Maura Manzelle  
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PERCHÉ VENEZIA SIA ANCORA UNA CITTÀ


Commento al libro di Donatella Calabi



Maura Manzelle


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Venezia è viva - Venice is alive - Venise est vivante (Éd. Liana Levi, 2025): titolo assertivo, senza sottotitolo, in tre lingue; opera corale; con immagini; senza indice. L’introduzione annuncia che «malgrado» l’invasione turistica (aggiungo che oggi il contatore automatico annuncia 47.461 residenti e 52.541 posti letto ricettivi, i giornali parlano di 34 milioni di presenze turistiche annue) e un suo consumo affrettato e superficiale, «Venezia è viva», ossia conserva alcuni tratti radicati nelle consuetudini d’uso — e di vita — della città. È proprio a questi tratti — segni di commerci, scambi, studi, artigianato, trasporti — che il libro di Donatella Calabi fa appello, ricordandone le origini nella storia della città e contemporaneamente segnalandone una continuità rasserenante che, attraversando i secoli, ha fatto sì che alcuni luoghi urbani siano ancora oggi riconoscibili — pur nella inevitabile trasformazione delle modalità secondo le quali alcune attività si svolgono. Ciò che il libro dichiaratamente intende allontanare è una visione decadente della città, sicuramente alimentata da una scarsa conoscenza, priva di approfondimento, ferma ad alcuni stereotipi, mentre la sua unicità richiederebbe la valutazione di modi di vivere che trovano qui declinazioni del tutto particolari e continuamente in modificazione (si pensi alla assoluta pedonalità e ai trasporti esclusivamente acquei, fattori fortemente incisivi sulle dinamiche interpersonali). Il libro sottolinea inoltre — riprendendolo anche nel capitolo conclusivo — come nella conservazione e necessaria innovazione delle dinamiche urbane — economiche, sociali, architettoniche e urbanistiche — la comunità abitante — i cittadini — riuniti in associazioni spesso assumano un ruolo di attiva partecipazione, in analogia con quanto in atto in molte città storiche e non, e segnala come questo fattore sia da non sottovalutare in un progetto di gestione del presente e di disegno del futuro.

Per argomentare questa chiave di lettura della città contemporanea, che contiene una speranza di futuro — non scontato —, il libro esamina cinque parti di città che non corrispondono a una suddivisione amministrativa (non si identificano con i sestieri che compongono la città) ma a zone — immediatamente identificabili per chi conosce la città — che contengono a fianco di edifici di rilevanza storico artistica «frammenti di attività produttive diverse da quelle puramente turistiche e segni di esistenti relazioni interpersonali» (1). Ne risulta quindi una guida anomala attraverso Rialto, la Giudecca, Castello, Santa Marta, le isole.

A ognuna di queste zone il libro dedica un capitolo e tutti si articolano attraverso la medesima struttura: i testi sono costituiti da brevi paragrafi, sempre nelle tre lingue; il paragrafo di apertura fornisce un inquadramento storico-urbano, politico, architettonico e artistico della zona, rendendo conto della sua identificazione e del suo ruolo nella città; i paragrafi successivi illustrano specifici aspetti attraverso l’esame di edifici di particolare rilevanza nel tessuto urbano, sempre descritti in connessione al significato delle attività che vi si svolgevano e con intrecci significativi con quanto ora avviene; l’apparato iconografico è costituito da fotografie di documentazione della vita che oggi si svolge in quei luoghi, o che vi si svolgeva come raffigurato in alcuni dipinti, o da immagini di alcune tracce di attività passate (ad esempio iscrizioni), o della resistenza contemporanea, a volta ironica, della vita quotidiana. Sempre in questo variegato apparato di immagini sono presenti gli abitanti che animano i luoghi e aiutano a fissare nella mente (negli occhi) i modi secondo i quali quegli spazi venivano vissuti e quindi il motivo stesso del loro strutturarsi in quel particolare modo, in una relazione inscindibile tra contenuto e contenente. Un piccolo glossario alla fine del libro fornisce preziose brevissime definizioni che consentono di entrare nei luoghi descritti facendo tesoro di quanto i nomi delle cose portano con sé. L’ultimo paragrafo di ogni capitolo si conclude con un riferimento alle dinamiche in atto, agli usi degli spazi, alla quotidianità e ai riti collettivi che vi si consumano. Tutti i capitoli contengono un testo conclusivo — uno per zona quindi — maggiormente esteso, che illustra continuità significative di usi, oppure tracce di profonde trasformazioni o di progetti non realizzati ma elaborati per consentire alla città di adeguarsi via via ai tempi; vengono riportate anche le difficoltà nella rifunzionalizzazione di grandi edifici pubblici e avanzate alcune proposte per incrociare potenzialità e vocazioni degli spazi (edifici o aree).

