|
|
È difficile sfuggire alla suggestione che un libro come quello di Cristina Bianchetti suscita: la recherche di un tempo perduto. Clandestine parentele. La cultura del progetto a fine Novecento (Donzelli, 2025) dichiara subito la radice di un percorso memoriale e lo fa, quasi giocando tra due Herzog, François e Werner, e due loro testi: Régimes d’historicité. Présentisme et expériences du temps (Le Seuil, 2003) e A Guide for the Perplexed. Conversation with Paul Cronin (Faber & Faber, 2014). Nella forma privilegiando il secondo, nel contenuto il primo. È forse questo il filo rosso fondamentale per trovare il senso di un testo che, in caso contrario, sarebbe un assemblaggio di storie quasi personali.
Bianchetti si inserisce in un dialogo, davvero puntuto, tra Gigi Mazza e Bernardo Secchi che si svolge nel 2005. L’oggetto è il Dasein dell’urbanistica, l’occasione una email di Mazza alla stessa Bianchetti. La polemica tra due persone che si stimano non può che essere feroce e amara al tempo stesso e l’autrice ne chiarisce il contesto, le ragioni e lo svolgimento. Ed è proprio il conflitto a rendere paradigmatico quel dialogo serrato e inusuale nella cultura, non solo urbanistica, italiana in quegli anni. Il rispetto non elimina il clima da ring. Al centro rimane “quel di cui ha bisogno l’urbanistica: tecnica o idee”? (p.42-43). Estremizzare e semplificare non è certo una consuetudine per i due protagonisti che amano, anzi, contestualizzare e storicizzare le proprie convinzioni, sino a proporre forme di genealogie quasi cercate e tradotte in scritti che pochi storici dell’urbanistica saranno capaci di ricostruire. Forse Peter Clark o Carlos Sambricio. Bianchetti ne ricostruisce le fonti e la congiuntura che – a suo dire – più di tutte conta. Una congiuntura che in realtà è una matrice inattesa se si vuol leggere quel dialogo: la famosa frase di Flaubert “Quando gli dei non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio c’ò stato un momento unico in cui è esistito l’uomo, solo” (G. Flaubert.Lettres , 1971). Un tempo, una storicità sospesa in una contingenza senza eroi, rincorrendo se si vuole un altro autore caro ad entrambi, Musil. Perché Mazza e Secchi rappresentano ancora quel tipo di urbanista che, pur mascherato dall’ironia o dallo sberleffo, è un accanito consumatore di letteratura. E Bianchetti ci aiuta a sollevare quel sipario e a restituirci il senso di quel conflitto di posizioni, qui rivendicato, reso esplicito, ma non drammatizzato.
Il libro usa la tecnica del dialogo nascosto tra l’autrice e gli attori che vengono, di volta in volta, chiamati sul palcoscenico della sua scrittura, quasi in ogni capitolo. Così è per Francesco Indovina (nel primo capitolo) che torna a restituirci il senso di un sintagma, la città diffusa, negli anni successivi non solo abusato… molto di più. L’autrice ricostruisce in un dialogo implicito con Indovina le diverse sfumature che l’espressione assumerà sin dal 1990 a partire da La città diffusa (Daest, 1990). E la progressiva ambiguità di cui quel sintagma si caricherà, dall’iniziale volontà di restituire dignità e senso a una periferia ormai priva, anche letterariamente, di significato all’indifferenza del vivere, per non usare termini di altri tempi – quelli Camusiani – che pur emergono nel capitolo: essere stranieri in una città senza nome e senza limiti, da cui non siamo per altro più riusciti ad allontanarci. Non a caso gli intellettuali (così è giusto chiamarli) che sono più presenti nel testo di Cristina Bianchetti sono, oltre a Secchi e Mazza, figure come quella di Vittorio Gregotti o Manfredo Tafuri. E se il dialogo con Bernardo Secchi, appartiene alla biografia, non solo intellettuale, dell’autrice, le due figure di Gregotti e Tafuri aiutano il lettore a ritrovare il filo di Arianna del testo. So di forzare un titolo che ha molti significati nel libro, ma Gregotti e Tafuri sono davvero due clandestine parentele che vanno seguite se non svelate.
