Renzo Riboldazzi  
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TUTTO È PAESAGGIO


Fabrizio Toppetti alla Casa della Cultura



Renzo Riboldazzi


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Dopo gli incontri con Romeo Farinella e Giampaolo Nuvolati, mercoledì 20 maggio, alle 18.00, Città Bene Comune 2026 prosegue con Fabrizio Toppetti con cui, alla Casa della Cultura di Milano, discuteremo del suo Dal paesaggio al mondo. Un breviario, edito da Mimesis nel 2024.

All’incontro interverranno Fausto Carmelo Nigrelli - professore ordinario di Tecnica e pianificazione urbanistica all’Università di Catania -, Sara Protasoni - professoressa ordinaria di Architettura del paesaggio al Politecnico di Milano - e Massimo Venturi Ferriolo - già ordinario di Estetica al Politecnico di Milano -.

L’iniziativa – coprodotta dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano e patrocinata dall’Istituto Nazionale di Urbanistica, dalla Società Italiana degli Urbanisti, dalla Società dei Territorialisti APS, da Accademia Urbana e dall’Associazione Italiana di Scienze Regionali – prosegue con la formula adottata fin dal 2013, ovvero: quattro incontri con gli autori/curatori di altrettanti libri recenti, tre discussant invitati a leggere e commentare pubblicamente i testi oggetto di riflessione e dibattito, un confronto finale aperto al pubblico.

L’obiettivo è quello di favorire una riflessione critica sui temi delle trasformazioni urbane e territoriali, anche dal punto di vista ambientale e paesaggistico, promuovendo una cultura urbanistica diffusa.

 

Le ragioni di un confronto

Cinque capitoli scritti nel tempo – e dunque esito di una riflessione di lungo periodo che, secondo l’autore, attribuisce “loro compiutezza (che è altro dalla completezza) seppure contingente e problematizzante” (p. 107) –, una introduzione e un testo che, inusualmente, precede tutto quanto. Quest’ultimo, fin dal titolo – Un paesaggio ci vuole –, chiarisce in poche parole il senso dell’interessante libro di Fabrizio Toppetti: Dal paesaggio al mondo. Un breviario, edito da Mimesis nel 2024. Un lavoro che, al tempo stesso, mira all’infinito del mondo – e dunque alla complessità delle cose – ma tentando una sintesi attraverso l’idea del breviario: poche cose ben scritte, essenziali, che guardano – in un cadenzarsi che oscilla tra il liturgico, l’artistico e il filosofico – al senso della vita di ciascuno di noi nei suoi rapporti con ciò che c’è intorno. Qui, proprio nella relazione uomo-paesaggio spesso inconsapevole, c’è “l’origine e la misura di tutto, degli stati emotivi, dei comportamenti, degli indirizzi che prendiamo, del dispiegarsi – afferma Toppetti – delle relazioni umane e dei nostri destini” (p. 15). 