Alcune delle zone analizzate sono costituite da luoghi marginali che forse per questo hanno mantenuto più radicato il senso del loro essere e alcune attività, ma, a dire il vero, le stesse dinamiche vengono rintracciate anche nella centralissima e molto turistica area di Rialto, facendo emergere un tratto di resistenza — o resilienza — insito nella città. Il ruolo importantissimo dello spazio pubblico sembra costituire l’elemento che consente alla città di trasformarsi ma mantenere alcune dinamiche e radici. Ritorno, ora che può apparire maggiormente chiaro il senso, alla identificazione delle zone protagoniste dei capitoli del libro. Ogni zona vede associata al toponimo una breve descrizione, che sta tra la constatazione e il programma; ne risultano: Rialto, un mercato e non solo; Giudecca, vicina e lontana; Castello, la “coda” della città-pesce; Santa Marta, area di grandi trasformazioni; Isole, una collana per Venezia.

Scelta radicale è quella di parlare esclusivamente della città storica di Venezia e non della parte di città — o del Comune — che si sviluppa in terraferma: dopo cinque referendum in quarant’anni sulla separazione amministrativa delle due aree, unificate inizialmente su istanze industriali e portuali ai primi del ‘900 e poi con tentativi disciplinari attraverso i progetti degli anni ’50 (2), la parte più fragile e in cerca di identità è rimasta — forse paradossalmente — la città insulare. È questa— altrettanto paradossalmente a fronte di un patrimonio culturale, artistico, storico, ambientale smisurato — anche quella che più soffre di una comprensione superficiale, di una comunicazione semplificata, di un abbandono oggettivo da parte di attività qualificate e di residenti.

La scelta di pubblicare — non senza un notevole sforzo redazionale — tutti i testi in tre lingue sicuramente riflette la volontà di comunicare in modo sì agile e divulgativo ma contemporaneamente documentato e colto, e il riconoscimento di una fondamentale vocazione della città che è quella del cosmopolitismo, ad anticipare chi sono i cittadini — non necessariamente i residenti — ai quali il libro si rivolge.

 

Riprendo alcuni temi.

Dopo numerosissimi testi che hanno indagato e documentato la città di ieri, fondamentale è la condivisione della conoscenza della città di oggi, con le sue radici e le motivazioni profonde per le quali è quella che è, a contrastare quella troppo diffusa ignoranza della città, della sua unicità e della sua fragilità che costituisce uno dei fattori determinanti per approcci superficiali e soprattutto dannosi. Venezia, che impone un tempo lungo di fruizione, attenzione e apertura agli imprevisti, è esposta alla richiesta di essere omologata ad altre realtà urbane perché possa essere consumata velocemente, non importa se compresa o meno. Un problema di cultura? No, un problema esistenziale se e visto che questo ha conseguenze immediate e tangibili su mercato degli affitti, trasporti, tipi di impiego disponibili, motivazioni di frequentazione della città. Perché la città continui ad essere tale deve essere vissuta quotidianamente da cittadini che la frequentino — pur con tempi diversi e motivi diversi — tanto da mettere in discussione, con quel dato annotato all’inizio di questo testo (47.461 residenti nella città storica), il concetto stesso di cittadino: una riformulazione deve portare il termine a comprendere chi vive la città in senso lato, anche senza averne la residenza, approfondendone le motivazioni e valorizzandole.

