Fabrizio Paone  
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AVVICINIAMOCI ALL'URBANISTICA


Commento al libro di Patrizia Gabellini



Fabrizio Paone


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Avvicinarsi all’urbanistica/Approaching Urbanism è un libro, un bel libro di Patrizia Gabellini. Le 512 pagine, scaricabili open access dal sito Planum, ospitano i testi italiano e inglese, le bibliografie scandite per capitolo, un ampio apparato di immagini, leggibili e collegate a legende e didascalie.

I dieci capitoli si possono organizzare, secondo chi scrive, in tre grandi sezioni: la prima (capp. 1-4) contiene l’impalcato «teorico» del testo e il nucleo dichiarativo (La mutazione dell’urbanistica: condizioni e sfide, Urbanism, Processi e forme della città contemporanea, Progettare la città contemporanea); la seconda (capp. 5-7) restituisce in grande sintesi alcune esperienze di urbanistica che hanno l’autrice come attrice e testimone (Modena, Bologna, Milano); la terza sezione (capp. 8-10) rilega tre argomenti, i modelli di città della modernità, il patrimonio, alcuni piani regolatori e autori eponimi italiani (La città che cresce: grandi riferimenti; Dalla città vecchia alla città storica; Profili di piani e di urbanisti influenti). Il libro si chiude con una Postfazione dell’autrice (La pandemia: questioni per la rigenerazione) che ha l’andamento di un saggio, e un effetto di contatto con il tempo presente in cui il libro è stato scritto.

Il destinatario viene esplicitato nei testi che attutiscono l’ingresso del lettore nella materia (Presentazione; Prefazione; Introduzione): lo studente della laurea triennale in architettura, che incontra l’unico corso monografico di urbanistica durante la sua alfabetizzazione. La cifra della scrittura è di presentare gli argomenti con una logica di segnalazione, senza mostrare subito affermazioni esplicative, piuttosto orientando e rimandando a successive letture e approfondimenti, in relazione a domande di conoscenza (o di progetto). Il testo si pone quindi come un operatore di organizzazione discorsiva.

La struttura è tutt’altro che elementare: la prima sezione fondamentalmente ospita la sintesi della materia, e si apre con una definizione: “L’urbanistica si occupa dello studio dei fenomeni urbani in vista di un loro possibile trattamento. Conoscenza, Interpretazione, Progetto, Piano sono componenti inscindibili” (p.27). Quindi si presentano alcune città e occasioni di piano, un riferimento per lo studente (il lettore) a situazioni forse conosciute, capaci di coinvolgere opinioni e pensieri pre-formati. La città e l’urbanistica italiane vengono offerti come la linea di terra su cui tenere saldi i piedi e traguardare la città europea, la città contemporanea, l’urbanizzazione globale. La terza sezione mostra temi e andamenti indipendenti: le soluzioni insediative generali e autoriali, dall’urbanizzazione reticolare illimitata di Cerdà, dalla città-giardino dei diagrammi di Howard in poi; il riconoscimento dei valori iscritti nella città ereditata (qui siamo davvero vicino a come la città e l’urbanistica italiana vengono visti e apprezzati da sguardi e studiosi non italiani), documenti di piano, e accenni di traiettorie intellettuali di urbanisti italiani, importanti anche per il percorso di ricerca dell’autrice.

La forte strutturazione dei primi capitoli si scioglie progressivamente in una assenza di sequenzialità, a favore dell’accostamento di una serie di ambiti tematici e di procedimenti storiografici e analitici fondamentalmente indipendenti (rileva qui la relazione con le lezioni universitarie, e la chiara scansione dell’oggetto delle singole lezioni). La sensazione che il testo solleciti il lettore verso ulteriori «montaggi» delle informazioni si rinforza per la presenza di nove schede a tema variabile (vicende instauratrici come IBA Emscherpark, progetti brillanti come High Line di New York, concetti come la “figura percepibile”, che consente di richiamare i lasciti lynchiani).