Sulla scrittura di Vittorio Gregotti è intervenuto di recente anche Marco Biraghi nel suo Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025, commentato in questa rubrica proprio da Bianchetti: clicca qui), ma nel testo alla scrittura di Gregotti si fa giocare un ruolo diverso, quello di chi insieme anticipa e fa da colonna sonora dei dibattiti sull’urbanistica, più ancora che sulla città. Distinzione che giustifica un‘assenza altrimenti inspiegabile nel dibattito urbanistico degli ultimi trent’anni: quella degli storici urbani. Non a caso le genealogie cercate dai tre iniziano con Cerdá per proseguire con Geddes, Howard. Non a caso le loro riflessioni vertono sulla regolazione del mercato fondiario e immobiliare. E non a caso tutti e tre ragionano sulle forme che prendono corpo dal rapporto con le norme nel XIX e XX secolo. Certo Gigi Mazza dedica uno dei suoi studi più interessanti a Ippodamo da Mileto, ma non solo. La politica di Aristotele e la genealogia della forma urbis che viene fatta iniziare da Priene emergono non saltuariamente negli scritti di tutti e tre gli autori, come per altro le città di nuova fondazione, da Thurii in poi. Ma questi spunti che sembrano generare un dialogo molto serrato tra storia del pensiero urbanistico e storie urbane, soprattutto francesi e inglesi, in realtà non scatterà mai veramente.
Di possibili clandestini a bordo di questo bel libro ce ne sono poi diversi altri. I due voyeur, tuttavia, sono soprattutto loro. Non a caso compaiono entrambi a p.8, in un intreccio quasi da noir: Tafuri che cita Gregotti, proprio quando si parla del tema forse più presente nel libro: “l’idea di una città in assenza di forma” (p. 9). Ed è proprio continuando la lettura del primo capitolo che si rivelano i “debiti formativi” dell’autrice. La ricostruzione che lei fa del pensiero politico è segnata dall’unica lettura conformista del testo: quella della politica nell’accezione della rivista “Contropiano” e dei suoi autori. Una città senza la forma è una scelta dell’autrice, un’idea della politica così marcatamente segnata da Mario Tronti sino a Asor Rosa, che forse richiederebbe al lettore un ulteriore esercizio di esegesi. È infatti necessario, per il lettore, confrontare quella nozione di politico, con quella che esce dal dialogo con il testo di Peter Bürger (Teoria dell’avanguardia) che segna tutto il capitolo 9 (p. 91 e sgg). Qui politico si spagina e si articola, muovendo dalla ricezione che quel libro, fortemente segnato dal marxismo critico, non solo della scuola di Francoforte, fa dell’autonomia dell’arte. Un concetto ripreso per altro da molti protagonisti della storia che Bianchetti racconta, in primis Aldo Rossi, che rappresentano il punto di partenza per un’altra lettura del termine. Come tutti i temi fuori moda, quello dell’avanguardia, oggi, suona quasi fuori tempo massimo. Eppure, la lettura che ne fa l’autrice, attraverso il device di Burger, va attentamente seguito. Burger è utilizzato per percorrere un cammino davvero insidioso, se non minato, quello del rapporto non facile tra avanguardia e politica, che Bianchetti interroga attraverso il Gruppo 63, la critica all’ideologia di Tafuri, il postmoderno come avanguardia.
Non posso entrare nel merito delle tre letture, avrei bisogno di troppo spazio. Posso solo dire che questo percorso restituisce il rapporto chiave per l’urbanistica di seconda metà del Novecento, quello tra ciò che è norma e ciò che è forma, un’idea ben più articolata dell’iniziale lettura interna a “Contropiano” e a “Laboratorio Politico”. Entrano in gioco letterati e le loro riviste con la molteplicità di posizioni sul tema: da Arbasino a Eco, da Sanguineti a Manganelli. Entra in gioco lo storicismo dell’antistoricismo con la connessa e non ancora chiarita riflessione sull’ideologia, come ci aiuta a capire Carlo Galli con il suo testo Ideologia (il Mulino, 2022). Entra in gioco l’autonomia della storia dell’architettura dall’architettura e dall’urbanistica non solo dalla declinazione della non politica delle avanguardie e ma dal suo essere un progetto politico. Ed entra in gioco il cuore del testo-incunabolo di Tafuri, Teoria e storia dell’architettura (Laterza, 1968) sino alla negazione che Gregotti fa del postmoderno come avanguardia, implicitamente riconoscendo la natura di tempo storico in cui l’avanguardia non è ancora morta.
