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Il catalogo della mostra internazionale e del premio Architettura minima nelle Alpi, del 2024, e quello successivo relativo a mostra nazionale e premio Abitare minimo in montagna, del 2025, pubblicati dal Distretto Culturale della Valle Camonica a cura dell’architetto Giorgio Azzoni, documentano con chiarezza le due importanti proposte di rigenerazione di aree interne messe a punto nella lombarda Valle Camonica. Il primo Premio ha coinvolto i progettisti dell’intero arco alpino italiano e di aree estere limitrofe; il secondo ha stimolato interventi sull’intero territorio montano italiano, alpino ed appenninico.
Li compongono, in forme comunicative analoghe per ambedue: dati tecnici che consentono di comprendere i soggetti coinvolti e i criteri scelti per l’attivazione e la valutazione dei concorsi; sintetici saggi critici che illustrano gli scopi, i principi di riferimento, l’articolato insieme sperimentale di attività territoriali, al cui interno i Premi si collocano; un ricco insieme di foto a colori con brevi dati identificativi di molti progetti d’architettura, opere di piccola scala elaborate per attivare un dialogo virtuoso con il paesaggio e il patrimonio edilizio delle aree montane italiane; infine, individuazione e motivazione dei progetti premiati.
Per cogliere la reale portata dei due Premi occorre collocarli nel quadro delle molte iniziative, alcune tuttora in progress, messe gradualmente in moto nell’area alpina della Valle Camonica. In esse si sono impegnati vari professionisti, uomini di cultura, membri delle più diverse istituzioni locali. Hanno inoltre attratto e continuano ad attrarre artisti ed architetti e progettisti a vario titolo da varie parti d’Italia, soprattutto hanno mobilitato gli abitanti in Valle.
Ne è stato promotore istituzionale e organizzativo il Distretto Culturale della Comunità Montana di Valle Camonica e promotore culturale con ruolo di guida scientifica Giorgio Azzoni, attento al loro svolgimento in più tappe sostenibili, guidate da sorvegliata coscienza degli obiettivi di rivitalizzazione dei siti e nel costante rispetto per la densità di valori umani inscritti nella storia dei luoghi. Azzoni, laureato allo IUAV e collaboratore di Città Bene Comune, è instancabile colto esploratore del paesaggio vallivo, sia nelle globali stratificazioni storiche che nella complessità delle sue singole architetture antiche e contemporanee; sensibile ai rapporti tra le più varie arti visive e l’architettura. Professore all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia e dotato di innato talento di operatore culturale, ha dato consistenza culturale, nel giro di non pochi anni, ad una fitta rete di attività pubbliche in Valle, ben documentandole in fascicoli e volumi, aprendosi a fitte relazioni con il mondo universitario e con istituzioni, lombarde dapprima e poi italiane e in seguito internazionali.
Dallo spazio circoscritto della sua Valle, con levità di passo e straordinaria capacità di coinvolgimento di interlocutori molto diversi, l’architetto ha esteso la propria operosità intellettuale all’internazionale mondo alpino in una multiforme attività. La sua vivace capacità di mobilitazione e di conseguente riflessione, messa alla prova anche nella stesura di saggi e nell’ideazione di mostre e cataloghi, è animata da un ideale di grande respiro da lui brillantemente così sintetizzato in Microcosmi montani (Grafo, Brescia 2015): “Per quanto mi riguarda continuo a ricercare i significati dell’abitare nelle connessioni tra la cultura storica e il contemporaneo […] per pensare un neo-umanesimo in grado di generare un’etica per il futuro: ecumenico in quanto universale e abitabile, ma fondato su tanti microcosmi antropologici che compongono il mondo” (p. 11). Questa assiduità di ricerca, questo desiderio di contribuire ad un futuro di umanità corresponsabile, sperimentabile alla piccola scala dei borghi valligiani e alpini in un abitare di respiro ecumenico perché aperto e solidale con il resto del mondo, lo hanno mobilitato con costante realismo e sobria discrezione di modi, nella consapevolezza della complessità della messa in moto di un processo di rigenerazione e insieme nella convinzione delle sue enormi potenzialità. Facilitata da previa e sia pur parziale conoscenza dei luoghi alpini investiti dal suo interesse e da studi condivisi con lui, ho potuto osservarne l’agile dinamica e gli intelligenti sviluppi. Li propongo anche tramite qualche richiamo a scritti di suo pugno che li hanno accompagnati.
Poche parole, quasi immaginari scatti fotografici della Valle Canonica e del gigantesco arco montuoso alpino, evocano il contesto del progetto scientifico di Azzoni per il Distretto Culturale, sostenuto dal 2010 al 2014 da Fondazione Cariplo per promuovere l’attivazione di progetti culturali di valorizzazione del patrimonio culturale e per favorire lo sviluppo locale, individuando l’arte contemporanea quale importante fattore d’innovazione.
La Valle è costellata da molte piccole comunità (41 sedi municipali con 102 frazioni, per circa centomila abitanti) distribuiti in un territorio vasto e montuoso, comprendente molte piccole valli laterali. Ha densità abitativa variabile, in situazioni sociali differenziate, comprese tra un fondovalle densamente abitato, a seguito degli ormai lunghi processi di industrializzazione, e paesi - intermedi, laterali, in quota - investiti da dinamiche di abbandono.