Il libro è attraversato anche da «pacchetti» di citazioni, la cui autonomia è evidenziata graficamente, un’anomala antologia di brevi estratti (dell’ordine di 1.000 battute) incastonati in un dispositivo testuale che sembra stimolare la propria de-strutturazione attiva da parte del lettore. Il primo brano appartiene al programma che Giovanni Astengo scrive per il corso di Progettazione Urbanistica del 1971, il primo corso di laurea in pianificazione in Italia; l’ultima citazione è del 2018 ed è tratta da Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquista, a cura di Antonio de Rossi.

L’attenzione alla comprensività con cui la materia viene presentata si può forse richiamare con l’enunciato (di nostro conio, non dell’autrice) «non dovremmo omettere alcuna informazione o momento a vario titolo fondamentali per prendere contatto con il campo di studio che chiamiamo urbanistica». Ciò viene perseguito anche attraverso la regia di una co-autorialità forte, inserita all’interno delle coordinate del testo.

 

Una serie di testi

Avvicinarsi all’urbanistica appare dopo decenni di insegnamento dell’autrice in università italiane e internazionali (soprattutto il Politecnico di Milano) e a valle di un’intensa attività intellettuale e professionale. Il testo può essere letto come felice compimento di un percorso di ricerca e di scrittura dell’autrice, che inizia con Tecniche urbanistiche (2001, Carocci, Roma) prosegue con Fare urbanistica: esperienze, comunicazione, memoria (2010, Carocci), e Le mutazioni dell’urbanistica: principi, tecniche, competenze (2018, Carocci). Ciascuno di essi è leggibile come un testo autonomo, ma anche come tappa di una strategia dell’attenzione dispiegata nel tempo.

La parola “urbanistica” compare in tutti i titoli, ed esprime un richiamo all’unità del campo di studi, al piacere della sua pratica, e rende vacui altri tentativi di più rispondenti nominazioni, o di aggettivazioni. I titoli perseguono una sorta di understatement autoprotettivo: Tecniche urbanistiche, ad esempio, contiene la ricchezza e la diligenza compilativa di un manuale, nella consapevolezza di situarsi al termine di un genere testuale, aprendosi quindi alla pluralità anche nel titolo (Chiodi, Rigotti e gli altri autori interessati al genere avevano usato il singolare, “tecnica urbanistica”).

Avvicinarsi all’urbanistica è il primo libro della serie a comparire con due testi speculari, italiano e inglese, a dare spazio all’apparato delle immagini, a uscire in formato e-book, ad essere acquisibile gratuitamente da studenti e lettori. Caratteri che cambiano l’atto della consultazione e dello studio, constatazione tanto facile quanto rilevante. La versione cartacea del libro si attesta come stampa di un libro che nasce e si realizza come libro digitale, con conseguenze evidenti a proposito di qualità e definizione delle immagini, di coerenza nell’uso dei codici del colore. Nell’attuale momento della produzione di testi urbanistici, non esistono libri perfettamente bifronti, cartacei e digitali. Compaiono libri digitali, che possono anche essere stampati, e libri il cui progetto grafico ed editoriale è pensato per il supporto cartaceo, disponibili in versione digitale. Nei quattro libri della piccola serie l’atto della consultazione da parte del fruitore viene previsto come un accesso parziale, per punti, in base a esigenze pratiche, dilazionato nel tempo. L’interazione del lettore del testo digitale risulta più ampia rispetto all’uso di link interattivi (assenti in Avvicinarsi all’urbanistica), destinati a rapida e perversa obsolescenza.

I quattro testi pongono in essere un’attenzione inclusiva, di cui sono segni la co-autorialità e le categorie concettuali gentili, non perentorie. L’atteggiamento posto in essere è com-prensivo, e ci fa divenire “astuti come colombe”, per usare le parole desuete di Franco Fortini. Peraltro, non si “disperdono le tracce” (vengono anzi raccolte con cura) e non si “avvelenano i pozzi”.

