Pier Carlo Palermo  
  casa-della-cultura-milano      
   
 

DARE VOCE A UN DISAGIO DIFFUSO


Commento al libro di Luca Marescotti



Pier Carlo Palermo


altri contributi:



  pier-carlo-palermo-urbanistica-marescotti.jpg




 

Urbanistica di Luca Marescotti (1979) è stata una delle mie prime letture quando, come outsider, ho voluto avvicinarmi all’urbanistica. Ricordare quella esperienza è stato un riflesso immediato, quando CittàBeneComune mi ha chiesto di scrivere un commento sull’ultimo libro a cura dell’autore, Tra teoria e prassi. Prospettive per l’urbanistica e l’architettura (Biblion, 2025). Mezzo secolo è passato: quale visione dell’urbanistica viene ora proposta? Possiamo riconoscere elementi significativi di continuità oppure qualche condizione fondamentale è venuta a mutare? Se la tendenza che sembra prevalere è la seconda, quali sono state le ragioni principali, quali le conseguenze? In verità, domande simili non sembrano pertinenti soltanto nel caso specifico. Potrebbero valere, in termini generali, per l’urbanistica come istituzione e come disciplina, che nel lungo periodo ha dovuto affrontare cambiamenti sostanziali, che difficilmente possono essere considerati positivi. Negli anni ‘70, Marescotti proponeva un’idea di urbanistica coerente con alcune tradizioni, che tendeva ad assumere forme rassicuranti e promettenti, già consolidate, ma apparentemente destinate a progressi ulteriori. E ora?

 

1. Un laboratorio che merita attenzione

Va detto, innanzi tutto, che il libro è un’opera collettiva, che offre un quadro esauriente delle attività di un’associazione culturale, UCTAT (Urban Curator Tecnologia, Architettura, Territorio) nell’arco di quasi un decennio (2018-2025). Io non conoscevo la fonte (ma devo ammettere che sono poco attento agli sviluppi del dibattito italiano e ancora meno partecipe alle vicende milanesi). Raccogliere voci diverse nel corso del tempo, con la volontà di documentare e di capire un complesso di temi all’ordine del giorno, con spirito critico rispetto al flusso degli eventi, è un’operazione che può risultare interessante. Consente di creare una visione d’insieme sui temi emergenti nel periodo, nel campo e nella riflessione; offre una rappresentazione dei problemi più critici e un’immagine del cambiamento (eventuale) di priorità, giudizi e proposte (è questo il primo obiettivo del libro: Marescotti, p. 57). Credo che uno dei limiti più gravi della cultura urbanistica contemporanea sia avere smarrito una visione d’insieme e di tendenza. Molti attori disciplinari sono, individualmente, impegnati rispetto a qualche questione specifica. Gli spunti di riflessione, come conseguenza, sono spesso mirati e circoscritti. Si rischia però di perdere di vista l’evoluzione tendenziale del senso, le funzioni, le responsabilità dell’urbanistica come istituzione e come pratica sociale. E quindi di eludere una riflessione critica sull’adeguatezza di ruoli ed esperienze disciplinari nel mondo che cambia. Esperimenti come UCTAT e altri movimenti affini possono diventare un’opportunità significativa per una presa di responsabilità verosimilmente necessaria.

