Rosario Pavia  
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LE MURA SONO SPAZIO (PUBBLICO)


Commento al libro curato da O. Carpenzano e A. Criconia



Rosario Pavia


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Nel 1974 Christo avvolse con dei teli bianchi le mura aureliane di Porta Pinciana occultandole alla vista, denunciando così, con un potente gesto di cancellazione, l’assenza di attenzione e di cura nei confronti di uno straordinario patrimonio infrastrutturale e architettonico. A differenza di molte grandi città europee, come Vienna, Parigi o Milano, che distrussero i loro recinti murari per promuovere la loro modernità con un nuovo sviluppo urbano, Roma, dopo l’unificazione d’Italia, conservò le proprie mura, intervenendo solo nell’ammodernamento delle antiche porte e nell’introduzione di nuovi passaggi in relazione allo sviluppo della rete stradale. Delle antiche mura rimangono circa 13 Km (sono andati persi i tratti lungo il fiume e quelli che risalivano il Gianicolo e comprendevano un lembo di Trastevere). Si tratta di un sistema archeologico, storico e culturale unico e, allo stesso tempo, di una infrastruttura urbana decisiva per il disegno e l’identità della città. Tale patrimonio, tuttavia, non ha trovato nelle politiche di sviluppo della Capitale e in particolare nei suoi piani urbanistici una adeguata attenzione. Solo l’ultimo piano regolatore (approvato nel 2008) ha riconosciuto nelle mura un ambito di programmazione strategica per la realizzazione di un parco lineare lungo il suo circuito. Il piano si avvalse, in quella occasione, della ricerca condotta dal Dipartimento di Architettura di Roma Università Sapienza. La ricerca fu coordinata da Paola Falini e Antonino Terranova.

Non a caso nell’introduzione del libro curato da Orazio Carpenzano e Alessandra Criconia, Le Mura di Roma. Una infrastruttura culturale ed ecologica per la città contemporanea (Quodlibet, 2024), viene ricordata l’importanza di tale ricerca che intuì la portata strategica delle mura come spazio pubblico. Dopo circa venti anni, durante i quali le mura sono state lasciate in una condizione di abbandono, i curatori del volume riprendono con decisione il discorso: “questo monumento in mezzo alla strada che quotidianamente viene attraversata da migliaia di abitanti e city users senza più essere visto, è anche un corpo dell’architettura della città che potrebbe essere l’elemento di forza di un processo di trasformazione e il filo conduttore di una nuova specie di spazio pubblico, ambientale e culturale” (p.12). Torna con decisione il progetto di trasformare il sistema delle mura in uno spazio pubblico continuo, capace di interagire con i tessuti urbani attraversati, interpretandone i contesti e i bisogni, al fine di intervenire con progetti locali mirati, senza tuttavia rinunciare ad una visione unitaria d’insieme. Le mura aureliane (con l’estensione gianicolense e vaticana) sono davvero una delle infrastrutture urbane che nel tempo hanno segnato la forma della città. Roma moderna evitò di confrontarsi culturalmente e progettualmente con la sua presenza e la sua inerzia. Le conservò, ma senza cura. Le mura attendono ancora un progetto che segni una nuova modernità, un modo diverso di trasformare la città, coniugando insieme passato, contemporaneità e futuro.

In fondo è proprio questa ricerca a costituire il senso del libro. Il volume si articola in tre sezioni: la prima Diciannove chilometri tra passato e futuro è dedicata alla ricostruzione storica dei recinti murari della città, da quello dei re e della repubblica, a quello degli imperatori e dei papi; la seconda indaga la realtà del sistema delle mura in relazione ai piani urbanistici, alla mobilità, alla storia urbana, al suo ruolo come infrastruttura ambientale e culturale; la terza è incentrata su una call progettuale riservata alle scuole di Dottorato italiane di Architettura e Ingegneria per “prefigurare possibili scenari di riuso e trasformazioni del circuito all’interno delle complesse dinamiche della città metropolitana di Roma” (p.13)

I contributi raccolti nella pubblicazione sono molti e tracciano un quadro conoscitivo e propositivo di notevole rilievo. Alcuni temi ci sembrano di particolare interesse.

