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ANCHE LO SPAZIO PARLA, ASCOLTIAMOLO


Commento al libro di Alfredo Mela, Elena Battaglini e Anna Laura Palazzo



Luca Bottini


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Il bel volume di Alfredo Mela, Elena Battaglini e Anna Laura Palazzo, La società e lo spazio. Quadri teorici, scenari e casi di studio (Carocci, 2024), pone tutta una serie di questioni epistemologiche, teoriche e metodologiche in grado di sollecitare una profonda revisione della sociologia urbana, territoriale e ambientale. Forse, più che parlare di revisione sarebbe corretto dire di primo vero slancio evolutivo di questa disciplina attenta alla dimensione materiale e spaziale delle città e dei sistemi territoriali. Parlo di slancio perché il volume è ricchissimo di possibilità che potrebbero essere adottate da tale ambito disciplinare, conferendo possibili aperture per certi versi decisamente innovative nel modo con cui si intende lo studio dei fenomeni sociali spazialmente situati.

Il libro si suddivide in tre parti assai dense di contenuti teorici. Una prima parte è tutta dedicata all’esplorazione di nuovi paradigmi interpretativi che possono essere adottati, una seconda è dedicata alle implicazioni di politiche e pratiche che derivano da questi nuovi paradigmi, infine la terza e ultima pare riguarda le sfide e le prospettive che una nuova sociologia ambientale del territorio porta con sé. Mi soffermo, per brevità, sulla questione saliente che ricorre come un fil rouge lungo tutto il volume, ossia la questione teorico-epistemologica che viene esplorata dagli autori e per cui viene proposta una nuova modalità di ricerca, quella di una visione della sociologia del territorio e dell’ambiente che tenga assieme fattori umani e non umani attraverso l’adozione di un nuovo paradigma interpretativo. Si tratta di un dibattito sicuramente non nuovo, né nel campo della sociologia in generale, né tantomeno nell’ambito della sociologia territoriale, per natura sensibile alla fisicità dei luoghi, allo spazio e alle sue forme. La sociologia, purtroppo, risulta essere spesso refrattaria all’esplorazione di nuovi paradigmi teorici e tende a rimanere cristallizzata su un pensiero dicotomico, sia dal punto di vista teorico sia metodologico, impedendo alla disciplina di adattarsi e di compiere progressi nella comprensione dei fenomeni sociali oltre che assumere quegli strumenti idonei per seguirne il naturale mutamento nel tempo. In modo particolare, questa visione scientifica, tipicamente otto-novecentesca, oggi presenta tutte le sue criticità, specialmente nell’ambito della sociologia del territorio. Come giustamente dichiarano gli autori a pagina 11 «[…] tale divisione si colloca nel quadro più ampio di un paradigma basato su dicotomie fortemente radicate nella visione del mondo della modernità occidentale, ma che oggi appaiono inadeguate sia sul versante teorico, sia su quello della pratica scientifica […] dicotomie come quelle tra natura e cultura, tra società e ambiente, tra scienze “dure” e scienze umane, e anche, all’interno di queste ultime, tra metodi quantitativi e qualitativi, tra approcci che partono dal soggetto o dalla struttura. Anche oggi queste nette distinzioni continuano a ostacolare il lavoro interdisciplinare, che del resto è spesso invocato come una necessità, data la complessità dei problemi che le società contemporanee sono chiamate ad affrontare». In questa frase è racchiuso tutto il progetto attorno a cui si sviluppa il volume, ossia la possibilità di un cambio di prospettiva che permetta alla sociologia territoriale, più precisamente “sociologia spazialista”, di evolvere nella sua struttura metodologico-teorica, fornendo così un modo innovativo e adatto ai nostri tempi per comprendere i mutamenti socio-spaziali.

Lo sforzo intellettuale che viene profuso dagli autori per tentare di tracciare una nuova strada in questo senso è estremamente articolato, multidimensionale e, a mio modo di vedere, convincente. Se dovessimo riassumere la prospettiva proposta, potremmo dire che questa va nella direzione di invertire la rotta epistemologica seguita dal pensiero comune, assimilato dai diversi campi scientifici tra ottocento e novecento, che imponeva una interpretazione della realtà in senso lineare e dicotomico. Lo sguardo esplorato dagli autori si muove invece su due filoni: il primo è quello di optare per un riconoscimento dell’impossibilità di incasellare i fenomeni sociali entro un rigidismo teorico di tipo deterministico e lineare (abbracciando, piuttosto, una visione fenomenica di natura probabilistica e complessa); il secondo è quello di mettere in discussione la visione unidirezionale, frequentata da gran parte della ricerca sociologica, incentrata sull’agency delle persone, andando a riprendere la proposta di Bruno Latour, Michel Callon e John Law di assunzione di uno sguardo olistico basato su tutti gli attanti in gioco.

