Florinda Cambria  
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UN LIBRO DA USARE


Commento al libro di Cristina Bianchetti



Florinda Cambria


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Il libro di Cristina Bianchetti – Clandestine parentele. La cultura del progetto a fine Novecento (Donzelli, 2025) – non chiede di essere riassunto né di essere illustrato o commentato, ma di essere 'usato'. Non chiede di essere 'presentato', ma che, tramite esso, si facciano presenti possibili traiettorie di comprensione e di azione nel pensiero; chiede insomma di essere vagliato anzitutto sul piano della sua efficacia. Per tale motivo, in questa nota, fornirò solo le informazioni minime necessarie per una sua sintetica schedatura e mi concentrerò poi sul tentativo di rendere conto di alcune funzioni d’uso e alcuni effetti che esso ha rivelato e generato nel mio personale percorso di lettura.

Clandestine parentele si colloca nel quadro della collana «cp» / Critica del progetto inaugurata nel 2008 dall’editore Donzelli sotto la direzione della stessa Cristina Bianchetti. Obiettivo dichiarato della collana, come rammenta Bianchetti nelle Conclusioni del volume, è stato ed è quello di «osservare il transito e l’uso di concetti, questioni, metafore entro campi diversi che non rinunciano alla loro specificità», così da «esplorare le varie sfaccettature di una cultura di riferimento» (quella del progetto nelle sue plurime direzioni di senso), senza tuttavia riproporre «il modello generoso e un po’ logoro del dialogo tra saperi» (p. 139). Di questa intenzione generale il libro di Bianchetti testimonia sia con la pluralità dei saperi convocati e messi al lavoro per reciproco attraversamento e frizione interlocutoria – è anche questo un aspetto delle «clandestine parentele» annunciate nel titolo –, sia con la puntualità dei richiami alle diverse traiettorie teoriche e operative che la parola ‘progetto’ assume, non solo nel lessico degli esperti di urbanistica, architettura, paesaggio, politiche sociali ecc., ma anche in quello del discorso e del senso comuni.

È però nel sottotitolo che si precisa e circoscrive l’ambito di indagine entro cui l’intenzione generale della collana di riferimento si declina nel libro di Bianchetti: gli ultimi decenni del Novecento, l’esplosione di direzioni di lavoro che hanno caratterizzato in quell’epoca la cultura del progetto e ciò che di quella esplosione oggi rimane («Nulla o quasi…», si legge nella quarta di copertina). «Il modo in cui è terminato il Novecento» – scrive l’Autrice nella Introduzione intitolata Una pratica da voyeur e datata giugno 2025 – e il passaggio al nuovo millennio è questione su cui il suo lavoro si concentra da tempo. Ma se, nel passaggio, di quella fine poco o niente rimane per noi oggi, perché rinnovarne la memoria? Perché darle ancora voce rianimandone i temi e i protagonisti? La risposta è pudicamente espressa da Bianchetti sin dalle prime pagine del volume:

«La cultura urbanistica è oggi veramente diversa da quella di fine Novecento […]. Non è per una sorta di ricaduta positiva sull’oggi che mi sembra utile ripensare ciò che negli otto capitoli che seguono ripropongo. Non è per una irresistibile caduta nella critica operativa (posizione che rinserra il presente nel passato). O ancora per una sorta di disistima del presente che spesso sfocia in una drammaturgia del declino. Obiettivo è, più semplicemente, collocarsi in un atteggiamento pratico di ascolto […]. Qualcosa la cui utilità si misura nelle riflessioni che genera. E sta quindi a chi legge accertare» (pp. IX-X).

 

L’obiettivo è dunque quello di sperimentare un atteggiamento di ascolto e di ricettività, assumendolo in prima persona, nella contingenza e nei limiti della propria collocazione materiale, storica, politica e professionale: è l’atteggiamento che Bianchetti assume e mantiene con equilibrio magistrale dalla prima all’ultima pagina del libro. Ma poi l’appello è a chi legge: appello a ripetere a propria volta l’esercizio e a vagliarne – come ho accennato poco sopra – gli effetti d’uso. Per la sua immaginaria schedatura, mi limito dunque a rammentare che, oltre all’Introduzione, il volume di Bianchetti consta di 152 pagine e si organizza in otto capitoli così intitolati: I. Dire la città in una forma nuova; II. Il palinsesto e il notes magico di Freud; III. La cucina e i piani alti; IV. Chi o cosa non ha bisogno di buone idee?; V. Il diario di Pontormo; VI. Quando sono finite le avanguardie?; VII. La condizione di fuoriuscito; VIII. Embrassons-nous. Seguono le Conclusioni, dal titolo Un movimento che trattiene e disperde, e una importante Nota sull’immagine di copertina, di cui dirò infine.