Non fosse che per questo, un paesaggio ci vuole. Ci vuole davvero. E facciamo male a dimenticarcelo. Cosa che comprendiamo bene quando lo perdiamo. In occasione delle catastrofi naturali, per esempio, quando improvvisamente viene distrutto ciò che abbiamo intorno e sentiamo forte “la potenza rammemorante e rassicurante del paesaggio” (p. 13) che fino a quel momento aveva cullato la nostra esistenza. O, peggio – perché ciò si condisce con la rabbia di chi ha subito un’ingiustizia –, in occasione delle distruzioni a cui i potenti del mondo sono tornati, con una barbarie senza limiti, ad abituarci. Oppure cogliendo faticosamente quei cambiamenti di medio-lungo periodo che, sulla base di meccanismi economici, amministrativi o culturali, avvengono intorno a noi nell’arco di poche generazioni. La loro percezione, frequentemente, ci infligge una sottile e più o meno consapevole sofferenza a cui non badiamo. Un senso di perdita che si aggrappa al ricordo. Tuttavia, anche se “si considerano le trasformazioni del territorio (almeno a partire dal secondo dopoguerra) come distruzioni” (p. 43), – secondo Toppetti – sarebbe più utile e al tempo stesso lenitivo per il nostro animo “indagarle nelle complesse motivazioni [che le hanno determinate], ricercando quella continuità di sviluppo che unisce passato, presente e presumibilmente futuro nell’opera dell’uomo” (p. 43). Questo accettando laicamente il succedersi delle cose, senza tentare di sminuirne la portata o negarne le conseguenze. Riconoscendo che la nostra società ha avuto spesso un atteggiamento di indifferenza rispetto ai paesaggi, se non di vero disprezzo. Soprattutto nella seconda metà del Novecento, infatti, “abbiamo sfidato la natura sul suo stesso campo, costruendo case in zone esondabili e in terreni franosi, dighe a ridosso di montagne instabili, viadotti sopra alle città, il tutto – afferma l’autore – confidando nei miracoli di cemento, acciaio e pali di fondazione. Abbiamo – prosegue – tolto il respiro alle città e specializzato le nostre campagne per ottimizzarne lo sfruttamento, deviato e sbarrato fiumi, bonificato intere pianure, tentato di abitare territori inabitabili” (p. 96).

Non stiamo qui parlando di paesaggi memorabili, quelli che incantano e – se abbiamo ancora un po’ di sensibilità – ci emozionano nel silenzio. Piuttosto, stiamo rimandando a quelli “percepiti senza una intenzionalità analitica o estetica finalizzata al giudizio” (p. 12). Quelli, in sostanza, del nostro quotidiano, il più delle volte estraneo a ogni dimensione che intercetti il tema della bellezza. Ma sono anche i paesaggi della nostra infanzia e adolescenza, quelli che, belli o brutti, molti di noi hanno abbandonato più o meno volontariamente e a cui, spesso, si rimane nostalgicamente ancorati, nel ricordo (talvolta doloroso) di un passato che non esiste più. Passato che, tuttavia, ha permeato il nostro essere in un luogo in un determinato momento della vita e, poi, in fondo, la nostra identità. D’altronde – osserva giustamente l’autore – “solo ciò che esiste interamente nella memoria è definitivo” (p. 17) e questo, in molti casi, è proprio il paesaggio o, meglio, un’immagine di paesaggio viva nel ricordo.

I temi trattati nel libro sono molti. E anche articolati. Di seguito, ben sapendo di operare una riduzione significativa, faremo riferimento solo a tre aspetti tra quelli attorno a cui la riflessione di Toppetti si articola. Il primo riguarda l’eterna questione di che cos’è il paesaggio. Il secondo intercetta la sua dimensione estetica. Il terzo, la possibilità e l’opportunità di progettarlo. Tre temi che – come fa l’autore – non possono che essere affrontati attraverso un “dialogo tra discipline, esercizio ben più difficile, rigoroso e paziente di quanto si pensi [ma, in fondo,] unica strada percorribile” per comprendere ciò che siamo e abbiamo intorno (p. 46).

 

