Giovanni Semi  
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L'URBANISTICA SI IMPARA (ANCHE) NEI CENTRI SOCIALI


Commento al libro di Valerio Mattioli



Giovanni Semi


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Il 13 giugno del 1995, un gruppetto di diciottenni veneziani si prendeva una serata libera e raggiungeva col treno prima, e le gambe poi, il centro sociale occupato Pedro di Padova. Andavamo a sentire una delle leggende dell’hardcore straight-edge americano, i Fugazi (from Washington D.C., come dicevano sempre in apertura dei loro concerti). Di quella sera ricordo, con grande fastidio, l’apertura interminabile degli Assalti Frontali, che presentavano il loro Conflitto, che sarebbe uscito l’anno seguente. Noi eravamo lì per i Fugazi e delle lotte del Fronte Prenestino a Roma o della poetica di Militant A sapevamo relativamente poco (e ci fregava ancora meno) stretti come eravamo tra continui dibattiti e discussioni tra gli autonomi padovani, quelli del Rivolta di Marghera e, ancora, quelli più morbidi del Morion di Venezia (che si trovava a meno di cinque minuti dalla casa in cui ero cresciuto). I nostri beniamini iniziarono a suonare tardissimo e dopo pochi pezzi ce ne andammo per non perdere l’ultimo treno per tornare a casa. Strappai, con rabbia e lungimiranza, la locandina autoprodotta e che ora conservo come fosse la reliquia di un santo. Ebbi poi la fortuna di rivedere, finalmente dall’inizio alla fine, i Fugazi al Leoncavallo nel 1999 in quello che fu il loro penultimo concerto italiano di sempre (1).

I centri sociali, per la mia generazione, sono stati una possente nave-scuola, dove abbiamo imparato ad ascoltare musica dal vivo, a confrontarci in cervellotici dibattiti su Mumia Abu-Jamal, il Chapas e Silvia Baraldini, la legalizzazione delle droghe, le lotte di piazza, e mille altre cose. Noi del Nord-Est ne abbiamo avuto una versione particolarmente austera. Come scrive Valerio Mattioli, “se c’era un aggettivo a descrivere più di tutti posti come Radio Sherwood o centri sociali come il Pedro, questo era seri” (p. 404). Questo incipit personale mi serve per inquadrare il volume di Valerio Mattioli, intitolato correttamente Novanta. Una storia controculturale e pubblicato per i Maverick di Einaudi nel 2025. Molti di voi si chiederanno cosa c’entri un volume sui centri sociali italiani negli anni Novanta per la rassegna Città Bene Comune e parto subito dalla risposta a questo interrogativo corretto. Ho due risposte, in realtà (che diventeranno tre).

La prima riprende la recente invocazione, su questa rassegna, di Marcello Balbo e Carlo Olmo che si sono chiesti, meritoriamente, di che razza di libri parliamo oggi, e poi forse soprattutto scriviamo, pubblichiamo, diffondiamo. E, in particolare il primo, di quale futuro stiamo trascurando la venuta. Ecco, la mia risposta è che la riduzione di quanto è bene comune nella città alla sua dimensione progettata e costruita, a temi pur importanti come l’abitare o la rigenerazione, per non citarne che alcuni, ha impedito di gettare l’occhio su dimensioni del sociale (o dell’urbano, se preferite) che ci dicono tantissimo del futuro proprio perché guardano alle tracce del passato, di cosa queste hanno lasciato, come sono state sapientemente sotterrate o sussunte. Penso quindi a questioni urbane come quelle di cui tratta Mattioli, cioè quelle singolari, caotiche convergenze tra spazi e soggettività, tra ancoraggi nel passato e passaggi generazionali tra militanti, che hanno vuoi per caso, vuoi per gioco, vuoi ancora per necessità, prodotto degli spazi autonomi di produzione culturale, di condivisione di momenti e di prospettive e hanno consentito a centinaia di migliaia di persone di pensare le cose diversamente, almeno per un po’.

La seconda risposta è che il volume di Mattioli è un libro che parla di città, di territori, di società, culture e gruppi sociali come pochi hanno avuto il coraggio (e la capacità) di fare negli ultimi vent’anni almeno e dunque mi fa piacere che lettrici e lettori di questa rassegna ne abbiano contezza. Poi, certo, vi è una terza ragione, più banale forse o anche solo meno decorosa, e cioè il fatto che si tratta di un libro generazionale; e dunque chi, come me e l’autore, ha tra i quaranta e i sessant’anni e ha vissuto con qualche intensità biografica il decennio che si inaugura, grosso modo, con la caduta del Muro di Berlino, e si chiude con il G8 di Genova (o con l’11 Settembre, anche), beh troverà nelle oltre 500 pagine di Novanta del pane per la propria memoria, numerosi momenti di identificazione ma anche di fastidio e presa di distanza, come è giusto che sia per chiunque abbia navigato nelle impetuose correnti della vita e cultura italiana di quel periodo.

