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SALVARE IL SUOLO (ANCHE DALLE RINNOVABILI)
Commento al libro di Paolo Pileri
Mario Agostinelli
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Il libro di Paolo Pileri – Dalla parte del suolo. L'ecosistema invisibile (Laterza, 2024) – è stato una sorpresa gradita e arricchente. Il racconto scrupoloso e immaginifico contenuto nel testo – un approccio interdisciplinare carico di rigore scientifico e passione – ha messo a disposizione della mia cassetta degli attrezzi ecologista novità rilevanti, assolutamente complementari alla mia formazione che risaliva semplicemente ai concetti di consumo e di dissesto quando mi riferivo al suolo. In effetti, non ho mai padroneggiato prima d’ora una percezione di un ecosistema vivente – e oggi, ahimè, morente! –, decisivo per la salvaguardia del clima (o per la sua crisi accelerata), dal momento che esso trattiene, se non vulnerato, ben il 40% dell’anidride carbonica, equivalente a 160 volte le emissioni antropogene ed a 3 volte l’assorbimento dell’intera vegetazione del Pianeta. Mi è così stato chiaro come la pratica urbanistica della “compensazione” non sia aggirabile con leggerezza quando si copre di cemento o di asfalto un lembo di suolo. Quando penso che il negazionismo climatico non ritiene nemmeno di doversi misurare con gli effetti della distruzione della funzione ciclica del suolo, mi rendo conto di come questo libro possa aprire analisi e allarmi inaspettati su un versante che è sotto i nostri occhi, ma viene del tutto trascurato dal racconto mainstream.
È la qualità del suolo, non solo la quantità delle sue ferite, che emerge dalla successione di paragrafi e capitoli assai ben congegnati. Trovo decisiva la descrizione dell’esiguo “spessore”, eppure densissimo di apporti vitali, di questo protagonista e l’immagine del suo “corpo” (dotato di “franchezza”, un attributo umano): solo lo 0,0015% dello spessore della biosfera, fragile come la pelle viva, che alimenta con la sua autonomia il mondo vegetale e con la funzione clorofilliana fa da ponte verso il mondo animale. Il nostro presunto regno, di cui facciamo parte, in dipendenza diretta da quei 30 centimetri, così poco conosciuti nella loro insostituibilità.
Il suolo, nel libro di Pileri, è definito come questione sociale, di diritto all’interno della dimensione di democrazia della nostra Costituzione. Non a caso viene ricordato il messaggio straordinario di Einaudi dopo l’alluvione del Polesine sulla priorità politica della salvaguardia del patrimonio naturale a partire dalla tutela del suolo. Lo sforzo di Pileri per la costruzione di un autentico nuovo vocabolario approda ad una storicizzazione dell’evoluzione della vita a partire da quello spessore esemplare non solo per il contenimento di biodiversità, ma per una sua autentica identità così poco riconosciuta.
Mi riesce facile inserire questa lettura nella visione di ecologia integrale di Francesco e nell’approccio alla vita della Laudato si’ non più filtrato dall’antropocentrismo. Il suolo si manifesta come segnalatore, indicatore, di un sistema complesso, soggetto a punti di svolta irreversibile se violato nel suo equilibrio precario, in cui tutto si ricompone e valorizza (San Francesco non estirpava dal suo orto le piante selvatiche, tenute in connessione con quelle “buone” dalle interrelazioni tra loro veicolate dalle radici!). Nel dibattito aperto sui “tipping points” – i punti di svolta che secondo Rockstroem e la scuola climatologica svedese portano a condizioni non lineari nel degrado di alcuni parametri critici del cambiamento climatico – mi sembrerebbe opportuno, accanto alla concentrazione di gas serra, alla perdita di biodiversità e di altri sette indicatori fin qui considerati, inserire a pieno titolo proprio la cura del suolo.