Il grandioso teatro alpino al cui centro all’incirca essa si colloca, lungo 1200 km e con altezza massima di 4.800 m al Monte Bianco, nel versante italiano interessa sette regioni, due delle quali per intero - Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige - con le loro città. Si estende per circa 52.000 kmq e coinvolge quattro nazioni confinanti, costituendo una ‘cerniera’ europea di notevoli scambi, di volta in volta solo barriera di confine o regione di incontro tra culture nordiche, centro-europee, e mediterranee. Solcato da grandi laghi, fiumi e valli, è un vasto ecosistema, fonte straordinaria di risorse. Segnato da profonde trasformazioni, sia climatiche – di cui sono indicatori sensibili i ghiacciai – che antropico-insediative, fra i due estremi dell’alta densità abitativa stagionale turistica e dell’esteso spopolamento presenta elevata frammentazione insediativa e localizzata marginalità economica.
Sensibile al fascino dei contesti montani alti, alla loro provocazione allo stupore e al silenzio, attento in essi alla“relazione sia con la natura tellurica della montagna che con l’essenza stessa dell’abitare, nella dialettica tra luogo di riparo e apertura tra le vie”, come egli stesso scrive libero dallo stereotipo del tutto superato della montagna come civiltà chiusa in sé, l’architetto Azzoni ha posto presto al centro della propria attenzione, come unico bene comune, il paesaggio antropizzato nel quale l’abitare, l'utilizzo delle risorse naturali, le tradizioni, le innovazioni culturali e il fare impresa interagiscono secondo opposizioni polari di distanza-prossimità, differenza-somiglianza, dipendenza-autonomia.
Nell’attività messa in moto secondo le sue direttive culturali a partire dal 2010 sono distinguibili due fasi interconnesse e in parte sovrapposte: l’esperienza aperto_art on the border e quella, tuttora attiva, attorno al tema della rigenerazione con perno nel borgo di Vione con l’istituzione del pluriennale VioneLab. Le accomuna un’intenzione progettuale peculiare: l’impegno alla promozione di qualità ambientali pubbliche essenziali, diffuse dunque e al contempo di qualità architettoniche, in quanto cifre tipiche dei tradizionali microcosmi montani da rinnovare anche alla scala minima e nel segno della tensione tra continuità e discontinuità della loro storia. Non nella linea di una “architettura senza architetti” né in quella demiurgica, affidata a figure dello star system, ma in quella di una essenzialità di sapore ancora artigianale, radicata nella sensibilità per la tradizione montana e al contempo incidente, senza soluzioni di continuità, in opzioni di modernità non altisonanti ma forti, asciutte, alla Adolf Loos si potrebbe dire.
Noto in Valle Camonica nel mondo delle pubbliche istituzioni perché attivo subito dopo la laurea in varie realtà culturali, nel 2010 Azzoni progettò e mise in moto la realizzazione di una manifestazione annuale di arte pubblica contemporanea. Ufficialmente la promosse il Distretto Culturale di Valle Camonica di cui egli era direttore artistico, in perfetta sintonia con il direttore del Distretto Sergio Cotti Piccinelli, la presidente Simona Ferrarini e con la partecipazione di volta in volta di sindaci, amministratori pubblici e personalità locali; per un primo periodo con finanziamenti Cariplo (2010-2014).
Rivolgendosi alle comunità insediate, tenendo conto del loro ambiente storico geografico, coinvolgendole con laboratori interdisciplinari, il Distretto mirò allora ad attivare esperienze artistiche in grado di interpretare i caratteri specifici dell’abitare collettivo locale. L’intuizione dell’indirizzo culturale, la denominazione dell’evento annuale, aperto_art on the border. Arte contemporanea nel paesaggio alpino, i criteri essenziali e i modi per il suo svolgimento furono tutti promossi da Azzoni, convinto che: “L’arte contemporanea più potente (e utile) è […] quella che rilegge criticamente contesti e stereotipi, dove l’artista, da intellettuale sociale, pone domande, inserisce dubbi e sperimenta proposte cariche di pensiero attivo e attivabile, nella relazione con le energie, umane e materiali, visibili e latenti, presenti nei territori: tanto più se montani, tradizionalmente considerati luoghi della stabilità. […]. L’articolata esperienza di aperto_art on the border (progetto diretto per il Distretto Culturale della Comunità Montana di Valle Camonica, attivo dal 2010 al 2022) fu avviata con lo scopo di produrre innovazione sociale su base culturale, depositando semi di creatività nelle comunità decentrate. Essa ha dimostrato come l’arte contemporanea, quando gli artisti operano quali Scultori della speranza (Anna Detheridge), sia capace di indurre gemmazione di esperienze e migrazione di concetti” (Stati d’incontro. Connessioni rizomatiche nell’arte contestuale, in: ArchAlp n. 15, novembre 2025 pp. 4-5).
Ad ogni evento vennero invitati numerosi artisti – cinquanta circa in dodici anni – provenienti da tutt’Italia e di diverse generazioni, che percorsero la Valle Camonica alla ricerca di tracce su cui costruire le trame del proprio lavoro, incontrando residenti dei borghi, esperti, realtà produttive, situazioni sociali, luoghi e percorsi alpini. Dialogando con gli antichi segni del paesaggio, con le incisioni rupestri, i borghi e i castelli medievali, le pievi affrescate da pittori rinascimentali, l’arte barocca del legno, l’architettura del Novecento e gli impianti produttivi in alta quota, realizzarono opere permanenti disseminate in vari siti. Rivitalizzarono in particolare gli spazi comuni, dando nuova linfa vitale alla società civile. Memorabili furono nel 2010 la produzione e la presentazione di opere di grande qualità e forte impatto da parte di Franca Ghitti (1932-2012), geniale artista di origini camune, nota a livello internazionale, alla quale si sono affiancati giovani artisti e studenti di Accademie d’arte per la realizzazione di installazioni multimediali.