Il quadro che si delinea può suscitare qualche preoccupazione. L’impressione più evidente è che la città e le sue rappresentazioni siano sostanzialmente immobili, nel non breve periodo che è preso in esame. Un dato sorprendente per una realtà urbana generalmente percepita come dinamica e innovativa. Eppure, la visione che UCTAT ci propone presenta caratteri evidenti di continuità. Non viene a mutare la diagnosi dei problemi che i singoli autori sentono il bisogno di esprimere. Una diagnosi dolente, che mette a fuoco una serie di criticità non marginali, che riguardano le condizioni, la struttura, l’evoluzione della città; l’incapacità dell’urbanistica – “perduta, ma necessaria” (Schiaffonati, p. 89) – di dare i contributi significativi che, secondo le migliori tradizioni, sarebbe lecito attendere; la cronica debolezza del discorso pubblico sul tema, che resta marginale o elusivo, nonostante gli sforzi di UCTAT e di altri soggetti o movimenti affini. Una revisione del principale strumento urbanistico – il piano di governo del territorio – è parsa necessaria nel periodo e viene discussa dal libro (Bosio, p. 92; Schiaffonati, p. 133). Tuttavia, procedimenti di questo genere hanno ormai perduto la rilevanza pubblica e l’impatto sociale un tempo più comuni. Non si tratta più di una svolta influente nella storia della città, bensì di un adempimento burocratico, spesso teso a porre rimedio a qualche difficoltà legale-amministrativa in atto, piuttosto che a costruire un nuovo futuro. La conclusione potrebbe essere che il fatto più innovativo nel periodo preso in esame è stato, nella fase finale, la contestazione giuridico-formale di alcune possibili irregolarità amministrative nella gestione dell’urbanistica milanese (Schiaffonati, Marescotti, pp. 168-185). Una conclusione che desta imbarazzo perché sarebbero i giudici a prendere l’iniziativa in questo campo delicato, mentre la politica, la tecnica, a maggior ragione l’opinione pubblica, non hanno avuto la forza, la capacità, il coraggio di affrontare un disagio e un bisogno di cambiamento che da tempo erano evidentemente diffusi e neppure troppo latenti. La raccolta dei testi di UCTAT (come altri contributi affini) è un giacimento utile per ripensare questi limiti e i problemi tuttora aperti. Assumendo la fonte come traccia, intendo proporre qualche considerazione su tre grandi questioni che sono concatenate: quali sono oggi i problemi incombenti; quali le forme del discorso in uso o auspicabili; quale le reazioni che possiamo immaginare e sostenere.

 

2. Prendere atto dei problemi

Il primo passo è riconoscere che Milano, da tempo, è alle prese con alcuni problemi sostanziali. Non è una scoperta sorprendente: tutte le città complesse devono affrontare alcune condizioni critiche, che tendono a diventare più gravi nei casi delle global cities (uno stadio che è solo un miraggio per la Milano dei nostri giorni). Eppure, cittadini e osservatori farebbero fatica a trovare un’immagine pubblica (quindi in qualche misura condivisa) dei problemi emergenti. Le retoriche correnti preferiscono dare evidenza ad altri dati: gli indicatori che dimostrano un’attrazione internazionale crescente, la crescita (se pur selettiva) della popolazione residente e del turismo, le trasformazioni urbane in atto (nonostante i ritardi oggettivi e le deviazioni non marginali in corso d’opera). Le condizioni di inquinamento ambientale sono pesanti, fra le peggiori del paese, ma è il contesto naturale (la pianura padana) che è considerato poco propizio; l’impegno pubblico non sembra una reale priorità, né mostra innovazioni rilevanti. Il traffico è un supplizio quotidiano, con una serie di effetti collaterali negativi, ma in fondo siamo tutti abituati a queste fatiche, e problemi simili affliggono qualunque realtà urbana complessa. I fabbisogni di case e di servizi pubblici sono un problema grave per un’amministrazione locale in cronico deficit di risorse; la partnership con i privati diventa un’esigenza imprescindibile, che porta a negoziati o compromessi che meriterebbero una discussione, ma restano spesso latenti. Nel frattempo, persistono o si aggravano squilibri non indifferenti (rispetto alla questione abitativa, alle condizioni della popolazione urbana), ma i riflettori sono puntati soprattutto sui segmenti opulenti della crescita urbana. L’urbanistica dovrebbe essere lo strumento che si misura con le principali difficoltà della città in evoluzione, ma le visioni di piano oggi più comuni hanno perduto la funzione di diagnosi critica e condivisa dei problemi urbani più gravi, per puntare su qualche narrazione edificante, spesso atopica perché banalmente ripetitiva, con una scarsa cura per il contesto effettivo; dove, paradossalmente, rischia di rimanere in ombra una pluralità di interventi minori, oggettivamente interessanti (per esempio, sul verde diffuso, sulle piazze o su alcuni luoghi urbani, in minor misura sull’edilizia sociale), mentre l’attenzione è orientata verso le trasformazioni più ambiziose, delle aree urbane considerate strategiche. Dove sono concentrati alcuni dei problemi più gravi. La documentazione raccolta da UCTAT, come da alcune fonti affini (non numerose, in verità), offre una diagnosi puntuale, ma la discussione pubblica di questi temi resta largamente carente. Credo che qualche responsabilità ricada anche sul sindaco, se è vero che Sala della questione avrebbe offerto una rappresentazione riduttiva (cito Marescotti, p. 38): qualcuno ha paura dei grattacieli, ma nessuno propone un’alternativa sostenibile.