Di cosa parla, dunque, Novanta? Si tratta della più completa, e idiosincratica, ricostruzione storico-culturale della vicenda dei centri sociali italiani che abbiamo a disposizione. Si inizia con la vicenda del Leoncavallo, che nel 2025 è stato definitivamente sgomberato dopo cinquant’anni di storia, per muoversi poi a zonzo per l’Italia dei centri sociali romani e bolognesi, di quelli napoletani e torinesi, palermitani, foggiani, alessandrini o udinesi (e di tantissimi altri). Una realtà magmatica di luoghi e persone, tutti fieramente indipendenti dal resto della rete, eppure in contatto, prima con i fax e il ruolo che giocarono nel movimento della Pantera, poi con la nascita e diffusione delle prime Bbs italiane, agli albori dell’internet 1.0. Lungo questa storia vediamo alcune tra le trasformazioni più importanti dell’ultimo secolo, a partire proprio da come sono cambiate le comunicazioni, quelle mediali come quelle interpersonali, per passare alla politica e a quella lunga stagione di relazione agonistica prima ancora che antagonistica con partiti e sindacati istituzionali. Ma questa storia è anche quella delle avanguardie artistiche che nei centri sociali sono nate, hanno potuto esprimersi e litigare per poi passare, chi al mainstream, chi invece a una più ricercata indipendenza e autonomia. Fumetto, musica, arti visuali, teatro, cinema, post-avanguardie irriducibili a qualsiasi classificazione hanno trovato tra Bologna e Roma, ma potremmo dire da Bolzano a Palermo, una casa dove poter sperimentare e diffondere. E poi, la cultura dei rave, la riflessione su corpo e sessualità, su transumanesimo e cyborg, sull’etica hacker e la questione del diritto d’autore, su società dello spettacolo e presa in giro della cultura legittima, su graffitismo e decoro, pornografia e libertà di espressione. Non vi è tema che sia poi stato al centro dell’agenda culturale del capitalismo contemporaneo degli ultimi vent’anni che non abbia avuto una propria riflessione anticipatoria nei Novanta e nei centri sociali. Questo non stupisce, perché, come ricordano Boltanski e Chiapello (2), è proprio questa una delle più singolari capacità del capitalismo, ovvero “l’incredibile malleabilità del processo capitalista capace di calarsi in società dalle ispirazioni estremamente diverse nel corso del tempo […] e di recuperare le idee di coloro che erano i suoi nemici nella fase anteriore” (p. 288). Eppure, è utile ricordare che non avremmo i Wu Ming o un Lagioia e un Raimo se non avessimo avuto quel mondo controculturale, così come la versione pop di un Fabri Fibra o un J-Ax, per non parlare di Manuel Agnelli o di Max Casacci, nel mondo musicale. I pubblici generalisti non sono certo tenuti a conoscere le genealogie culturali e i percorsi che portano sconosciuti pischelli di provincia o città a diventare icone dello star system nostrano, ma una riflessione franca, possibilmente anche colta, su cosa sono stati questi Novanta, nel bene e nel male, dovremo pur iniziare a farla. Ecco, il volume di Mattioli porta questo dibattito nel mainstream, passando per la via di Einaudi, e apre delle porte che chiedono di essere attraversate. Ad esempio, lungo il volume si ricostruisce, di fatto, una storia dell’editoria italiana dell’ultimo quarantennio, tra case editrici indipendenti e irriducibili come la milanese Shake o la torinese Nautilus e quelle invece più furbette, à la Castelvecchi per intendersi. Che peso hanno avuto e continuano ad avere queste imprese editoriali, tra non profit e profit, nel forgiare culture urbane che poi dal nostro paese hanno saputo andare altrove e germinare in Francia, Germania o negli Stati Uniti? Che dire di riviste come Decoder o Torazine e della loro capacità di parlare liberamente di tematiche tabù o, più semplicemente, ignote ai pubblici colti? Cosa rimane, oggi, di quella galassia di intellettuali che, sulle orme di Primo Moroni, ma anche lateralmente, o in contrapposizione e con infiniti salti (anche di coerenza), hanno innervato il dibattito controculturale italiano. Certo, Bifo Berardi, ma anche i vari Valvola, Gomma, Philopat, Helena Velena, Silvia Fanti o Vittore Baroni?

