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VERSO UN NUOVO EQUILIBRIO DELL'ABITARE
Commento al libro di Fabrizio Toppetti
Luca Porqueddu
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Dal paesaggio al mondo. Un breviario, recente libro di Fabrizio Toppetti (Mimesis, 2024), evidenzia l’urgenza di uno spostamento culturale nella lettura e nell’interpretazione del rapporto tra uomo e natura, una relazione minata da idee e prassi dell’abitare sempre più estranee all’ascolto e alla comprensione dei luoghi. Assistiamo, infatti, impotenti alla dissoluzione di un mondo che avevamo imparato ad abitare con cura, attenzione e, per certi versi, con una dedizione spirituale, fondato su equilibri misurati dalla trasformazione antropica, supportata dal progetto o dall’esperienza, dalla fiducia nel già praticato e percorso, così come dalla speranza nel futuro. La frattura — il punto di non ritorno, il baratro di fronte al quale oggi ci troviamo — accompagna il nostro star fermi, l’incapacità di agire o l’opportunismo del negare. In questo astenersi rispetto al pensiero e all’azione, si perpetua un movimento latente che produce scorie e accumula debiti nei confronti dell’ambiente e della stessa umanità. Un movimento che cresce di intensità al mantenimento ostinato di una posizione insostenibile, appartenente alla nostra cultura come diritto, incomprensibile e contraddittorio, e che rende sempre più inconciliabile il benessere con la vita.
Ipotizzare un rinnovato e contemporaneo equilibrio tra natura e cultura è un compito decisamente impegnativo, che richiede nuovi strumenti e attitudini disciplinari. Ma, in prima istanza, necessita di un’efficace e condivisa costruzione filosofica della realtà, capace di orientare i movimenti economici, sociali e culturali dell’umanità nel suo legame indissolubile con la natura. Una filosofia che abbia il coraggio di restituire all’uomo e al suo ambiente una relazione di appartenenza, in grado di includere processi, attori e scale all’interno di una stessa dimensione planetaria, che evidenzi il ruolo ineludibilmente “attivo” di qualsiasi individuo nell’appartenere a un sistema di relazioni e connessioni. Attraversando le principali stagioni e figure che hanno segnato ed evidenziato la separazione tra ciclicità naturali e dinamiche antropiche, alla ricerca di una “postura” che consenta un riallineamento di marcia, le riflessioni di Fabrizio Toppetti richiamano i pensieri di artisti, intellettuali e autori — da Joseph Beuys a Julio Cortázar, fino a Rosario Assunto e Hans Jonas — come sentinelle di un nuovo modo di osservare il mondo e di agire sulla realtà. L’autore invita a un allargamento dello sguardo e dei confini disciplinari, indispensabile per comprendere i fenomeni in atto e per individuare le priorità culturali di una globalità comunitaria eterogenea e frammentaria, ma comunque pienamente coinvolta, consapevolmente o inconsapevolmente, nelle trasformazioni che avvengono sul nostro pianeta.
Il movimento tra i due termini, dal paesaggio al mondo, esplicitato nel titolo del libro, è attivato da una presenza terza che, pur restando latente, rivela una centralità nella complessità. Inteso come pensiero/azione, il progetto — richiamando il pensiero di Tomás Maldonado — assume un’importanza particolare in un periodo segnato da incertezze, in cui è difficile individuare riferimenti chiari e condivisi. Una centralità che non viene ostentata, ma che si afferma con discrezione; che vede il progetto come pratica antropica non più associata a un ruolo salvifico, ma legata a un’attitudine a tenere insieme, creare e consolidare nessi, a operare nella realtà attraverso un’azione sistemica. Il progetto, infatti, secondo le intuizioni di Vittorio Gregotti, tesse relazioni attraverso tracce e segni che raccontano dello spazio e del tempo, e di come questi siano vissuti e interpretati dalla vita. In questo modo sedimenta quel “ritratto della terra abitata” con cui Aristotele definiva la natura stessa del paesaggio, e che per Fabrizio Toppetti diventa guida e orientamento di una riflessione disciplinare che ha il carattere e la forza di una rivoluzione silenziosa.
L’attitudine che accompagna e dà significato alla trasformazione è una disposizione attenta che si oppone alla facilità con cui gli slogan politici e commerciali pretendono di offrire soluzioni — rapide, economiche e miracolose — a problematiche reali o, subdolamente, generate dal desiderio capitalistico. I toni pacati e ragionevoli della trattazione, lontani dalla volontà di persuadere o provocare, operano piuttosto come una strategia: quella di lasciare spazio alle molteplici voci di cui il progetto dovrebbe nutrirsi. Voci che si riflettono nel paesaggio e che danno forma al mondo che abitiamo, sia nella sua dimensione fisica, sia nel suo divenire percezione e immaginario. Osservare, dunque, non equivale a nascondersi o restare inerti. È, più propriamente, la fase di gestazione che permette di leggere il mondo e maturare trasformazioni della realtà coerenti con l’interpretazione che, responsabilmente, vogliamo e dobbiamo darne.
Nel silenzio, quindi, il progetto crea legami. Ed è proprio questa capacità a farne lo strumento che rende concreta l’identità tra paesaggio e mondo, di cui il titolo del libro è insieme emblema e promessa. Si tratta di un’interpretazione fondamentale, che riconosce nel paesaggio un punto di contatto e di equilibrio tra natura e cultura, capace di restituire, in modo diretto e tangibile, la salubrità dell’abitare il mondo. Citando l’autore: «Dal paesaggio al mondo il passo è breve. In quella concezione sistemica oggi ampiamente condivisa, anticipata da Richard Buckminster Fuller, ciascuna tessera del mosaico concorre all’equilibrio complessivo di quella che egli soleva definire, con metafora efficace e visionarietà concreta, “astronave terra”» (p. 21). Questa visione, che riporta l’umanità all’interno della natura, richiede — secondo Fabrizio Toppetti — un punto di osservazione laico e consapevole. A esso si lega l’obiettivo di un nuovo equilibrio tra valori etici, estetici ed ecologici. Ma, ancor prima, ciò che l’autore ritiene urgente è riportare l’attenzione sul senso, sulle ragioni profonde che spingono una cultura ad agire e a costruire il proprio ambiente. Ragioni che il progetto può interpretare, ascoltando e potenziando i sistemi da mettere in relazione.