Io non credo proprio che i problemi cruciali siano i ‘grattacieli’ e neppure i dubbi emergenti sulla legalità di qualche atto amministrativo (questione delicata, che tuttavia non può diventare il motore primo, o unico, della discussione). Il problema principale, a mio avviso, è la qualità modesta, talora scadente, delle trasformazioni urbane che il ‘modello Milano’, così come è concepito (Marescotti, pp. 238-239), ha saputo generare. Sono i fondamenti dell’azione urbanistica che sono venuti a mancare. Non esiste progetto urbano, ma solo un insieme poco o mal strutturato di architetture occasionali e largamente auto-referenziali. Non vi è traccia di progetto di suolo. Il progetto del verde diventa residuale. Le singole opere sono diverse per qualità, ma generalmente indifferenti al contesto. Gli effetti collaterali sulla città fisica e sul mercato urbano sono un’incognita (nel senso che sono stati poco indagati), ma dovrebbero destare qualche preoccupazione. Si dice: ci sono opere degne di nota, lodate e premiate come il “bosco verticale”. È vero e alcune soluzioni tecniche specifiche sono interessanti; non dimentico però che si tratta di un’idea non originale, già sperimentata in innumerevoli forme e ora oggetto di imitazioni stucchevoli; che non può valere come surrogato dei limiti di un progetto ambientale carente; devo anche osservare che la denominazione punta a qualche facile effetto mediatico, ma è oggettivamente imbarazzante: oggi sembra normale fare passare per bosco una collezione di vegetali confinati in vasi di cemento a varie altezze! Così come la ‘biblioteca degli alberi’ contiene troppi vasi di plastica per limitare l’invasività del bambù.

Operazioni ormai mature come City Life o Porta Nuova mostrano dunque limiti evidenti, a mio avviso. Generalmente, le trasformazioni urbane di media o alta complessità tendono a migliorare gradualmente nel corso del tempo, grazie a ripensamenti e aggiustamenti incrementali. Queste situazioni invece non segnalano chiari progressi, ma forse un ulteriore peggioramento: per la modestia della componente destinata a attività sportive e la grevità di CityWave, in un caso; la miseria permanente della sedicente ‘biblioteca degli alberi’ e il sito inappropriato riservato alla torre di Cucinella, nell’altro. Motivi di disagio e di preoccupazione sorgono, però, anche per altre operazioni attualmente in corso. Il caso di Cascina Merlata può essere criticato per molte ragioni. La più grave, a mio avviso, è l’inadeguatezza della programmazione pubblica, che per troppi anni ha lasciato un quartiere in espansione sostanzialmente privo dei servizi urbani fondamentali. Un’obiezione simile può valere per l’area di San Cristoforo. Si può discutere il ponte monumentale che è stato costruito per oltrepassare le ferrovie e il Naviglio; ma il problema più grave, a mio avviso, è che quest’opera rischierà di rimanere a lungo fine a se stessa, per i ritardi di programmazione e realizzazione degli interventi previsti sul territorio circostante. Non sono più rassicuranti le voci che concernono lo scalo Farini: possiamo temere ancora una volta una grave frammentazione degli interventi, sempre più delegati all’azione largamente autonoma di molteplici operatori privati (con il rischio di ripetere l’effetto jumble che già si è manifestato nelle esperienze più mature). Eppure, di questi temi poco si discute. Come una città di provincia, Milano sembra compiacersi dell’edificazione di qualche ‘grattacielo’ (evento ancora poco familiare). Sembra disposta ad accettare, come se fosse un dato scontato, l’identificazione (o meglio la confusione) fra processi di pura crescita quantitativa ed effetti di sviluppo reale, sociale e territoriale. Sembra dunque disposta a intendere l’urbanistica come una mera questione di crescita edilizia (Marescotti, p.16; Debiaggi, p. 145). Errori già osservati in tante situazioni urbane, dove hanno sempre creato effetti perversi.