Nell’edizione 2012 con la collaborazione del Parco dell’Adamello, per favorire la conoscenza della Valle Camonica venne promosso il Concorso internazionale di idee Abitare minimo delle Alpi, concettualmente elaborato con le principali organizzazioni attive in montagna: la Conferenza stabile CAI di Valle Camonica, le Guide alpine, l’Associazione dei rifugisti. Si optò per il progetto architettonico di un bivacco per 6/8 persone, autosufficiente, da collocare in ambiti d’alta quota preventivamente non individuati, privo di ogni comfort superfluo: una cellula di ricovero temporaneo ecologica e sostenibile per escursionisti, esploratori o appassionati della montagna, alternativa a modi consumistici. L’iniziativa, mossa dalla volontà di approfondire potenzialità, tradizioni e capacità di sostenibilità transvallive, ebbe grande successo: attrasse quasi 200 giovani progettisti under quaranta di tutto l’arco alpino, la cui migliore produzione venne raccolta in un catalogo.
Per felice coincidenza due anni prima, nell’ottobre 2010, ebbe inizio anche la pubblicazione di una newsletter dell'Istituto di Architettura Montana (IAM) denominata ArchAlp, all'interno del Dipartimento di Progettazione Architettonica e di Disegno Industriale del Politecnico di Torino. Maturata già nell’anno successivo in rivista, ad essa Azzoni avrebbe attivamente collaborato divenendone stabile corrispondente, dal 2013, con propri saggi e segnalazioni delle attività in Valle Camonica. Concepita come ponte di comunicazione e scambi tra culture tecniche, saperi universitari e vive realtà dei territori alpini e montani, nell’editoriale del n. 1 del 2011, vi emerse con evidenza il tema ritenuto cruciale dai suoi proponenti per il futuro del territorio alpino, in particolare ma non solo per quello occidentale: l’identificazione di una peculiare qualità architettonica e paesaggistica da perseguire tramite nuovi interventi progettuali nei piccoli centri montani, segnati dalla lunga stratificazione di contiguità e commistioni tra natura e opere dell’inevitabile continuo agire umano. Quest’approdo concettuale fu per l’architetto Azzoni conferma della strada intrapresa.
Anche in Valle Camonica, come ovunque, la pandemia da Covid 19 generò una grave crisi, impose un duro isolamento individuale e la perdita di relazioni sociali, gravi soprattutto per le persone anziane. L’emergere a scala nazionale del tema della rigenerazione di contesti territoriali ed architettonici nel dibattito pubblico parve una strada da seguire anche in Valle. Non appena emersero segnali della conclusione del lockdown e della possibile ripartenza delle attività culturali pubbliche, si presero pertanto in esame criteri e metodo della rigenerazione urbana emersa in molte esperienze lombarde e piemontesi, in particolare, e si aprirono dibattiti sulla “rinascita” dei borghi, sulla valorizzazione dei centri storici e dell’edilizia rurale locali, sul lavoro a distanza, sulla mobilità di prossimità.
Cessò nel 2022 l’attività di aperto_art on the border del Distretto Culturale che, d’ora in poi in toto dipendente dalla Comunità montana, diede avvio a nuove iniziative. Una prima catena di eventi, denominata Fuoriluogo per il rilancio di quattro musei in Valle, coinvolse associazioni ed artisti provenienti da varie parti d’Italia insieme alle istituzioni e alla popolazione locali. Accompagnata da una mostra itinerante, assunse i tratti di un embrionale progetto di “rigenerazione urbana su base culturale”, stimolando l’immaginazione delle comunità e delle amministrazioni locali. Lo stimolo fu fecondo di ulteriori sviluppi.
Emerse infatti vivace, in particolare, l’urgenza di interventi di rigenerazione nel piccolo borgo di Vione, caratterizzato da diffuso abbandono degli edifici in fenomeni migratori ripetuti nel tempo verso aree più centrali della Lombardia e verso la vicina Svizzera. Il suo tessuto edilizio compatto di matrice medievale è costituito da voluminosi blocchi edilizi con non pochi spazi comuni e interstiziali, di pertinenza e servizio, vissuti un tempo in relazioni sociali intense e cariche di valori simbolici. Vi sono diffusi i rurali tabià, varianti dello storico modello tipologico e costruttivo in pietra e legno diffuso nelle Alpi centrali, ancora radicati nell’immaginario collettivo identitario.
Verso la fine del 2021 l’Amministrazione comunale di Vione e la Comunità Montana di Valle Camonica con l’allora assessore architetto Attilio Cristini, e la collaborazione di Parrocchia, locale Museo etnografico ‘L Zuf e Associazione Architetti Camuni, assunsero il piccolo borgo come nodo centrale di un programma di ricerca ed azione di carattere sperimentale e vi proposero un progetto pubblico pluriennale di rigenerazione urbana, affidando ad Azzoni il compito di costruirne e coordinarne il progetto culturale.