 

L’autrice

Possiamo forse pensare all’autrice di un testo in un duplice modo. Il primo è l’enunciatore desumibile in base alle affermazioni del testo, alle scelte linguistiche e logiche, alle modalità di argomentazione. Il secondo è l’autrice-individuo, a volte ritratto ellitticamente, con la sua collaborazione, nell’ultimo risvolto di copertina (avviato all’estinzione con il libro digitale). Ciascuna delle due accezioni è parziale: la prima potrebbe indurci a ritenere che vi siano autori in numero pari ai testi (un numero così elevato, che non si può contare); la seconda non può che ipotizzare relazioni associative tra caratteri, formazione ed esperienze dell’autrice e significato dell’opera. Affermazioni vere in parte, di per sé insufficienti; rileva in ogni caso come l’identità immaginata (o conosciuta) dell’autrice-persona interagisca con il modo in cui recepiamo le affermazioni del testo.

Patrizia Gabellini è tra i più importanti urbanisti italiani. Un suo tratto, credo, è l’essersi misurata con le molte azioni peculiari dell’urbanistica, come esercizio intellettuale e come professione: l’insegnamento universitario, la redazione di piani e documenti, la politica e l’amministrazione, la giurisprudenza e la stesura di norme e leggi, la scrittura di testi, l’organizzazione di iniziative culturali e di ricerca, la redazione di riviste. Forse l’unica azione disciplinare con cui non si è misurata attiene al progetto di architettura urbana (manufatti, spazi aperti, grandi addizioni urbane). Questo ha avuto rilievo, ritengo, nelle tesi e nelle concettualizzazioni espresse ne Il disegno urbanistico (1998, La Nuova Italia, Milano), un testo forse meno convincente degli altri sopra citati, e allo stesso tempo importante per costruire le ipotesi di lavoro messe a punto con il Piano Regolatore Generale di Roma (1993-2001), di cui Gabellini è stata responsabile del progetto grafico e di comunicazione. Un cantiere grafico e tematico i cui risultati ed effetti sono presenti nei disegni dei piani di Modena, e di Jesi, illustrati nelle pagine del libro. Il testo sul disegno mostra un’attenzione al progetto grafico come vettore logico che attesta in maniera originale quanto l’attenzione si sia spostata rispetto ai temi astenghiani dell’unificazione grafica, scalare, convenzionale, di matrice scientista. Allo stesso tempo mostra una lontananza che è quasi estraneità rispetto alle consuetudini e alle affezioni con cui gli architetti hanno spesso praticato e inteso il disegno a scala urbana e territoriale, e rispetto all’estetizzazione dei segni: spostando decisamente l’attenzione dal piano della “rappresentazione” al piano della “comunicazione”. Ciò si realizza appieno (ma anche questa è ipotesi di chi scrive) con il Piano Regolatore Generale di Roma (1993-2001), un piano corale in cui hanno esercitato un’azione decisiva Maurizio Marcelloni, Domenico Cecchini e Giuseppe Campos Venuti: uno dei dispositivi più importanti di piano degli ultimi trenta anni in Italia insieme al Piano Regolatore Generale di Torino approvato nel 1996, con la consulenza di Augusto Cagnardi e Vittorio Gregotti.

Il lascito del PRG di Roma si presta a una digressione, che ha a che fare con la rilevanza dei piani per Roma per l’evoluzione dell’urbanistica in Italia: il piano SantJust (1908) che evidenzia la circolazione delle idee dei pensatori europei per la città moderna (Sitte, Stubben, Buls); il piano del 1931, che vede coinvolti Gustavo Giovannoni, Marcello Piacentini e Virgilio Testa in un cantiere disciplinare che confluirà nella legge urbanistica generale; il piano del 1962, con l’apporto di Luigi Piccinato, che sancisce l’ipotesi cartacea dello sdoppiamento o della duplicazione del centro cittadino con il Sistema Direzionale Orientale; il piano a cavallo del 2000, cui contribuisce Gabellini, che attira l’attenzione sulla moltiplicazione delle centralità, sulle potenzialità che le nostre città esprimono al proprio interno nonostante tutti gli errori e le omissioni commessi nel passato e nel presente, sui progetti locali incrementali su base negoziale. Di questi piani si potrebbe discutere su lasciti e ineffettualità, bilanci: ciò pone in evidenza quanto sarebbe utile far progredire la valutazione ex post di progetti e politiche urbanistiche, sottraendola al corto respiro della polemica politica.