Che cos’è il paesaggio

“Per l’uomo, la precondizione essenziale al benessere e alla sua percezione – secondo l’autore – è costituita dalla qualità del paesaggio e dell’ambiente nella loro stretta e inscindibile relazione” (p. 29). In altre parole, il contesto nella sua dimensione culturale, estetica ed ecologica – ammesso che queste cose possano ancora abbandonarsi l’un l’altra – contribuisce alla nostra qualità della vita. Certo, nel determinarla non possiamo dimenticare altre cose essenziali. Un bel carattere, rapporti sentimentali e amicali felici, un buon lavoro e l’accesso alle cure mediche, all’istruzione e al mondo della cultura giocano il ruolo più importante nel determinare la nostra felicità. Ma la qualità di ciò che ci circonda, ciò che quotidianamente vediamo, attraversiamo e sentiamo – ammesso che questa sia davvero definibile –, su questo fronte non è secondaria. “Il paesaggio, traslando un’espressione di Alberto Magnaghi riferita al territorio ‘nasce dalla fecondazione della natura da parte della cultura’” (p. 40). Non solo. “Oggi – secondo Toppetti – possiamo affermare a buon diritto che cultura e natura sono entrambe concettualizzazioni umane” (p. 67) che si fondono nel paesaggio. Che nel tempo è sempre cambiato. Così come è cambiata la nostra percezione. “Da un concetto ascrivibile alla dimensione dell’incontaminato – sottolinea l’autore – si [è] passa[ti] a una interpretazione che evoca, in qualche modo misura, sostanza di cose manipolate, ove la presenza dell’uomo, della sua mano conformatrice e della sua intelligenza, assume un peso assai maggiore” (p. 38). La nostra azione, con o senza progetto, ha cioè dato forma ai contesti umanizzati al punto che, guardandoci intorno, comprendiamo bene che ormai “siamo al centro del nostro mondo” (p. 94). Il livello di artificio ai fini delle esigenze umane non può essere nascosto in molte aree del pianeta. Una condizione, quella attuale, da cui non possiamo sfuggire perché il paesaggio non solo è pregnante per la vita ma è anche “contemporaneo al soggetto rispetto al quale si compie la meravigliosa sintesi che lo invera e lo sostanzia, che – scrive Toppetti – lo rende luogo di vita contingente e contestuale a colui che, stabilmente o transitoriamente, vi soggiorna (p. 26).

L’essere in un qualsiasi contesto e sottolineare l’importanza delle relazioni con la nostra esistenza, tuttavia, presuppone “una interdipendenza tra i comportamenti umani e i processi naturali” (p. 92) che pure continuano a svolgersi, indipendentemente da noi e dalle nostre capacità manipolatorie. Secondo Francesco Indovina – leggiamo nel libro –, la città, pur nella sua estrema artificializzazione, continua a essere “la nicchia ecologica della nostra specie [anche] per il fatto che in natura non ne abbiamo un’altra” (p. 40). Tuttavia, se è vero che “la scienza moderna dalle sue origini ha lavorato a un imponente progetto di conoscenza il cui fine è stato – osserva l’autore – secondo l’interpretazione radicale di Voltaire, esclusivamente quello di correggere la natura” (p. 95), è altrettanto vero che tutt’oggi abbiamo ancora la necessità “di stabilire, ammesso che sia possibile, fino a che punto l’uomo ha agito e agisce secondo natura” (p. 24) ammettendo in questa riflessione “la revisione del concetto di natura ove l’etica – scrive – è componente essenziale della filosofia della vita” (p. 24). In particolare, sembra necessario – come vorrebbe Umberto Galimberti che l’autore richiama nel testo – “ricomporre tempo dell’uomo con quello della natura nel quale è comunque inscritto” (p. 76), ma soprattutto – come suggeriva Gernot Böhme – non solo “difendere la natura che ci è ‘data’, bensì […] ‘produrre’ natura, cioè […] produrre una condizione della natura tale da poter essere considerata umana, che renda possibile nel futuro prossimo un’esistenza umanamente degna” (p. 101).

Se parliamo di natura, tuttavia, non possiamo che estendere la riflessione alla relazione tra  ‘paesaggio’ e ‘ambiente’. Il primo – scrive Toppetti – “mantiene un legame stretto con il territorio, costruito e non, e quindi con la configurazione fisico-morfologica dell’habitat” (p. 21). Il secondo, al contrario, fatica a definirla anche perché vittima “di un processo di logoramento semantico” (p. 21) che ne ha indebolito il senso. “Ambiente e paesaggio – infatti – sono termini con etimologie, significati, storie, consuetudini d’uso differenti, il loro uso strumentale – osserva l’autore – spesso ha contribuito a determinare fratture e – sottolinea – ha alimentato, rivalità tra settori disciplinari e scuole di pensiero, allontanando il momento di una possibile composizione attiva e operante” (p. 71). La definizione di “paesaggio – tuttavia – oggi, [può perfino] contenere [quella di] ambiente, pur non esaurendosi in esso” (p. 21). A parte questo, ciò che a noi interessa è il legame con la forma dei contesti in quanto, come architetti, crediamo che – in termini generali – il nostro compito sia quello di fare più bello e ospitale il mondo. Ospitalità che da un lato può essere intesa come condizione ambientale favorevole alla vita delle persone in un luogo, dall’altro – in forma forse più percettiva – come espressione di quello che l’autore chiama ‘appaesamento’ ovvero di “quell’apparato di fruizione e di misura dello spazio che stabilisce gerarchie e funziona – scrive – come dispositivo di orientamento, spostando le relazioni tra uomo e ambiente da una condizione arcaica di straniamento ostile alla definizione di ambienti culturali praticabili, connessi e conosciuti, capaci di emanare e offrire protezione” (p. 23). 