Le mura aureliane si adeguano ad una città consolidata di un milione di abitanti. La Roma imperiale non aveva bisogno di mura (quelle dei re e della repubblica avevano perso la loro funzione difensiva a partire dal II secolo a.C.). Quando molti secoli dopo Aureliano decise costruire con rapidità le nuove mura, la scelta fu quella di adeguarsi alla struttura morfologica di una città straordinariamente grande (circa un milione di abitanti al tempo di Augusto), incorporando nel suo tracciato una pluralità di complessi edilizi esistenti: dal palazzo imperiale Sessoriano con l’anfiteatro Castrense, alla Piramide Cestia, al Castro Pretoriano, all’arco fatto costruire da Augusto sull’antica via Tiburtina nel punto di incontro di ben tre acquedotti. Il rapporto tra mura e acquedotti era del resto un carattere distintivo del sistema urbano di Roma. Gli acquedotti entravano nella città, si appoggiavano alle mura e alle porte, ne facevano parte per alcuni tratti. A Porta Maggiore, uno dei punti più alti della città, convergevano ben otto acquedotti, realizzando un nodo infrastrutturale e monumentale di grande potenza. Le mura Aureliane, realizzate nel 270-275 d.C. dall’imperatore Aureliano e sopraelevate da Onorio all’inizio del V secolo d.C., si sviluppavano per circa 19 Km intorno alla città. Il recinto era scandito da 300 torri distanziate tra loro di circa 30 metri.

Claudio Parisi Presicce (a lungo soprintendente capitolino ai beni culturali) ha messo bene in evidenza come il circuito delle mura “pur inserito nell’elenco dei beni di rilevanza nazionale del 1902, non fu subito compiutamente riconosciuto dalla comunità scientifica come complesso archeologico monumentale unitario. Prese, così, avvio un progressivo degrado” (p.21). L’integrità del monumento fu anche compromessa dalla cancellazione della fascia di rispetto del pomerio, lo spazio sacro (e militare) in cui, nell’antichità romana, era impedito di costruire. Le mura con l’espansione edilizia della Capitale persero, in pochi decenni, il loro impatto di barriera architettonica che annunciava a distanza la città. Non a caso, è proprio sullo spazio perduto del pomerio che si concentra l’attenzione di Alessandra Criconia e di Angela Fiorelli quando rilevano che le “mura passano dall’essere limes all’essere limen, soglia in grado di attivare un processo di riconnessione tra il dentro e il fuori, tra la città antica e la città contemporanea” (p.64). Secondo questa prospettiva, un intero capitolo (curato da Fabio Balducci, Paolo Marcoaldi, Laura Terrone) è dedicato alla individuazione del limen come nuovo pomerio contemporaneo, uno spazio di transizione in cui promuovere progetti di riqualificazione urbana.

Quando nel 1870 Roma divenne la Capitale d’Italia, le mura iniziarono a interagire fortemente con lo sviluppo urbano. A differenza delle grandi città europee, le aree inedificate all’interno del recinto murario erano molto estese (oltre il 50%): ville, giardini, ma anche orti e vigneti rappresentarono immediatamente una grande risorsa. I piani regolatori del 1873 e del 1883 regolarono l’edificazione all’interno delle mura, avviando un processo di saturazione delle aree disponibili. È di questo periodo la realizzazione dei quartieri borghesi Esquilino, Castro Pretorio e Sallustiano che lambiscono le mura tra Porta Maggiore e Porta Salaria. Sulla strada che collegava il Quirinale a Porta Pia (la cui facciata interna fu progettata da Michelangelo) furono realizzati i Ministeri dell’Economia, della Guerra, dell’Agricoltura, quasi a sottolineare la continuità direzionale dell’asse voluto da Sisto V. Subito al di fuori di Porta Pia viene costruito il complesso del Ministero dei Lavori Pubblici e a ridosso del recinto del Castro Pretorio il Policlinico Umberto Primo. Al lato opposto: il quartiere popolare di Testaccio a ridosso della Porta San Paolo e prossimo al Porto fluviale e al Mattatoio (realizzato nel 1888 su progetto di Gioacchino Ersoch). L’unico intervento di rilievo, esterno alle mura, fu in quegli anni il quartiere Prati in prossimità di Castel Sant’Angelo.

