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Tre libri su Napoli e l'ondata turistica che ormai da anni la invade, con travolgenti effetti economici, sociali e politici provocati dal grand tour formato Airbnb: Le case dei sogni. Inchiesta sul turismo nel centro storico di Napoli di Barbara Russo (Monitor, 2025); L’impresa del bene. Terzo settore e turismo a Napoli di Luca Rossomando (Carocci, 2025); Le case degli altri. La turistificazione del centro di Napoli e le politiche pubbliche al tempo di Airbnb di Alessandra Esposito (Editpress, 2023). Tre opere che sono il risultato di rigorosi lavori d'inchiesta che, seppur condotti da angolazioni diverse, mettono in luce il costo sociale prodotto dal cosiddetto overtourism, pagato con la progressiva espulsione dai quartieri turistici della popolazione più povera per la conversione di abitazioni in residenze extralberghiere e per l'abnorme crescita dei valori immobiliari. Tutto ciò sullo sfondo di politiche pubbliche che enfatizzano i vantaggi economici dello sviluppo turistico di cui, in realtà, si avvantaggiano solo gli attori di una rinnovata economia della rendita, lasciando poche briciole a coloro che vi lavorano. A fare da collante ideologico, infine, il culto dell'identità napoletana, ora nobile ora plebea, secondo gli oggetti simbolici che la narrazione a uso turistico di volta in volta mette in mostra.
Seguendo percorsi diversi, Russo, Rossomando ed Esposito pongono questioni assolutamente non esclusive del contesto napoletano ma estendibili a ogni città, a partire dal radicale diritto all'abitare inteso come primario diritto di cittadinanza. Mettono in luce la polarizzazione sociale acuita dalle trasformazioni indotte dal turismo riguardo sia l'abitare che il lavoro. Richiamano l'attenzione al primato della dimensione pubblica – fatta di spazi e azioni – perché costitutiva della città che, invece, viene ridotta dalle strategie prevalenti a un insieme di asset, cioè di beni apprezzabili essenzialmente in termini economici. Evocano, infine, l'orizzonte del conflitto tra interessi e valori distinti in ordine a cosa si debba intendere per città.
Prima di entrare nel merito di tali questioni vale la pena raccontare sommariamente i tre lavori, a partire da Le case degli altri di Alessandra Esposito che già nel titolo coglie la peculiarità del turismo contemporaneo: infatti, mentre prima erano i monumenti artistici e naturali ad attrarre i viaggiatori, ora quel paesaggio storico-naturale si popola con le vite degli abitanti e viene offerto come esperienza da condividere, a partire dalle case. È il cosiddetto turismo esperienziale che nel centro storico di Napoli ha trovato un'ambiente fertile, perché ancora densamente abitato e animato, dove, quindi, «il turismo urbano ha così potuto affiancare al “culto del patrimonio” con annessi pellegrinaggi ai monumenti iconici, la cosiddetta dimensione ‘esperienziale’» (p.9). Il turista soggiorna in case sottratte agli abitanti, per lo più fittuari poveri, perciò facili da sfrattare, e da queste postazioni osserva le vite degli altri, gli indigeni, con l'impressione di parteciparvi. «La brandizzazione della ‘casa autentica’, una casa nella quale vivrebbe – e di fatto forse viveva fino a poco prima – un abitante, si è diffusa come garanzia di un’esperienza altrettanto autentica dei luoghi o quantomeno più economica» (p.10).
Si espande lo spazio turistico e, soprattutto, un numero crescente di abitazioni viene messo sul mercato mediante le piattaforme digitali, offrendo alla rendita immobiliare uno spazio assai difficile da contrastare: è il regno di airbnb. Il patrimonio residenziale viene così utilizzato «come strumento a partire dal quale riprodurre e accumulare ricchezza nella forma parassitaria ed estrattiva della rendita» (p.10). «Questo libro prova a raccontare nel dettaglio come si è arrivati a questo punto, quali sono le conseguenze e cosa si potrebbe fare per aiutare gli abitanti a restare, […] propone anche alcuni spunti di carattere generale riguardo le implicazioni politiche più ampie che la turistificazione del residenziale porta con sé» (p.12). In premessa all'analisi del caso napoletano, Alessandra Esposito rilegge il processo che, a partire dagli anni 70 del secolo scorso, ha portato all'affermazione del turismo urbano nelle grandi città occidentali, in esito e risposta alla dismissione dei loro apparati industriali. Nelle città storiche, in particolare, «con il combinarsi di gentrificazione e turistificazione in determinati quartieri, forme sempre più temporanee di ‘abitare’, se di abitare si può parlare, tendono a sottrarre spazio a forme di abitare di più lungo periodo» (p.25).