La piccola realtà locale divenne luogo di incontri e dibattiti con architetti e progettisti, esperti e di varie provenienze, sulle condizioni per continuare a vivere in montagna; venne inoltre promossa la sperimentazione di buone pratiche costruttive e abitative, di riuso e di riconversione dell’edilizia abitativa esistente, in numerose iniziative che da allora mobilitano l’intera comunità del piccolo paese. Suo primo evento, tra fine del 2021 e inizio del 2022, fu l’allestimento di Abitare un paese in montagna, mostra in pannelli con disegni, foto e testi disseminati in spazi e su pareti dell’abitato, che illustravano progetti di recupero di edifici storici e loro rilancio abitativo provenienti dall’intero arco alpino.
Alla qualità dell’architettura venne così affidata una responsabilità di riqualificazione (o di rifondazione) economica e sociale. Per il supporto a una stanzialità indispensabile a chi fosse disponibile a coinvolgersi, perché dunque potesse conoscere il paese abitandolo, con il sostegno di Fondazione Cariplo si attivarono gradualmente programmi di ospitalità destinati a giovani studenti, soprattutto universitari, e a professionisti accolti per partecipare a campus, workshop di settore, sessioni formative, incontri tecnici o sedute di team-building. Per dare chiarezza alle relazioni tra progetto e comunità locale, dando attenzione a necessità, timori e aspirazioni degli abitanti, venne attivata la mediazione culturale di un antropologo, con particolare cura per i rapporti con giovani ed anziani.
In quattro anni di attività il progetto ha dato luogo a varie attività laboratoriali e di workshop residenziali; tra i molti, segnalo: il Laboratorio di Museografia presso il locale museo etnografico‘L Zuf con studenti dell'Accademia di Brera; il campo estivo Design the Alps, ideato con Whomade Design per la progettazione e la realizzazione con artigiani locali di prototipi di oggetti, arredi, complementi, segnaletica ed arredo urbano, installati nel centro storico; il workshop Nuove visioni, curato da Lodovico Gualzetti (IED, Milano) per piccole azioni rigenerative di elementi architettonici, di confine tra pubblico e privato (ingressi, soglie, androni, involti, finestre, pareti, nicchie, cortiletti, rampe, portoni, legnaie); quello di restauro e conservazione dell'edilizia storica denominato Calce viva, con il supporto del Politecnico di Milano, ArCa e di Assorestauro, per l’uso di materiali e tecniche della tradizione supportato da analisi con strumenti e metodi scientifici; quello con studenti di design della NABA di Milano, proseguito in seguito in un semestre accademico e concluso nella mostra Vione Open House / Oggetti che guardano fuori a cura di Dario Riva e Edoardo Perri; il Laboratorio di Riabilitazione strutturale dell’Università di Ingegneria di Brescia, inserito nella sua Summer School internazionale, su sistemi strutturali di ambito alpino tecniche di consolidamento efficienti e compatibili coordinato da Fausto Minelli. Il corso di Progettazione architettonica di Armando Ruinelli e Marco Ganzoni presso l’Università FHGR di Coira (CH) avviò in Vione il rilievo tipologico di alcuni edifici, applicando il metodo introdotto da Aldo Rossi al Politecnico di Zurigo negli anni settanta del Novecento seguito da progetti di rigenerazione architettonica di edifici storici. Il borgo ospitò infine più residenze didattiche dello Iuav di Venezia e tesi di laurea del Politecnico di Milano e dell’Iuav.
Nel settembre 2023 la Comunità Montana di Valle Camonica lanciò il Premio internazionale Architettura minima nelle Alpi per progetti realizzati negli ultimi dieci anni in piccoli paesi, compresi nel perimetro della Convenzione delle Alpi, per rigenerare il patrimonio storico diffuso, confrontandosi con le pratiche e le tipologie antiche, ma aggiornandole ed integrandole con materiali, tecnologie e forme dichiaratamente moderne, nel rispetto dei valori e dei parametri dei luoghi e del paesaggio. Venne articolato in due sezioni: Architettura minima per le comunità, riservata a interventi promossi o sostenuti da enti pubblici e portatori di finalità e valori destinati alle comunità, e Architettura minima per la persona per esperienze di iniziativa privata, riguardanti residenzialità o imprenditorialità.
La partecipazione di 87 candidature mise a disposizione un repertorio di progetti significativi per qualità, varietà e dislocazione geografica, distribuiti nell’arco alpino italiano, svizzero, austriaco e sloveno. Molti proposero il recupero di corpi edilizi abbandonati o fatiscenti; altri il miglioramento della funzionalità di edifici sottoutilizzati o di spazi urbani tramite riconversioni interne, ammodernamenti o modesti ampliamenti in economia di spazi e di risorse, aperti a modi d’abitare contemporanei. La giuria, composta da Armando Ruinelli (presidente), Giorgio Azzoni (curatore), Attilio Cristini, Luca Gibello e Sergio Pascolo, non favorì progetti iconici, assunse invece come principi di valutazione: il rapporto tra qualità raggiunta e risorse impiegate, la relazione architettonica tra l’esistente e il nuovo, l’innovazione e la sostenibilità ambientale ed energetica, il valore in termini di rigenerazione, la replicabilità dell’intervento e il suo dialogo urbanistico e ambientale con il contesto.
Dal 4 al 12 aprile 2025 in Valle Camonica si è tenuto il Festival all’insù, un insieme di eventi d’architettura nell’orizzonte – suggerisce la metafora – degli sguardi in verticale di chi abita in montagna, per iniziativa della Comunità Montana di Valle Camonica, mettendo a tema, secondo il taglio che caratterizza da sempre le proposte ideate dall’architetto Azzoni, opere di grande qualità e di piccola scala di architettura contemporanea nelle “aree interne – ‘terre alte”. Notevole fu il coinvolgimento di istituzioni e associazioni locali e nazionali.