Il piano del 1909, voluto da Ernesto Nathan e predisposto da Edmondo Sanjust di Teulada, completò l’edificazione all’interno delle mura e avviò lo sviluppo della città moderna “fuori porta”. Ha ragione Orazio Carpenzano quando sottolinea che “se nel corso della storia le mura avevano contenuto la città, difendendola dagli attacchi dei nemici e misurandone i confini fisici e politici, ora è la città a contenere le mura. L’antica linea… cessa di essere il limite ultimo della città e si trasforma in limite interno all’organismo urbano” (p.122). Oggi, con la crescita abnorme della città, quel limite interno è stato superato da altri limiti, da altri anelli. Alessandra Capuano ci parla di Roma come la signora degli anelli, riconoscendone ben cinque: “subito a ridosso della cinta aureliana troviamo il Muro Torto e il corso d’Italia, seguito dalla via Olimpica, dall’anello ferroviario, dal Grande Raccordo Anulare delle Biciclette (GRAB) e dal Grande Raccordo Anulare (GRAB): cinque anelli concentrici, che si sviluppano dal centro verso l’esterno offrendo alla città un ordine spaziale di ordine superiore” (p.172). È inevitabile che su questi anelli concentrici debbano concentrarsi le politiche di riorganizzazione e rigenerazione della metropoli romana (1). Le mura come anello più interno hanno il compito di riconnettere il centro storico con la prima espansione delle citta, il loro sviluppo avvolgente, che interseca una pluralità di grandi ville urbane, da villa Sciarra, a villa Borghese, al grande cuneo del parco dell’Appia Antica (si veda in proposito il contributo di Cristina Imbroglini, pp.248-261), costituisce, secondo Lucina Caravaggi (pp. 238-8), una “infrastruttura complessa, cioè contemporaneamente culturale (museo della Città), ambientale (strumento di rigenerazione di aree degradate, attivatore di biodiversità, spazio di nuove connessioni urbane ecologiche) e sociale (spazio di spostamento, incontro, scoperta).

Una grande infrastruttura ambientale, ma anche una potente traccia narrativa. Le mura raccontano storie, portano nel loro corpo i segni delle trasformazioni, delle manutenzioni, delle ristrutturazioni (le più importanti sono quelle di Onorio che all’inizio del V secolo d.C. potenziò le mura, raddoppiandone l’altezza e quelle volute da Paolo III con le fortificazioni bastionate realizzate da Sangallo il giovane nel 1537. Le mura aureliane si connettono a quelle secentesche di Urbano VIII, che da Porta Portese risalgono il Gianicolo e scendono alla volta delle fortificazioni della Città del Vaticano. Lungo le mura gli stemmi papali che hanno promosso i restauri e le ristrutturazioni, ma anche i segni e le memorie di battaglie e di scontri (intorno a Porta San Pancrazio le truppe francesi fronteggiarono, nel 1849, i garibaldini e le milizie del Repubblica Romana; vicino a Porta Pia troviamo i segni della breccia che consentì ai piemontesi di entrare in città; a Porta San Paolo, una grande lapide ricorda la resistenza dei romani, nel settembre del 1943, contro l’occupazione tedesca). Il rapporto tra le mura e la storia della città è raccontato da una serie di spazi museali allestiti nello spessore delle porte: a Porta San Sebastiano troviamo il Museo delle Mura Aureliane (dal museo è possibile accedere al camminamento di ronda che si sviluppo per circa 200 metri con uno straordinario affaccio sul Parco dell’Appia Antica), a Porta San Pancrazio il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina, a Porta Pia il Museo storico dei bersaglieri, a Porta San Paolo il Museo della via Ostiense. Abbiamo già in nuce un dinamico Museo della Città.