In Italia, questo processo si è sviluppato in un contesto segnato da una peculiare questione abitativa che le politiche pubbliche hanno affrontato con: un limitatissimo investimento in edilizia abitativa pubblica, la sostanziale deregolazione dell'edificazione privata, la promozione della proprietà della casa quale principale forma di soddisfacimento del fabbisogno abitativo. In estrema sintesi, queste scelte hanno premiato speculazione edilizia e rendita immobiliare e hanno portato il costo dell'abitazione a incidere perfino oltre il 40% dei redditi della popolazione economicamente più debole. A Napoli, dove tuttora prevale il fitto sulla proprietà quale forma di uso dell'abitazione, con un'ampia maggioranza della platea di fittuari composta da famiglie e singoli a basso reddito e in precarietà lavorativa, la turistificazione ha colpito direttamente la popolazione povera del centro storico, oltre a produrre un generalizzato aumento dei valori immobiliari nell'intera città. Ma, sull'analisi del caso napoletano torneremo dopo aver fatto cenno anche agli altri due libri.
Nel prologo al suo Le case dei sogni, dove richiama alla memoria le lotte per la casa a Napoli nel secondo Novecento, Barbara Russo rileva «come la povertà abitativa nei quartieri popolari napoletani sia l’esito di un’eredità che si è tramandata per generazioni, assumendo un carattere endemico.» (p.8). Anche nei decenni del cosiddetto boom economico «i quartieri del centro dove oggi è diffusa l’industria turistica, […] in misura ancora maggiore dopo la crisi industriale cominciata negli anni Settanta, hanno continuato a offrire ai propri abitanti lavoro povero e case in affitto» (p.8). Comunque si è trattato di un'eredità non accettata come un destino ma contrastata da numerosi episodi di lotta e anche da movimenti più duraturi, tanto radicati che «diverse forme di lotta, per ottenere un tetto e una casa dignitosa, per non essere sfrattati o farsi assegnare un alloggio pubblico, rientrano nel patrimonio di conoscenze che gli abitanti di questi quartieri hanno ereditato e tramandato» (p.9).
La memoria dei novecenteschi movimenti di lotta per la casa torna attuale al cospetto delle conseguenze sociali provocate dalla turistificazione del centro storico che alimenta una diffusa conflittualità fra abitanti su un fronte e proprietà immobiliare dall'altro. «Negli ultimi dieci anni, segnati dall’impatto sulla città del turismo di massa, un vero e proprio conflitto per lo spazio si è sviluppato all’interno dei quartieri popolari, un conflitto che diventa visibile se si tiene conto delle biografie di chi vive e lavora nei quartieri del turismo» (p.10). Conflittualità diffusa ma frammentaria, che non ancora si rappresenta nella forma di un movimento strutturato; per conoscerla, quindi, sono indispensabili le testimonianze raccolte sul campo, di cui il libro di Russo è ricco. Data novità e complessità di questo conflitto per lo spazio, «per analizzarlo non bisogna guardare solo alle narrazioni mediatiche della città, ma alle relazioni di prossimità, alle reti di amicizia e familiari, alle storie di vita, alle forme di lavoro nero e sommerso» (p.12).
Così, seguendo le tracce suggerite da una sequenza di storie di vita di abitanti, quelli storici e i nuovi come studenti e immigrati, ma anche dalle testimonianze di attori dell'economia turistica, Barbara Russo conduce la sua analisi, ponendo in luce i nessi fra le trasformazioni indotte dalla micidiale combinazione di sviluppo turistico e rendita immobiliare, e le conseguenze che comporta, innanzitutto il disagio degli abitanti e la precarietà lavorativa di questo settore. Malgrado ne sia evidente il costo sociale, la turistificazione s'impone nelle rappresentazioni istituzionali quale fattore di progresso dell'intera città: «L’ampia copertura mediatica di cui il turismo gode a Napoli si spiega quindi anche in ragione del fatto che questo tema interseca i problemi storici della città, nei confronti dei quali viene proposto come risolutore», propagandando la tesi secondo cui «l’industria turistica possa aprire a nuove possibilità di impiego, sviluppo, trasformazione» (pp. 107-108). In buona sostanza, secondo le classi dirigenti la monocultura turistica dovrebbe imporsi, scontando ogni effetto negativo, in quanto contrasterebbe un'atavica arretratezza per aprire finalmente la via alla modernità. Si rinnova il paradigma della dicotomia arretratezza-modernità, ricorrente nella storia cittadina, su cui vale la pena tornare più avanti.
