Marianna Filandri  
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ABITARE OLTRE I BONUS


Commento al libro curato da M. Savino e L. Perini



Marianna Filandri


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La questione abitativa rappresenta un nodo strutturale della vita sociale, che incide profondamente sulla qualità della vita delle persone, sulle opportunità di lavoro, sulle relazioni sociali, sulla salute e sul benessere. Nonostante questo, la casa è rimasta per lungo tempo in posizione marginale nel dibattito politico ed è stata raramente trattata come questione pubblica – intesa nel suo valore sociale – e costitutiva della cittadinanza.

Negli ultimi decenni, l’intervento pubblico si è limitato quasi esclusivamente a misure di natura fiscale e patrimoniale – dalle agevolazioni all’acquisto ai diversi bonus edilizi – che hanno agito come surrogati di una politica abitativa strutturata. Si tratta di strumenti concepiti prevalentemente per sostenere la filiera delle costruzioni e stimolare la crescita economica, più che per affrontare i problemi di accesso, qualità e sicurezza abitativa. Il caso del Superbonus ne è un esempio emblematico: un dispositivo con forti finalità occupazionali e di rilancio del settore, ma privo di una visione di lungo periodo sul diritto all’abitare e sulla rigenerazione sociale dei contesti urbani. In questo quadro, la casa è stata ridotta a bene di investimento o a leva di politica economica, mentre l’abitare è rimasto ai margini delle strategie di welfare.

La letteratura descrive questa condizione attraverso la metafora del wobbly pillar del welfare: un pilastro instabile - e cronico punto debole dei sistemi di protezione sociale - caratterizzato da scarsità di risorse, assenza di continuità programmatoria e forte frammentazione territoriale. Nel caso italiano, tale debolezza si traduce in un insieme di interventi diseguali negli esiti e poco capaci di rispondere ai mutamenti demografici, economici e sociali che hanno trasformato il significato stesso dell’abitare. Mentre la rilevanza sociale del tema rimane costante, la distanza tra bisogni e risposte istituzionali tende ad ampliarsi, alimentando nuove forme di vulnerabilità abitativa e di esclusione.

 

Dalla casa come bene all’abitare come processo sociale

Ridurre la casa a un bene di mercato o a una voce di bilancio fiscale significa trascurare la complessità dell’abitare, che non coincide con la semplice disponibilità di un alloggio. Abitare implica un insieme di pratiche, relazioni e condizioni materiali che permettono alle persone di costruire appartenenza e stabilità, di sviluppare legami di prossimità e di partecipare alla vita collettiva. In questa prospettiva, la dimensione abitativa non è un aspetto accessorio, ma una componente costitutiva dell’inclusione sociale e della cittadinanza.

Come osservano Michelangelo Savino e Lorenza Perini in un interessante e articolato volume collettaneo, Abitare contemporaneo. Un viaggio nell’housing sociale in Italia (FrancoAngeli, 2023), la questione abitativa costituisce oggi un prisma attraverso cui leggere i mutamenti più profondi della società italiana. Il libro, frutto di una ricerca estesa in otto città italiane e condotta a cavallo della pandemia, mostra come l’abitare sia divenuto un terreno di tensione e di rivelazione dei processi sociali contemporanei: le disuguaglianze di reddito e di accesso, la frammentazione delle traiettorie di vita, l’emergere di nuove forme di precarietà e di mobilità, la trasformazione dei quartieri e dei centri urbani sotto la spinta della finanziarizzazione e del turismo.

Savino e Perini propongono di considerare l’abitare non soltanto come funzione dell’organizzazione urbana, ma come diritto essenziale e indicatore della qualità della vita collettiva. La pandemia – sostengono – ha reso visibile ciò che era rimasto a lungo invisibile: la centralità dello spazio domestico, la dipendenza delle condizioni di vita dalla qualità dell’ambiente costruito, la fragilità delle politiche pubbliche nel garantire accessibilità e sicurezza. Il volume invita dunque a compiere un salto di prospettiva: non limitarsi a misurare il fabbisogno abitativo in termini quantitativi, ma interrogare le condizioni concrete dell’abitare e le forme sociali che esse rendono possibili o, al contrario, impediscono.

Da questa impostazione emerge con chiarezza quanto le politiche recenti, orientate quasi esclusivamente al sostegno dell’edilizia o alla detassazione del patrimonio immobiliare, risultino inadeguate ad affrontare le trasformazioni reali dell’abitare. Misure come i bonus edilizi o il Superbonus, pur incidendo sull’attività economica e sull’occupazione, non intervengono sui nodi strutturali della questione abitativa: l’accessibilità, la stabilità, la qualità degli spazi, la prossimità dei servizi. L’abitare, ridotto a leva di politica economica, perde così la sua dimensione sociale e relazionale. Riportarlo al centro significa spostare lo sguardo dal valore dell’immobile al valore dell’esperienza abitativa, e riconoscere che la casa non è soltanto un bene, ma una condizione essenziale di cittadinanza e di eguaglianza.

