| |
MOLLINO OLTRE LA BIOGRAFIA D'ARTISTA
Commento al libro di Antonio De Rossi e Roberto Dini
Carlo Olmo
altri contributi:
dello stesso autore
sullo stesso argomento
|
|
|
|
|
Nel 2005 esce Carlo Mollino. Architettura come autobiografia, con un ulteriore sottotitolo, La Capanna Lago Nero (Idea Books). È la conclusione di una strategia di ricerca e restauro che ormai ha quindici anni di vita e che per l’autore, Giovanni Brino, si affianca ad articoli, tesi, interventi e al lavoro sull’archivio, davvero straordinario per l’epoca, dell’architetto torinese. Il libro di Antonio De Rossi e Roberto Dini – La montagna di Carlo Mollino. Architetture e progetti nelle Alpi (Hoepli, 2023) – rimette al centro della riflessione storiografica l’architettura alpina di Mollino, quasi chiudendo un cerchio non solo sulla figura dell’architetto, ma ancor più sulla storiografia che ne tratta. In realtà, la prima monografia, legata a un’esposizione per cui funge da catalogo, esce nel 1989, Carlo Mollino 1905-1973, con un’introduzione ancora oggi preziosissima di Roberto Gabetti (Electa, 1989).
La storiografia su Carlo Molino è paradigmatica della parabola che la storia dell’architettura in generale segue lungo quegli anni. Ma nel caso di Mollino è come se ogni mutamento fosse radicalizzato ed enfatizzato. Le sue architetture, i suoi mobili, le sue fotografie, le monografie d’artista in seguito, tracciano una figura quasi “canonica”: quella del genio creativo, dell’architecte maudits, un tardo esponente di quei Poeti maledetti che Paul Verlaine pubblica nel 1884 e che resterà un mot de passe per tante avanguardie, di qualsiasi declinazione esse siano. D’altronde Verlaine è una delle chiavi per entrare nel piccolo e coltissimo mondo borghese della Torino tra anni venti e anni sessanta. Per Mollino significa estremizzare momenti, avvenimenti e un’architecture da boudoir che avrà nella sua camera da letto nella residenza di via Vanchiglia, oggi Museo Mollino, l’acme purtroppo, nonostante gli sforzi di Fulvio e poi Napoleone Ferrari, ancora oggi non interamente restituito. Un filone di studio che diventa contemporaneamente un preziosissimo mercato (di mobili, oggetti e arredi) e una chiave di lettura che un commercio alla continua ricerca del diverso, dell’eccezione e dell’originalità ha alimentato.
Tre dimensioni restano quasi interamente fuori da questa lettura: l’architettura alpina, la scrittura e il mestiere da architetto che Carlo Mollino privilegia, solamente dopo la morte del padre Eugenio, ingegnere tra i più presenti in tante fasi della crescita della Torino industriale. Proprio la Torino che Mollino e i suoi amici, da Italo Cremona a Carol Rama, mettevano sotto le lenti dell’ironia, dello sberleffo, della caducità. Mondo che doveva allargarsi e comprendere intellettuali raffinati come Edoardo Sanguineti o Paolo Fossati, entrambi oggi troppo trascurati, anche nelle dinamiche di una Torino, quella degli anni tra cinquanta e ottanta, molto più sfaccettata di quanto si sia scritto sino ad oggi. Non è difficile capire allora perché architettura alpina, scritti e le opere più meditate da un architetto, tutt’altro che maudits, restino ai margini della mitografia dominante.