Bianchetti con molto coraggio avvicina letterati che nella loro storia assumeranno posizioni ben distanti tra loro e, rifacendosi ad Adorno, assume la critica come strumento fondamentale per affrontare la crisi del pensiero occidentale e chi con quel pensiero e i suoi prodotti ci gioca con leggerezza, come farà la parte meno modaiola del postmoderno. Un’idea complessa di politica su cui non si può che chiedere sia rimessa al centro di una valutazione meno prevenuta su quei complessi anni. L’autrice, in particolare, insiste sui fondamenti del suo sapere disciplinare e sulle clandestine parentele che si portano dietro focalizzandosi su un altro passaggio importante. Quello che vede come il pensiero critico si possa trasformare in un neo-illuminismo comportando l’irrompere sul palcoscenico di un nuovo voyeur, il corpo che, scrive, “è il supporto che conserva memorie, spunti, testimonianze” (p. 141).
Il corpo – che è già stato oggetto di un suo libro precedente, Le mura di Troia. Lo spazio ricompone i corpi (Donzelli, 2023) – emerge con una vena materiale e insieme soggettiva della politica e dell’urbanistica, che segna i nostri ultimi anni con vari neologismi che hanno “bio” come prefisso. Cristina Bianchetti in questo testo colloca il corpo quasi contro l’abuso che la tecnica e le tecnologie stanno facendo della limitatezza e insieme della forza individuale della dimensione fisica dell’esistenza dell’uomo. Un accenno che in conclusione di un testo così complesso che fa molto riflettere.
Carlo Olmo
N.d.C. - Carlo Olmo, professore emerito di Storia dell'Architettura del Politecnico di Torino, è stato preside della Facoltà di Architettura e ha coordinato il dottorato di ricerca in Storia dell'Architettura e dell'Urbanistica presso lo stesso ateneo. Ha insegnato all'École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, al Mit di Boston e in numerose università straniere. Ha inoltre curato mostre di architettura a Torino, Venezia, Roma, Parigi, Bruxelles, New York, Pechino, Berlino, Napoli, Modena, Barcellona..
Tra le sue publicazioni (più di 550): Politica e forma (Vallecchi, 1971); Architettura edilizia. Ipotesi di una storia (Torino, 1975), con Roberto Gabetti, Le Corbusier e L'Esprit Nouveau (Einaudi, 1975); con Riccardo Roscelli, Produzione edilizia e gestione del territorio (Stampatori, 1979); La città industriale. Protagonisti e scenari (Einaudi, 1980); Aldo Rossi attraverso i testi (Mazzotta 1986): tr. ing. in "Assemblage", 5, 1988: Turin et des Miroirs feles, in "Annales", 3, 1989; con Roberto Gabetti, Alle radici dell'architettura contemporanea. Il cantiere e la parola(Einaudi, 1989); con Linda Aimone, Le esposizioni universali, 1851-1900. Il progresso in scena(Allemandi, 1990; ed. fr. Belin 1993); con Luigi Mazza (a cura di), Architettura e urbanistica a Torino, 1945-1990(Allemandi, 1991); (a cura di), Cantieri e disegni. Architetture e piani per Torino, 1945-1990 (Allemandi, 1992); Urbanistica e società civile. Esperienza e conoscenza, 1945-1960 (Bollati Boringhieri, 1992); Gabetti e Isola. Architetture (Allemandi, 1993); (a cura di), La ricostruzione in Europa nel secondo dopoguerra (Cipia, 1993); (a cura di), Il Lingotto: 1915-1939. L'architettura, l'immagine, il lavoro (Allemandi, 1994); (a cura di) con Bernard Lepetit, La città e le sue storie (Einaudi, 1995); (a cura di), con Alessandro De Magistris, Jakov Cernihov: documenti e riproduzioni dall'archivio di Aleksej e Dimitri Cernihov (Allemandi, 1995; ed. fr. Somogy editions d'art, 1995; ed. ted. Arnoldsche, 1995); Le nuvole di Patte. Quattro lezioni di storia urbana(FrancoAngeli, 