L’idea di leggere i fenomeni sociali secondo uno sguardo probabilistico è, a mio parere, la chiave di volta per una comprensione pacata e realistica dei fatti sociali. Il determinismo nell’analisi sociale è qualcosa che è tramontato da tempo, sebbene, di tanto in tanto, in alcune parti della comunità scientifica riemerga, soprattutto nei filoni di ricerca particolarmente orientati alla metodologia anziché alla sua funzione strumentale rispetto alle finalità di studio e conoscenza. La complessità e la multifattorialità, ben nota ad esempio nella psicologia analitica, sono elementi ineludibili per lo studio di qualsivoglia fenomeno che ponga in gioco gli esseri umani, con buona pace dei tentativi di rinchiudere entro rigidi modelli interpretativi la fenomenologia comportamentale. Piuttosto, l’aver abbracciato uno sguardo probabilistico in quella parte di sociologia più avvezza all’adesione di un metodo scientifico e dell’utilizzo della statistica quale tecnica di analisi, risulta certamente più efficace, poiché parte dall’evidenza che i tentativi di ridurre la comprensione dei fenomeni sociali in senso lineare è semplicemente una modalità poco realistica rispetto alla capacità perturbativa di una moltitudine di variabili ignote sul fenomeno osservato. Secondo gli autori, dunque, si dovrebbe andare verso la valorizzazione questo approccio probabilistico nella comprensione dell’interazione tra uomo e ambiente, superando quell’idea tutta occidentale per cui l’ambiente è o dominato e plasmabile dall’azione umana oppure è un oggetto ostile, da cui difendersi. Nella visione integrata tra ambiente e territorio proposta dagli autori, invece, l’apparente passività degli oggetti ambientali, siano essi naturali o artificiali, diventa tale da renderli interessanti e capaci di “agency” al pari dell’azione umana. Su questo punto, è molto interessante la prospettiva proposta di superare l’idea di una capacità di agire che sia prerogativa esclusiva degli animali evoluti: anche gli oggetti sono capaci di parlare, di suscitare emozioni, di influenzare il comportamento e le reazioni umane.

A questo proposito, gli autori, e arriviamo al secondo filone teorico seguito, propongono di utilizzare il modello interpretativo della “Actor-Network Theory” (ANT). Secondo questa teoria, ogni elemento in grado di turbare un equilibrio in un sistema sociale, e dunque in grado di produrne una differenza, è un “attante”, cioè un oggetto che “agisce” per compiere la modifica nel sistema. Seguendo questo ragionamento, dunque, nel modello di Latour ogni elemento capace di modificare qualcosa ha un peso, ivi compreso il mondo non-umano, quindi quello legato allo spazio fisico, naturale o artificiale che sia. Secondo la logica ANT, ogni oggetto concorre a compiere una modifica collettiva del sistema. La relazione reciproca tra questi elementi porta a considerare l’intenzionalità umana come non sempre necessaria allo svolgimento delle modificazioni del sistema sociale, si pensi ad esempio al ruolo degli eventi naturali (gli eventi legati alla fragilità idrogeologica) o al collasso di una infrastruttura civile (il crollo del Ponte Morandi a Genova). Visto in questo modo, il sistema sociale, dunque, è il risultato di una interazione tra più fattori, umani e non, che assieme contribuiscono alla creazione dei fenomeni sociali. Ma non basta il riconoscimento di questa prospettiva, come correttamente avvertono gli autori, è infatti necessario inquadrare queste interazioni all’interno di una rete di relazioni che legano attanti umani con attanti non-umani. Questa rete può permettere determinate relazioni e impedirne altre, oppure la relazione è consentita per la mediazione di un oggetto terzo. Ad esempio, la corporeità degli individui permette una relazione fisica con lo spazio esterno, così come la dimensione cognitiva ed emotiva consente di entrare in un rapporto percettivo con esso, ma sono le persone ad entrare eventualmente in contatto con lo spazio fisico, non è quest’ultimo a “cercare il contatto”. Al più è lo spazio fisico, i luoghi naturali o costruiti, con le sue caratteristiche a sollecitare determinate sensazioni, valutazioni, giudizi, oppure ad imporre vincoli alle pratiche sociali. Alla luce di questo modello, gli autori propongono dunque una assimilazione di questa teoria al fine di consolidare il ruolo scientifico della sociologia dell’ambiente del territorio grazie ad una rinnovata capacità di valorizzare fattori umani e non-umani nei processi di studio e comprensione dei fenomeni sociali situati.