 

3. Rigenerare la comunicazione pubblica

Trovo spesso deludente il modo in cui si parla di città e di urbanistica a Milano. Qualche citazione occasionale. “I grattacieli avveniristici della città”: vedo torri, per lo più, che generalmente sono copie minori di idee o progetti già sperimentati altrove. “Qualcuno critica i grattacieli di Milano, ma tutti li fotografano”: volevamo la coscienza urbanistica (Marescotti, pp. 14 e 47-49), ora ci basta la cultura del selfie? “Forse l’amministrazione milanese ha adottato metodi non sempre ineccepibili, negli ultimi tempi, ma ha saputo creare bellezza e ricchezza per la città”: emerge, mi pare, un deficit di qualità (come già ho accennato); è vero che profitti e benefici sono stati generati; la domanda è a favore di chi? Le trasformazioni più recenti suscitano molti dubbi, in termini di qualità, ma anche di impatto sul mercato urbano e sulla giustizia sociale e urbana (Marescotti, p. 68). Eppure, la discussione di questi temi sembra confinata in pochi circoli specialistici (UCTAT è uno di questi) oppure è affidata a qualche presa di posizione individuale (penso al grande Giancarlo Consonni). Qualche perplessità sulla tendenza e sugli effetti forse è più diffusa di quanto può apparire, ma generalmente rimane sotto traccia. I media sembrano sempre ben disposti a seguire gli orientamenti di moda. La politica preferisce eludere i nodi più complicati. L’opinione pubblica probabilmente è disorientata, ma non è prevenuta rispetto a una visione benevola dei processi in corso. La disciplina, incredibilmente, si limita spesso a tacere, salvo qualche eccezione, Certamente ha delle responsabilità, se la cultura architettonica e urbanistica è così debole nel nostro paese. Forse pesa un certo imbarazzo quando si tratta di criticare un’amministrazione che, sulla carta, dovrebbe condividere alcuni valori che appartengono alla migliore tradizione urbanistica. Avrebbe fatto meglio, potrebbe fare meglio una guida politica di altro orientamento? Devo dubitare, se è vero che i sindaci Albertini e Moratti hanno dato un forte impulso alle confusioni fondamentali che ho già denunciato: sulla crescita urbana che non è sviluppo; sull’urbanistica intesa come puro fatto edilizio. In questo senso, Albertini ha aperto la via. Letizia Moratti si è spinta oltre, firmando un piano che a me è parso un ‘piccolo delirio’ (per riprendere un’immagine nota di Rem Koolhaas): un’accozzaglia di ipotesi e pseudo-progetti in larga parte avventati; innumerevoli, spesso poco verosimili, mutuamente indifferenti. Un impegno retorico banale e ridondante, teso ad accreditare un’idea di città come growth machine (tempestiva e ineccepibile, a mio avviso, è stata la riflessione curata da Arcidiacono e Pogliani nel 2011). I sindaci successivi hanno cercato di moderare e in parte compensare alcuni eccessi, ma la politica delle trasformazioni urbane più rilevanti non è sostanzialmente cambiata; questi limiti rischiano di lasciare in ombra alcuni risultati positivi dell’urbanistica milanese degli ultimi anni, su fronti meno appariscenti, ma significativi (che ho già richiamato). Un’inversione di rotta, ora, è complicata. Un prerequisito indispensabile. probabilmente, è che diventi più matura e più diffusa la consapevolezza critica sulla natura reale dei problemi aperti e sulle possibilità. Perciò ritengo giusto e opportuno l’impegno tenace di Marescotti per una maggiore riflessione e un più fertile dialogo pubblico su questi temi. Non bastano però le esortazioni virtuose, se non riescono a diventare possibilità concrete d’azione.

