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"APOCALITTISMO"? NO, MEGLIO LA POLITICA
Commento al libro di Agostino Petrillo
Gabriele Pasqui
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Chi è la Medusa? Il mito ci racconta che Medusa, insieme a Steno ed Euriale, è una delle tre Gorgoni. Secondo Esiodo, le Gorgoni sono figlie delle divinità marine Forco e Ceto, e hanno il potere di pietrificare chiunque incroci il loro sguardo. D’altra parte, in greco antico Μέδουσα, Médūsa, vuol dire “protettrice”, “guardiana”, da μέδω, médō, “proteggere”.
Nella maggior parte delle versioni del mito Medusa, l’unica tra le Gorgoni a non essere immortale, viene decapitata da Perseo. La sua testa, vessillo dei poteri incantatori, viene issata sull’egida, lo scudo di Atena, ed usata come arma che paralizza chi le sta di fronte. La stessa Atena, dea delle arti e delle tecniche, è dunque un’incantatrice che utilizza la magia dello sguardo: è la “glucopide”, dagli occhi ipnotizzanti di una civetta.
Ho voluto richiamare la tradizione della Medusa, che intitola il bel libro di Agostino Petrillo – Medusa. Figure politiche dell’apocalittismo contemporaneo (Machina Libro / Derive e Approdi, 2025) – e che lo stesso Petrillo discute in modo approfondito, perché, come sempre accade nel mito, la vicenda dello sguardo paralizzante della Gorgone si ammanta di ambiguità e di contraddizioni. Da una parte, l’occhiata della Medusa appartiene alle arti incantatorie, pre-razionali; dall’altra, issata sullo scudo di Atena, è strumento che incarna un potere magico nelle mani di colei che rappresenta l’intelligenza umana. Anche la Medusa di Petrillo presenta questi tratti ambigui. Da una parte, i discorsi apocalittici che il volume richiama in modo vivace, e che sono il contenuto dello sguardo paralizzante della Medusa, si radicano in una prospettiva di sfiducia profonda nelle forme e negli esiti della razionalità tecnologica dell’Occidente; dall’altra, il discorso apocalittico spesso si adagia su una interpretazione tecno-scientifica dei processi che stanno conducendo il nostro pianeta alla catastrofe, lungo una china che non esiterei a definire “scientista” e “naturalizzante”.
Il volume di Agostino Petrillo lavora proprio allo smascheramento dei presupposti impliciti di quello che chiama «apocalittismo diffuso», evidenziandone l’oscillazione tra una prospettiva (quella della colpa del genere umano, della vendetta della natura e così via) che potremmo senza difficoltà identificare come religiosa e un insieme di discorsi largamente ascrivibili al campo della tecnoscienza, seppure nelle sue versioni più sfiduciate nei confronti delle possibilità di una concreta azione rimediale che possa salvare il pianeta. Cosa accomuna dunque queste diverse flessioni dell’apocalittismo? In una parola: la depoliticizzazione, ossia la rinuncia a riconoscere le radici politiche, economiche e sociali della drammatica condizione che il cambiamento climatico e i disastri ecologici ci stanno consegnando come destino collettivo.
In questo senso, il libro di Petrillo va letto come un testo politico, che prova a contrastare la passivizzazione e la rassegnazione che spesso accompagnano i discorsi e le immagini apocalittiche, al fine di ricondurre le più che giustificate paure per la catastrofe ecologica in postura etica ma anche in azione politica.
Contro la depoliticizzazione apocalittica
Agostino Petrillo è molto chiaro nei suoi intenti. Nella lucidissima introduzione del suo volume scrive: «Scopo di questo piccolo lavoro è […] demistificare, per quanto possibile, le retoriche di molto apocalittismo ambientalista contemporaneo, mostrando come discorsi che in apparenza si propongono come improntati a un estremo radicalismo, insistendo sull’approssimarsi della fine e sulla necessità di pensare “il mondo dopo l’uomo”, finiscano in realtà per condurre alla paralisi dell’azione politica e del pensiero critico» (p. 12).
