare i contenuti sviluppati nel testo-manifesto, vero e proprio manuale: Mazza L., Gaeta L., Janin Rivolin U. (2013), Governo del territorio e pianificazione spaziale, Città Studi Edizioni, Milano, nonché le due successive edizioni (2017, 2021). 2) Dopo un’iniziale sorpresa per una titolazione così ambiziosa e impegnativa, ho verificato che la collana Mappe pubblica una serie di libri che nella parte iniziale della titolazione recitano “Il primo libro di……”, cui fa seguito la disciplina trattata (Architettura, Filosofia, Estetica, Fotografia, Teatro, ecc.), di cui l’Urbanistica costituisce quindi sorprendentemente un tassello. Sorprendentemente in ragione del discredito collettivo e pubblico che la disciplina ha maturato in particolare negli ultimi decenni, probabilmente dovuta anche a un significativo eccesso di presunzioni che l’ha caratterizzata (Pagano, 2011). 3) Si tratta di un robusto percorso di ricerca la cui strada è stata tracciata da Luigi Mazza (1937-2023), dichiarato maestro di Luca Gaeta, con particolare riferimento agli archetipi di governo del territorio, alla regolazione degli usi del suolo, ai caratteri e alle funzioni dei sistemi di pianificazione, alle relazioni tra regole e strategie, al rapporto tra tecnica e politica. Un ampio campo di studi che l’Autore ha nel corso del tempo sviluppato autonomamente attraverso una ricca e articolata serie di pubblicazioni. Gaeta L. (2006), Il seme di Locke. Interpretazione del mercato immobiliare, Franco Angeli, Milano. Gaeta L. (2009), Il mercato immobiliare. Beni, diritti, valori, Carocci, Roma. Luca Gaeta (2011), La democrazia dei confini. Divisioni di suolo e sovranità in Occidente, Carocci, Roma. Gaeta L. (2018), La civiltà dei confini. Pratiche quotidiane e forme di cittadinanza, Carocci, Roma. Gaeta L. (2022), Urbanistica contrattuale. Criteri, esperienze, precauzioni, Franco Angeli, Milano. Gaeta L. (2023), Orizzonti quotidiani. Introduzione alla conoscenza dei confini, Mimesis, Sesto San Giovanni. 4) Sul tema della trans-disciplinarietà intesa come compenetrazione reciproca lavora con costanza e in profondità Mechrì (https://www.mechri.it/), associazione e laboratorio di filosofia e cultura animata fra gli altri da Gabriele Pasqui e Carlo Sini, impegnata nella promozione di percorsi formativi transdisciplinari che intrecciano arti e scienze, lettere e ricerca sperimentale, tecniche e pensiero riflessivo. 5) Giovanni Astengo (1915-1990) è stato uno dei grandi Maestri dell’urbanistica italiana, architetto, progettista di piani, professore universitario e politico, dirigente dell’INU (di cui è stato presidente onorario dal 1986 al 1990), direttore della Rivista Urbanistica per 25 anni (1952-1977). 6) Il Piano di Amsterdam del 1934 (progetto di Cornelis Van Eesteren, 1897-1988, responsabile dei lavori pubblici della città che si modernizza), rappresenta il manifesto dell’urbanistica razionalista e funzionalista europea. La città è considerata un organismo e il piano, progettato come un dispositivo in evoluzione, è frutto di un'approfondita indagine statistico-economico-sociologica. 7) Nel 1965 viene approvato il Rapporto finale del Planning Advisory Group (PAG), che separa la parte strutturale del piano (Scructure plan), che configura le grandi scelte spaziali, da quella regolativa (local plan), che contiene vincoli e prescrizioni per intervenire in specifici ambiti di intervento. 8) Un piano per la Grande Bergamo, una città verde per 400.000 abitanti, che annulli le contrapposizioni centro-periferia realizzando anche nelle periferie i sevizi che oggi qualificano il centro città. Il primo Schema concentra lo sviluppo nel capoluogo, fra la città e il Serio, con una fascia di verde attrezzato fra i quartieri (esistenti e programmati). Il secondo dispone la crescita lungo assi lineari, quattro radiali dal capoluogo e due trasversali, lungo il corso del Serio e del Brembo. Il terzo suddivide la crescita in tre poli, separati da parchi e da aree agricole, uno a est per 45 mila abitanti, uno a nord-ovest in collina, uno a sud-ovest nei pressi di Dalmine. Il quarto riprende la configurazione lineare con un unico asse parallelo alla ferrovia Milano-Venezia, sul quale appoggia la crescita residenziale e produttiva. In tutte le ipotesi, la Città Alta, soggetta a una rigorosa salvaguardia storico monumentale e paesaggistica, conserva il proprio ruolo direzionale e culturale. 