Per far questo, il libro apre due questioni disciplinari di grande rilievo, entrambe profondamente inserite nell’attualità di un dibattito aperto e vivo. In prima istanza, vi è l’urgenza di chiedere all’architettura di ridimensionare la propria autorialità, di ricalibrare quella forza dell’io che tende a separarla dal contesto, per orientare nuovamente la pratica del progetto verso un dialogo con un mondo radicalmente alternativo rispetto al racconto e alle logiche della globalizzazione. Si tratta, in altri termini, di reintegrare il progetto umano nel grande disegno della natura. In questa prospettiva, perde di significato la competizione economica e culturale tra i diversi luoghi della Terra, per lasciare spazio a una nuova stagione del pensiero orientata alla ricerca di punti di incontro e di dialogo tra culture che coesistono in spazi differenti e specifici. Un orizzonte che, in accordo con Kongjian Yu, cerca di intercettare la matrice profonda delle forme dell’abitare. È una posizione, quella di Fabrizio Toppetti, che può risultare scomoda per una disciplina/arte come l’architettura, da sempre legata al valore espressivo del costruire. Ma risulta comprensibile se letta all’interno di una più ampia strategia di revisione culturale delle pratiche umane.
La seconda questione riguarda la consapevolezza che “il paesaggio non si progetta, si forma ed evolve nel tempo” (p. 22). L’esistenza stessa del progetto, in ambito paesaggistico, non va dunque cercata nella dimensione meramente estetica, quanto piuttosto nella capacità di contribuire alla definizione di un equilibrio sistemico tra forze diverse.
In entrambi i casi, il pensiero di Toppetti mette il progetto — di architettura e di paesaggio — al servizio di un’architettura dell’umanità nella natura. Un discorso che trova forza proprio nella sua apertura alla realtà, nella sua capacità di agire senza rigidità dogmatiche, evitando ogni forma di omologazione dell’espressione culturale delle comunità e degli individui nel loro essere parte del mondo attraverso l’abitare.
D’altronde, la formalizzazione che irrigidisce i pensieri e le espressioni non sembra appartenere alla naturale vocazione dell’autore al riflettere sui segnali, anche i più flebili, dell’esistente. Un’attitudine che si traduce nella volontà di restituire i contenuti di questo suo libro in modo autentico, affidando al lettore, come dichiarato nella nota al testo, la successione di ragionamenti stratificati nel tempo, di pensieri “sparsi” che hanno trovato l’opportunità di coagularsi in diverse occasioni di studio e ricerca, corrispondenti ai cinque capitoli di cui si compone il libro: Di cosa parliamo quando parliamo di paesaggio; Il paesaggio moderno non esiste; Ecologia ed estetica tra romanticismo e azione; Contro il logorio della vita contemporanea; La natura come progetto culturale. Una struttura testuale che, sotto molti aspetti, sembra riflettere e inverare il metodo stesso con cui l’autore intende traghettare il paesaggio verso il mondo, dando forma a un processo che, partendo dall’osservazione dell’esistente, addensi temi e traiettorie attorno all’azione di un progetto silenzioso, interessato al rivelare e all’orientare il futuro dell’umanità in modo trasparente. Come una cornice che preferisce inquadrare piuttosto che invadere il campo.
Luca Porqueddu
N.d.C. – Luca Porqueddu è professore associato di Composizione architettonica e urbana alla Sapienza Università di Roma. Presso il Dipartimento di Architettura e Progetto svolge attività di ricerca partecipando o coordinando progetti di ricerca europei, nazionali e locali sul tema della città e la sua struttura identitaria, con particolare riferimento al legame tra cultura e natura.
Tra il 2010 e il 2012, collabora con l’Accademia Nazionale di San Luca per cui ha curato diversi progetti tra cui le video-interviste a Guido Strazza, Franco Purini, Vasco Bendini, Nicola Carrino e Mario Botta. Ha allestito mostre, presentato relazioni a congressi nazionali e internazionali, partecipato a concorsi di progettazione e scritto testi per diversi periodici.
Tra i suoi libri: con Bruna Dominici, La casa e le mura (Libria, 2014); a cura di, Origine (Libria, 2016); Il museo. Temi e repertori contemporanei (Sistemi ed., 2017); L'architettura degli spazi staminali (Libria, 2018); Nomos. Principi di architettura (Libria, 2018); Dalla grande dimensione alla bigness. Il progetto delle relazioni tra architettura, città e territorio globale (Quodlibet, 2019); a cura di, Giorgios Papaevangeliu. Disegno e progetto (Libria, 2019); Urbs urbis. Una spontanea e inevitabile alleanza tra idea e realtà (Quodlibet , 2020); con Orazio Carpenzano e Caterina Padoa Schioppa, Opera in quattro parti. Letture del campus di Pesaro (Letteraventidue, 2022); Tiberinalia. Progetti per il fiume Tevere a Roma (Libria, 2022); con Caterina Padoa Schioppa e Luca Reale, a cura di, La città plurale. Progetti per Porta Maggiore (Libria, 2023); Edificare Nature. Architettura tra le macerie dell’iper-funzionale (Libria 2025).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri
R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 17 OTTOBRE 2025 |
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