 

Proprio dalle Conclusioni vorrei prendere le mosse per riferire quali effetti d’uso la lettura del libro di Bianchetti ha via via generato in me. Non si tratta solo di ciò che, nel volume, viene raccontato e generosamente offerto alla meravigliata attenzione di una lettrice che, come la sottoscritta, impara moltissimo della concettualità, del clima e delle pratiche transdisciplinari che hanno attraversato la cultura del progetto negli ultimi decenni del Novecento. Tutto ciò deriva da e conferma la vastità di conoscenze di cui è materiato lo spessore culturale dell’Autrice, spessore ben noto a chi abbia già incontrato almeno qualcuno dei suoi numerosi scritti precedenti a Clandestine parentele (ricordo tra gli altri, solo per suggerire la coerenza del percorso che ha condotto Bianchetti al suo lavoro più recente, alcuni titoli: Corpi tra spazio e progetto del 2020; Le mura di Troia. Lo spazio ricompone i corpi del 2023; e, risalendo al 2011, Il Novecento è davvero finito. Considerazioni sull’urbanistica, che costituisce forse l’antefatto più evidente di Clandestine parentele).

Qui però si tratta anche d’altro: si tratta del modo in cui Bianchetti ha costruito il suo racconto della «fine del Novecento», si tratta della postura che ha assunto nel suo «collocarsi in un atteggiamento pratico di ascolto» e, infine, del movimento a cui ha sottoposto, pagina dopo pagina, sé stessa e gli argomenti trattati nel libro. «Un movimento che trattiene e che disperde», appunto.

Gli argomenti in questione sono – potremmo dire in prima istanza – ricordi: tracce di incontri, discussioni, programmi di lavoro, studi, letture, proposte e risposte che l’Autrice ha direttamente vissuto, in prima persona, nei decenni a cui il volume è dedicato. Un esercizio di “memoria storica”, si direbbe. Ma è la forma di tale esercizio a fare la differenza. Bianchetti dichiara ripetutamente che il suo racconto non ha alcuna pretesa di ultimatività, non mira ad alcuna ricostruzione o restaurazione di fatti passati, si propone anzi come un esperimento per «raccontare storie fuori dal racconto» (e dunque fuori dalla Storia degli storiografi), per «sperimentare modi diversi di connessione nella presentazione dei fatti», per «cercare strutture di intelligibilità diverse da quelle del racconto e della biografia» (p.136). E tutto questo non per cadere in un «orizzonte relativista» (p.138), ma per testimoniare come non vi sia mai altro, nell’esercizio di una memoria vivente, che l’emergere di arabeschi di gesti, tracce di azioni, resti di partecipazioni che si ricompongono nella assoluta pertinenza del qui, nel corpo e nella prospettiva determinata di chi adesso ricorda e racconta. E che anche la memoria storica non sfugge a questa arcana rotazione della linea del tempo – non più una linea, ma un movimento che si addipana.

Il racconto, in tal senso, anche quando si riferisce (come in Clandestine parentele) a un tempo passato (la fine del Novecento), è sempre coniugato al presente, è incorporato nella presenza di questa vita narrante e rimemorante che, proprio perché ricorda, simultaneamente «trattiene e disperde». È come l’alchemico solve et coagula: il rapprendersi della materia mnesica (la vita singolare), proprio perché dà corpo al coagularsi del ricordo qui e ora accadente, dissolve in oblio lo sterminato vibratile plurivoco intreccio di impulsi (intenzioni, aspettative, attese, scommesse: pro-getti) della sua vivente emergenza. È questo doppio movimento simultaneo che Bianchetti compie ed espone nelle pagine del suo ultimo libro, esplicitamente votato a «un’etica più pudica, più aperta agli eventi concreti, che cerchi di ritardare l’effetto unificante dei nostri racconti. Un’etica che risponda alla domanda: cosa sei in grado di fare?» (p. 138). L’effetto unificante dei nostri racconti è sempre inerzializzante, oggettivante, universalizzante – ovvero mortifero, conservatore, nostalgico. E ogni memoria che si pretenda ultimativa è nostalgica.

Nelle pagine di Bianchetti non vi è traccia di nostalgia; vi è il lucido, reiterato e sovraesposto gesto di ostensione del qui e dell’adesso da cui e per cui i ricordi emergono. In ciò, nell’invito o nel contagio a mantenere questa postura narrante-rammemorante, a rifare la storia (quella della «cultura del progetto» come qualsiasi altra) a partire da qui («pettinare la storia contropelo», diceva Benjamin) risiede, a mio avviso, la più efficace funzione d’uso (forse, per me, la più urgente) di Clandestine parentele. Usare questo libro vorrà dire esporsi agli effetti di racconti che, muovendo dalla verticalità e parzialità di una presenza rammemorante, accennano a un coacervo di gesti in dissolvenza. Niente più. Perché della dissolvenza «nulla o quasi nulla» rimane. Ma il «quasi» è esattamente l’adesso, tutto ciò che dell’adesso possiamo dire, mentre lo facciamo accadere, di nuovo, in un movimento che trattiene e disperde.

Da questa postura, che Bianchetti chiama eloquentemente «un’etica più pudica», deriva la possibilità di un uso della memoria (e dei nostri racconti, del nostro passato) non univoco e, proprio perciò, aperto a imprevedibili possibilità di senso e di azione (nella cultura del progetto – certamente, in urbanistica, architettura, paesaggio, politiche sociali ecc., ma anche nella postura di quel pro-gettarsi che tutte e tutti noi continuamente pratichiamo come “desiderio” e nominiamo come “affinché”).