 

Una nota sul “pluralismo”

Un’attitudine, un approccio che sembra emergere dal libro, e dalla traiettoria di ricerca dell’autrice ha a che fare con il riconoscimento di una grande composizione e sincronia di temi, significati, contesti dell’urbanistica. Il “pluralismo” pone in primo piano le operazioni di descrizione e di interpretazione, piuttosto che il riallineamento attraverso ipotesi dirimenti, o l’asserzione di mobilitazioni operative. Esprime un valore mite, forse provvisorio, che sembra subentrare per la conclamata impraticabilità del suo opposto, l’”unità”, le operazioni logiche e disciplinari di “riduzione”, di successiva astrazione.

Con Avvicinarsi all’urbanistica il lettore-studente viene messo a contatto con un repertorio ampio di città, casi, situazioni, con un allargamento temporale e tematico rispetto alle sue presumibili abitudini, attratte soprattutto dalla rapidità e dalla operatività diretta. Su questo terreno si gioca, anche, l’efficacia didattica del libro, la sua capacità di innescare reazioni con l’esperienza individuale ed esistenziale del discente. Pur all’interno dell’attuale tendenza nell’istruzione superiore alla “formazione continua”, a cui nessuno riesce a sfuggire (il discente non è tenuto a sapere, ma potrà sapere in futuro).

Si genera una sensazione di perdurante inesplicabilità del tempo presente, la constatazione della sua “complessità” (si sarebbe forse detto negli anni novanta del Novecento). Le categorie concettuali gentili, non perentorie, attraversano il libro senza esibire desideri o istanze di supremazia nei confronti di posizioni diverse, altri testi. Ciò induce a qualche considerazione a proposito della configurazione disciplinare dell’urbanistica italiana, del mutamento negli anni del “contesto influente”.

Gabellini si iscrive al Politecnico di Milano nel 1969, in pieno sconvolgimento dell’attività universitaria. L’urbanistica appare, per usare una parola passpartout di quegli anni, in “crisi” [la seconda parola passpartout è “contraddizioni”]. Per molti non sembrano sussistere le condizioni perché possa darsi uno sviluppo ordinato delle nostre città, ancor meno per l’efficacia dei piani, ponendo la militanza politica e la dedizione alle professioni liberali come attività alternative, più che concorrenti. Al contempo non vi sono più le condizioni di unanimità (o quantomeno di forte convergenza) nelle posizioni ufficiali espresse dalle ristrette élite accademiche e professionali negli anni trenta (intorno a Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini) e nella ricostruzione del secondo dopoguerra (intorno a Giovanni Astengo, Giuseppe Samonà e Ludovico Quaroni). Permane la disillusione collettiva nei confronti della battaglia per una nuova disciplina dell’edificabilità dei suoli e per una nuova legge urbanistica. In definitiva dopo alcune importanti riforme e conquiste (standard urbanistici, lavoro, casa, avvio delle Regioni, psichiatria, diritto matrimoniale) svanisce la stessa possibilità di un riformismo incisivo condotto da coalizioni di partiti del centro-sinistra, fino alla pietra tombale di tale prospettiva deposta con l’affaire Moro (1978).

In Italia, in connessione con l’Europa e il mondo (il 1968 è il primo evento collettivo sincrono a scala globale) si pone, forse con più urgenza che chiarezza, il rapporto tra radicalità del pensiero e radicalità dell’azione. Fino a che punto è possibile comprendere, includere le ragioni dell’Altro? Il pluralismo, nella sua versione minima, esprime l’affermazione di non abbandonare lo sforzo di comprensione, di non farlo deliberatamente, quando molte ragioni sembrerebbero suggerire direzioni di più facile presa su opinione pubblica, comportamenti, lettori. L’illustrazione di posizioni e ragioni diverse è stato uno tra i principali caratteri della direzione di Gabellini della rivista “Urbanistica” (1994-1998), dopo l’epopea olivettiana e astenghiana (1949-1977), la stasi della direzione Romano (1977-1984), il cantiere diverso nell’impostazione e nella grafica della direzione Secchi, alla cui redazione Gabellini partecipa (1985-1990), l’assenza di nuove uscite della rivista (1991-1993).