Il libro di De Rossi e Dini ci chiarisce, al di là delle passioni che Mollino suscita (testimoniate al meglio dai testi che Bruno Reichlin gli dedica) e dell’insieme delle socialità che saranno alla base di tanti progetti importanti per l’architetto torinese (pp. 27-36), come il tema dall’abitare la montagna non si riduca al costruire e al progettare seguendo quell’intreccio che il libro rende esplicito, tra un internazionalismo che Antonio de Rossi ha indagato con attenzione e intelligenza nei due volumi sulle Alpi (Donzelli, 2014 e 2016) e una raffinata ricostruzione di quello che Angelo Torre ha reinterpretato come località (Luoghi. La produzione di località in età moderna e contemporanea, Donzelli, 2011). De Rossi e Dini seguono Mollino in esperienze diverse. Abitare per “vivere con” (e qui il testo offre dell’alta borghesia torinese uno spaccato da rileggere, al di fuori delle indagini sulla committenza che tanti storici utilizzano per drammatizzare i propri racconti) Abitare un divertissement che getta una luce inquietante sulle forme di una socialità del tutto estranea ai tempi che vive la città. Abitare per convivere con sistemi sociali ed economici, talmente in espansione da offrire spazi quasi senza limiti a una speculazione che i fallimenti dei piani regolatori per il Breuil testimoniano in modo implacabile (pp. 144-149 e pp. 320-341). Abitare per non abbandonare di quei territori a un consumo mordi e fuggi o ridurlo a un problema di riduzione immobiliare dei suoli. L’architettura alpina per Mollino era occasione e opportunità di frequentare le differenze, dentro un quadro sociale di crescenti omologazioni, il percorso che porta l’architetto torinese dal progetto per un centro sportivo in verticale “Quota 2600” alla Casa del Sole, negli anni 1945-1955 (pp. 108-133). Non conduce solo “alla torre di otto piani e alla villa sul tetto, ma anche tutti gli arredi, fissati ai muri e quasi inamovibili. Altro che Mollino disegnatore e progettista di “eccezioni”! Si tratta, piuttosto, di progetti che sembrano riprendere le tante esperienze razionaliste di appartamenti integrali e funzionali in spazi ridotti. Certo, Mollino non si fa scappare lo “sberleffo dadaista”, tant’è che il Cervino, la montagna ”sacra”, la si vedeva essenzialmente dai gabinetti. E il suo essere “altro” era segnato dalla villa-baita sul tetto della torre. Il paradosso nel paradosso è che i verbali di quello strano condominio venivano stesi da Norberto Bobbio, forse l’intellettuale più distante da sarcasmo molliniano.
Del Rossi e Dini ci conducono per mano in questo mondo di materialità quasi ostentate, di significati occultati dalle letture ricorrenti, che vengono poi mise en questione da particolari costruttivi o distributivi, in un mondo che lascia incerti se prendere del tutto sul serio quello che l’austerità dell’architettura alpina reca con sé o da un serialità anti-industriale e che viene dall’etnologia che ha le sue matrici locali nel Piano della Valle d ’Aosta del1 941 e da quanto si andava studiando e facendo dall’altra parte soprattutto francese delle Alpi.
Il testo di De Rossi e Dini è un concentrato di passaggi minuti che sfuggono a una lettura superficiale, proprio perché Mollino è in quei passaggi, quando fa l’architetto, riprendendo alcuni nodi formali, distributivi, costruttivi, lavorandoci quasi con ossessione. Ma la nostra storiografia è monografica e autoritaria, nel senso della costruzione dell’autore e della sua fama, come ci ha insegnato Antoine Lilti. Il testo, quasi ovviamente, apre una meditazione sul modo con cui sono stati letti i suoi progetti e le sue architetture dal 1955 in avanti. Perché? Che figura è Mollino quando può esprimersi senza l’eccezione (come regola e come chiave dell’autorialità), un’eccezione che alla fine risulta un po’ caricaturale. Il testo De Rossi e Dini continua un percorso di indagine sui progetti (molti non realizzati) che però illustrano come nasce il Mollino del Teatro Regio, per non fare che un esempio, o il Mollino scrittore, che è l’altra faccia di una monografia che non voglia solo seguire l’immagine storiografica che si è via via consolidata e che Michela Comba ha già messo a fuoco nella sua curatela uscita da Bollati Boringhieri nel 2007 (Architettura di parole. Scritti 1933-1965).
Carlo Mollino consente, più di altri architetti della sua generazione, una distinzione fondamentale: quella tra la fortuna critica e ricezione di concetti che appaiono quasi sovrapponibili e invece non lo sono. La fortuna critica si alimenta di mitografie (quasi mai verificate sino in fondo) e alimenta un’immagine storiografica rassicurante, il mainstream di cui troppi saperi specialistici oggi si nutrono. La ricezione invece si misura e essa stessa misura gli strumenti analitici (documenti, fonti, disegni, cantieri, scritti e opere costruite e non) e i loro intrecci, fornendo al lettore la possibilità di verificare le affermazioni di chi scrive, di mostrare le prove e il percorso ermeneutico seguito. Resta certo fondamentale il punto di vista che per De Rossi e Dini è quello del progettista su cui aprono un’indagine che è quella tipica dello storico, che si muove tra fonti e documenti (non confondendoli), che procede per indizi e tracce, che argomenta sapendo, sempre, di dover sottoporre al giudizio delle prove le affermazioni. Carlo Mollino gode di una celebrità (sempre Lilti 2014) che nasce più da due filoni, entrambi legittimi: uno letterario (il Mollino inventivo creatore di forme, sociali non solo politiche, di “stranezze” variamente declinate); l’altro attinente il mercato che ha raggiunto per alcuni suoi arredi cifre iperboliche e che ha distrutto, ad esempio, gli arredi della Casa del Sole.