9) Si tratta della cosiddetta “ipotesi alta” di sviluppo: 125 abitanti per ettaro, 100 addetti industriali per ettaro, 300 addetti terziari per ettaro: il dimensionamento spaziale complessivo rappresenta una costante dei quattro schemi. 10) A seguito delle valutazioni economiche, gli schemi sono ridotti a due: il primo è scartato in quanto concentra lo sviluppo economico nel capoluogo, negando il rapporto con il comprensorio con cui Bergamo intendeva formare una città metropolitana; i due schemi lineari sono unificati, dando maggior risalto all’asse est-ovest. Rimangono quindi in campo la crescita lineare riformata e quella per poli, che venne definitivamente approvato nel 1968. Seguiti dall’economista Siro Lombardini (1924-2013), riprendono gli studi econometrici di Jacques Lesourne (1928-2020), sulla comparazione degli usi alternativi di risorse scarse. Astengo aveva già sperimentato la valutazione economica delle alternative localizzative nel piano a Genova (1926), ma non le aveva portate a termine per contrasti con l’Amministrazione comunale. 11) La vigente legge 1150/1942, d’ispirazione europea e razionalista, introduce un sistema di pianificazione gerarchico a cascata su tre livelli: sovracomunale (PTC Piano Territoriale di Coordinamento PTC e PIC Piano Intercomunale), generale (Piano Regolatore Generale PRG); comunale attuativo (Piano Particolareggiato Esecutivo PPE). In particolare, il PRG presenta una natura intrinsecamente strutturale, configurando un masterplan funzionalista alla scala comunale. La proposta di legge del 2023 dell’INU abilita una nozione ampia e articolata di governo del territorio, assumendolo quale insieme di funzioni e competenze interagenti, coagulate attorno a undici principi e a undici finalità fondamentali, con norme sulla rigenerazione urbana e territoriale, sul consumo di suolo, sul piano comunale, sulla durata delle previsioni. La proposta è stata formulata all’interno di un quadro di riferimento culturale e disciplinare che si è innestato su diversi tentativi e proposte di riforma della legge urbanistica nazionale del 1942; la proposta INU del 1995 (una legge di regole per pianificare la trasformazione), quella sempre dell’INU del 2006-08 (la prima riformulazione post modifica costituzionale del 2001, in forma di principi nel testo del 1995); nonché sull’attività di ricerca e confronto propositivo INU/ SIU/CENSU del 2021 finalizzata al rilancio della necessità di una legge di principi per il governo del territorio.
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N.d.C. - Piergiorgio Vitillo, architetto, professore ordinario di Urbanistica, insegna alla Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni (AUIC) del Politecnico di Milano. Presso lo stesso ateneo, svolge attività di ricerca nel Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente Costruito (DABC) sui temi della città contemporanea, della rigenerazione e del progetto urbano. È membro dell’Istituto Nazionale di Urbanistica e fa parte della redazione di Urbanistica.
Tra i suoi libri più recenti: con Alice Bottelli, Elena Solero, Metamorfosi dei grandi spazi del consumo. Costruire presidi di quartiere e prossimità (LetteraVentidue, 2025); con Andrea Lavorato e Paolo Galuzzi, 8tto Racconti di Milano. Verso un nuovo progetto di città, (Ance, 2020); con Marika Fior, Paolo Galuzzi e Gabriele Pasqui, (RE)discovering Proximity (Springer Nature, 2022).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 26 GIUGNO 2025 |