In altri termini, che lo si consideri nei suoi aspetti percettivi, nelle sue relazioni con la natura o, più in generale, nel contesto ambientale, il paesaggio non può che essere considerato espressione della nostra cultura, trasposizione sul territorio – oltre che nel sentire individuale e sociale – del nostro modo di vivere e di intendere la vita. Qualcosa che lasceremo ai posteri, di cui abbiamo un’enorme responsabilità.

 

Quale bellezza?

“Tutto è paesaggio”? (p. 42). Non c’è dubbio. Oggi questo “può essere letto come un insieme più o meno organizzato di segni che, sgombrando il campo da pre-giudizi di valore, nel loro carattere di necessità, hanno tutti – afferma l’autore riprendendo la posizione di Eugenio Turri – pari dignità” (p. 42). Al tempo stesso, tuttavia, non possiamo non riconoscere che la nostra percezione dei paesaggi non sia univoca e non sia influenzata anche dal carattere dei contesti oltre che dalla nostra capacità di coglierne il senso, anche sfiorando le corde dell’emozione. Se pensiamo alla città, per esempio, non possiamo dimenticare l’approccio prima di Charles Baudelaire e poi di George Simmel e Walter Benjamin che, cogliendo “la potenza e la ineluttabilità [dello spazio urbano Otto-Novecentesco, avevano costruito] un’estetica basata su un nuovo sguardo sulle cose” (p. 57). Puntare sulla “centralità della percezione“ (p. 73) fa perdere alla qualità – a quella presunta oggettività che il mondo dei dati pretende di rappresentare nella sua interezza – “la propria aura e la propria astrattezza generica” (p. 73). Al contrario, “il primato della visione da un lato e il calcolo di indicatori e gradienti di funzionalità ecosistemica dall’altro, lasciano spazio – sottolinea Toppetti – a visioni ibride e integrate  basate sull’esperienza, rapportate alle esigenze dell’uomo contemporaneo, ai suoi ritmi di vita, a un bilanciamento ragionevole tra valori ecologici, storici, identitari, estetici e – scrive – valenze sociali, economiche, produttive, tra interessi individuali e obiettivi della collettività” (p. 73). Ciò che Toppetti sembra voler sottolineare è che “la qualità della vita e la sua percezione sono legate a uno spettro ben più ampio e variegato di indicatori. […] [Nelle analisi paesaggistiche] le componenti sociali e socio-psicologiche – osserva – acquistano progressivamente un peso maggiore e naturalmente, con il moltiplicarsi dei mezzi di comunicazione, la rappresentazione che di questi fatti ne danno le popolazioni diventano fondamentali, talvolta preminenti sugli aspetti oggettivabili” (p. 83).

Ciò che sembra necessario – a questo punto – “è giocoforza ridefinire la scala dei valori e delle priorità. È necessario – secondo Toppetti – interrogarsi sullo stesso concetto di qualità della vita non più centrato esclusivamente sulla ricchezza, sui consumi e sull’affermazione nel campo del lavoro, ma anche sulle relazioni sociali, sulle attività culturali e sul tempo libero” (p. 81). E – aggiungiamo noi – sulla bellezza dei paesaggi in cui viviamo. “Oggi – in particolare – valori ambientali e valori estetici, inclusivamente ricompresi nella categoria ampia della qualità, non possono essere assunti separatamente, com’è stato in passato, almeno dalla metà del Seicento in poi” (p. 72). Vanno intesi nel loro insieme, non dimenticando che la bellezza dei contesti è un aspetto significativo della qualità della vita.