Accolto nel progetto del Festival Architettura alla sua 3.a edizione del Ministero della Cultura-Direzione Generale Creatività Contemporanea, il festival ebbe partners nazionali – il musIL o Museo dell’Industria e del lavoro “Eugenio Battisti” di Brescia, l’Università degli studi di Milano, l’Associazione Architetti Camuni, il Comune di Vione – ed internazionali – il Bled Culture Institute della Slovenia, l’Architekturgalerie München (D), Fachhochschule Graubünden (CH). Vari furono i patrocini, tra i quali un Comitato scientifico di notevole levatura, composto da Enrico Camanni, Luca Gibello, Annamaria Giorgi, Marco Introini, Edoardo Perri, Antonio De Rossi, Armando Ruinelli, Annibale Salsa, e sponsor esterni alla Comunità. Perno è punto sorgivo di tutte le iniziative rimase VIONElab.
Di esiti brillanti e veicolo di grande speranze in un prossimo futuro è stata la concomitante seconda edizione del Premio nazionale di architettura Abitare minimo in montagna, nella cornice del Festival il concorso ha coinvolto progetti di rigenerazione – attuati tramite riuso, riabilitazione, conservazione, riscrittura e ricucitura di patrimonio edilizio inattivo – già realizzati e conclusi nel corso dell’ultimo decennio, a quota non inferiore ai 600 m slm. e localizzati in aree montane italiane decentrate, sia alpine che appenniniche, caratterizzati da ridotto impatto volumetrico e da minimo consumo di suolo e di energie, portatori inoltre di dinamiche di evoluzione abitativa comunitaria e di valorizzazione di relazioni tra edifici, luoghi e paesaggi tramite qualità architettoniche riconoscibili come contemporanee. Li si è distinti in due sezioni: Interventi di modifica, anche parziale, dell’aspetto esterno; Interventi di modifica interna e minima all’esterno.
La Giuria di questo Premio ha valutato prioritariamente il rapporto tra quantità dei mezzi utilizzati e qualità ottenuta, la convivenza tra il nuovo e l’antico e l’ascolto del contesto. Scrive nel catalogo che presenta le opere migliori Dario Costi, presidente dei giurati e docente di Progettazione architettonica e urbana all’Università di Parma: “[…] nelle comunità che ancora si tengono c’è una speranza di lavoro etico, essenziale nelle risposte e nelle soluzioni, che rivaluta e interpreta l’impegno prezioso degli artigiani, che ragiona sulle filiere, sul potenziale sociale delle infrastrutture e delle piccole occasioni. Quello che si vede in controluce nella bella e rincuorante esplorazione del Premio non è solo la capacità di fare architetture di qualità, ma anche il mondo di valori e di attenzioni che molti progetti lasciano intravedere con discrezione, quasi con pudore e senza vanto […]. Abbiamo visto come il rigore di alcuni interventi riesce ad attivare una dialettica poetica con il patrimonio su cui incidono, al tempo stesso di confidenza e di distanza. Abbiamo visto la reinvenzione delle forme che esce dalla dinamica facile dell’allusione e rielabora materia e figura su un piano delicatamente concettuale e comunque profondamente radicato, sospeso nell’aria e aggrappato saldamente alla roccia. Tutto questo esprime qualcosa di importante nella provincia più alta d’Italia. Racconta una tradizione recente ma solida di lavoro consapevole e di impegno continuo che è arrivata a caratterizzarsi, dopo alcuni decenni di dedizione, in una serie di elementi notevoli: azioni identitarie, progettisti colti, committenze consapevoli, maestranze rinnovate, luoghi messi in valore. La combinazione di queste componenti produce architetture esemplari nei processi e nei modi (Abitare minimo in montagna, Catalogo del Premio di architettura, Distretto Culturale, Boario T. 2025, p. 12).
Aggiunge Giorgio Azzoni, curatore scientifico di tutto il Festival all’insù, che “[…] Le esperienze operative raccolte in questi due anni compongono un ricco mosaico di proposte e soluzioni, un bacino di idee per trasformare senza sprecare, dove lo sforzo inventivo muove dall’esistente per produrre opere pienamente attuali. Si tratta di progetti aperti, in alcuni casi addirittura in divenire perché il tempo, le decisioni e le riappropriazioni possono utilmente trasformare solo ciò che nasce flessibile; non lavori immodificabili come opere d’arte ma manufatti utili a una vita qualitativa, sostenuti da pratiche culturali di cui sono parte attiva e generosamente rivolti a creare ‘per contagio’ un indotto creativo capace di stimolare nelle piccole comunità nuova fiducia […] queste architetture minime sono in grado di accogliere memorie e proiettare aspirazioni, caricandosi di un tessuto di relazioni umane che non può lasciare indifferenti. La cura con cui sono disegnate, maturate e accompagnate esprime infatti spessori esistenziali che appartengono, per tutti, al mondo-della-vita” (Abitare minimo in montagna, pp. 21-22).