 

4. Come reagire, in pratica

Se il quadro che si configura può sembrare poco confortante, la ricerca di una via d’uscita non può contare su prospettive semplici e condivise. Gli autori del libro insistono principalmente sul rilancio di alcune tradizioni disciplinari: alcune lezioni dei maestri, la cultura tecnica del razionalismo, la formazione (finalmente) di una coscienza urbanistica, la funzione determinante del piano. Ritrovo le tracce coerenti della visione che Luca Marescotti disegnava mezzo secolo fa. Allora quella visione rappresentava le migliori speranze disciplinari; oggi, è diventata una voce quasi singolare, che non è esplicitamente contestata sul piano dei principi, ma pesantemente contraddetta dai fatti (come il caso di Milano testimonia). Sarebbe possibile individuare qualche alternativa?

In effetti, da qualche tempo possiamo osservare alcuni movimenti alle frontiere della disciplina, che sembrano interpretare alcune istanze di rinnovamento, che non è più possibile ignorare. Generalmente, si tratta di esperienze ancora incerte e incompiute. Un filone consistente intende rilanciare l’azione urbanistica secondo una prospettiva strategica: che non era contemplata dalla tradizione originaria; non può essere considerata una conquista da parte della disciplina, perché è l’esito di un ripiegamento oggettivo, dopo il fallimento evidente di altre visioni, più ambiziose; inoltre le nozioni di strategia e di agire strategico che circolano negli ambienti urbanistici potrebbero essere considerate alquanto riduttive dagli attori sociali (il militare, l’imprenditore) per i quali queste pratiche risultano effettivamente cruciali. Perciò, sarei cauto nel fare affidamento su questa visione, che è approdata in Italia in ritardo rispetto ad altri paesi occidentali; ha suscitato facili entusiasmi nei primi anni del secolo, ma – come era inevitabile – vede ora declinare interessi e fiducia, anche se paradossalmente è diventata il riferimento principale (in assenza di alternative) per la cultura ufficiale dell’urbanistica italiana (nel libro, la questione è appena accennata, senza una chiara presa di posizione: Schiaffonati, p. 82).

Un’altra tendenza che periodicamente riemerge nel campo è il rapporto irrisolto con i temi dell’urban design. Possiamo censire ondate successive di interessi sul tema: già alle soglie del ‘900, alle origini di town planning o städtebau; poi grazie al revival degli anni ‘50; che si è imposto di nuovo, con più forza, negli anni ‘90. I problemi sono sempre gli stessi: gettare ponti fra planning e design; sviluppare una concezione del planning che sia “design-oriented”. Il libro dà rilievo soprattutto all’importanza della cultura tecnica di matrice razionalista (Schiaffonati, p. 74). La varietà degli esperimenti (che hanno esplorato anche altre vie, come documenta la letteratura specializzata) non ha prodotto risultati conclusivi. L’esito più comune, oggi, è ancora una sostanziale delega di queste responsabilità da parte dell’urbanista: le funzioni tecniche e le stesse retoriche sono ancora affidate principalmente ad altre figure, l’architetto naturalmente, ma purtroppo anche gli operatori del mercato fondiario e immobiliare; paradossalmente è la voce di questi attori che oggi sembra prevalere nei discorsi pubblici sulla qualità urbana (con l’avallo della politica, la disponibilità compiacente dei media, il silenzio – intollerabile – della disciplina).