Un altro grande pregio di questo libro è poi il sapiente gioco tra scale che offre. Ci sono individui e corpi, da cui tutto parte, ma poi luoghi del centro storico e della periferia vengono messi in continua dialettica con i retroterra culturali, le dimensioni metropolitane, le differenze regionali e culturali e, infine, quella continua relazione con Londra, Parigi, Berlino o gli Stati Uniti dove si andava per scappare dalle repressioni delle inchieste à la 7 Aprile o anche solo per comprare dischi, cambiare aria, seguire sogni e aspirazioni. Culture cattoliche, marxismi vari, pensieri anarchici e femministi si sono fusi e poi continuamente separati, come in un pinzimonio di volta in volta shakerato o lasciato riposare, per produrre una via italiana alla cultura contemporanea che, fuori dai nostri confini, spesso ci invidiano (nella nostra straordinaria inconsapevolezza peraltro). Mattioli ci lascia senza fiato per centinaia di pagine e quindi gli perdoniamo le smaccate preferenze per gli ambienti romani di cui è figlio o le infinite dimenticanze e omissioni del suo testo (non ci sono, se non di sfuggita, i mondi emiliani di CCCP-CSI-PGR o di Üstmamo). Il suo racconto personale del viaggio interrotto verso la Genova del G8 chiude in maniera impeccabile il volume e avremmo solo voluto ci fosse un indice dei nomi e dei luoghi perché avrebbe consentito di ricostruire la complessa mappatura di questi Novanta e poter rileggere il testo per tagli autoriali. Possiamo solo sperare che qualche hacker ci faccia questo favore, prima di caricare il pdf su uno dei molti portali pirata. Ops.

Giovanni Semi

 

 

Note
1) Per gli appassionati dei Fugazi, trovate tutte le informazioni sui loro concerti e, dove possibile, anche le registrazioni, qui: https://dischord.com/fugazi_live_series
2) L. Boltanski e È. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo [1999], trad.di M. Schianchi, Mimesis, Milano-Udine, 2014., p. 288.

 

N.d.C. - Giovanni Semi è professore ordinario di Sociologia dell’ambiente e del territorio presso il Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio (Politecnico di Torino e Università degli Studi di Torino). Fa parte del collegio di dottorato in Sociologia e metodologia della ricerca sociale e svolge attività di ricerca nel campo degli studi urbani, migratori e sociologici.

Tra i suoi libri: con E. Colombo (a cura di), Multiculturalismo quotidiano. Le pratiche della differenza (FrancoAngeli, 2007); L'osservazione partecipante. Una guida pratica (il Mulino, 2010; 2022); con R. Sassatelli e M. Santoro, Fronteggiare la crisi. Come cambia lo stile di vita del ceto medio (il Mulino, 2015); Gentrification. Tutte le città come Disneyland? (il Mulino, 2015); con C. Capello (a cura di), Torino. Un profilo etnografico (Meltemi, 2018); con M. Filandri e M. Olagnero, Casa dolce casa? Italia, un paese di proprietari (il Mulino, 2020); Breve manuale per una gentrificazione carina (Mimesis, 2023).

Per Città Bene Comune ha scritto: Tante case non fanno una città (15 settembre 2017); Coraggio e follia per il dopo covid (9 aprile 2021).

Sui libri di Giovanni Semi, v. in questa rubrica: Francesco Gastaldi, Gentrification. Tutte le città come Disneyland? (9 giugno 2016); Giovanni Laino, Se tutto è gentrification, comprendiamo poco (16 giugno 2016); Silvia Saccomani, La casa: vecchie questioni, nuove domande (16 aprile 2021).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.


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26 MARZO 2026

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G. De Luca, La rigenerazione è tante cose, note sui libri di Carta, Carrà-Pultrone, Buttarelli-Cappuccitti (editori vari)

M. Talia, La Storia come orientamento, L'INU nei numeri doppi di "Urbanistica", a cura di Patrizia Gabellini (n. 165-166 del 2022), e a cura di Giulia Fini (n. 169-170 del 2025)

M. Villani, La necessità di disegnare i luoghi, Note sul contributo di Giancarlo Consonni alla cultura del progetto urbano

O. Pivetta, Milano, una città (solo) da usare?, commento a: G. Cervi, G. Consonni, (a cura di), Il verso di Milano, (About Cities, 2025)

F. Cambria, Un libro da usare?, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)

A. Ferlenga, Lost in transition, Commento a: L. Ciacci, L’inganno della città ideale (Pendragon, 2025)

C. Bianchetti, Cosa riflette il rombicubottaedro?, commento a: M. Biraghi, Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025)

M. Venturi Ferriolo, Urbanistica: impariamo dai filosofi, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis, 2025)

A. Bagnasco, Costruire luoghi terzi, commento a: O. De Leonardis, Preferirei di sì (DeriveApprodi, 2025)