Questo proposito viene sviluppato nel volume attraverso un’affascinante carrellata di letture, vere e proprie “pennellate”, che riescono a cogliere con precisione snodi e presupposti di diversi “discorsi della fine”, prodotti sia nel campo delle scienze umane e sociali, sia nelle parole della politica, sia infine nella letteratura, nel cinema e nella cultura di massa.
La prima delle cinque mosse di Petrillo riguarda il tramonto delle sociologie del rischio (attraversando alcuni testi, tra gli altri, di Luhmann e Beck), indagato a partire dall’evento di Fukushima che scuote ogni prospettiva di controllo tecnologico degli eventi estremi e sollecita a una critica nei confronti della stessa nozione di rischio. A questo proposito Petrillo invoca una «ricostruzione pubblica della scienza e della tecnologia» (p. 53), che sia in grado di lavorare sul senso politico dei saperi tecnici e scientifici e sulla loro appropriazione democratica.
Il secondo saggio, scritto nel cuore della crisi pandemica, è indirizzato ad osservare come gli eventi “naturali”, dei quali il COVID-19 è stato perfetta esemplificazione, non hanno nulla di naturale. Le pandemie, ma anche le catastrofi “naturali”, producono effetti molto diversi sia a livello spaziale che dal punto di vista dei gruppi sociali che vengono investiti dall’evento pandemico, acuendo i divari e le disparità, per esempio, tra le periferie e le aree più ricche della città. In una folgorante postfazione a questo saggio, Petrillo mette inoltre in guardia dalle retoriche della preparedness, che si sono manifestate con forza proprio nei giorni in cui gli approcci razional-comprensivi alla pianificazione hanno mostrato tutti i loro limiti.
Come ho cercato a mia volta di argomentare, in dialogo anche con le riflessioni di Petrillo (Pasqui, 2022), i discorsi della preparedness sono molto scivolosi. Ash Amin, nel paragrafo intitolato “From Protection to Preparedness” del testo Land of Strangers (Amin, 2012) scritto ben prima della pandemia, sottolinea che il tema della messa in sicurezza dei cittadini è stato un’ossessione dei governi occidentali durante tutta la seconda metà del XX secolo. Anche a partire da questo contesto, nel quale ai rischi nucleari si sono via via aggiunti altri tipi di rischi naturali e sociali, è enormemente cresciuta una cultura diffusa del risk management, che ad avviso di Amin ha spostato l’accento dalla prospettiva dell’erogazione di servizi di carattere universalistico alla costruzione di strumenti per aumentare la resilienza individuale nei confronti delle avversità.
Da questo punto di vista, se il passaggio dalla logica dell’assicurazione del rischio a quella della preparedness rappresenta un elemento di innovazione interessante, in ragione della «transition from a culture of total protection and risk avoidance to one of joint responsibility and risk mitigation» (Amin, 2012: 146), dobbiamo tuttavia prestare attenzione a un suo utilizzo ideologico e manipolatorio. Come sottolinea Agostino Petrillo, la preparedness sembra invocare una “mobilitazione continua” di carattere individuale, nella quale la responsabilità della cura e della protezione, che a lungo è stata nelle mani del pubblico e delle istituzioni, scivola nella responsabilità degli individui, sempre più soli e deboli. E come accade nel meraviglioso romanzo di Yesmine Ward Salvare le ossa (Ward, 2018), se sei povero e nero, e vivi in una baracca nelle zone umide del delta del Mississippi, puoi anche prepararti all’arrivo dell’uragano Katrina, ma sarai spazzato via.