Come l’Autrice puntualmente sottolinea nelle sue Conclusioni, ripercorrendo le parole chiave di ciascuno degli otto capitoli, tutti gli argomenti trattati nel libro, nel pulviscolo dei contesti e nella urgenza del presente corpo rammemorante, configurano una possibilità d’uso non univoca.

 

«Non univoco è l’uso che si fa del termine città diffusa […]. Non univoco è l’uso (e l’abuso che ancora ne viene fatto) della metafora del palinsesto […]. Non univoco il ricorrere libero del termine “idea” […]. Non univoci sono i disaccordi come forma produttiva del discorso […]. Non univoca è la costruzione di un discorso disciplinare dentro le forme (tarde) dell’avanguardia […]. Non univoca, neppure, la sua fondamentale mancanza di libertà […]. Non univoca è l’incapacità di sperimentare delle riviste scientifiche di architettura e urbanistica […]. Infine, non univoche le storie delle riunioni dei gruppi femministi e omosessuali degli anni Settanta, le pratiche conoscitive di soggettività plurali costruite in laboratori di dialogo […]» (pp. 136-138 passim).

 

La mia lettura del libro di Bianchetti non è una lettura esperta e competente di cultura del progetto, ma è nutrita dai recenti anni di dialogo con l’Autrice nel laboratorio milanese di Mechrí (dove, forse, di nuovo tentiamo di metterci alla prova come «soggettività plurali» in pratiche conoscitive transdisciplinari) e dalla condivisione di alcune metafore (corpo, rappresentazione, composizione, montaggio, teatro…) per entrambe fondamentali nel tentativo di dire forme possibili del nostro attuale essere al mondo, ed esserlo svolgendo il lavoro (tautologico) di operatrici della conoscenza. Anche per questo motivo, probabilmente, nell’ultimo appunto annotato sull’ultima pagina bianca del suo Clandestine parentele, ho scritto: «Abbandonare o sospendere la metafora della visione; fare la parte del punto cieco della visione: questo corpo che fa l’azione di aprire gli occhi. E avvertire la pressione della presenza, la sua motilità in corpore vili». Penso che sia questo esercizio uno degli usi possibili a cui il libro di Bianchetti si presta. Almeno per me, adesso.

 

Dopo le Conclusioni e le Note ai testi, prima dell’Indice dei nomi, l’ultima Nota del volume è una chiosa all’immagine di copertina (la fotografia di una radice, scattata dalla stessa Bianchetti nella primavera del 2025). Si tratta di una «radice-mostro», «il suo aspetto è bizzarro e sgradevole e genera stupore e paura»: «nell’ambiguità costitutiva di una figura che contiene significazioni simultanee e contraddittorie si intreccia un’infinità di percorsi» (p. 147). L’Autrice puntualizza che queste caratteristiche mostruose contengono «un vago riferimento a quanto è nelle pagine precedenti» e che, tuttavia, «questa somiglianza esprime una scelta soggettiva di chi la osserva» (ibidem).

Forse le medesime caratteristiche (compresa la parzialità di chi le riconosce) appartengono a ogni radice (a ogni origine, vorrei dire) quando viene scritta nella luce (foto-grafata) ed esposta nel momento sospeso in cui l’originato non è ancora stato immortalato, o non può esserlo più.

Florinda Cambria

 

 

N.d.C. – Florinda Cambria è professore associato di Filosofia Teoretica all’Università degli Studi dell’Insubria. Svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Teoriche e Applicate (DiSTA) e insegna nel corso di studi in Storia e Storie del Mondo Contemporaneo. È autrice di numerosi saggi apparsi su riviste specialistiche ed è presidente del consiglio direttivo di Mechrí / Laboratorio di filosofia e cultura.

Tra i suoi libri: Corpi all'opera. Teatro e scrittura in Antonin Artaud (Jaca book, 2001); Far danzare l'anatomia. itinerari del corpo simbolico in Antonin Artaud (ETS, 2007); La materia della storia. Prassi e conoscenza in Jean-Paul Sartre (ETS, 2009); a cura di, Forme della vita e statuti del vivente. Filosofia e biologia (Il poligrafo, 2012); a cura di, Carlo Sini, Opere (Jaca Book, 2012-2024); La sapienza del teatro. Il canto del mondo (Albo Versorio, 2014); Leggere L'universale singolare di Sartre (Ibis, 2017); a cura di, Vita, conoscenza (Jaca Book, 2018); a cura di, Dal ritmo alla legge (Jaca Book, 2019); Antonin Artaud. Il corpo esploso (Jaca Book, 2021); Le parti, il tutto (Jaca Book, 2021); a cura di, Il sapere dei saperi. Per una formazione transdisciplinare (Jaca Book, 2022); a cura di, con Stefania Barile e Elisabetta Scolozzi, Bios theoretikos e bios praktikos. Studi offerti a Fabio Minazzi per i suoi settant'anni (Mimesis, 2025).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.


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