Vero è che una conoscenza non superficiale della città deve impedire il dubbio se qualcuno vi abiti veramente (domanda inquietante che troppo spesso viene rivolta ai residenti confusi per comparse di uno spettacolo perenne), né deve consentire di essere scambiata per un set fotografico per matrimoni già officiati in altro luogo (basta andare a San Marco, San Giorgio, Salute al mattino presto), né per una meta del turismo di calamità (come avvenuto dopo i disastri delle alluvioni), né degli addio a nubilato e celibato o alle ubriacature del sabato sera (visto che è raggiungibile in treno ed è pedonale). Se la ricerca di una identità diversa da quella della monocultura turistica porta ad individuare nel mondo degli studi, della ricerca, dell’arte le vocazioni e le possibili soluzioni, è evidente anche come queste non potranno costituire una reale alternativa senza una corrispondente politica tesa a garantire alloggi, servizi, trasporti dedicati.

Sicuramente alcune problematiche sono di grandi dimensioni e hanno una relazione diretta con la possibilità o meno di far sì che questa città resti tale: in primo luogo ovviamente quelle ambientali legate ai cambiamenti climatici e all’innalzamento del livello dei mari, che richiedono urgentemente una ripresa della ricerca; a queste si associano questioni di morfologia urbana, segnata dalla presenza di un vastissimo patrimonio monumentale per il quale è difficile trovare destinazioni d’uso diverse da quelle di ricettività turistica e ulteriori rispetto a quella museale; non ultime sono le conseguenze di un progressivo abbandono della città da parte di attività direzionali e amministrative pubbliche o di grandi imprese private, trasferite in terraferma con conseguente svuotamento di grandi complessi e impoverimento di attività di intere aree. Per questo motivo risultano particolarmente significativi gli spunti contenuti nel libro che cercano di tenere traccia delle vocazioni dei luoghi e delineare possibili sviluppi nell’oggi e nel domani attraverso funzioni che, pur localizzate in luoghi specifici, non possono essere decise solo caso per caso ma che appartengono ad un disegno complessivo di città.

 

Il titolo del libro deriva, come viene dichiarato, da uno slogan che è apparso in alcuni striscioni appesi in varie zone della città in forma spontanea e che porta l’eco di una lunghissima serie di aggettivazioni complesse — spesso fondate sulla contrapposizione vita-morte — che hanno cercato di definire l’immagine della città. A una visione romantica decadente, alimentata da immagini come quelle di Morte a Venezia (3), o da quella di Simmel del 1907 (4), tanto da diventare un genere letterario, molti hanno risposto sottolineando la vitalità della città storica: il tema viene introdotto da Le Corbusier nel convegno tenutosi a Venezia nel 1934 appellandosi al sapere che appartiene alla comunità e che ne costituisce espressione collettiva (5), per essere ripreso in Venezia viva, mostra storico artistica promossa a Palazzo Grassi dal Centro Internazionale delle Arti e del Costume nel 1954 e dalle conferenze lì organizzate, dagli scritti di Sergio Bettini come Idea di Venezia (6) e Giuseppe Mazzariol (7) in molti ambiti di amministrazione della città e di produzione culturale, dalla Fondazione Querini Stampalia all’Istituto universitario di architettura di Venezia:

“[…] perché questa ‘mostra di Venezia’, a Venezia? […] In questi ultimi anni gli spiriti più avvertiti hanno denunciato lo stato di disagio che la città, come organismo vivente, palesava sotto forme diverse; e il disagio significa malattia – che s’attacca ai muri, che sgretola e minaccia le opere dell’uomo, che rende deserto il domani delle nostre speranze. […] Il problema di Venezia da un punto di vista apparente è problema conservativo; della realtà muraria storica della città; da un punto di vista sostanziale è la necessità di un ridimensionamento della vita della comunità urbana secondo il principio reale delle funzioni e delle fonti di produzione. E siccome Venezia non può essere considerata un grande museo a cui si provvede su un piano meramente conservativo, bisognerà sostituire alla coscienza museografica diffusa una coscienza sociale più avvertita e solerte, perché è solo da una retta impostazione dei problemi di fondo che potranno conseguire delle soluzioni effettive in ogni altra direzione” (8).

Tali problematiche relative alla necessità di una chiara impostazione (e l’impostazione non è indifferente all’obiettivo) motiva probabilmente la ripresa più e più volte e il ritorno della questione vita-morte: dal libro di Fulvio Roiter, Venezia viva, 1973 (9), fino alle denunce di Régis Debray in Contro Venezia (10), di Salvatore Settis in Se Venezia muore (11), di Mario Isnenghi, Se Venezia vive (12), di Angela Vettese Venezia vive. Dal presente al futuro e viceversa, 2017 (13). Una rapida ricerca on line consente di verificare che i termini sono utilizzati anche come nome del Centro Internazionale della grafica, di una Galleria, come titolo di svariati articoli su blog, di un libro di curiosità e tradizioni, come vengono scelti anche dal Fondaco dei Tedeschi nel luglio 2020 per lanciare VENEZIA è VIVA. VIVA VENEZIA, ossia la disponibilità delle sue vetrine per l’artigianato locale di alta qualità, come venga usato per una pagina Instagram, per un documentario, per dibattiti cittadini sul futuro, da ultimo come divenga il nome del gruppo Venezia vive in vista delle elezioni comunali del 2026 che pone la garanzia della possibilità di vivere in città storica come obiettivo. Molte volte, quindi, il binomio vita-morte è stato evocato per associarlo alla immagine della città, con un risultato troppo spesso legato ad aspetti decadenti o nostalgici, oppure a un appello catartico o salvifico, mentre maggiormente interessanti appaiono gli scritti, cui il libro in esame fa parte, che intendono indicare come Venezia non debba essere salvata — potremmo chiederci da chi? da cosa? — ma piuttosto essere messa in grado di confrontarsi con la contemporaneità a partire dalla sua particolarissima condizione che richiede di assecondare le sue vocazioni, che sono di altissimo livello per qualità della vita, visibilità internazionale, mixitè funzionale, consolidato cosmopolitismo.

Il titolo del libro, come detto, è dunque assertivo: nessuna nostalgia, nessun appello, ma un progetto. Curato da Donatella Calabi, storica esperta di storia urbana, alla guida dell’associazione Progetto Rialto fondata nel 2019 e dedicata, nel suo impegno per tutelare gli edifici e le forme di vita tradizionali veneziane, alla valorizzazione del patrimonio storico-culturale del mercato di Rialto, il libro raccoglie i contributi di Stefania Bertelli, Donatella Calabi, Ludovica Galeazzo, Martina Massaro, Elena Svalduz. Senza specificare l’autrice di ogni singolo capitolo, il testo si presenta come opera collettiva, corale, facendosi portavoce di tante iniziative — a volte anche troppo isolate — per le quali prova a segnalare un obiettivo comune e una traccia di lavoro. Un accenno all’editrice Liana Levi, Parigi, che ha generosamente accettato di devolvere il ricavato dalla vendita dei volumi ad associazioni veneziane attive su questi temi ed è quindi parte integrante del progetto.