Nel considerarla, tuttavia, secondo Toppetti è necessario evitare alcuni errori. La bellezza, in primis, non è solo quella estetica. Sul fronte urbano, per esempio, “una città bella - se assumiamo il concetto di bellezza superandone i limiti puro-visibilistici - è, prima di tutto, una città dove si vive bene” (p. 87). Secondo, è necessario evitare “di assecondare l’abitudine e incorniciare i valori della bellezza relegandoli nella riserva indiana della rarità” (p. 32). La ricerca della bellezza deve cioè essere elemento essenziale di ogni trasformazione urbana e territoriale. Terzo, non è bello solo ciò che viene dal passato. I paesaggi che abbiamo ereditato dalla storia sono – secondo l’autore – “spesso mitizzati in forza di un timore del nuovo e di una fede che privilegia un’espressività estetica tradizionale di derivazione romantico-borghese” (p. 28). Al contrario, anche la società contemporanea ha, almeno in linea di principio, tutte le possibilità di produrre bellezza.

 

Il paesaggio “si fa e si disfa”

“In linea di principio – sostiene Fabrizio Toppetti – il paesaggio non si progetta, si forma ed evolve nel tempo” (p. 22). Esso, cioè, “si fa e si disfa” (p. 25) più per costruzione sociale, polifonica e variabile nel tempo, che sulla base di un vero e proprio progetto. Certo, abbiamo ambiti completamente disegnati da architetti come, per citarne due paradigmi della modernità, quelli di Chandigarh o Brasilia. Ma, in entrambi i casi, forse fortunatamente, “l’assolutezza modellistica del disegno originario caro agli architetti, pur riconoscibile nelle linee essenziali, ha prodotto paesaggi oggi vissuti, contaminati, metabolizzati e integrati, anch’essi – osserva l’autore – non più moderni nella loro algida purezza ma meravigliosamente contemporanei nella ricchezza e vitalità che esprimono” (p. 60). In generale, soprattutto nel Novecento, “il progetto inteso come dispositivo strategico capace di tradurre e ‘mettere in forma’ legittime istanze politiche e sociali, orientate a elevare la qualità dell’habitat urbano, si [è] confronta[to] o meglio si [è] scontra[to] – osserva Toppetti –, con la pretesa di rappresentare la forma esemplare della città [e del territorio] del futuro. Penso – scrive l’autore – agli scenari prefigurati da Tony Garnier, alle proposte paradigmatiche di Le Corbusier e ai disegni di Ludwig Hilberseimer” (p. 59).

Oggi non sono moltissimi i tentativi veri di incrociare il progetto delle trasformazioni urbane e territoriali con quello, inteso in senso ampio e profondo, di paesaggio. Nella proliferazione delle pratiche che intercettano le mutazioni della città e del territorio (proprie dell’architettura e dell’urbanistica, passando dalla sociologia, dalla geografia, dall’antropologia e altre ancora) è cioè abbastanza trascurata l’“attitudine connaturala [del progetto di paesaggio] all’azione di divenire parte integrante dei processi in atto” (p. 70). La nostra priorità – afferma Toppetti – si concentra piuttosto “sulla tutela, sul miglioramento, ove necessario sulla ricostruzione o reinvenzione degli attributi positivi essenziali dell’habitat, considerati – scrive – in relazione alle condizioni specifiche di contesto, ovvero in senso relativo e non assoluto” (p. 70). Si sofferma sull’idea di “rimettere in sintonia il funzionamento ecosistemico con le forme dello spazio, mediante un nuovo disegno non necessariamente regressivo” (p. 74). E, infine, coinvolge la “partecipazione attiva dell’uomo alla rideterminazione del proprio habitat” (p. 69).