Un libro come quello di De Rossi e Dini ci rimette davanti a un ”genere letterario”, quello della casa moderna in montagna, con le sue radici e le sue invenzioni, che Mollino declina in progetti e costruzioni che vanno dal restauro del rascard Garelli alla stazione d’arrivo della funivia del Furggen, dalla cura di un patrimonio ereditato dalla storia all’invenzione quasi integrale per una funzione che non ha ancora consolidato una propria tipologia. Forse più che campo di sperimentazione le sue case, infrastrutture, regole e regolamenti, sono per Mollino l’opportunità di trasferire quello che solo i suoi scritti ci consentono di intuire: quello di avere radici in una cultura visiva non solo letteraria – non solo Pareyson e Croce, ma anche Italo Cremona o Carol Rama – e un ‘attenzione all’architettura nordeuropea che ritornerà in maniera platica nei viaggi cui sottoporrà l’alto funzionariato torinese in occasione del progetto del Teatro Regio. Un architetto meno giocoliere e molto più studioso e ossessivo ricercatore di soluzioni distributive, non solo formali. Certo con il sarcasmo come freno alla sua davvero insolita fantasia e al suo esplosivo narcisismo.
Carlo Olmo
N.d.C. - Carlo Olmo, professore emerito di Storia dell'Architettura del Politecnico di Torino, è stato preside della Facoltà di Architettura e ha coordinato il dottorato di ricerca in Storia dell'Architettura e dell'Urbanistica presso lo stesso ateneo. Ha insegnato all'École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, al Mit di Boston e in numerose università straniere. Ha inoltre curato mostre di architettura a Torino, Venezia, Roma, Parigi, Bruxelles e New York.
Tra i suoi libri: Politica e forma (Vallecchi, 1971); Architettura edilizia. Ipotesi di una storia (Torino, 1975), con Roberto Gabetti, Le Corbusier e L'Esprit Nouveau (Einaudi, 1975); con Riccardo Roscelli, Produzione edilizia e gestione del territorio (Stampatori, 1979); La città industriale. Protagonisti e scenari (Einaudi, 1980); Aldo Rossi attraverso i testi (Mazzotta 1986): tr. ing. in "Assemblage", 5, 1988: Turin et des Miroirs feles, in "Annales", 3, 1989; con Roberto Gabetti, Alle radici dell'architettura contemporanea. Il cantiere e la parola (Einaudi, 1989); con Linda Aimone, Le esposizioni universali, 1851-1900. Il progresso in scena (Allemandi, 1990; ed. fr. Belin 1993); con Luigi Mazza (a cura di), Architettura e urbanistica a Torino, 1945-1990 (Allemandi, 1991); (a cura di), Cantieri e disegni. Architetture e piani per Torino, 1945-1990 (Allemandi, 1992); Urbanistica e società civile. Esperienza e conoscenza, 1945-1960(Bollati Boringhieri, 1992); Gabetti e Isola. Architetture (Allemandi, 1993); (a cura di), La ricostruzione in Europa nel secondo dopoguerra (Cipia, 1993); (a cura di), Il Lingotto: 1915-1939. L'architettura, l'immagine, il lavoro (Allemandi, 1994); (a cura di) con Bernard Lepetit, La città e le sue storie (Einaudi, 1995); (a cura di), con Alessandro De Magistris, Jakov Cernihov: documenti e riproduzioni dall'archivio di Aleksej e Dimitri Cernihov(Allemandi, 1995; ed. fr. Somogy editions d'art, 1995; ed. ted. Arnoldsche, 1995); Le nuvole di Patte. Quattro lezioni di storia urbana (FrancoAngeli, 1995); (a cura di), Mirafiori(Allemandi, 1997); (a cura di) con Lorenzo Capellini e Vera Comoli, Torino (Allemandi, 1999); (a cura di), Dizionario dell'architettura del XX secolo (Allemandi, 2000-2001, 5 vol.; ed. Enciclopedia Treccani, 2002); Costruire la città dell'uomo. Adriano Olivetti e l'urbanistica (Edizioni di Comunità, 2001); (a cura di) con Walter Santagata, Sergio Scamuzzi, Tre modelli per produrre e diffondere cultura a Torino (Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci, 2001); con Michela Comba, Marcella Beraudo di Pralormo, Le metafore e il cantiere. Lingotto 1982-2003 (Allemandi, 2003); (a cura di) con Michela Comba e Manfredo di Robilant, Un grattacielo per la Spina. Torino, 6 progetti su una centralità urbana, catalogo della mostra (Allemandi, 2007); Morfologie urbane (il Mulino, 2007); (a cura di), Giedion, Sigfried, Breviario di architettura(Bollati Boringhieri, 2008); (a cura di) con Arnaldo Bagnasco, Torino 011: biografia di una città. Saggi (Mondadori Electa, 2008); Architettura e Novecento. Diritti, conflitti, valori (Donzelli, 2010); (a cura di), con Cristiana Chiorino, Pier Luigi Nervi. Architettura come sfida (Silvana ed., 2010, 2012); Architecture and the 20. Century: Rights, conflicts, values (List Lab, 2013); Architettura e storia. Paradigmi della discontinuità (Donzelli, 2013); con Susanna Caccia Gherardini, Le Corbusier e il fantasma patrimoniale (Il Mulino 2015) e Metamorfosi americane. Destruction throught neglect: Villa Savoye tra mito e patrimonio (Quodlibet, 2016); con Susanna Caccia, La villa Savoye. Icona, rovina e restauro (1948-1968) (Donzelli, 2016); con Patrizia Bonifazio e Luca Lazzarini, Le Case Olivetti a Ivrea (Il Mulino, 2018); con postfazione con Antonio De Rossi, Urbanistica e società civile (Edizioni di Comunità, 2018); Città e democrazia. Per una critica delle parole e delle cose (Donzelli, 2018); Progetto e racconto. L’architettura e le sue storie (Donzelli, 2020); Storia contro storie. Elogio del fatto architettonico (Donzelli, 2023); con Alessandro Armando, L'aula e la piazza. Dialogo sull’architettura, l’università e la società (Donzelli, 2025).
Per Città Bene Comune ha scritto: Spazio e utopia nel progetto di architettura (15 febbraio 2019); La città tra corpo malato e corpo perfetto (3 luglio 2020); La diversità come statuto di una società (19 febbraio 2021); Biografia (e morfologia) di una strada (22 ottobre 2021); Gli intellettuali e la storia, oggi (4 febbraio 2022); Per una nuova Progressive Age (10 settembre 2022); La memoria come progetto (24 febbraio 2023); Un’urbanistica della materialità e del silenzio (30 giugno 2023); Le molteplici dimensioni del tempo (12 aprile 2024).
Sui libri di Carlo Olmo, v. in questa rubrica i commenti di: Cristina Bianchetti, Lo spazio in cui ci si rende visibili… E la cerbiatta di Cuarón (5 ottobre 2018); Giampaolo Nuvolati, Scoprire l’inatteso negli interstizi delle città (20 settembre 2019); Carlo Magnani, L’architettura tra progetto e racconto (11 settembre 2020); Piero Ostilio Rossi, Modi (e nodi) del fare storia in architettura (2 ottobre 2020); Gabriele Pasqui, La storia tra critica al presente e progetto (23 ottobre 2020); Andrea Bonaccorsi, La storia dell’architettura è la storia (26 gennaio 2024).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 17 LUGLIO 2025 |
CITTÀ BENE COMUNE
Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali
prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
ideazione e direzione scientifica (dal 2013): Renzo Riboldazzi
direttore responsabile (dal 2024): Annamaria Abbate
comitato editoriale (dal 2013): Elena Bertani, Oriana Codispoti; (dal 2024): Gilda Berruti, Luca Bottini, Chiara Nifosì, Marco Peverini, Roberta Pitino; (dal 2025) Letizia Konderak, Franco Vaio
comitato scientifico (dal 2022): Giandomenico Amendola, Arnaldo Bagnasco, Alessandro Balducci, Angela Barbanente, Cristina Bianchetti, Donatella Calabi, Giancarlo Consonni, Maria Antonietta Crippa, Giuseppe De Luca, Giuseppe Dematteis, Francesco Indovina, Alfredo Mela, Raffaele Milani, Francesco Domenico Moccia, Giampaolo Nuvolati, Carlo Olmo, Pier Carlo Palermo, Gabriele Pasqui, Rosario Pavia, Laura Ricci, Enzo Scandurra, Silvano Tagliagambe, Michele Talia, Maurizio Tira, Massimo Venturi Ferriolo, Guido Zucconi
cittabenecomune@casadellacultura.it
conferenze-dialoghi
2017: Salvatore Settis locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2018: Cesare de Seta locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2019: G. Pasqui | C. Sini locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
incontri-convegni
autoritratti
2017: Edoardo Salzano 2018: Silvano Tintori 2019: Alberto Magnaghi 2022: Pier Luigi Cervellati 2023: Valeria Erba
letture e pubblicazioni
2015: online 2016: online/periodico1/24 2017: online/periodico2/24 2018: online/pubblicazione 2019: online/pubblicazione 2020: online/pubblicazione 2021: online/pubblicazione 2022: online/pubblicazione 2023: online/pubblicazione 2024: online/pubblicazione 2025:
G. L. Brunetti, L'architettura di Varese, una galassia, commento a: L. Crespi (a cura di), Atlante delle architetture e dei paesaggi dal 1945 a oggi in provincia di Varese (Silvana Editoriale, 2023)