Gli anni ottanta e novanta vedono il solidificarsi di alcune ricerche urbanistiche in Italia, che offrono una decisa resistenza nei confronti del decalage ideologico complessivo, e tentano nuove vie che costruiscono posizioni autoriali individuali, amplificate da piccolissime o piccole schiere di adepti, con nulle relazioni reciproche, nonostante la comune provenienza e formazione (o meglio, proprio per questa ragione). È un po’ lo scenario evocato da Marco Cremaschi nel recente (2025) Urbanistica? Serve una via d’uscita. Commento al libro di Pier Carlo Palermo pubblicato su Città Bene Comune, allorché rimarca come le posizioni di Giuseppe Campos Venuti, Alberto Clementi, Pierluigi Crosta, Alberto Magnaghi, Luigi Mazza, Bernardo Secchi, che si addentrano nel primo decennio del XXI secolo, costruiscono un ricco repertorio di ricerche urbanistiche, e di apertura ad altre ricerche, disciplinari e non, e allo stesso tempo come abbiano avuto bisogno di rinforzare le proprie ragioni in reciproca estraneità e chiusura, senza configurare in sede finale approcci internazionalmente riconosciuti, capaci di trascendere il contenuto autoriale di singole opere e piani (a volte davvero notevole). Pier Carlo Palermo nel commento intitolato Cammei di urbanistica (2024) al libro Prima lezione di urbanistica di Luca Gaeta (2024, Einaudi, Torino) pubblicato su Città Bene Comune sottolinea addentrandosi nel secondo e terzo decennio del XXI secolo la lettura delle difficoltà italiane, urbanistiche e generali, attraverso la lente del pluralismo, a contatto con alcune elaborazioni del planning statunitense, in particolare Ryan, B. D. (2017) The Largest Art: A Measured Manifesto for a Plural Urbanism, The MIT Press, Cambridge (MA); Murray, M. J. (2022) Many Urbanisms: Divergent Trajectories of Global City Building, Columbia University Press , New York. Un merito del lavoro e della ricerca di Gabellini nel tempo lungo mi pare sia quello di avere contribuito a far sì che le nicchie discorsive non comunicanti dell’urbanistica italiana abbiano potuto evidenziare o avere un terreno comune, riprendere conversazioni interrotte, o non volute. Cercando di reagire a quella condizione forte emersa nei primi due decenni del XXI secolo, di avere autori forti “senza contesto”, in letteratura, musica, nelle discipline umane e sociali (con l’inquietudine, in prospettiva, di non avere neanche più gli autori).

Avvicinarsi all’urbanistica porta il lettore di fronte alla molteplicità del reale, deliberatamente senza fornire strumenti immediati di spiegazione di idee, esperienze, autori, movimenti, senza additare sintesi migliori di altre, più rispondenti al vero. Semplicemente, usa il potere della parola di proiettare un fascio di luce su alcuni argomenti, soggetti, temi.

Fabrizio Paone

 

 

N.d.C. Fabrizio Paone è professore associato di Urbanistica al Politecnico di Torino dove insegna sia nel corso di laurea di primo livello in Architettura sia in quello magistrale in inglese Architettura Costruzione Città. Svolge attività professionale e di ricerca sui temi della disciplina in rapporto alla storia delle idee e dell’abitazione presso il Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio.

Tra i suoi libri: Controcanti. Architettura e città in Italia, 1962-1974 (Marsilio 2009); con A. Sampieri, a cura di, ReHab. Living, Inhabitants, Houses (Jovis, 2022).

N. B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


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20 MARZO 2026

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