La conseguenza dell’assunzione di un paradigma di questo tipo è, per gli autori, l’apertura di nuove possibilità analitiche per la sociologia territoriale, come lo studio dei “metaterritori”, o delle “bioregioni”, concettualizzazioni della realtà socio-spaziale che sono caratterizzate da un ampliamento delle possibilità di manifestazione dei fenomeni sociali in senso probabilistico, come auspicato dagli autori. Aprirsi a tale possibilità significa abbandonare il pensiero dicotomico-lineare e favorire, invece, una logica “fuzzy”, sfocata, entro cui i fenomeni sociali possono manifestarsi e prendere forma all’interno di una tavolozza di possibilità. In questa logica, avanzata per le scienze sociali da Zadeh nel 1965, un elemento X che si trova nell’insieme sfocato A è una funzione continua, non discreta, entro cui possono verificarsi, da 0 a 1, molteplici manifestazioni. È il concetto delle scale probabilistiche di Rasch (Corbetta, 1999) e del concetto di probabilità stessa implicito, ad esempio, nei modelli di regressione logistica: non è più la finalità di “indovinare” il valore esatto assunto dalla variabile dipendente a fronte della variazione di un’unità di una variabile indipendente Xi , ma comprendere il grado di probabilità che un fenomeno Y si manifesti (rispetto a che ciò non avvenga) alla luce dell’azione di una variabile indipendente Xi. Si tratta quindi di opporre il concetto di probabilità, che amplia di molto gli orizzonti di possibilità di conoscenza scientifica, al concetto di determinismo, che si limita all’identificazione del valore stimato di una variabile dipendente. Questo approccio, nell’ambito dello studio dei fenomeni sociali territorialmente situati, risulta essere efficace, perché tiene insieme tutto il portato di complessità in esso contenuti. Il caso dell’Agenda 2030 citato nel volume ne è un esempio calzante.

A completamento della proposta teorica degli autori, mi sento di ricordare che, ancora una volta, è possibile costruire dei ponti tra la sociologia del territorio e dell’ambiente e la psicologia. In particolare, la psicologia dell’ambiente ha lungamente dibattuto sugli stessi interrogativi che gli autori del volume si sono posti per individuare un paradigma teorico efficace per analizzare la relazione tra comportamenti umani e ambiente, costruito o naturale. Si tratta di un dibattito iniziato agli esordi della disciplina, sul finire degli anni sessanta e inizi settanta (Proshansky, 1970) e sostanzialmente risolto negli anni ottanta-novanta (Bonnes & Secchiaroli, 1992; Stokols & Altman, 1987). L’evoluzione di tale dibattito condusse da una iniziale visione eccessivamente sbilanciata sugli attanti non-umani ambientali (la forma fisica dei quartieri e gli aspetti architettonici degli edifici – una visione eccessivamente deterministica) ad una modalità interpretativa che inquadra l’interazione degli attanti secondo una logica di mutuo scambio, ossia il paradigma “transazionale”, mutuato dagli studi di Dewey e Bentley (Dewey, 1929; Dewey & Bentley, 1949). Secondo tale visione, poi sussunta dalla psicologia ambientale per i decenni successivi, le caratteristiche ambientali e quelle individuali interagiscono tra di loro per creare l’interazione, lo scambio di informazioni che portano a creare la relazione stessa, fatta di valutazioni, giudizi, percezioni e propensione a determinati comportamenti sociali situati in uno spazio con caratteristiche specifiche (Gifford, 2002).

In conclusione, il lavoro di Mela, Battaglini e Palazzo propone un necessario cambio di rotta teorico per l’intero campo di studi, riconoscendo la necessità di voltare pagina rispetto ad un’idea di agency che non risulta efficace per una più adeguata comprensione di quello che succede nell’interazione quotidiana tra attanti umani e spazi non-umani. D’altro canto, mi sento di valorizzare una auspicabile visione transdisciplinare dell’intero dibattito descritto nel libro, una visione altrettanto attenta ad evitare quelle rigidità concettuali e metodologiche denunciate dagli autori; essa potrebbe essere ugualmente utile per favorire un dialogo fecondo tra sociologia del territorio e altri campi d’indagine, come la psicologia ambientale, soprattutto alla luce della condivisione di urgenze teoriche ed epistemologiche, poiché su queste le due discipline sono giunte alle medesime conclusioni. La logica probabilistica e di adesione al modello ANT proposte dagli autori può tranquillamente interagire con il paradigma transazionale proposto dalla psicologia ambientale. L’intento di base e la filosofia soggiacente è infatti il medesimo: inquadrare la relazione tra agenti umani e spaziali secondo una prospettiva equilibrata che valorizzi il ruolo di entrambi i fattori, evitando lo sbilanciamento verso una inefficace prospettiva deterministica, oppure un’altra altrettanto inefficace visione unicamente centrata sull’azione umana.