1995); (a cura di), Mirafiori (Allemandi, 1997); (a cura di) con Lorenzo Capellini e Vera Comoli, Torino (Allemandi, 1999); (a cura di), Dizionario dell'architettura del XX secolo (Allemandi, 2000-2001, 5 vol.; ed. Enciclopedia Treccani, 2002); Costruire la città dell'uomo. Adriano Olivetti e l'urbanistica (Edizioni di Comunità, 2001); (a cura di) con Walter Santagata, Sergio Scamuzzi, Tre modelli per produrre e diffondere cultura a Torino (Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci, 2001); con Michela Comba, Marcella Beraudo di Pralormo, Le metafore e il cantiere. Lingotto 1982-2003 (Allemandi, 2003); (a cura di) con Michela Comba e Manfredo di Robilant, Un grattacielo per la Spina. Torino, 6 progetti su una centralità urbana, catalogo della mostra (Allemandi, 2007); Morfologie urbane (il Mulino, 2007); (a cura di), Giedion, Sigfried, Breviario di architettura (Bollati Boringhieri, 2008); (a cura di) con Arnaldo Bagnasco, Torino 011: biografia di una città. Saggi (Mondadori Electa, 2008); Architettura e Novecento. Diritti, conflitti, valori (Donzelli, 2010); (a cura di), con Cristiana Chiorino, Pier Luigi Nervi. Architettura come sfida (Silvana ed., 2010, 2012); Architecture and the 20. Century: Rights, conflicts, values (List Lab, 2013); Architettura e storia. Paradigmi della discontinuità (Donzelli, 2013); con Susanna Caccia Gherardini, Le Corbusier e il fantasma patrimoniale(Il Mulino 2015) e Metamorfosi americane. Destruction throught neglect: Villa Savoye tra mito e patrimonio(Quodlibet, 2016); con Susanna Caccia, La villa Savoye. Icona, rovina e restauro (1948-1968)(Donzelli, 2016); con Patrizia Bonifazio e Luca Lazzarini, Le Case Olivetti a Ivrea (Il Mulino, 2018); con postfazione con Antonio De Rossi, Urbanistica e società civile (Edizioni di Comunità, 2018); Città e democrazia. Per una critica delle parole e delle cose (Donzelli, 2018); Progetto e racconto. L’architettura e le sue storie (Donzelli, 2020); Storia contro storie. Elogio del fatto architettonico (Donzelli, 2023); con Alessandro Armando, L'aula e la piazza. Dialogo sull’architettura, l’università e la società (Donzelli, 2025); a cura di, L’eredità di Jean-Louis Cohen, numero monografico di “Rassegna di architettura e urbanistica”, 176/2025.
Per Città Bene Comune ha scritto: Spazio e utopia nel progetto di architettura (15 febbraio 2019); La città tra corpo malato e corpo perfetto (3 luglio 2020); La diversità come statuto di una società (19 febbraio 2021); Biografia (e morfologia) di una strada (22 ottobre 2021); Gli intellettuali e la storia, oggi (4 febbraio 2022); Per una nuova Progressive Age (10 settembre 2022); La memoria come progetto (24 febbraio 2023); Un’urbanistica della materialità e del silenzio (30 giugno 2023); Le molteplici dimensioni del tempo (12 aprile 2024); Ansia sociale e progettualità (19 settembre 2024); Mollino oltre la biografia d’artista (17 luglio 2025); Cosa leggiamo quando scriviamo (12 dicembre 2025).
Sui libri di Carlo Olmo, v. in questa rubrica i commenti di: Cristina Bianchetti, Lo spazio in cui ci si rende visibili… E la cerbiatta di Cuarón (5 ottobre 2018); Giampaolo Nuvolati, Scoprire l’inatteso negli interstizi delle città (20 settembre 2019); Carlo Magnani, L’architettura tra progetto e racconto (11 settembre 2020); Piero Ostilio Rossi, Modi (e nodi) del fare storia in architettura (2 ottobre 2020); Gabriele Pasqui, La storia tra critica al presente e progetto (23 ottobre 2020); Andrea Bonaccorsi, La storia dell’architettura è la storia (26 gennaio 2024); Francesca Cognetti, Produzione o riproduzione del sapere? (24 ottobre 2025).