Il terzo capitolo del testo di Petrillo, breve e intenso, discute le posizioni di Timothy Morton, ed in particolare l’approccio della dark ecology proposto dal filosofo americano negli anni 2000. Come mostra Petrillo, appoggiandosi anche alla critica svolta nei confronti della dark ecology dall’ecologia politica e da autori come Swyngedouw, questa prospettiva finisce per allontanare o addirittura annullare i conflitti e gli antagonismi sociali. «Per Morton quel che resta della politica sfuma invece in una solidarietà con altre forme di vita, in un empatico rovesciamento delle prospettive di dominio e controllo della natura» (p. 97). Il “tono apocalittico” (che Petrillo richiama con riferimento a Derrida, 1984) si consegna dunque a uno spazio oltre la politica, nel quale tutto è già giocato. Questo tono, secondo Petrillo, lascia davvero pochi margini all’azione trasformativa, soprattutto laddove questa intenda mettere mano alla relazione tra crisi ambientale e dominio del capitalismo finanziarizzato e globalizzato, nelle sue complesse relazioni con la tecno-scienza.
Gli ultimi due saggi contenti nel volume di Petrillo propongono due affascinanti excursus nella sfera degli immaginari apocalittici, attraverso un’analisi del cinema di Werner Herzog e nelle utopie e distopie urbane della fantascienza degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, di cui Petrillo è un grande esperto. Anche se l’autore parla, a proposito di questi due test, di divertissment, si tratta di un gioco serio, che mostra come l’apocalittismo abbia lavorato negli immaginari del XX secolo già da molto tempo e abbia influenzato una parte consistente delle nostre fantasie e delle nostre paure. D’altra parte, e per stare solo al cinema, mai come oggi il numero di pellicole “apocalittiche”, nelle quali la fine del mondo viene da altrove (alieni, meteoriti, virus) è in costante crescita.
Anche questi rapidi passaggi attraverso il cinema e la letteratura ci mostrano dunque come l’incombenza e l’ineluttabilità della fine abitino sempre più estesamente i nostri discorsi e i nostri immaginari, consegnando la drammatica condizione ambientale del pianeta alla retorica dell’ineluttabilità e alla politica (se di politica ancora possiamo parlare) del conflitto tra “uomo” e “natura”.
Oltre la Medusa
Come sfuggire dunque allo sguardo paralizzante della Medusa? Agostino Petrillo se lo chiede nel denso capitolo finale del suo libro, che richiama opportunamente il linguaggio del mito e che invoca la necessità di una ripoliticizzazione dei discorsi sulla fine del mondo.
Petrillo non sta affatto negando la natura radicale che la crisi ecologica assume nel mondo contemporaneo, né la necessità di un pensiero che sia all’altezza di questa crisi. Ci sta piuttosto mettendo in guardia da ogni operazione che “naturalizzi” la crisi, consegnandola alla sfera dell’ineluttabilità. Si tratta dunque di sospettare la «radicale sfiducia nell’umanità, nella sua capacità di cambiare rotta, uno scetticismo sulla possibile soluzione della questione ambientale che finisce per rinchiudersi in posizioni sostanzialmente inutili, se non retrive, che lasciano intravedere una sorta di malattia» (pp. 152-153).
Sottrarsi allo sguardo della Medusa significa per Petrillo riconsiderare la dimensione utopica. Un’utopia che si nutre del discorso della fine, che non rimuove la paura: l’esatto opposto di ogni prospettiva negazionista. Un discorso utopico che «sia in grado di aggirare le secche di un presente terrorizzante, prendendo freddamente le mosse da una considerazione delle possibilità e delle difficoltà, distinguendo tra intelligenza politica e illusione» (p. 152).
Trovandomi in grande sintonia con Petrillo, mi permetto di aggiungere che la condizione necessaria per la ripoliticizzazione del discorso ecologico e per la messa al lavoro degli immaginari apocalittici in una chiave capace di sottrarsi allo sguardo della Medusa è la denuncia di ogni forma di scientismo, di ogni fiducia (anche in chiave ecologica) dei saperi oggettivizzanti. Non certo per negare la condizione di incertezza radicale nella quale versiamo, né per disconoscere la radicalità della crisi ambientale in corso. Piuttosto, per agganciare la critica ecologica a quella politica, per nominare e contrastare quella che Roberto Ciccarelli, in un bel libro largamente consonante con quello di Agostino Petrillo, chiama “apocalisse capitalista” (Ciccarelli, 2022).