 

La lunga stagione delle politiche fiscali: proprietà, indebitamento, disuguaglianze

A partire dagli anni Ottanta, la casa è stata al centro di un ampio processo di trasformazione delle politiche sociali, che ha visto progressivamente ridursi l’intervento pubblico diretto e crescere il peso degli strumenti fiscali e creditizi. L’accesso alla proprietà è divenuto, in questa prospettiva, il principale canale di sicurezza economica per le famiglie, sostituendo di fatto la funzione redistributiva che in altri ambiti rimane affidata allo Stato. L’idea di asset-based welfare si fonda proprio su questa logica: promuovere l’accumulazione di ricchezza privata attraverso la casa, considerata un bene in grado di garantire protezione nelle diverse fasi della vita.

Nel caso italiano, questa impostazione ha trovato terreno fertile in un contesto culturale e normativo da sempre favorevole alla proprietà della casa. Le politiche di incentivazione all’acquisto, la detraibilità degli interessi sui mutui e i sussidi alle giovani coppie hanno alimentato un modello abitativo fortemente proprietario, che oggi coinvolge oltre tre quarti delle famiglie. Tuttavia, questa strategia ha prodotto effetti ambivalenti: da un lato ha sostenuto l’accumulazione patrimoniale delle famiglie già solide; dall’altro ha generato nuove forme di vulnerabilità, accentuando la distanza tra chi possiede e chi non riesce ad accedere al mercato.

L’espansione della proprietà è stata accompagnata da un progressivo indebitamento delle famiglie, mentre la riduzione dell’edilizia residenziale pubblica e la deregolamentazione del mercato degli affitti hanno ristretto ulteriormente le alternative per i redditi medio-bassi. La casa è diventata così un bene che garantisce sicurezza solo a chi può permettersela, lasciando scoperta un’ampia fascia di popolazione esclusa dal mercato e priva di strumenti di protezione. Si è così consolidato un modello in cui la sicurezza abitativa dipende dalle risorse individuali e non da un diritto universalmente garantito.

Questa forma di patrimonializzazione del welfare tende a generare nuove disuguaglianze intergenerazionali: le famiglie proprietarie possono trasmettere ricchezza e stabilità, mentre chi ne è privo resta esposto a maggiore precarietà e rischio di esclusione. In Italia, dove il sostegno pubblico si traduce quasi esclusivamente in incentivi fiscali, la casa continua a funzionare come un moltiplicatore di disuguaglianza, più che come strumento di riequilibrio.

 

Nuove forme di precarietà e questione giovanile

La progressiva privatizzazione delle politiche abitative si riflette con particolare evidenza nella condizione delle giovani generazioni. L’accesso alla casa è divenuto uno degli snodi principali attraverso cui si riproducono le disuguaglianze sociali e si differenziano le traiettorie di vita. La combinazione tra redditi instabili, mercato del lavoro frammentato e prezzi immobiliari elevati rende oggi difficile non solo acquistare un’abitazione, ma anche accedere a forme di locazione stabili e sostenibili. In molti casi, la transizione alla vita adulta è posticipata o condizionata dalla possibilità di usufruire di risorse familiari, trasformando la casa in un bene che discrimina tra chi può contare su un patrimonio e chi ne è privo.

Il volume curato da Savino e Perini restituisce con particolare efficacia questa trasformazione. Gli autori individuano nell’abitare temporaneo una delle espressioni più emblematiche della condizione giovanile contemporanea: studenti, lavoratori mobili, giovani precari costretti a soluzioni abitative provvisorie, spesso condivise, che non consentono di costruire un reale radicamento. Queste esperienze, osservano, non rappresentano solo adattamenti individuali, ma segnali strutturali di un disagio più ampio, che riflette la fragilità del mercato del lavoro e la rigidità dell’offerta abitativa.

Le difficoltà di accesso alla casa da parte dei giovani non si traducono soltanto in precarietà materiale, ma incidono anche sul benessere soggettivo e sulle prospettive di vita. La condizione abitativa è uno dei principali determinanti della povertà soggettiva in Europa: a parità di reddito, vivere in affitto o con un mutuo aumenta la percezione di insicurezza economica rispetto a chi possiede la casa in cui abita. L’effetto, tuttavia, varia in base al grado di regolazione del mercato degli affitti: nei paesi dove esistono meccanismi di tutela e di controllo dei canoni, la povertà soggettiva risulta più contenuta.