In realtà, la necessità di un progetto di paesaggio che sappia coinvolgere e convogliare verso un risultato condiviso il portato di molteplici saperi non è venuto meno. Resta tutt’oggi una questione scientifica prioritaria. Dovremmo cioè non dimenticare che “il progetto di paesaggio ha dato prova di una grande capacità di interpretazione creativa e di inserimento positivo e attivo nei cicli di vita naturali ottenendo - quanto applicato correttamente - risultati sorprendenti in termini qualità, presidio del territorio, tenuta nel tempo, rispondenza al finalismo ecologico e sociale” (p. 74).

 

Conclusioni

Fabrizio Toppetti ha ragione. Guardare al paesaggio significa guardare anche al mondo. E, al tempo stesso, riflettere sull’esistenza. Leggendo il libro sembra chiara la necessità di “una nuova esperienza della terra ove – scrive – si possa rintracciare, non in un altrove trascendente ma nella terra stessa, la misura del nostro vivere” (p. 89). Rispetto al paesaggio non sembra più rinviabile un cambio di passo. Non un ‘automatismo’ ma – precisa l’autore – “una scelta consapevole, eminentemente culturale - esattamente come lo sono le prassi indirizzate a tutelare un’area protetta o una specie in via d’estinzione - che richiede un atto deliberato di volontà, al quale mantenere fede” (p. 100). Un cambio di passo che conduca alla condivisione di un’idea di “paesaggio come bene comune” (p. 103) e che faccia del “prendersi cura della terra [un] progetto culturale” essenziale (p. 106). C’è infine da prendere atto che “la conformazione dello spazio fisico è allo stesso tempo azione culturale e agente ecologico” (p. 75) e che “la scienza, l’economia e lo sviluppo – conclude Toppetti – hanno bisogno di un costante confronto con l’etica” (p. 105).

Renzo Riboldazzi

  

 

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

15 MAGGIO 2026

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali

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P. C. Palermo, Dare voce a un disagio diffuso, commento a: L. Marescotti, Tra teoria e prassi (Biblion, 2025)

S. Tagliagambe, La città come spazio delle differenze, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis 2025)

C. Olmo, Il corpo contro l'abuso della tecnologia, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)

G. Semi, L'urbanistica si impara (anche) nei centri sociali, commento a: V. Mattioli, Novanta (Einaudi 2025)

F. Paone, Avviciniamoci all'urbanistica, commento a: P. Gabellini, Avvicinarsi all’urbanistica (Planum, 2024)

F. D. Moccia, La lezione dell'esperienza, commento a: D. Vianello, Il mestiere dell’urbanista (INU Edizioni, 2025)

G. De Luca, La rigenerazione è tante cose, note sui libri di Carta, Carrà-Pultrone, Buttarelli-Cappuccitti (editori vari)

M. Talia, La Storia come orientamento, L'INU nei numeri doppi di "Urbanistica", a cura di Patrizia Gabellini (n. 165-166 del 2022), e a cura di Giulia Fini (n. 169-170 del 2025)

M. Villani, La necessità di disegnare i luoghi, Note sul contributo di Giancarlo Consonni alla cultura del progetto urbano

O. Pivetta, Milano, una città (solo) da usare?, commento a: G. Cervi, G. Consonni, (a cura di), Il verso di Milano, (About Cities, 2025)

F. Cambria, Un libro da usare?, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)

A. Ferlenga, Lost in transition, Commento a: L. Ciacci, L’inganno della città ideale (Pendragon, 2025)

C. Bianchetti, Cosa riflette il rombicubottaedro?, commento a: M. Biraghi, Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025)

M. Venturi Ferriolo, Urbanistica: impariamo dai filosofi, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis, 2025)

A. Bagnasco, Costruire luoghi terzi, commento a: O. De Leonardis, Preferirei di sì (DeriveApprodi, 2025)