Come non ricordare provocatoriamente, di fronte a questi realistiche e rasserenanti prese d’atto, quanto il poeta e drammaturgo Josif Brodskij si trovò a dire nel suo vagabondare doloroso? Scrisse nel suo Canto del pendolo (Adelphi, 1987): “[...] la periferia non è il luogo in cui finisce il mondo; [...] quando viene il momento in cui il centro [di una cultura] non tiene più [...] il compito di ‘tenere’, allora, ricade sugli uomini delle province, della periferia”(p. 67).
Come non tener conto, inoltre, per tornare a rifletterci, della messa in crisi negli anni settanta del secolo scorso della normatività dello schema concettuale binario centro-periferia, tuttora prevalente nella costruzione della conoscenza nei settori disciplinari e nel contesto stesso del senso comune? Alla deterministica filiazione culturale dai primi alle seconde si contrappose allora un reciproco influsso, introducendo temi e categorie nuove.
Emersero infatti modelli di conoscenza ancorati, non più a grandi narrazioni di autoidentificazione della condizione moderna, ma a pluralità di racconti localizzati e a microstorie che, grazie all’approfondimento delle indagini a scala ridotta, consentirono di dar consistenza all’autentica singolarità di cultura di gruppi umani, di riscoprire unità culturali che i confini politici e amministrativi moderni avevano frantumato.
Geografia e storia, quest’ultima anche nel suo versante più squisitamente artistico e architettonico, divennero fattori favorevoli a nuove interferenze multidisciplinari. Il saggio edito da Einaudi nel 1979 di Enrico Castelnuovo e Carlo Ginzburg, Centro e periferia nella storia dell’arte, rappresentò in quel contesto un momento di snodo. Fece convergere temi sociali ed economici con riflessioni del celebre critico Roberto Longhi sulle culture artistiche periferiche e di confine. Si comprese che il destino delle periferie non era quello di essere sempre e solo ritardatarie.
Tale consapevolezza purtroppo non si diffuse. In particolare, non si riuscì a far visivamente percepire quanto l’intera Italia, per il suo eccezionale policentrismo di natura storico politica e culturale, fosse un potenziale laboratorio privilegiato di studio e progettualità delle dinamiche tra centri e periferie. Isolato e profetico, negli anni ottanta avvertì il problema Giancarlo De Carlo che, superando l’esclusiva attenzione alla città, invitò a‘girare il cannocchiale’ con il quale si era fino ad allora osservato il fenomeno ambientale, per coglierne in modo più realistico complessità e potenzialità in esso inscritte. In questi ultimi anni è divenuto evidente quanto rilevante sia la consistenza geografica e culturale non solo di ciò che sta intorno alle città ma anche, anzi in modo ancor più drammatico, delle ‘aree interne’ italiane, non uniformabili facilmente in un’unica fenomenologia, dalle Alpi agli Appennini, ma tutte segnate da abbandoni e spopolamenti.
Nel suo ideale di neoumanesimo coltivato anche come disponibilità ad affrontare gli inevitabili tempi lunghi della efficacia del proprio impegno pubblico, l’architetto Giorgio Azzoni e, con lui, le persone dei molti raggruppamenti culturali e politici liberamente coinvoltisi dal basso, indicano sperimentalmente la praticabilità di una direzione concettuale ed operativa che le istituzioni pubbliche, politiche e culturali, stentano tuttora ad assumere in concreti termini realistici. Non si può che auspicare che esse prestino la dovuta attenzione a proposte come quella messa in moto nella Valle Camonica: un’esperienza ricca di relazioni umane, della valorizzazione della dimensione sociale dell’architettura e della riscoperta della felice concretezza del mestiere d’architetto, esemplare pertanto come lezione di metodo procedurale, di libertà di pensiero e di etica consequenzialità dell’agire in ambito pubblico.
Maria Antonietta Crippa
N.d.C. - Maria Antonietta Crippa, architetto, già professore ordinario di Storia dell'architettura al Politecnico di Milano, è stata attiva anche nel campo della conservazione e del restauro di edifici antichi e moderni, dirige l'Istituto per la Storia dell'Arte Lombarda e la "Rivista dell'Istituto per la storia dell'Arte lombarda".
Tra i suoi libri: Carlo Scarpa. Il pensiero, il disegno, i progetti (Jaca Book, 1984); Storia dell'architettura. Il mondo delle costruzioni e le sue immagini (Jaca Book, 1992); Storie e storiografia dell'architettura dell'Ottocento (Jaca Book, 1994); Luigi Caccia Dominioni. Flussi, spazi e architettura (Testo & immagine, 1996); Cremona. il Museo civico Ala Ponzone in Palazzo Affaitati. Il contributo museografico di Antonio Piva (Electa, 2001); Antoni Gaudí, 1852-1926. De la nature à l'architecture (Taschen, 2003; ed. it. 2004, 2007, 2015); con C. Capponi, (a cura di), Gio Ponti e l'architettura sacra. Finestre aperte sulla natura, sul mistero, su Dio (Pizzi, 2005); con D. Cattaneo (a cura di), È Dio il vero tema. Cesare Cattaneo e il sacro (Archivio Cattaneo, 2011); con C. Ajroldi, G. Doti, L. Guardamagna, C. Lenza, M. L. Neri (a cura di), I complessi manicomiali in Italia tra Otto e Novecento (Mondadori Electa, 2013); con Françoise Caussé, Le Corbusier, Ronchamp. La Cappella di Notre-Dame du Haut (Jaca Book, 2014); Avvicinamento alla storia dell'architettura. Racconto, costruzioni, immagini (Jaca Book, 2016); con F. Zanzottera (a cura di), Fotografia per l'architettura del XX secolo in Italia (Silvana Ed., 2018); a cura di, Antoni Gaudì. Paesaggio come dimora. Progetti di un dialogo tra natura e architettura; fotografie di Marc Llimargas (Jaca Book, 2018); a cura di, Padre Costantino Ruggeri. Artista francescano (Silvana Ed., 2019); a cura di, Italia dall'alto. Storia dell'arte e del paesaggio, fotografie di BAMSphoto Rodella (Jaca Book, 2020); con Piero Cimbolli Spagnesi, Ferdinando Zanzottera, a cura di, Arturo Danusso e il suo tempo. Intuito e scienza nell'arte del costruire (Quasar, 2020); Gaudì, la Sagrada Familia. Sfide di un cantiere in corso d'opera (Jaca Book, 2021)); Antoni Gaudì / Eladio Dieste. Semi di creatività nei sistemi geometrici (Torri del vento, 2022).