Torno qui, alla fine, anche sulla questione dell’assenza di un sommario del libro: non so se scelta ponderata o altro, di fatto costringe, come avviene percorrendo Venezia, a lasciarsi condurre, pronti ad accogliere l’inaspettato e a perdersi, certi di ritrovarsi sempre o certi di riconoscere un segno per individuare la direzione desiderata. La scelta della strada da percorrere, poi, è sempre, comunque, lasciata alle nostre considerazioni che incrociano opportunità e possibili incontri. Chiudo, citando Le Corbusier, per segnalarne una via sicuramente in sintonia con il libro:

«C’è arte in questa Venezia, fuori dall’Accademia di Belle Arti, fuori dalle mura o dai soffitti affrescati del Palazzo Ducale, fuori dai discutibili palazzi del Rinascimento, c’è arte nella Venezia in sé, nella Venezia delle calli e dei canali? Voi risponderete di sì, con entusiasmo. Chi ha prodotto quest’arte? La gente, tutti, tutti i corpi professionali, l’intero progresso tecnico, in tutte le sue modalità d’impiego. […] Quello che ci occorre, oggi, è un gruppo di persone animate da abbastanza fede e abbastanza forza di carattere per perseverare […] nella preparazione dei progetti necessari, in tutti i campi. Progetti che, un giorno, diventeranno patrimonio di tutti. […] La Grecia ci ha offerto l’esempio di una tale armonia; anche il Medioevo; e Venezia continua a offrircelo ogni giorno.

È rimasta solo Venezia a offrire lezioni di cose vive.

[…] L’arte è immanente, nasce dalla vita, dalle mani dell’uomo, dal suo cervello e dai macchinari che egli ha eletto a prolungamento prodigioso dei suoi arti. […] Sarebbe scandaloso chiamare a raccolta tutti gli uomini ingegnosi?» (14).

Maura Manzelle

 

 

Note
1. Venezia è viva - Venice is alive - Venise est vivant, a cura di D. Calabi, Édition Liana Levi, Paris 2025, p. 5.
2. Si veda il Concorso per le Barene di San Giuliano e l’espansione residenziale del Quartiere San Marco.
3. Dal libro Der Tod in Venedig di Thomas Mann del 1912 è stato tratto il film Morte a Venezia di Luchino Visconti del 1971
4. G. Simmel, Venezia, 1907, poi in Roma, Firenze, Venezia, Meltemi. Si veda M. Cacciari, Metropolis. Saggi sulla grande città di Sombart, Endell, Scheffler e Simmel, Roma, Officina edizioni, 1973.
5. Si veda Le Corbusier, La lezione della gondola, in Le Corbusier. Scritti, a cura di Rosa Tamborrino, Einaudi, Torino 2003, pp. 241-243, titolo originale La leçon de la gondole. L’art et les masses contemporaines, trascrizione dell’intervento del 26 luglio 1934 a Venezia per l’Institut International de Coopération Intellectuelle, poi in Entretiens sur l’art, Paris 1935; ; Le Corbusier, Quando le cattedrali erano bianche. Viaggio nel paese dei timidi, Milano, Christian Marinotti, 2003, pp. 13-14 (titolo originale: Quand les Cathédrales étaient blanches. Voyage au pays des timides, prima edizione 1937.
6. Si veda Giuseppe Mazzariol e l'idea di Venezia, a cura di G. Busetto, Silvana Editoriale, 2014
7. G. Mazzariol, Un’architettura di Le Corbusier per Venezia, prolusione all’anno accademico 1964-65 tenuta il 12 aprile 1965 dinanzi a Le Corbusier, Venezia, Istituto Universitario di Architettura – Stamperia di Venezia, 1965.
8. G. Mazzariol, dattiloscritto, AGMVe, Mostra Venezia Viva, b. 4.
9. F. Roiter, Venezia viva, Milano, Sperling & Kupfer, 1973, pp. 141.
10. R. Debray, Contro Venezia, Milano, Dalai Editore,1995
11. S. Settis, Se Venezia muore, Torino, Giulio Einaudi, 2014.
12. M. Isnenghi, Se Venezia vive. Una storia senza memoria, Venezia, Marsilio, 2021.
13. A. Vettese, Venezia vive. Dal presente al futuro e viceversa, Il Mulino, Bologna 2017.
14. Le Corbusier, La lezione della gondola, in Le Corbusier. Scritti, a cura di Rosa Tamborrino, Einaudi, Torino 2003, pp. 241-243, titolo originale La leçon de la gondole. L’art et les masses contemporaines, trascrizione dell’intervento del 26 luglio 1934 a Venezia per l’Institut International de Coopération Intellectuelle, poi in Entretiens sur l’art, Paris 1935.