Oggi, dopo anni di incuria, di abbandono e di degrado, non solo fisico e strutturale, ma anche sociale (per lo stazionamento in alcuni tratti delle mura di tendopoli di senzatetto), l’attuazione dell’ambito di programmazione strategica “mura”, previsto dal PRG vigente, sembra essere avviato. Sono stati investiti 23 milioni di euro con i fondi del PNRR per il restauro, il consolidamento e la manutenzione straordinaria. I lavori sono iniziati. È il primo passo, ma manca ancora un vero progetto operativo per la riqualificazione delle mura come spazio pubblico, come parco e grande infrastruttura ambientale e narrativa della città. Alla sua realizzazione è dedicato questo libro.

Rosario Pavia

 

 

Note
1) Su questi temi: Rosario Pavia, Roma Babilonia. Figure dell’inerzia urbana, Bordeaux, Roma 2024.

 

N.d.C. Rosario Pavia, già professore ordinario di Urbanistica all'Università degli Studi "G. d'Annunzio" di Chieti-Pescara, ha diretto il Dipartimento Ambiente Reti e Territorio dello stesso ateneo e il periodico "Piano Progetto Città".


Tra i suoi libri: Le paure dell'urbanistica (Costa & Nolan, 1996); con A. Clementi, Territori e spazi delle infrastrutture (Transeuropa, 1998); Babele. La città della dispersione (Meltemi, 2002); con L. Caravaggi e S. Menichini, Strade paesaggi (Meltemi, 2004); Adriatico risorsa d'Europa (Diabasis, 2007); con M. Di Venosa,Waterfront. Dal conflitto all'integrazione (LISt, 2012); Il passo della città. Temi per la metropoli futura(Donzelli, 2015); Tra suolo e clima. La terra come infrastruttura ambientale (Donzelli, 2019; RCS 2020); Bruno Zevi. Uomo di periferia (Bordeaux, 2022); Roma Babilonia. Figure dell’inerzia urbana (Bordeaux, 2024).

Per Città Bene Comune ha scritto: Il suolo come infrastruttura ambientale (11 maggio 2016); Leggere le connessioni per capire il pianeta (21 giugno 2018); Questo parco s’ha da fare, oggi più che mai (19 aprile 2019); Roma, Flaminio: ripensare i progetti strategici (26 febbraio 2021); Le città di fronte alle sfide ambientali(1 ottobre 2021); Le parole dell’urbanistica (21 gennaio 2022); Il porto come soglia del mondo (22 aprile 2022); Le strade sono architetture (ma non solo) (21 ottobre 2022); La cura è nel Mediterraneo (31 ottobre 2024); Imparare col corpo, viaggiando (10 luglio 2025).

Sui libri di Rosario Pavia, v. i commenti di: Renzo Riboldazzi, Città: e se ricominciassimo dall’uomo (e dai suoi rifiuti)? (23 settembre 2015); Patrizia Gabellini, Un razionalismo intriso di umanesimo (22 settembre 2016); Paolo Pileri, Suolo: scegliamo di cambiare rotta (28 giugno 2019); Luca Zevi, Forza Davide! Contro i Golia della catastrofe (28 febbraio 2020); Patrizia Gabellini, Suolo e clima: un grado zero da cui ripartire (24 aprile 2020); Piero Ostilio Rossi, Zevi: cinquant’anni di urbanistica italiana (3 marzo 2023); -Anna Laura Palazzo, Tre sguardi su Roma (30 gennaio 2025); Enzo Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma (7 marzo 2025).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

28 NOVEMBRE 2025

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali

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L. Crespi, L'architettura esiste (anche a Pavia), commento a: V. Prina, Viaggio nell’architettura moderna del Novecento in Pavia e provincia (Maggioli, 2025)

