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Il titolo dell’ultimo libro di Marco Biraghi – Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025) – sembrerebbe un richiamo diretto al romanzo di Ishiguro del 1989: un cupo ragionare sugli sforzi, inutili e dissipativi, di un’intera vita. Romanzo sulla memoria, l’identità e la rimozione, sull’autoillusione che contrappone la dignità professionale alla vita privata. Romanzo controverso di un unreliable narrator. Sembrerebbe un richiamo perché è tale l’assonanza del titolo, da non potersi ritenere casuale. Ma è poi l’esergo a dissipare l’impressione: Manfredo Tafuri che in Progetto e utopia scioglie il nodo con una domanda netta: «Cosa rimane in tale prospettiva del ruolo storicamente ricoperto dall’architettura?». E ci introduce in una dimensione in cui c’entrano ancora la dissipazione, la rimozione e l’identità, ma non nel modo cupo e complice di Mr. Stevenson, maggiordomo di Lord Darlington.
Così ci si allontana da Ishiguro per meditare sui resti: i residui, ciò che resta, ciò che rimane, che è ancora percepibile e soprattutto, dice Biraghi, operabile. Sulla permanenza e sulle sue conseguenze. Cos’è il restare di qualcosa? L’autore spiega: i resti di cui il libro si occupa sono «occasioni in cui in architettura […] riesce ancora a manifestarsi un senso» (p. 4). Ciò che l’architettura è ancora capace di offrire. Ciò che in essa persiste di vivo. Torno poi su questo punto.
Gli otto capitoli sono un attraversamento, colto e sofisticato, di otto temi classici della critica dell’architettura moderna. Li riprendo in modo assolutamente schematico e me ne scuso. 1. La difficoltà ad esercitare oggi la ragione critica, fondamento del pensiero europeo su cui tanto aveva meditato e scritto nei suoi libri, Vittorio Gregotti. 2. L’utopia nel contemporaneo: un’utopia minore, vero e proprio ossimoro, che riduce le sue mire poiché non può più pensare di controllare la complessità del sociale, dell’urbano. 3. L’essere dell’architettura nel mercato, assoggettamento come condizione che Polanyi ci ha insegnato essere sociale e istituzionale, non riducibile al carattere di merce. 4. La figura dell’architetto e le sue metamorfosi, le sue ambizioni e ciò che questi può fare, tra volontà di potenza e dono di sé nell’opera. 5. L’entrare dell’architettura nella molteplicità confusa delle narrazioni che conformano il nostro presente: come si trasfigura quel senso che Biraghi chiama mitologico, al di fuori delle insopportabili retoriche della sostenibilità e dell’efficienza? Recuperando così un ragionare attorno al mito e alla sua irriducibilità, al suo carattere ossessivo in termini (a me pare) psicanalitici. Come (di nuovo, a me pare) mostri anche il ripetuto richiamo a Giorgio Manganelli. 6. Il ritorno dell’architettura senza architetti: dal vernacolare di Rudofsky e dal dialogo uomo-macchina di Negroponte (entrambi rigorosamente anni 60) alle inquietudini generati dall’AI. Ovvero la percepibile sotterranea continuità di una prospettiva umanista che in un certo senso addomestica l’alleanza con le macchine. 7. e 8. Infine, il ritorno del concetto di verità del progetto, meglio, di frammenti di verità. Nozione impegnativa che Biraghi si cura di precisare sottolineando che è «da intendere non in senso trascendente, ma immanente, una verità relativa alle cose che vi compaiono e alle sensazioni che esse sono in grado di suscitare» (pp.122-123). Qui è ancora l’importante lavoro di scavo condotto da Gregotti ad offrire sponda allo svilupparsi del discorso, a riscattare un’attenzione troppo spesso banalizzata alla nozione di contesto antropogeografico. L’ultimo capitolo è dedicato alla nozione di architettura etimologica. In analogia con il piano linguistico, il progetto etimologico rimanda alle sue stesse radici.
Gli otto capitoli ridisegnano dunque un passare serrato entro temi cruciali della critica architettonica. Dove, ciascun tema riflette, in modo più o meno esplicito, qualche aspetto del mutamento che, con altro linguaggio, avremmo detto strutturale, entro il quale si dà il fare architettura oggi. Solo riflessi. Come nel rombicubottaedro del dipinto di Jacopo de’ Barbari (1495 circa) riprodotto in copertina e “presentato” nell’epilogo che, non a caso, titola esattamente come il libro. Anche in quella figura geometrica, i lati riflettono qualche cosa che è esterno alla figura. «Qualcosa che però non vediamo» (p. 171). Qualcosa di non univoco, adombrato, indovinato. Così i cambiamenti degli sfondi economici, sociali, demografici, ma anche normativi, tecnologici, valoriali entro i quali si dà architettura non sono investiti direttamente, ma visti attraverso gli otto capitoli. Una questione di rifrazione. Non sfugge il ricorrere quasi scaramantico del numero otto: simbolo potente di saggezza e forza interiore. De resto, lo stesso rombicubottaedro «incarna l’immagine della pienezza di senso conferitagli dalla stessa perfezione geometrica: una pienezza di senso complessa e fondata su ben fondati principi ma al tempo stesso fragile, in equilibrio precario, come lo è il solido di vetro raffigurato nel quadro…» (p. 171, cvi dell’autore).
