Luca Bottini  
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NECESSITÀ DI GOVERNARE LO SPAZIO PUBBLICO


Commento al libro di Cristina Burini



Luca Bottini


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Il volume di Cristina Burini – Governare lo spazio pubblico nelle città italiane. Patti di collaborazione e imprese di comunità tra convivialità ed efficacia collettiva (FrancoAngeli 2024) – esplora la rilevanza degli spazi pubblici, la loro governance e la necessità di curarne la presenza nelle città affinché possano garantire la funzione di arena della socialità e quindi di strumento di coesione sociale.

Il libro costituisce l’esito del percorso di dottorato della ricercatrice e induce i lettori ad addentrarsi nella comprensione di un rinnovato senso di quei luoghi urbani che troppo frequentemente diamo per scontati, ignorandone il ruolo nel mantenimento del benessere sociale. La trattazione del volume insiste su alcuni concetti chiave: lo spazio urbano pubblico come bene comune, le forme di presa in carico bottom-up della loro cura da parte della cittadinanza, il ruolo degli spazi urbani pubblici nell’influenzare il benessere sociale. L’autrice offre una chiave di lettura che pone al centro da un lato la necessità della cura dello spazio pubblico per sostenere la sua funzione sociale nel tempo, dall’altro lato due forme particolari di cura che nascono dalla società civile, ossia i patti di collaborazione e le imprese di comunità. L’analisi proposta nel volume vuole dunque comprendere l’impatto che queste due forme di governo particolari abbiano sulla continuità e cura degli spazi pubblici, analizzandone gli effetti sui sistemi sociali locali. I casi di studio proposti includono Genova, Napoli, Brindisi, Torino e Caserta. Per ciascuno degli spazi pubblici analizzati l’autrice effettua una ricerca sul campo multidimensionale, andando dapprima a mappare le imprese di comunità e i patti di collaborazione attivi in Italia; in seconda battuta, attraverso lo studio di caso, si è addentrata nel campo, andando ad analizzare processi, conflitti ed effetti generati dalle diverse esperienze di governance coinvolte nei casi scelti. Il risultato che emerge è l’impossibilità di considerare lo spazio pubblico come un bene comune se non associamo ad esso anche la conseguente cura, sia pratica che politica, affinché esso possa continuare a rimanere tale, cioè accessibile, fruibile, oggetto di espressione democratica di una comunità. Non esiste spazio pubblico senza cura, altrimenti cessa semplicemente di esistere. Le forme di governance bottom-up analizzate dall’autrice rappresentano una espressione comunitaria di cura fondamentale, specialmente quando l’attore pubblico arretra o esiste il rischio di alienazione del bene pubblico ad attori privati a scopo di profitto e finanziarizzazione. L’azione compiuta, dunque, da questa cooperazione tra società civile e pubblica amministrazione, consente di proseguire la cura di un bene comune cruciale per il benessere urbano o di agire, anche in senso conflittuale, per la sua difesa.