R. Pavia, Imparare col corpo, viaggiando, commento a: R. Secchi, Itinerari dello sguardo in architettura (TAB edizioni, 2024)
B. Bottero, La difficile costruzione del quotidiano, commento a: M. Cucinella con S. Uccello, Città foresta umana (Einaudi, 2024)
P. C. Palermo, Cammei di urbanistica, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024)
F. de Agostini, L'empatia nella cassetta degli attrezzi, commento a: M. Cucinella con S. Uccello, Città foresta umana (Einaudi, 2024)
P. Vitillo, Abilitare le antinomie del piano, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024)
W. Tocci, Elogio dell'Urbanistica, un ritorno ai classici per continuare a riflettere (intervento al congresso INU 2025)
A. Delera, Troppo vecchi per capire?, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)
G. Nuvolati, Ci vuole una certa atmosfera, commento a: Tonino Griffero, Agostino Petrillo (a cura di), Atmosfere urbane (Ed. ETS, 2024)
D. Vannetiello, Un ponte tra le generazioni, commento a: G. Consonni, Non si salva il pianeta se non si salvano le città (Quodlibet, 2024)
R. Milani, Il sogno come progetto ovunque, commento a: M. Venturi Ferriolo, G. Burattoni, Un'estetica di progetto (Franco Angeli, 2024)
M. Serini, Sguardi neurodivergenti sulla città, commento a: A. Vanolo, La città autistica (Einaudi, 2024)
A. De Rossi, La feconda natura della rigenerazione, commento a: A. Lanzani, Rigenerazione urbana e territoriale al plurale (FrancoAngeli, 2024)
D. Grohmann, Una difesa attiva del suolo, commento a: F. Berni (a cura di), Parco della Piana di Assisi (Assisi Mia Ed. 2024)
F. Collotti, Contro la città usa e getta, commento a: V. Magnago Lampugnani, Contro la città usa e getta sostenibile (Bollati Boringhieri, 2024)
P. Perulli, La vendetta dei dimenticati, commento a: G. Buciuni, G. Corò, Periferie competitive (il Mulino, 2023)
F. Ceci, Abitare come agire sociale, commento a: M. Savino, L. Perini (a cura di), Abitare contemporaneo (FrancoAngeli, 2023)
L. Bottini, Città: una sfida esistenziale, commento a: S. Mancuso, Fitopolis (Laterza, 2023)
M. Biraghi, L'architettura va alle terme, commento a: G. D’Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori 8a cura di), Le città di Igiea (Silvana Ed., 2024)
G. Piccarolo, Di fiumi e di risorgrnze, commento a: G. Cazzaniga, Il Fiume (Marinotti 2024)
W. Tocci, Per una nuova scienza della città, commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio (a cura di), La città dopo la pandemia (Aracne, 2023)
B. Bottero, L'urbanistica è quantica, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)
A. Lanzani, Milano: cosa resta (e come ricominciare, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so su di lei (Planum Publisher, 2024)
S. Zaggia, Il Ghetto di Venezia: una città, commento a: D. Calabi, Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri, 2024)
G. Consonni, Fare della Storia una speranza, commento a: G. Bigatti, Milano (Mimesis, 2024)
G. Restaino, Roma, c'è un'altra città, commento a: M. Di Giovine, Paesaggio identitario (Quodlibet, 2024)
E. Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma, commento a: R. Pavia, Roma Babilonia (Bordeaux, 2024)
E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty (Routledge, 2024)
S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)
M. Fortis, Interni milanesi, un libro e una mostra, commento a: E. Morteo e S. Pierini, Nelle case (Hoepli, 2023)
M.Bassanelli, Se l'ufficio si diffonde, commento a: I. Mariotti, E. Tomaz, G. Micek, C. Méndez-Ortega (a cura di), Evolution of New Working Spaces (Springer, 2024)
M. Peverini, L'egemonia della rendita urbana, commento a: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita (Donzelli, 2023)
C. Bianchetti, Basaglia: i luoghi del mito, commento a: F. Foti, Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, 2024)
G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio. (FrancoAngeli, 2023)
F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)
A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia
A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)
G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)
A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)
|
|
|