Un filone ancora più consistente, destinato a uno sviluppo notevole nel prossimo futuro, si è formato intorno alle dimensioni ambientali dei problemi urbanistici. Si tratta di temi familiari agli autori del libro, che li hanno sempre affrontati secondo le modalità della tecnologia dell’architettura e della progettazione ambientale (oggetto di diversi capitoli del libro). In questo campo, possiamo prendere atto con favore di un complesso di proposte e sperimentazioni tecniche, specifiche e innovative, che rappresentano un contributo sostanziale alla “urbanistica in pratica” dei nostri giorni. Altre declinazioni mi sembrano meno convincenti. Penso naturalmente all’abuso retorico dei temi della sostenibilità, all’ambientalismo di facciata che vanta qualche scelta ecologica parziale, ma tace sulle contraddizioni inquietanti di certi processi in atto di trasformazione urbana. Mi riferisco anche ad alcune tendenze smart della progettazione ambientale, che a me sembrano ambigue, forse fuorvianti. Gli autori del libro non trattano questi temi, ma io non apprezzo immagini come la “senseable city” di Carlo Ratti: una città di sensori e connessioni, povera di contenuti urbani e urbanistici; che non solo trascura i temi reali della città fisica, ma tende a sostituire ogni idea di organizzazione sociale, o almeno di comunità urbana, con il riferimento a una folla anonima di soggetti e azioni individuali (secondo una visione del mondo assolutamente induttiva, che potrà essere utile alle indagini di mercato o ai deliri della sorveglianza totale, ma non aiuta a capire e a progettare la città degli uomini).

In ogni caso, queste tre prospettive mi sembrano ancora troppo parziali: non offrono chiare indicazioni sul senso attuale, le funzioni, le responsabilità dell’urbanistica contemporanea, come istituzione e come disciplina. Su questo punto cruciale, il libro prende posizione con un chiaro richiamo a un’alta tradizione (Marescotti, pp. 250-276). La mia posizione (già documentata da tre libri recenti) è in parte differente. Prendo atto che l’azione urbanistica può essere sviluppata soltanto per parti. La logica è inevitabilmente incrementale (una prospettiva che preoccupa gli autori: Marescotti, p. 40). La sfida è un’interpretazione riformista di questa prassi, che sia capace di rispettare alcuni valori essenziali, pubblici e sociali (non mancano i riferimenti concettuali degni di attenzione: anche datati come la piecemeal social engineering di Karl Popper). La dimensione amministrativa e un orientamento pragmatico diventano fattori decisivi per mettere in pratica i buoni principi. Una visione è necessaria, ma la nozione dovrebbe essere assunta sempre con sobrietà e ironia: le facili esortazioni retoriche rischiano di diventare un alibi o un diversivo; nel migliore dei casi, si tratta soltanto di guide preliminari e provvisorie, da approfondire e aggiornare (o rivedere) tramite la pubblica discussione, sulla base dello sviluppo concreto di azioni e progetti specifici. Il coordinamento politico e amministrativo delle iniziative parziali, d’area o di settore, deve diventare un obiettivo prioritario: qualche progresso in questo senso potrebbe garantire un miglioramento significativo della capacità di governo delle trasformazioni, anche nel caso in cui fosse difficile superare altri limiti attualmente esistenti. La funzione delle regole è imprescindibile, ma diventa credibile e potenzialmente efficace solo se l’esercizio della regolazione rispetta principi di necessità, chiarezza e responsabilità. Inoltre, uno spazio (rigoroso, giustificato, trasparente) dovrebbe essere concesso alla possibilità di qualche eccezione (ipotesi che probabilmente non convince Marescotti, p. 237). So bene che la discrezionalità fa paura (a tutti: all’opinione pubblica, per il timore di abusi; alla politica e all’amministrazione per le responsabilità conseguenti), ma una democrazia matura dovrebbe saper gestire queste difficoltà. L’uso trasparente e responsabile di qualche potere discrezionale da parte di una politica (temporaneamente) legittimata dal consenso democratico non dovrebbe preoccupare più dell’applicazione meccanica di regole che spesso risultano ambigue e (ormai) poco giustificate. La cultura politica del paese mi sembra un po’ tradizionale rispetto a questi problemi. Questa è una delle ragioni per le quali le pratiche di “design review”, in Italia, spesso non funzionano in modi adeguati. Eppure, un uso più rigoroso di questo strumento sarebbe stato sufficiente per evitare, a Milano, alcuni esiti poco tollerabili dei processi in corso di rigenerazione urbana. In sintesi: non è necessario attendere la grande riforma (poco plausibile) o sognare il ritorno di tradizioni lontane (forse sopravvalutate, comunque inattuali). Sarebbe sufficiente un impegno pubblico più rigoroso su alcune pratiche essenziali – dal coordinamento amministrativo fra politiche di settore all’esercizio della design review – per assicurare qualche esito più decoroso a una situazione oggettivamente inferiore alle attese (e alle ambizioni dichiarate). Orientamenti e proposte semplici, che potrebbero incontrare difficoltà politiche o culturali, più che strettamente tecniche. Anche se, secondo il sindaco Sala (per quanto il libro riferisce), non ci sarebbero alternative concrete alla prassi corrente. In ogni caso, è questa la mia prima reazione all’accorato appello al dialogo che Luca Marescotti ci propone.