Attraverso questi otto temi che sono il nodo costruttivo del libro, Biraghi ci conduce in una direzione nella quale continuiamo ad abitare la modernità. Nessun taglio. Nessun salto. Raccontare l’architettura e la città contemporanea è qualcosa che si sviluppa senza traumi, senza faglie. Le questioni che l’autore ci pone rimandano al moderno (quando non all’antico). Insistendo nel rimando inappropriato ad Ishiguro, potremmo dire che non è certo questione di nostalgia.
Resti sono allora legami, rimandi, anacronismi, testimoni di un esercizio critico che mantiene agli occhi di chi legge, una dinamica ambiguità. Resti come materia ostile e ostinata, come direbbe appunto Manganelli. Non è la parte residuale che chiude un’orbita, quel poco o tanto che ancora manca al compimento di una vita, di un’arte, di un’opera. Resti sono ciò che è rimasto, che è ancora operabile, che dà senso compiuto. È ciò che ci aiuta a misurare il trascorrere del tempo, la sua continuità e durata, come direbbe Gregotti. Il tempo, nozione imprendibile, ha una direzione di scorrimento che i resti invertono. Allora, le domande che il libro implicitamente pone al lettore sono, alla fine, due: cosa esattamente non resta dell’architettura moderna, cosa viene dissipato, si congeda, viene consumato dall’oblio e cosa trasforma ciò che resta in qualcosa di ostinatamente contemporaneo (e non si può evitare di ripensare al rimbalzare ostinato della domanda da Foucault, a Deleuze, ad Agamben)? Interrogazioni che non ammettono certo risposte univoche e semplificate.
In definitiva, i resti operabili di cui parla Biraghi, di cosa sono resti? Qui è in gioco direttamente l’idea di architettura (e di storia) che l’autore ci consegna. Un’idea di architettura che «trova una possibile via di fuga dal rischio di ridursi a puro oggetto reificato» e di progetto («del lavoro dell’architetto») che trova «una possibile via di fuga dal rischio di diventare “pratica meccanica” priva di qualsiasi prospettiva o risonanza ulteriore» (p. 102). Dove la sottolineatura dell’aggettivo qualificativo possibile apre di nuovo, controvoglia, uno esile spiraglio alla nostalgia.
Cristina Bianchetti
N.d.C. - Cristina Bianchetti, già professore ordinario di urbanistica al Politecnico di Torino, è stata coordinatore dell'area dell'Architettura per la VQR (2011-2014), presidente del Nucleo di Valutazione dell'Università Iuav di Venezia (2016-2022) e dal 2019 al 2023 ha guidato per l’ANVUR il Gruppo di Lavoro riviste per l’area dell’Architettura. Dal 1998 al 2024 ha curato la sezione Architettura per la rivista L’Indice dei libri del mese. Dal 2008 dirige la collana cp Critica del progetto per l’editore Donzelli.
Tra le sue pubblicazioni: Abitare la città contemporanea (Skira, 2003); Urbanistica e sfera pubblica (Donzelli, 2008); Il Novecento è davvero finito. Considerazioni sull'urbanistica (Donzelli, 2011); (a cura di) Territori della condivisione. Una nuova città (Quodlibet, 2014); Spazi che contano. Il progetto urbanistico in epoca neo-liberale (Donzelli, 2016); Corpi tra spazio e progetto (Mimesis, 2020); Le mura di Troia. Lo spazio ricompone i corpi (Donzelli, 2023); Clandestine parentele. La cultura del progetto a fine Novecento (Donzelli, 2025).
Per Città Bene Comune, ha scritto: La ricezione è un gioco di specchi (6 ottobre 2017); Lo spazio in cui ci si rende visibili… e la cerbiatta di Cuarón (5 ottobre 2018); Incoraggiare rotture e nuovi germogli (18 giugno 2021); Basaglia: i luoghi del mito (14 febbraio 2025); La biografia è un genere plurale (3 ottobre 2025).
Dei libri di Cristina Bianchetti hanno scritto in questa rubrica: Francesco Indovina, Quale urbanistica in epoca neo-liberale (3 febbraio 2017); Massimo Bricocoli, Spazi buoni da pensare (4 maggio 2017); Pier Carlo Palermo, Vanishing. Alla ricerca del progetto perduto (30 giugno 2017); Carlo Olmo, La città tra corpo malato e corpo perfetto (3 luglio 2020); Gabriele Pasqui, La ricerca è l’uso che se ne fa (28 maggio 2021); Ota de Leonardis, Le città sono persone che fanno cose (4 novembre 2022); Renzo Riboldazzi, L’urbanistica tra spazio e corpi (5 maggio 2023); Carlo Olmo, Un’urbanistica della materialità e del silenzio (30 giugno 2023).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 29 GENNAIO 2026 |
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