Sullo stesso libro oggetto di questo commento, v. anche: Florinda Cambria, Un libro da usare (13 febbraio 2026)
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 03 APRILE 2026 |
CITTÀ BENE COMUNE
Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali
prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano
ideazione e direzione scientifica (dal 2013): Renzo Riboldazzi
direttore responsabile (dal 2024): Annamaria Abbate
comitato editoriale (dal 2013): Elena Bertani, Oriana Codispoti; (dal 2024): Gilda Berruti, Luca Bottini, Chiara Nifosì, Marco Peverini, Roberta Pitino; (dal 2025) Monica Bernardi, Letizia Konderak, Franco Vaio, Bruna Vendemmia
comitato scientifico (dal 2022): Giandomenico Amendola, Andrea Arcidiacono, Arnaldo Bagnasco, Alessandro Balducci, Angela Barbanente, Cristina Bianchetti, Bertrando Bonfantini, Donatella Calabi, Giancarlo Consonni, Maria Antonietta Crippa, Giuseppe De Luca, Giuseppe Dematteis, Francesco Indovina, Antonio Longo, Alfredo Mela, Raffaele Milani, Francesco Domenico Moccia, Giampaolo Nuvolati, Carlo Olmo, Pier Carlo Palermo, Gabriele Pasqui, Rosario Pavia, Laura Ricci, Enzo Scandurra, Silvano Tagliagambe, Michele Talia, Maurizio Tira, Massimo Venturi Ferriolo, Guido Zucconi
cittabenecomune@casadellacultura.it
conferenze-dialoghi
2017: Salvatore Settis locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2018: Cesare de Seta locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
2019: G. Pasqui | C. Sini locandina/presentazione sintesi video/testo integrale
confronti
autoritratti
2017: Edoardo Salzano 2018: Silvano Tintori 2019: Alberto Magnaghi 2022: Pier Luigi Cervellati 2023: Valeria Erba
letture e pubblicazioni
2015: online 2016: online/periodico1/24 2017: online/periodico2/24 2018: online/periodico1/25 2019: online/periodico2/25 2020: online/pubblicazione 2021: online/pubblicazione 2022: online/pubblicazione 2023: online/pubblicazione 2024: online/pubblicazione 2025: online/pubblicazione 2026:
G. Semi, L'urbanistica si impara (anche) nei centri sociali, commento a: V. Mattioli, Novanta (Einaudi 2025)
F. Paone, Avviciniamoci all'urbanistica, commento a: P. Gabellini, Avvicinarsi all’urbanistica (Planum, 2024)
F. D. Moccia, La lezione dell'esperienza, commento a: D. Vianello, Il mestiere dell’urbanista (INU Edizioni, 2025)
G. De Luca, La rigenerazione è tante cose, note sui libri di Carta, Carrà-Pultrone, Buttarelli-Cappuccitti (editori vari)
M. Talia, La Storia come orientamento, L'INU nei numeri doppi di "Urbanistica", a cura di Patrizia Gabellini (n. 165-166 del 2022), e a cura di Giulia Fini (n. 169-170 del 2025)
M. Villani, La necessità di disegnare i luoghi, Note sul contributo di Giancarlo Consonni alla cultura del progetto urbano
O. Pivetta, Milano, una città (solo) da usare?, commento a: G. Cervi, G. Consonni, (a cura di), Il verso di Milano, (About Cities, 2025)
F. Cambria, Un libro da usare?, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)
A. Ferlenga, Lost in transition, Commento a: L. Ciacci, L’inganno della città ideale (Pendragon, 2025)
C. Bianchetti, Cosa riflette il rombicubottaedro?, commento a: M. Biraghi, Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025)
M. Venturi Ferriolo, Urbanistica: impariamo dai filosofi, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis, 2025)
A. Bagnasco, Costruire luoghi terzi, commento a: O. De Leonardis, Preferirei di sì (DeriveApprodi, 2025)
|