Forse il discorso della fine può diventare promessa di azione etica e politica a condizione di assumere l’ “a venire”, che è il tratto di ogni Apocalisse, come ciò che sempre si accompagna alla possibilità dell’evento, all’incontro con l’altro che ancora ha da venire e che non possiamo prefigurare o configurare. Per dirla, ellitticamente, con Jacques Derrida: «si annuncia qui, promessa o minaccia, un’apocalisse senza apocalisse, un’apocalisse senza visione, senza verità, senza rivelazione, degli invii […], degli indirizzi senza messaggio e senza destinazione, senza giudizio finale, senza altra escatologia che il tono del “vieni”» (Derrida, 1984: 100-101).
Abitare questa apocalisse senza giudizio finale, sottrarsi allo sguardo paralizzante della Medusa, lavorare sui discorsi e sugli immaginari decostruendone alcuni presupposti impliciti, mettere al lavoro i sentimenti della fine a partire dalla sperimentazione di altre forme di vita, ripoliticizzare la questione ecologica sospettando di ogni apocalittismo “naturalizzante” e di ogni soluzione palingenetica di carattere tecnologico. Questa mi sembra essere la prospettiva che ci consegna il libro di Agostino Petrillo, una prospettiva sulla quale anche le culture del progetto e i saperi della città e dei territori sono chiamati a misurarsi e a sperimentare in maniera consapevole.
Gabriele Pasqui
Riferimenti bibliografici Amin A. (2012), Land of Strangers, Polity Press, London. Ciccarelli R. (2022), Una vita liberata. Oltre l’apocalisse capitalista, Derive e Approdi, Roma. Derrida J. (1984), Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia, Jaca Book, Milano. Pasqui G. (2022), Coping with the Pandemic in Fragile Cities, Springer Briefs, Milano-Berlin. Ward J (2018), Salvare le ossa, EnneEnne Editore, Milano.
N.d.C. - Gabriele Pasqui, professore ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica al Politecnico di Milano, ha diretto il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani dal 2013 al 2019 ed è stato responsabile scientifico di un progetto di ricerca sulle Fragilità territoriali selezionato dal Miur nell’ambito dell’iniziativa “Dipartimenti di Eccellenza”.
Tra i suoi libri: Il territorio delle politiche (F. Angeli, 2001); Confini milanesi (F. Angeli, 2002); Progetto, governo, società(F. Angeli, 2005); Territori: progettare lo sviluppo (Carocci, 2005); Città, popolazioni, politiche (Jaca Book, 2008); con P. C. Palermo, Ripensando sviluppo e governo del territorio (Maggioli, 2008); con A. Lanzani, L'Italia al futuro (FrancoAngeli, 2011); con A. Balducci e V. Fedeli, Strategic Planning for Contemporary Urban Regions (Ashgate, 2011; Routledge, 2016); Urbanistica oggi (Donzelli, 2017); La città, i saperi, le pratiche (Donzelli, 2018); con C. Sini, Perché gli alberi non rispondono. Lo spazio urbano e i destini dell'abitare (Jaca Book, 2020); con L. Montedoro, Università e cultura. Una scissione inevitabile? (Maggioli, 2020); Coping with the Pandemic in Fragile Cities (Springer, 2022); Gli irregolari. Suggestioni da Ivan Illich, Albert Hirschman e Charles Lindblom per la pianificazione a venire (FrancoAngeli, 2023); I filosofi e il progetto per la città (Mimesis, 2025).
Per Città Bene Comune ha scritto: Pensare e fare urbanistica, oggi (26 febbraio 2016); Come parlare di urbanistica oggi (8 giugno 2017); I confini: pratiche quotidiane e cittadinanza (11 gennaio 2019); Più Stato o più città fai-da-te? (21 febbraio 2020); La storia tra critica al presente e progetto (23 ottobre 2020); La ricerca è l’uso che se ne fa (28 maggio 2021); Case pubbliche: una questione aperta (16 settembre 2022); Città: fare le cose assieme (11 gennaio 2024); Spazio, vita e progetto (11 settembre 2024).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 24 OTTOBRE 2025 |
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