M. Filandri, Abitare oltre i bonus, commento a: M. Savino, L. Perini (a cura di), Abitare contemporaneo (FrancoAngeli, 2023)

G. Nuvolati, La città ha bisogno di asceti, commento a: D. Demetrio, Spiritualità metropolitane (Mimesis, 2025)

M. Agostinelli, Laudato si': da leggere ancora, commento a: Papa Francesco, Laudato si' (2015)

M. A. Crippa, La vera rigenerazione è fatta di persone, commento a: G. Azzoni, Abitare minimo in montagna (Distretto culturale Valle Camonica, 2025)

F. Bilò, Tifare Koolhaas, commento a: M. Biraghi, Rem Koolhaas(Einaudi, 2024)

F. D. Moccia, Contrastare le disuguaglianze, commento a: G. Laino (a cura di), Sentieri ponti e passerelle (INU Edizioni, 2025)

F. Cognetti, Produzione o riproduzione del sapere?, commento a: L’aula e la piazza (Donzelli, 2025)

G. Pasqui, "Apocalittismo"? No, meglio la politica, commento a: A. Petrillo, Medusa (Machina Libro, 2025)

P. Gabellini, Urbanistica o studi urbani?, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2025)

L. Porqueddu, Verso un nuovo equilibrio dell'abitare, commento a: F. Toppetti, Dal paesaggio al mondo (Mimesis, 2024)

F. Gastaldi, IA e città: opportunità o rischio?, commento a: P. Fusero, Hypercity (FrancoAngeli, 2024)

M. Cremaschi, Urbanistica? Serve una via d'uscita, commento a: P. C. Palermo, Le radici e le frontiere (Planum, 2025)

C. Bianchetti, La biografia è un genere plurale, commento a: M. Orazi, Vite stravaganti di architetti (Giometti & Antonello, 2025)

A. Colombo, Migliorare la vita di tutti, subito, commento a: L. Crespi, Stop City Now (LetteraVentidue, 2025)

F. Colombo, La vita è teatro (e arte), commento a: R. Sennett, La società del palcoscenico (Feltrinelli, 2024)

G. Nuvolati, Un genio anche per gli incroci, commento a: S. Cascavilla, Il dio degli incroci (Exòrma, 2021)

M. d'Ovidio, La città "altra" è oggi, commento a: L. Lippolis, Viaggio al termine della città (Elèuthera, 2024)

G. Consonni, Abitare il segreto dei luoghi, commento a: M. Belpoliti, Nord Nord (Einaudi, 2025)

M. Agostinelli, Salvare il suolo (anche dalle rinnovabili), commento a: P. Pileri, Dalla parte del suolo (Laterza, 2024)

E. Scandurra, L'umanità è nei luoghi, commento a: R. Paris, Lettere d’amore dalla via Appia (Gangemi, 2024)

L. Trentin, Conservare gli avanzi, senza dimenticarli, commento a: L. Crespi, Stop City Now (LetteraVentidue, 2025)

M. Russo, Urbanistica: una disciplina da riscoprire, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2025)

A. Mazzette, Turismo urbano? Anche troppo, commento a: G. Amendola, Il turista e la città (Mario Adda Editore, 2025)

L. Bottini, Anche lo spazio parla, ascoltiamolo, commento a: A. Mela, E. Battaglini e A. Laura Palazzo, La società e lo spazio (Carocci, 2024)

C. Olmo, Mollino oltre la biografia d'artista, commento a: A. De Rossi, R. Dini, La montagna di Carlo Mollino (Hoepli, 2023)

G. L. Brunetti, L'architettura di Varese, una galassia, commento a: L. Crespi (a cura di), Atlante delle architetture e dei paesaggi dal 1945 a oggi in provincia di Varese (Silvana Editoriale, 2023)

R. Pavia, Imparare col corpo, viaggiando, commento a: R. Secchi, Itinerari dello sguardo in architettura (TAB edizioni, 2024)