Pier Carlo Palermo

 

 

Riferimenti bibliografici

La maggior parte dei contributi del libro non fa uso di riferimenti bibliografici esterni (sono un’eccezione alcuni saggi di Luca Marescotti e Aldo Castellano). Adotterò lo stesso principio, limitandomi a segnalare le pochissime fonti che sono espressamente citate nel mio testo. Il libro di Marescotti che ricordo in apertura (1979) è Urbanistica. Saggio critico, testimonianze, documenti (Milano: Edizioni Accademia). La nozione di “senseable city” è al centro del libro di Picon e Ratti (2023), Atlas of the Senseable City (New Haven: Yale University Press). Il concetto di “piecemeal social engineering” è stato sviluppato da Karl Popper fin dal 1957, in The Poverty of Historicism (London: Routledge). Il riferimento (ironico) a Koolhaas è naturalmente Delirious New York: A Retroactive Manifesto (London: Thames and Hudson, 1978). La riflessione collettiva curata da Arcidiacono e Pogliani sul piano di Milano del sindaco Moratti si trova in Milano al futuro. Riforma o crisi del governo urbano (Milano: Et Al Edizioni, 2011). I contributi personali recenti, ai quali faccio cenno nel paragrafo conclusivo, sono: Il futuro dell’urbanistica post-riformista, Roma: Carocci, 2022; Le radici e le frontiere. Figure e culture dell’urbanistica contemporanea, Roma-Milano: Planum Publisher, 2025; La mutazione. Metamorfosi o eclissi dell’urbanistica contemporanea, Roma-Milano: Planum Publisher, 2026.

 

 

N.d.C. Pier Carlo Palermo è professore emerito di Urbanistica del Politecnico di Milano dove ha fondato e diretto il Dipartimento di Architettura e Pianificazione e dove è stato preside della Facoltà di Architettura e Società.

Tra i suoi libri: Trasformazioni e governo del territorio (Franco Angeli, 2004); Innovation in Planning: Italian Experiences (Actar, 2006); con G. Pasqui, Ripensando sviluppo e governo del territorio (Maggioli, 2008); I limiti del possibile. Governo del territorio e qualità dello sviluppo (Donzelli, 2009); con D. Ponzini, Spatial planning and urban development (Springer, 2010); con D. Ponzini, Place-making and urban development (Routledge, 2015); Il futuro dell’urbanistica post-riformista (Carocci, 2022); Le radici e le frontiere. Figure e culture dell’urbanistica contemporanea (Planum Publisher, 2025); La mutazione. Metamorfosi o eclissi dell’urbanistica contemporanea (Planum Publisher, 2026).

Per Città Bene Comune ha scritto: Per un'urbanistica che non sia un simulacro (5 febbraio 2016); Non è solo questione di principi, ma di pratiche (18 gennaio 2017); Vanishing. Alla ricerca del progetto perduto (30 giugno 2017); Il futuro di un paese alla deriva (23 febbraio 2018); Oltre la soglia dell’urbanistica italiana (13 settembre 2019); Le illusioni del “trasnational urbanism” (22 maggio 2020); Urbanistica? Necessaria e irrilevante (14 settembre 2023); Cammei di urbanistica (3 luglio 2025).