Il volume, in ultimo, permette di compiere forse un passo avanti potenzialmente definitivo nell’ambito del dibattito scientifico italiano in campo sociologico territoriale, nell’auspicio che queste idee possano accompagnare in modo sempre più deciso il lavoro di ricerca di tutti e tutte coloro che si impegnano nello studio dei fenomeni sociali secondo una saggia prospettiva che tenga assieme spazio fisico e comportamento umano e dunque fornendo strumenti più solidi per la comprensione delle grandi sfide territoriali ed urbane che riguardano la società contemporanea.

Luca Bottini

 

 

Riferimenti bibliografici
Bonnes, M., & Secchiaroli, G. (1992). Psicologia Ambientale. Introduzione alla psicologia sociale dell’ambiente. NIS La Nuova Italia Scientifica.
Corbetta, P. (1999). Metodologia e tecniche della ricerca sociale. Il Mulino.
Dewey, J. (1929). Experience & Nature. George Allen and Unwin.
Dewey, J., & Bentley, A. (1949). Knowing and Known. Beacon Press.
Gifford, R. (2002). Environmental Psychology: principles and practices. Allyn & Bacon.
Proshansky, H. M. (1970). Environmental Psychology: Man and His Physical Settings. Holt, Rinehart & Winston.
Stokols, D., & Altman, I. (1987). Handbook of Environmental Psychology. Wiley.

 

N.d.C. - Luca Bottini è ricercatore in sociologia urbana presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca dove insegna "Città e Governo Locale" presso il corso di laurea triennale in Scienze del Turismo e Comunità Locale. È stato visiting PhD student presso la University of Victoria (Canada) dove ha lavorato nel «Environmental Psychology Lab» coordinato dal prof. Robert Gifford. Ha frequentato a corsi di perfezionamento presso la University of Essex (UK) e l’Università di Trento e ha presentato le sue ricerche presso conferenze in Europa e Stati Uniti. Dal 2013 è membro del comitato editoriale di “Città Bene Comune”, periodico sulla città, il territorio, l’ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali coprodotto dalla Casa della Cultura di Milano e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Il suo ambito di ricerca è lo studio della relazione tra ambiente urbano e comportamento sociale, con particolare riferimento alla qualità della vita e al benessere soggettivo nei quartieri, alla mobilità sostenibile in contesti urbani e all’identità locale, utilizzando un approccio interdisciplinare tra sociologia urbana e psicologia ambientale.

Tra i suoi libri: Lo spazio necessario. Teorie e metodi spazialisti per gli studi urbani (Ledizioni, 2020); Luoghi eventi e turismo. Una prospettiva sociologica (Ledizioni, 2022).

Per Città Bene Comune ha scritto: Il valore dei luoghi e dello spazio (20 novembre 2020); Milano, un’altra storia (17 novembre 2023); Città: una sfida esistenziale (4 aprile 2025)

Sui libri di Bottini, v. in questa rubrica: Simona Sacchi, Lo spazio urbano è necessario (15 aprile 2022).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri

R.R.

 


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23 LUGLIO 2025

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R. Pavia, Imparare col corpo, viaggiando, commento a: R. Secchi, Itinerari dello sguardo in architettura (TAB edizioni, 2024)

B. Bottero, La difficile costruzione del quotidiano, commento a: M. Cucinella con S. Uccello, Città foresta umana (Einaudi, 2024)

P. C. Palermo, Cammei di urbanistica, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024)

F. de Agostini, L'empatia nella cassetta degli attrezzi, commento a: M. Cucinella con S. Uccello, Città foresta umana (Einaudi, 2024)

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M. Serini, Sguardi neurodivergenti sulla città, commento a: A. Vanolo, La città autistica (Einaudi, 2024)

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F. Ceci, Abitare come agire sociale, commento a: M. Savino, L. Perini (a cura di), Abitare contemporaneo (FrancoAngeli, 2023)

L. Bottini, Città: una sfida esistenziale, commento a: S. Mancuso, Fitopolis (Laterza, 2023)

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G. Piccarolo, Di fiumi e di risorgrnze, commento a: G. Cazzaniga, Il Fiume (Marinotti 2024)

W. Tocci, Per una nuova scienza della città, commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio (a cura di), La città dopo la pandemia (Aracne, 2023)

B. Bottero, L'urbanistica è quantica, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)

A. Lanzani, Milano: cosa resta (e come ricominciare, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so su di lei (Planum Publisher, 2024)

S. Zaggia, Il Ghetto di Venezia: una città, commento a: D. Calabi, Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri, 2024)

G. Consonni, Fare della Storia una speranza, commento a: G. Bigatti, Milano (Mimesis, 2024)

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E. Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma, commento a: R. Pavia, Roma Babilonia (Bordeaux, 2024)

E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty (Routledge, 2024)

S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)

M. Fortis, Interni milanesi, un libro e una mostra, commento a: E. Morteo e S. Pierini, Nelle case (Hoepli, 2023)

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