Questa evidenza suggerisce che la regolazione del mercato dell’affitto non ha solo una funzione redistributiva, ma anche un impatto diretto sulla percezione di stabilità e sul benessere. In Italia, l’assenza di una politica coerente per la locazione sociale, unita alla marginalità dell’edilizia pubblica, contribuisce ad ampliare la distanza tra le generazioni: da un lato, i proprietari consolidano il loro patrimonio; dall’altro, i giovani e i nuovi nuclei familiari restano confinati in una condizione di incertezza abitativa che si traduce in precarietà biografica.

 

Oltre il bonus: per una politica dell’abitare

Riflettere sull’abitare oggi significa interrogarsi sul rapporto tra politiche pubbliche, disuguaglianze sociali e forme di vita quotidiana. La lunga stagione degli incentivi fiscali e delle misure emergenziali ha prodotto un quadro in cui la casa è divenuta insieme bene privato, strumento di politica economica e oggetto di consumo, ma raramente diritto effettivo o componente strutturale del welfare. Ne è derivata una distorsione di fondo: la “politica della casa” si è trasformata in politica per la rendita e per la produzione edilizia, più che in politica per gli abitanti.

Uscire da questo schema significa ridefinire la casa come infrastruttura sociale e non come semplice variabile macroeconomica. In altre parole, occorre tornare a considerare l’abitare come esperienza collettiva che tiene insieme sicurezza, prossimità, qualità dello spazio e relazioni. Ciò implica un cambio di paradigma: passare dalle politiche orientate al possesso e alla valorizzazione immobiliare a politiche orientate alla vita negli spazi, al loro uso e alla loro accessibilità.

Una politica dell’abitare dovrebbe porsi tre obiettivi fondamentali. In primo luogo, garantire accessibilità e stabilità, ampliando l’offerta di locazione regolata e di edilizia sociale, anche attraverso partenariati pubblico-privato che mantengano finalità di interesse generale. In secondo luogo, riconnettere le politiche abitative con quelle territoriali e ambientali, promuovendo la rigenerazione dei quartieri, la qualità energetica e la prossimità dei servizi come componenti del benessere. Infine, ricostruire un ruolo pubblico capace di coordinare gli attori, monitorare i bisogni e orientare le risorse in modo coerente, superando la logica episodica dei bonus.

La casa, come ricordano Savino e Perini, è molto più di un oggetto di proprietà: è ciò che conferisce senso e legittimità alla vita collettiva. Ripensare le politiche abitative significa quindi ridefinire il patto sociale che lega individui, istituzioni e territorio. “Abitare oltre i bonus” non è uno slogan, ma un invito a considerare l’abitare come campo di cittadinanza, in cui si riflette la qualità democratica di una società.

Marianna Filandri

 

 

 

N.d.C. Marianna Filandri è professoressa associata di Sociologia economica presso il Dipartimento di Culture, Politica e Società, Università di Torino, dove insegna Sociologia delle diseguaglianze economiche e sociali e Analisi dei dati per la ricerca applicata e la valutazione delle politiche. Tra i suoi interessi scientifici: il fenomeno dell’in-work poverty; gli approcci allo studio della povertà in particolare oggettivi e soggettivi; la transizione alla vita adulta; le disuguaglianze abitative; lo svantaggio femminile nel mercato del lavoro.

Tra i suoi libri: con N. Negri, a cura di, Restare di Ceto medio. Il passaggio alla vita adulta nella società che cambia (Il Mulino, 2010); Proprietari a tutti i costi. Disuguaglianze abitative in Italia (Carrocci, 2015); con M. Olagnero e G. Semi, Casa dolce casa? Italia, un paese di proprietari (Il Mulino, 2020); Lavorare non basta (Laterza, 2023).

Per Città Bene Comune ha scritto: L’Italia è povera (19 luglio 2024).

Sui libri di Marianna Filandri, v. in questa rubrica: Silvia Saccomani (16 aprile 2021).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri

R.R.

 

 


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21 NOVEMBRE 2025

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F. Gastaldi, IA e città: opportunità o rischio?, commento a: P. Fusero, Hypercity (FrancoAngeli, 2024)

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S. Zaggia, Il Ghetto di Venezia: una città, commento a: D. Calabi, Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri, 2024)

G. Consonni, Fare della Storia una speranza, commento a: G. Bigatti, Milano (Mimesis, 2024)

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E. Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma, commento a: R. Pavia, Roma Babilonia (Bordeaux, 2024)

E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty (Routledge, 2024)

S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)

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M. Peverini, L'egemonia della rendita urbana, commento a: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita (Donzelli, 2023)

C. Bianchetti, Basaglia: i luoghi del mito, commento a: F. Foti, Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, 2024)

G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio. (FrancoAngeli, 2023)

F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)

A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia

A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)

G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)

A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)