Intorno a strategie e iniziative delle classi dirigenti cittadine, ragiona Luca Rossomando nel suo L’impresa del bene. Terzo settore e turismo a Napoli, dove analizza, in particolare, il ruolo svolto per la promozione turistica del centro storico napoletano dai grandi enti del terzo settore. Il ragionamento muove dall'impatto del turismo, apertamente sostenuto dai governi locali: «le giunte del sindaco Luigi de Magistris (2011-21) hanno accolto la crescita del turismo in maniera entusiasta ma sostanzialmente passiva […]. Negli anni di Gaetano Manfredi, eletto sindaco nell’ottobre del 2021 la “turistificazione” della città è stata assunta dai governanti come un punto di partenza in funzione del quale rimodulare ogni intervento e prospettiva di futuro» (p. 13).
La conversione turistica del centro storico viene documentata, in particolare, in tre quartieri esemplari – Sanità, Quartieri spagnoli e Forcella – mostrando quanto sia stata incisiva a questo fine l'azione del cosiddetto terzo settore ovvero il privato-sociale. Che s'intende per terzo settore? Si tratta di un variegato ventaglio di soggetti, dalle associazioni di volontariato alle fondazioni bancarie, contraddistinti dalla forma associativa e dalle finalità sociali e culturali. Fra essi emergono i grandi enti, soprattutto le fondazioni, che «si distinguono dagli altri attori associativi per tre caratteristiche fondamentali: l’ingente disponibilità di risorse; la capacità di intessere relazioni ai massimi livelli istituzionali e imprenditoriali; l’eccezionale rilievo assicurato alle loro azioni dal sistema mediatico» (p. 14). La crescita del terzo settore è stata contestuale alla crisi dello Stato sociale. Infatti «la pubblica amministrazione, fin dall’ultimo decennio del Novecento e ancor più dopo la crisi globale cominciata nel 2008, ha avviato drastiche politiche di contenimento della spesa […] orientandosi, per quanto riguarda l’erogazione dei servizi, sempre più spesso verso una gestione indiretta oppure mista, attraverso l’affidamento a privati» (p. 15). Di ciò se ne è avvantaggiato, quindi, il terzo settore e, di esso, soprattutto i grandi enti che, affiancando al tradizionale intervento socio-assistenziale anche azioni tipiche dei progetti di sviluppo locale, hanno promosso ampie coalizioni a sostegno delle proprie attività, supporto di un'inedita capacità egemonica.
Questo processo viene analizzato nei tre quartieri napoletani oggetto dell'inchiesta di Rossomando, dove si mostra «il modo in cui questi enti hanno incoraggiato e poi legittimato lo sviluppo dell’industria turistica nel centro storico napoletano e più in generale la loro centralità nel suscitare e poi sostenere le scelte politiche, le decisioni urbanistiche, le strategie comunicative che - fortemente intrecciate tra loro - stanno ridisegnando il volto della città» (p. 17). Dei grandi enti del terzo settore Rossomando mette in luce l'enfasi posta sulla logica d'impresa che informa programmi e azioni e si sposa con una visione salvifica dello sviluppo economico, quello turistico-immobiliare nel caso del centro storico napoletano. In forza di tale logica le contraddizioni dell'economia turistica entrano in un cono d'ombra, tanto convinta è la fiducia nello sviluppo, quali che ne siano i costi. Uno sviluppo che – commenta Rossomando – «nel contesto creato a Napoli dal dilagare del turismo di massa, sta producendo conseguenze opposte a quelle proclamate dai grandi enti nei loro discorsi programmatici: non la vivibilità dei quartieri, la partecipazione, il benessere delle comunità, ma la precarietà abitativa, lavorativa, esistenziale dei suoi abitanti più fragili» (p. 19).