 

 

N.d.C. – Maura Manzelle, progettista, è professoressa associata in Composizione architettonica e urbana presso l’Università Iuav di Venezia, dove si occupa di temi legati alla scala architettonica e territoriale. Laureata allo IUAV, è PhD (Università degli Studi di Genova) in Problemi di metodo nella progettazione architettonica - Teoria dell’Architettura.

I suoi progetti e i suoi concorsi, nazionali e internazionali, hanno ottenuto diversi riconoscimenti. Ha elaborato i suoi studi e la sua esperienza progettuale in varie pubblicazioni, svolge attività culturali su temi dell’architettura e della città, coordina il Centro Studi RI-abitare dell’Università Iuav di Venezia. A Venezia è inoltre attiva all’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti e all’Ateneo Veneto.

Tra i suoi scritti sul tema: Venezia anticlassica. La collocazione del Monumento Venezia alla Partigiana di Carlo Scarpa e Augusto Murer, in “Ateneo Veneto. Rivista di scienze, lettere e arti”, CCX, terza serie 23/II (2024), Venezia, Ateneo Veneto, 2025; Dalla mostra Venezia viva, 1954 al Piano Regolatore Generale, 1962: temi e visioni per la Venezia del dopoguerra, in Oltre lo sguardo. Beyond the gaze, atti del XI Congresso Internazionale AISU-Associazione Italiana di Storia Urbana, Ferrara, Università degli Studi di Ferrara-Dipartimento di Architettura, 13-16 settembre 2023, a cura di Alessandro Ippoliti, Elena Svalduz, tomo 3, La città stratificata, a cura di Veronica Balboni, collana editoriale Insights, Torino, AISU international, 2025; 50 anni di Premio Pietro Torta per il restauro, in una Venezia che cambia. Città, architetture, interventi, obiettivi Venezia, Ateneo Veneto, Ordine degli Ingegneri della Città Metropolitana di Venezia, Collegio degli Ingegneri di Venezia, 2024, pp. 191; Per un progetto di restauro e innovazione, in Manzelle Maura, Francesco Trovò, a cura di, Premio Pietro Torta per il restauro di Venezia. XXXVII edizione anno 2023, Venezia, Ateneo Veneto, Ordine degli Ingegneri della Città Metropolitana di Venezia, Collegio degli Ingegneri di Venezia, 2023, pp. 14-18; Ri-abitare. Temi per l’architettura contemporanea, in Maura Manzelle, Francesco Trovò, a cura di, “RI-abitare l’oggi. Intorno al progetto di riuso”, Quaderno del Centro studi RI-Lab “RI abitare_progettare il riuso”, Università Iuav di Venezia - n. 1, collana diretta da Maura Manzelle e Francesco Trovò, Padova, Il Poligrafo, 2022, pp. 13-24.

N.B. I grassetti nel testo sono nostri

R.R.


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04 GIUGNO 2026

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P. C. Palermo, Dare voce a un disagio diffuso, commento a: L. Marescotti, Tra teoria e prassi (Biblion, 2025)

S. Tagliagambe, La città come spazio delle differenze, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis 2025)

C. Olmo, Il corpo contro l'abuso della tecnologia, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)

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M. Talia, La Storia come orientamento, L'INU nei numeri doppi di "Urbanistica", a cura di Patrizia Gabellini (n. 165-166 del 2022), e a cura di Giulia Fini (n. 169-170 del 2025)

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