La rilevanza del lavoro di Cristina Burini, a mio avviso, risiede nella assoluta emergenza sociale di quanto affrontato nel volume. La ricercatrice ha correttamente colto la necessità di mantenere l’attenzione elevata sulla rilevanza della presenza, numerosità e fruibilità degli spazi pubblici in ambito urbano. Come già detto, tale oggetto è ascrivibile all’insieme dei beni comuni, a quelle risorse a disposizione di tutta la comunità affinché gli individui possano esprimere liberamente le proprie pratiche socio-spaziali. Oggi, anche in Italia, è noto ormai non solo agli addetti ai lavori ma anche all’opinione pubblica che alcuni centri metropolitani, come Milano, siano stati investiti da processi, più o meno ricercati e pianificati, di profonda trasformazione sociale, economica ed urbanistica. La risorsa più scarsa, posta al centro dei meccanismi di crescita urbana, è proprio lo spazio fisico a disposizione in una città, sia esso ricavato da ex aree industriali, edifici abbandonati (pubblici o privati), quartieri con zone degradate, vecchie stazioni ferroviarie in disuso. Spazi fisici che hanno perso la loro funzione in ragione di più ampie trasformazioni economiche globali e che oggi rappresentano una enorme opportunità soprattutto per attori privati dediti allo sviluppo immobiliare. Lo spazio urbano è dunque la risorsa da cui estrarre ricchezza (privata) negli scenari metropolitani contemporanei, non solo internazionali, ma anche italiani. Sebbene tali iniziative siano comparse per la prima volta negli Stati Uniti in esperienze descritte ampiamente da Herbert Gans (1962) e sistematizzate da Logan e Molotch (1988) anche in ambito europeo e più di recente in Italia, tali politiche hanno iniziato a consolidarsi nei governi urbani, divenendo ormai una prassi consolidata. Se si considerano i primi tentativi in questo senso svolti a Torino nei primi anni Duemila, ma soprattutto la sequela di interventi di “rigenerazione urbana” a Milano a partire da Expo 2015, oggi iniziano a comparire in modo evidente gli effetti disfunzionali di questo modo di intendere lo sviluppo urbano, ossia l’aumento di disuguaglianze sociali, la concentrazione di grandi capitali che portano il mercato immobiliare e in generale dei servizi ad adattarsi ad una domanda proveniente da famiglie ad altissimo reddito, l’inaccessibilità alla risorsa abitativa, la standardizzazione dell’offerta commerciale al paradigma della cosiddetta “global city”, e così via. Senza addentrarci in una ricostruzione di questo fenomeno, su cui c’è abbondanza di letteratura e riflessioni anche all’interno di questa rubrica, mi interessa focalizzare l’attenzione sull’impatto che tale modello eserciti sullo spazio urbano pubblico, quello cioè efficacemente descritto dall’autrice del volume. La domanda da porsi è infatti la seguente: se l’abbondanza e la rigenerazione di spazio urbano in disuso è il motore che guida l’economia urbana di molte metropoli contemporanee, come si inserisce in questo processo lo spazio urbano pubblico destinato alla società locale?

Se lo spazio urbano è al centro di questa nuova partita, anche lo spazio pubblico è minacciato di finire all’interno di questi processi di estrazione di rendita. I processi di presa in carico dello stesso ben descritti dall’autrice, descrivono la presenza, almeno in una parte delle popolazioni urbane italiane, di un interesse, di un desiderio di preservare, curare e talvolta difendere lo spazio pubblico dalla appropriazione a scopo di profitto attuata da coalizioni pubblico-private. Si tratta di forze positive che dimostrano la stretta relazione che sviluppiamo, secondo un processo transazionale (Bonnes & Secchiaroli, 1992) con l’ambiente di vita circostante, il quartiere, l’ambito residenziale che sta al di fuori del luogo primario domestico. L’accessibilità a questo spazio di mezzo, che si colloca tra la dimensione micro della casa ed il livello macro della città è l’ambito spaziale entro cui la società urbana ha modo di generarsi, di innovarsi, di ampliarsi, in una parola, di sviluppare coesione e quindi benessere sociale. Se tali spazi vengono ridotti, sono meno accessibili, non sono adatti alla loro praticabilità, la qualità della vita viene meno e si degrada, lasciando spazio a fenomeni indesiderati e devianti. Il risultato finale è una non-comunità, fatta di individui socialmente isolati. Non è un caso che tale consapevolezza sia nota da decenni alle Nazioni Unite attraverso cui è nato il progetto UN-Habitat finalizzato al monitoraggio globale della disponibilità di spazio pubblico nelle città del mondo.

Sebbene le Nazioni Unite abbiano riconosciuto almeno dalla fine degli anni Settanta la necessità di difendere la disponibilità di aree urbane destinate all’uso esclusivo, e gratuito, della cittadinanza, la cosiddetta “new urban politics” (Cox, 1993) descritta in precedenza, sta sempre più convergendo verso una inevitabile (?) assimilazione del metodo di lavoro dell’attore privato spesso orientato all’estrazione di valore dallo spazio urbano. È evidente che se tale prassi politica, che non segue logiche di colore partitico ma risulta bipartisan, va a rappresentare sempre più un modello consolidato di visione urbana e di modalità di governo, allora il risultato non può che essere un cambiamento genetico nell’idea stessa di politica urbana. Il governo dello spazio pubblico, la necessità di garantirlo alla cittadinanza, finisce dentro un meccanismo equilibrista per cui da un lato occorre rispondere ad un mandato sovranazionale, quello delle Nazioni Unite, dall’altro deve essere garantita l’accessibilità all’attore privato di utilizzarlo sia per trarne profitto sia per sostenere gli introiti nelle casse comunali. Si tratta di un pericoloso equilibrismo che perde totalmente di vista lo scopo dello spazio pubblico generando, di fatto, fenomeni socialmente disfunzionali che possono mettere a rischio coesione sociale locale e qualità della vita.