Come già accennato in premessa, questi tre libri hanno la forma, più che dei saggi specialistici, delle inchieste sul campo, tanto sono ricchi, oltre che di dati statistici, atti ufficiali e riferimenti alla letteratura sull'argomento, delle testimonianze di abitanti e altri attori coinvolti e, più in generale, di conoscenze tratte dall'osservazione diretta dei fatti analizzati: osservazione partecipante, potrebbe dirsi, secondo i canoni della ricerca sociale. Opere di questo tipo costano una fatica rilevante ma offrono maggiori approfondimenti e risultati preziosi altrimenti non conseguibili, fra questi innanzitutto, quello di prestarsi alla discussione. Allora, dopo aver tentato di rendere in estrema sintesi il succo di queste tre inchieste, non si può che invitare alla loro lettura per seguirne con l'attenzione dovuta il loro articolatissimo svolgimento. In questa sede, invece, si può raccogliere l'invito alla discussione implicito ai tre lavori, limitandomi ad alcuni aspetti generali, innanzitutto il processo di turistificazione nel caso di Napoli.
Esposito, Russo e Rossomando inquadrano l'oggetto delle loro inchieste – la conversione turistica del centro storico napoletano – in una prospettiva di tempo lungo, ne sono prova: il quadro storico proposto da Esposito, le evocazioni delle novecentesche lotte per la casa di Russo, i flash back di Rossomando sulla storia dei tre quartieri analizzati. Uno sguardo di prospettiva suggerisce considerazioni di carattere generale sulla questione abitativa per inquadrare l'analisi del processo di turistificazione, la cui esplosione è fissata al 2015, quando notevoli correnti di turismo urbano investono Napoli, anche per effetto di una congiuntura internazionale per la quale altre mete turistiche risultavano impedite da rischi di terrorismo e altre situazioni di conflitto. In sostanza, si è trattato di un processo avviato dall'esterno che, però, ha incontrato una favorevolissima disponibilità locale, maturata un po' alla volta lungo i decenni precedenti nella ricerca di un nuovo assetto della città, sconvolto da due terremoti: prima, a partire dagli anni 70, quello della deindustrializzazione, poi il terremoto vero e proprio del 23 novembre '80.
Il primo terremoto ha sgretolato una complessa struttura sociale ed economica che, almeno fino a metà anni 70, faceva di Napoli il terzo centro industriale nazionale, rivitalizzato nella ricostruzione post-bellica e partecipe del boom italiano dei due decenni successivi. Napoli industriale non consisteva solo nelle grandi fabbriche periferiche e dell'hinterland, ma si estendeva anche a un vivace tessuto d'imprese, fra artigianato e piccola industria, i cui lembi occupavano parti rilevanti del centro storico, come del resto Rossomando racconta nei suoi flashback sulla Sanità e i Quartieri spagnoli. Era la Napoli del lavoro che non caratterizzava per intero il suo popolo, ma di certo ne impegnava parte rilevante e, soprattutto, si rappresentava come modello alternativo alla precarietà. Affidarsi alla pratica di un mestiere invece che alle lusinghe dell'occasione, come proponeva alla sua famiglia Gennaro Iovine, onesto tranviere e reduce dalla guerra, protagonista di Napoli milionaria, prima opera del nuovo teatro di Eduardo De Filippo del 1945. Un modello alternativo e un fondamento di speranza nel progresso, che ha inciso a lungo nella vita civile napoletana, pur senza risultare vincente.
Gli strumenti della ricerca sociale sono a volte troppo schematici per farci intendere il peso dei fattori morali e culturali che invece sono rilevanti nella storia di una città. In questo senso, la dismissione della Napoli produttiva – non limitata alla grande industria – ha scompaginato una speranza di progresso più di quando mostrino i dati delle statistiche sociali. La vicenda della dismissione inizia nei primi anni Settanta – è del '73 la prima grande crisi economica internazionale – e si chiude simbolicamente il 20 ottobre 1990, quando viene spenta l’”area a caldo” dell'Italsider di Bagnoli, nata, nel 1906, quale pilastro «per il risorgimento economico di Napoli», finalità sancita nel titolo della legge istitutiva (1904).
Il sisma del 23 novembre 1980 ha colto una città impegnata nella ricerca di alternative alla sua crisi, con l'avventura della giunta di sinistra, minoritaria ma egemone, i conflitti intorno alle fabbriche in chiusura, i movimenti dei disoccupati, le lotte per la casa nelle periferie. In conseguenza del terremoto: nel centro storico lo sgombero di abitanti, limitato rispetto alle attese della speculazione, e la drastica smobilitazione di un tessuto produttivo già precario; nelle periferie l'attuazione di un ambizioso piano di recupero urbano, con una straordinaria dotazione di case, attrezzature e verde pubblico; riguardo la città nel suo insieme, grazie alla considerevole spesa pubblica, una boccata d'ossigeno senza cambiamenti di struttura del suo equilibrio economico-sociale. Detto in estrema sintesi, il terremoto ha accelerato l'irreversibile crisi della Napoli novecentesca e, dopo la caduta della giunta di sinistra, le politiche del decennio successivo hanno dilapidato l'ultimo grande investimento pubblico nella città.