Per Città Bene Comune ha scritto: Uno scatto di 'coscienza storica' per le città (20 ottobre 2017); Chiese e città: un tema non solo storiografico (16 novembre 2018); Culto e cultura: una relazione complessa (11 marzo 2022), Il paesaggio (in Sicilia) è sacro (6 ottobre 2023); Sacro e profano: un nodo architettonico (4 ottobre 2024).
Sui libri Maria Antonietta Crippa, v. in questa rubrica: Maddalena d'Alfonso, La fotografia come critica e progetto (5 aprile 2019); Giorgio Azzoni, Per un’etica della forma architettonica (1 settembre 2023).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri
R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 14 NOVEMBRE 2025 |
CITTÀ BENE COMUNE
Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali
prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
ideazione e direzione scientifica (dal 2013): Renzo Riboldazzi
direttore responsabile (dal 2024): Annamaria Abbate
comitato editoriale (dal 2013): Elena Bertani, Oriana Codispoti; (dal 2024): Gilda Berruti, Luca Bottini, Chiara Nifosì, Marco Peverini, Roberta Pitino; (dal 2025) Monica Bernardi, Letizia Konderak, Franco Vaio, Bruna Vendemmia
comitato scientifico (dal 2022): Giandomenico Amendola, Andrea Arcidiacono, Arnaldo Bagnasco, Alessandro Balducci, Angela Barbanente, Cristina Bianchetti, Bertrando Bonfantini, Donatella Calabi, Giancarlo Consonni, Maria Antonietta Crippa, Giuseppe De Luca, Giuseppe Dematteis, Francesco Indovina, Antonio Longo, Alfredo Mela, Raffaele Milani, Francesco Domenico Moccia, Giampaolo Nuvolati, Carlo Olmo, Pier Carlo Palermo, Gabriele Pasqui, Rosario Pavia, Laura Ricci, Enzo Scandurra, Silvano Tagliagambe, Michele Talia, Maurizio Tira, Massimo Venturi Ferriolo, Guido Zucconi
cittabenecomune@casadellacultura.it
conferenze-dialoghi
2017: Salvatore Settis locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2018: Cesare de Seta locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2019: G. Pasqui | C. Sini locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
incontri-convegni
autoritratti
2017: Edoardo Salzano 2018: Silvano Tintori 2019: Alberto Magnaghi 2022: Pier Luigi Cervellati 2023: Valeria Erba
letture e pubblicazioni
2015: online 2016: online/periodico1/24 2017: online/periodico2/24 2018: online/periodico1/25 2019: online/pubblicazione 2020: online/pubblicazione 2021: online/pubblicazione 2022: online/pubblicazione 2023: online/pubblicazione 2024: online/pubblicazione 2025:
F. Bilò, Tifare Koolhaas, commento a: M. Biraghi, Rem Koolhaas (Einaudi, 2024)
F. D. Moccia, Contrastare le disuguaglianze, commento a: G. Laino (a cura di), Sentieri ponti e passerelle (INU Edizioni, 2025)
F. Cognetti, Produzione o riproduzione del sapere?, commento a: L’aula e la piazza (Donzelli, 2025)
G. Pasqui, "Apocalittismo"? No, meglio la politica, commento a: A. Petrillo, Medusa (Machina Libro, 2025)
P. Gabellini, Urbanistica o studi urbani?, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2025)
L. Porqueddu, Verso un nuovo equilibrio dell'abitare, commento a: F. Toppetti, Dal paesaggio al mondo (Mimesis, 2024)
F. Gastaldi, IA e città: opportunità o rischio?, commento a: P. Fusero, Hypercity (FrancoAngeli, 2024)
M. Cremaschi, Urbanistica? Serve una via d'uscita, commento a: P. C. Palermo, Le radici e le frontiere (Planum, 2025)
C. Bianchetti, La biografia è un genere plurale, commento a: M. Orazi, Vite stravaganti di architetti (Giometti & Antonello, 2025)
A. Colombo, Migliorare la vita di tutti, subito, commento a: L. Crespi, Stop City Now (LetteraVentidue, 2025)
F. Colombo, La vita è teatro (e arte), commento a: R. Sennett, La società del palcoscenico (Feltrinelli, 2024)
G. Nuvolati, Un genio anche per gli incroci, commento a: S. Cascavilla, Il dio degli incroci (Exòrma, 2021)
M. d'Ovidio, La città "altra" è oggi, commento a: L. Lippolis, Viaggio al termine della città (Elèuthera, 2024)
G. Consonni, Abitare il segreto dei luoghi, commento a: M. Belpoliti, Nord Nord (Einaudi, 2025)
M. Agostinelli, Salvare il suolo (anche dalle rinnovabili), commento a: P. Pileri, Dalla parte del suolo (Laterza, 2024)
E. Scandurra, L'umanità è nei luoghi, commento a: R. Paris, Lettere d’amore dalla via Appia (Gangemi, 2024)
L. Trentin, Conservare gli avanzi, senza dimenticarli, commento a: L. Crespi, Stop City Now (LetteraVentidue, 2025)
M. Russo, Urbanistica: una disciplina da riscoprire, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2025)
A. Mazzette, Turismo urbano? Anche troppo, commento a: G. Amendola, Il turista e la città (Mario Adda Editore, 2025)
L. Bottini, Anche lo spazio parla, ascoltiamolo, commento a: A. Mela, E. Battaglini e A. Laura Palazzo, La società e lo spazio (Carocci, 2024)