Sui libri di Pier Carlo Palermo, v. in questa rubrica: Renzo Riboldazzi, Urbanistica, progetto incompiuto (28 aprile 2023); Marco Cremaschi, Urbanistica? Serve una via d’uscita (10 ottobre 2025)

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

17 APRILE 2026

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

ideazione e direzione scientifica (dal 2013):
Renzo Riboldazzi

direttore responsabile (dal 2024): Annamaria Abbate

comitato editoriale (dal 2013): Elena Bertani, Oriana Codispoti; (dal 2024): Gilda Berruti, Luca Bottini, Chiara Nifosì, Marco Peverini, Roberta Pitino; (dal 2025) Monica Bernardi, Letizia Konderak, Franco Vaio, Bruna Vendemmia

comitato scientifico (dal 2022): Giandomenico Amendola, Andrea Arcidiacono, Arnaldo Bagnasco, Alessandro Balducci, Angela Barbanente, Cristina Bianchetti, Bertrando Bonfantini, Donatella Calabi, Giancarlo Consonni, Maria Antonietta Crippa, Giuseppe De Luca, Giuseppe Dematteis, Francesco Indovina, Antonio Longo, Alfredo Mela, Raffaele Milani, Francesco Domenico Moccia, Giampaolo Nuvolati, Carlo Olmo, Pier Carlo Palermo, Gabriele Pasqui, Rosario Pavia, Laura Ricci, Enzo Scandurra, Silvano Tagliagambe, Michele Talia, Maurizio Tira, Massimo Venturi Ferriolo, Guido Zucconi

cittabenecomune@casadellacultura.it

 

 

conferenze-dialoghi

2017: Salvatore Settis
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2018: Cesare de Seta
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2019: G. Pasqui | C. Sini
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

2021: V. Magnago Lampugnani | G. Nuvolati
locandina/presentazione
sintesi video/testo integrale

 

 

confronti

2021: programma/1,2,3,4
2022: programma/1,2,3,4
2023: programma/1,2,3,4
2024: programma/1,2,3,4
2025: programma/1,2,3,4
 
 

 

autoritratti

2017: Edoardo Salzano
2018: Silvano Tintori
2019: Alberto Magnaghi
2022: Pier Luigi Cervellati
2023: Valeria Erba

 

 

letture e pubblicazioni

2015: online
2016: online/periodico1/24
2017: online/periodico2/24
2018: online/periodico1/25
2019: online/periodico2/25
2020: online/pubblicazione
2021: online/pubblicazione
2022: online/pubblicazione
2023: online/pubblicazione
2024: online/pubblicazione
2025: online/pubblicazione
2026:

S. Tagliagambe, La città come spazio delle differenze, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis 2025)

C. Olmo, Il corpo contro l'abuso della tecnologia, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)

G. Semi, L'urbanistica si impara (anche) nei centri sociali, commento a: V. Mattioli, Novanta (Einaudi 2025)

F. Paone, Avviciniamoci all'urbanistica, commento a: P. Gabellini, Avvicinarsi all’urbanistica (Planum, 2024)

F. D. Moccia, La lezione dell'esperienza, commento a: D. Vianello, Il mestiere dell’urbanista (INU Edizioni, 2025)

G. De Luca, La rigenerazione è tante cose, note sui libri di Carta, Carrà-Pultrone, Buttarelli-Cappuccitti (editori vari)

M. Talia, La Storia come orientamento, L'INU nei numeri doppi di "Urbanistica", a cura di Patrizia Gabellini (n. 165-166 del 2022), e a cura di Giulia Fini (n. 169-170 del 2025)

M. Villani, La necessità di disegnare i luoghi, Note sul contributo di Giancarlo Consonni alla cultura del progetto urbano

O. Pivetta, Milano, una città (solo) da usare?, commento a: G. Cervi, G. Consonni, (a cura di), Il verso di Milano, (About Cities, 2025)

F. Cambria, Un libro da usare?, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)

A. Ferlenga, Lost in transition, Commento a: L. Ciacci, L’inganno della città ideale (Pendragon, 2025)

C. Bianchetti, Cosa riflette il rombicubottaedro?, commento a: M. Biraghi, Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025)

M. Venturi Ferriolo, Urbanistica: impariamo dai filosofi, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis, 2025)

A. Bagnasco, Costruire luoghi terzi, commento a: O. De Leonardis, Preferirei di sì (DeriveApprodi, 2025)