Tutto il libro esprime una polemica vigorosa riguardo all’edificazione sul suolo, dove una cultura distratta ha teso a contrapporre la bellezza creata dall’uomo a quella accudita e rinnovata da millenni dalla natura. Si allude anche a Bernardo Secchi, la cui convinzione rimane che il suolo sia soltanto ciò al di sopra di cui si costruisce: architettura, per quanto più o meno eccellente. Non un ecosistema vivente, quel “boden in sé” cui allude la lingua germanica quando lo nomina. Sottile, ma non meno severa, la polemica sugli alberi imprigionati sui balconi, le terrazze e i tetti delle abitazioni. Una messa in scena di ciò che la natura sarebbe, l’idea che il suolo sia in qualche modo adattabile all’infinito. Forte, infine, l’autentica invettiva contro i consumi di territorio della logistica. Un attacco meditato in cui io, da ex sindacalista, riscopro il paradosso di una disseminazione della produzione e della distribuzione di merci sui suoli coperti da capannoni senza identità, se non quella manomessa e non riconosciuta dei lavoratori, sacrificati al loro interno. Pileri fa emergere quanto la terra calpestata e l’asfalto premuto da camioncini sia un dispendio entropico folle, letale per la biosfera e dissipativo per la società, ma remunerato sul conto economico delle imprese da diritti del lavoro spesso negati.
Vorrei muovere qui una osservazione sulle politiche energetiche affrontate nel testo con molta attenzione, ma – a mio giudizio – con una visione tutta spaziale e non temporale, forse in assenza di adeguate considerazioni sulla differenza di densità energetica coinvolta nei processi fossili e nucleari rispetto al ricorso alle energie naturali (vento, acqua, sole). Rifacendomi a Giorgio Nebbia, vorrei ricordare come il carico ambientale di una merce (ed anche l’energia commercializzata la si può assimilare a merce) consista nella quantità e qualità di materia ed energia prelevate dalla natura necessarie per approntarla, oltre che nella sua durata temporale, prima come prodotto e dopo l’uso in qualità di rifiuto che viene disperso nell’ambiente. Sotto questo profilo le rinnovabili occupano certamente porzioni rilevanti di suolo e, perciò, ne va disincentivato un uso sconsiderato (ad esempio sulla base di vincoli paesaggistici o con destinazioni esclusive su terreni già vulnerati o su superfici già in uso come tetti, capannoni, parcheggi, guardrail etc.). Ma non c’è paragone tra il loro impatto nel tempo e la distruzione di suoli ad opera di centrali termiche o, ancor peggio nucleari (si pensi a Chernobyl o Fukushima) che disperderanno le loro scorie per centinaia e miglia di anni e per generazioni e generazioni in una perversa eredità. La questione è decisiva in questo tempo a fronte dell’accelerazione della crisi climatica che richiede il passaggio totale alle energie rinnovabili, mentre la risposta delle lobby energetiche mondiali è proiettata ad un prolungamento del ricorso a petrolio carbone e gas ed a una ripresa del combustibile nucleare.
In particolare, il piano del governo italiano per l’accesso nei prossimi anni alla tecnologia dei piccoli reattori nucleari (SMR e AMR) disseminati sul territorio, suscita vaste preoccupazioni. Allarmi opportuni oltre che giustificati, in quanto questa prospettiva porta ad una dispersione delle scorie; ad un tempo di vita dipendente dal successo del particolare prodotto cui la nuova tecnologia è dedicata (con necessità di decommissioning dei reattori più frequenti) e, infine, ad una militarizzazione forzata del territorio su cui transitano i materiali fissili e le loro scorie. L’Intelligenza Artificiale che fa da attrattore per i futuri SMR e AMR è fin qui un progetto di consumo e di crescita governato dal sistema capitalistico, con un consumo di energia elettrica e consumi di acqua decine di volte maggiore di quello necessario per i classici motori di ricerca dei nostri computer. Gli impianti nucleari di piccola taglia dovrebbero essere asserviti ai data center e ai cloud computing 24 ore su 24 e 7 giorni su 7 e, quindi, verrebbero dislocati ovunque su richiesta delle imprese private in territori che risulterebbero più vulnerabili alla dispersione di materiali radioattivi e allo stoccaggio delle scorie prima che vengano immagazzinate definitivamente (?) in un deposito geologico. I combustibili stessi di questi impianti sono spesso nuovi, il che significa che i rifiuti di combustibile esaurito sono poco compresi anche dagli esperti e, in alcuni casi completamente sconosciuti se non per la caratteristica di un aumento di complessità e di volume per unità di potenza rispetto ai reattori finora in funzione. Credo che una soluzione a portata di salvaguardia (anche) del suolo, sia da individuare solo in energie naturali rinnovabili e compatibili in una economia ciclica, con sistemi di produzione e smaltimento degli impianti tendenti ad un impatto zero. Per un simile obbiettivo non basta l’innovazione nell’offerta di energia, ma occorre riorientare anche i consumi energetici al criterio di sufficienza a cui vanno dedicati gli sforzi per definire in ogni territorio comunità energetiche di prosumer tra loro cooperativi. L’esperienza “dal basso” di Civitavecchia con la sostituzione di un impianto a turbogas con un progetto di eolico galleggiante a 35 Km dalla costa ed un ridisegno di riduzione dei consumi nell’area è significativa di questa direzione.