C. Olmo, Mollino oltre la biografia d'artista, commento a: A. De Rossi, R. Dini, La montagna di Carlo Mollino (Hoepli, 2023)
G. L. Brunetti, L'architettura di Varese, una galassia, commento a: L. Crespi (a cura di), Atlante delle architetture e dei paesaggi dal 1945 a oggi in provincia di Varese (Silvana Editoriale, 2023)
R. Pavia, Imparare col corpo, viaggiando, commento a: R. Secchi, Itinerari dello sguardo in architettura (TAB edizioni, 2024)
B. Bottero, La difficile costruzione del quotidiano, commento a: M. Cucinella con S. Uccello, Città foresta umana (Einaudi, 2024)
P. C. Palermo, Cammei di urbanistica, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024)
F. de Agostini, L'empatia nella cassetta degli attrezzi, commento a: M. Cucinella con S. Uccello, Città foresta umana (Einaudi, 2024)
P. Vitillo, Abilitare le antinomie del piano, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024)
W. Tocci, Elogio dell'Urbanistica, un ritorno ai classici per continuare a riflettere (intervento al congresso INU 2025)
A. Delera, Troppo vecchi per capire?, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)
G. Nuvolati, Ci vuole una certa atmosfera, commento a: Tonino Griffero, Agostino Petrillo (a cura di), Atmosfere urbane (Ed. ETS, 2024)
D. Vannetiello, Un ponte tra le generazioni, commento a: G. Consonni, Non si salva il pianeta se non si salvano le città (Quodlibet, 2024)
R. Milani, Il sogno come progetto ovunque, commento a: M. Venturi Ferriolo, G. Burattoni, Un'estetica di progetto (Franco Angeli, 2024)
M. Serini, Sguardi neurodivergenti sulla città, commento a: A. Vanolo, La città autistica (Einaudi, 2024)
A. De Rossi, La feconda natura della rigenerazione, commento a: A. Lanzani, Rigenerazione urbana e territoriale al plurale (FrancoAngeli, 2024)
D. Grohmann, Una difesa attiva del suolo, commento a: F. Berni (a cura di), Parco della Piana di Assisi (Assisi Mia Ed. 2024)
F. Collotti, Contro la città usa e getta, commento a: V. Magnago Lampugnani, Contro la città usa e getta sostenibile (Bollati Boringhieri, 2024)
P. Perulli, La vendetta dei dimenticati, commento a: G. Buciuni, G. Corò, Periferie competitive (il Mulino, 2023)
F. Ceci, Abitare come agire sociale, commento a: M. Savino, L. Perini (a cura di), Abitare contemporaneo (FrancoAngeli, 2023)
L. Bottini, Città: una sfida esistenziale, commento a: S. Mancuso, Fitopolis (Laterza, 2023)
M. Biraghi, L'architettura va alle terme, commento a: G. D’Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori 8a cura di), Le città di Igiea (Silvana Ed., 2024)
G. Piccarolo, Di fiumi e di risorgrnze, commento a: G. Cazzaniga, Il Fiume (Marinotti 2024)
W. Tocci, Per una nuova scienza della città, commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio (a cura di), La città dopo la pandemia (Aracne, 2023)
B. Bottero, L'urbanistica è quantica, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)
A. Lanzani, Milano: cosa resta (e come ricominciare, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so su di lei (Planum Publisher, 2024)
S. Zaggia, Il Ghetto di Venezia: una città, commento a: D. Calabi, Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri, 2024)
G. Consonni, Fare della Storia una speranza, commento a: G. Bigatti, Milano (Mimesis, 2024)
G. Restaino, Roma, c'è un'altra città, commento a: M. Di Giovine, Paesaggio identitario (Quodlibet, 2024)
E. Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma, commento a: R. Pavia, Roma Babilonia (Bordeaux, 2024)
E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty (Routledge, 2024)
S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)
M. Fortis, Interni milanesi, un libro e una mostra, commento a: E. Morteo e S. Pierini, Nelle case (Hoepli, 2023)
M.Bassanelli, Se l'ufficio si diffonde, commento a: I. Mariotti, E. Tomaz, G. Micek, C. Méndez-Ortega (a cura di), Evolution of New Working Spaces (Springer, 2024)
M. Peverini, L'egemonia della rendita urbana, commento a: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita (Donzelli, 2023)
C. Bianchetti, Basaglia: i luoghi del mito, commento a: F. Foti, Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, 2024)
G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio. (FrancoAngeli, 2023)
F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)
A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia
A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)
G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)
A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)
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