La restituzione dei casi analizzati da Cristina Burini descrive in maniera limpida quali possono essere le conseguenze sul piano pratico di un arretramento della politica urbana in un’epoca di mercificazione dello spazio urbano. In tali contesti, è la forza bottom-up della cittadinanza e la convergenza virtuosa con Pubbliche Amministrazioni sensibili al tema, mediante le due forme di governo analizzate (patti di collaborazione e imprese di comunità) a tracciare una alternativa futura per generare fenomeni di innovazione dei processi di governance dello spazio urbano, in pericolo per i motivi descritti. Che sia un problema squisitamente di visione politica, di sensibilità degli amministratori locali il come immaginare le città del futuro, credo non sia più necessario ripeterlo. L’elemento innovativo che emerge dal volume penso risieda nella necessità di immaginare un governo urbano che non sia autocratico e nello stile di “un uomo solo al comando”, ma caratterizzato da una politica che sappia mettere in stretta connessione la dimensione dell’urbs e della civitas attraverso forme di collaborazione virtuose orientate al medesimo obiettivo di rendere la città un bene comune.

Luca Bottini

 

 

Bibliografia
Bonnes, M., & Secchiaroli, G. (1992). Psicologia Ambientale. Introduzione alla psicologia sociale dell’ambiente. NIS La Nuova Italia Scientifica.
Cox, K. R. (1993). The local and the global in the new urban politics: a critical view. Environment & Planning D: Society & Space, 11(4), 433–448. https://doi.org/10.1068/d110433
Gans, H. J. (1962). The Urban Villagers: Group and Class in the Life of Italian Americans. Free Press.
Logan, J. R., & Molotch, H. L. (1988). Urban Fortunes. The political economy of place. University of California Press

 

 

N.d.C. - Luca Bottini è professore associato in Sociologia dell’ambiente e del territorio presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca dove insegna “Policies and Governances for Tourism” presso il corso di laurea triennale in Scienze del Turismo e Comunità Locale e “Territorio e coesione sociale” presso il corso di laurea triennale in Servizio Sociale. È inoltre docente del laboratorio di “Fonti e analisi di dati ecologici nella ricerca sociale” presso il corso di laurea triennale di Sociologia e docente di “Methods and Techniques in Urban and Regional Studies” presso il corso di Dottorato URBEUR È stato visiting PhD student presso la University of Victoria (Canada) dove ha lavorato presso «Environmental Psychology Lab» coordinato dal prof. Robert Gifford. Ha frequentato corsi di perfezionamento presso la University of Essex (UK) e l’Università di Trento e ha presentato le sue ricerche presso conferenze in Europa e Stati Uniti. Dal 2013 è membro del comitato editoriale di “Città Bene Comune”, periodico sulla città, il territorio, l’ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali coprodotto dalla Casa della Cultura di Milano e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Il suo ambito di ricerca è lo studio della relazione tra ambiente urbano e comportamento sociale, con particolare riferimento alla qualità della vita e al benessere soggettivo nei quartieri, alla mobilità sostenibile in contesti urbani e all’identità locale, utilizzando un approccio interdisciplinare tra sociologia urbana e psicologia ambientale.

Tra i suoi libri: Lo spazio necessario. Teorie e metodi spazialisti per gli studi urbani (Ledizioni, 2020); Luoghi eventi e turismo. Una prospettiva sociologica (Ledizioni, 2022).

Per Città Bene Comune ha scritto: Il valore dei luoghi e dello spazio (20 novembre 2020); Milano, un’altra storia (17 novembre 2023); Città: una sfida esistenziale (4 aprile 2025); Anche lo spazio parla, ascoltiamolo (23 luglio 2025); Basta città! Andiamo in montagna (5 dicembre 2025).

Sui libri di Bottini, v. in questa rubrica: Simona Sacchi, Lo spazio urbano è necessario (15 aprile 2022).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri

R.R.


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29 MAGGIO 2026

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