Concludo con una digressione richiamata dalla mia pratica di frequentazione del messaggio della Laudato sì. Pur non essendo io un praticante, ho potuto prendere in considerazione come il pontefice scomparso abbia posto una domanda nuova e inevasa per il cristianesimo: nella tradizione le anime si dipartono e vanno – ad una ad una – nello spazio e nel tempo dell’immortalità… Ma cosa succederebbe qualora ne andassero tutte insieme in una sola volta per colpa del comportamento della specie umana che ha provocato la fine del suo mondo? Dalle parole di Francesco, si direbbe che si debba assicurare la continuità della specie (non genericamente delle forme di vita sulla terra o nell’universo) perché abbia senso adoperarsi anche per la salvezza dei singoli individui. La questione mi sembra ben posta anche per una considerazione del suolo come oggetto sconosciuto alla pratica di “salvezza” dell’umano e della sua sopravvivenza. Perché non inserirlo a pieno titolo tra gli obbiettivi primari dell’azione spirituale, sociale e politica di questo nostro tempo?
Mario Agostinelli
N.d.C. Mario Agostinelli è Presidente dell’Associazione Laudato si’: un’Alleanza per il clima, la cura della Terra, la giustizia sociale di cui è promotore dal 2015. È stato capogruppo nel Consiglio Regionale della Lombardia per Rifondazione Comunista e per Sinistra Ecologia Libertà oltre che segretario generale della Cgil Lombardia. Sul piano internazionale opera da anni nel Forum Mondiale delle Alternative e nel Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, con lo scopo di costruire percorsi di coinvolgimento per affrontare la crisi ambientale, sociale e politica prodotta dall’attuale modello di sviluppo. È portavoce del Contratto mondiale per l’energia e il clima.
Tra i suoi libri: con Domenico Codispoti, La contrattazione nel settore industriale lombardo negli anni 1987-1988(Cgil, 1989); Tempo e spazio nell'impresa postfordista (Manifestolibri, 1997); con Carla Ravaioli, Le 35 ore (Editori riuniti, 1998); No al nucleare! Si alle alternative. Istruzioni per l'uso (s.e., 2008); con Pierattilio Tronconi, L'energia felice. Dalla geopolitica alla biosfera (Socialmente, 2009); con Roberto Meregalli e Pierattilio Tronconi, Cercare il sole. Dopo Fukushima (Ediesse, 2011); con Roberto Meregalli, Nucleare addio. Harrisburg, Chernobyl, Fukushima. Diciamo si alle energie rinnovabili (Ecoistituto del Veneto, 2011); con Alfonso Navarra e Luigi Mosca, La follia del nucleare. Come uscirne? (Mimesis, 2016; 2018); con Debora Rizzuto, Il mondo al tempo dei quanti. Perché il futuro non è quello di una volta (Mimesis, 2016); Neosocialismo (Ediesse, 2018); Coronavirus ed emergenza climatica (Castelvecchi, 2020).
Per Città Bene Comune ha scritto: Per una nuova primavera ecologica (9 dicembre 2021); Più ecologia, meno disuguaglianze (18 novembre 2022); Sufficienza? Un antidoto alla modernità (20 ottobre 2023); Crisi climatica? Colpa dei nazionalismi (31 ottobre 2024).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 12 SETTEMBRE 2025 |
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