B. Bottero, La difficile costruzione del quotidiano, commento a: M. Cucinella con S. Uccello, Città foresta umana (Einaudi, 2024)

P. C. Palermo, Cammei di urbanistica, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024)

F. de Agostini, L'empatia nella cassetta degli attrezzi, commento a: M. Cucinella con S. Uccello, Città foresta umana (Einaudi, 2024)

P. Vitillo, Abilitare le antinomie del piano, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024)

W. Tocci, Elogio dell'Urbanistica, un ritorno ai classici per continuare a riflettere (intervento al congresso INU 2025)

A. Delera, Troppo vecchi per capire?, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)

G. Nuvolati, Ci vuole una certa atmosfera, commento a: Tonino Griffero, Agostino Petrillo (a cura di), Atmosfere urbane (Ed. ETS, 2024)

D. Vannetiello, Un ponte tra le generazioni, commento a: G. Consonni, Non si salva il pianeta se non si salvano le città (Quodlibet, 2024)

R. Milani, Il sogno come progetto ovunque, commento a: M. Venturi Ferriolo, G. Burattoni, Un'estetica di progetto (Franco Angeli, 2024)

M. Serini, Sguardi neurodivergenti sulla città, commento a: A. Vanolo, La città autistica (Einaudi, 2024)

A. De Rossi, La feconda natura della rigenerazione, commento a: A. Lanzani, Rigenerazione urbana e territoriale al plurale (FrancoAngeli, 2024)

D. Grohmann, Una difesa attiva del suolo, commento a: F. Berni (a cura di), Parco della Piana di Assisi (Assisi Mia Ed. 2024)

F. Collotti, Contro la città usa e getta, commento a: V. Magnago Lampugnani, Contro la città usa e getta sostenibile (Bollati Boringhieri, 2024)

P. Perulli, La vendetta dei dimenticati, commento a: G. Buciuni, G. Corò, Periferie competitive (il Mulino, 2023)

F. Ceci, Abitare come agire sociale, commento a: M. Savino, L. Perini (a cura di), Abitare contemporaneo (FrancoAngeli, 2023)

L. Bottini, Città: una sfida esistenziale, commento a: S. Mancuso, Fitopolis (Laterza, 2023)

M. Biraghi, L'architettura va alle terme, commento a: G. D’Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori 8a cura di), Le città di Igiea (Silvana Ed., 2024)

G. Piccarolo, Di fiumi e di risorgrnze, commento a: G. Cazzaniga, Il Fiume (Marinotti 2024)

W. Tocci, Per una nuova scienza della città, commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio (a cura di), La città dopo la pandemia (Aracne, 2023)

B. Bottero, L'urbanistica è quantica, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)

A. Lanzani, Milano: cosa resta (e come ricominciare, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so su di lei (Planum Publisher, 2024)

S. Zaggia, Il Ghetto di Venezia: una città, commento a: D. Calabi, Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri, 2024)

G. Consonni, Fare della Storia una speranza, commento a: G. Bigatti, Milano (Mimesis, 2024)

G. Restaino, Roma, c'è un'altra città, commento a: M. Di Giovine, Paesaggio identitario (Quodlibet, 2024)

E. Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma, commento a: R. Pavia, Roma Babilonia (Bordeaux, 2024)

E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty (Routledge, 2024)

S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)

M. Fortis, Interni milanesi, un libro e una mostra, commento a: E. Morteo e S. Pierini, Nelle case (Hoepli, 2023)

M.Bassanelli, Se l'ufficio si diffonde, commento a: I. Mariotti, E. Tomaz, G. Micek, C. Méndez-Ortega (a cura di), Evolution of New Working Spaces (Springer, 2024)

M. Peverini, L'egemonia della rendita urbana, commento a: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita (Donzelli, 2023)

C. Bianchetti, Basaglia: i luoghi del mito, commento a: F. Foti, Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, 2024)

G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio. (FrancoAngeli, 2023)

F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)

A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia

A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)

G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)

A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)