Quando, nel '93, con l'elezione a sindaco di Antonio Bassolino, leader della sinistra, inizia un nuovo ciclo politico, si prende atto della fine della prospettiva industriale e si prova a comporne una nuova e multiforme, insieme produttiva e terziaria, sul modello allora vincente nella competizione fra le grandi città (Barcellona ne era l'esempio più calzante). Inquadrata in un più ampio orizzonte metropolitano, si forma un'immagine di futuro possibile per Napoli: ben definita nel disegno urbanistico fondato sul binomio conservazione-trasformazione e ispirato a un inedito ambientalismo, compatibile con innovative funzioni civili e produttive; un'immagine, invece, sbiadita dall'azione politico-amministrativa per dare contenuto a un nuovo equilibrio economico-sociale, indispensabile essendo finito quello passato. Questa immagine di futuro si condensa, non solo simbolicamente, nelle scelte assunte sulla trasformazione dell'ex centro siderurgico di Bagnoli, vincolata a uno straordinario recupero ambientale e destinata a nuove funzioni urbane, anche produttive.
Passati tre decenni, rivista oggi, dell'immaginazione post-industriale nel caso di Napoli resta poco, forse solo il turismo, più invocato che seriamente programmato, del resto quando poi ha preso a crescere in misura significativa ciò è accaduto soprattutto per impulsi dall'esterno. Comunque, è in quel contesto che nasce l'attesa dell'occasione turistica, in seguito posta in prima linea delle politiche di governo nazionali e locali, come ben documenta, in particolare, Alessandra Esposito nel suo libro.
Varrebbe la pena riflettere sui caratteri delle città post-industriali, che presentano casi diversi, a misura di quanto e cosa concentrino in luogo delle attività manifatturiere, ma tutte evidenziano, seppure in forme diverse, un'accentuata polarizzazione sociale, particolarmente acuta se vista nel più ampio orizzonte metropolitano, oltre la cinta della città storica. Queste nuove società urbane si strutturano intorno a élite invisibili, folte classi medie, arricchite in testa ma impoverite alla base, e un'ancora più folto nuovo proletariato urbano impiegato nei servizi per prestazioni lavorative per lo più poco qualificate, con rapporti di lavoro precari e scarsamente retribuiti, poi ampie sacche di marginalità. Del nuovo proletariato urbano, Barbaro Russo presenta alcuni casi tipici, raccontati mediante storie di vita di persone colpite sul doppio fronte casa e lavoro, la prima bene raro e a caro prezzo, il secondo povero e sempre precario; a sua volta, Luca Rossomando ne racconta altri e mette in evidenza la cronica instabilità del lavoro nei servizi socio-educativi. Questa polarizzazione sociale è nuova in quanto prodotta dal verbo neo-liberista, imperante nell'era della globalizzazione anche laddove, come nel caso napoletano, si sovrappone a precedenti squilibri sociali. Insomma, non è un retaggio del passato destinato a sanarsi grazie alla modernizzazione, di cui, invece, costituisce conseguenza strutturale.
In questo contesto, un fenomeno tipico dell'economia post-industriale, il turismo urbano, interviene e accende la miccia di una questione fondamentale: quella delle abitazioni. Potrebbe dirsi che il solo paradossale merito dell'overtourism è quello di averci mostrato in tutta evidenza l'insorgere di una nuova questione abitativa. Pochi ne avevano viste le tracce in fenomeni pur vistosi degli ultimi decenni: le occupazioni abusive di edilizia pubblica (nelle periferie napoletane, a metà anni 80), le enclave di migranti (a Napoli, fra le parti più povere del centro e la periferia storica), anche le occupazioni comunitarie di squatter, e la difficile ricerca di casa per parte dei ceti medi. Tracce che richiamano l'attenzione sull'attentato a un primario diritto di cittadinanza, quello ad abitare.
In questo senso, sono importanti le soluzioni che vengono elaborate in risposta ai fabbisogni abitativi generati dall'overtourism, di cui Alessandra Esposito indica una rassegna. Fra esse sono significative quelle che muovono dal principio che la funzione abitativa è costitutiva del bene casa, non può essere sottratta dalla rendita alla domanda sociale e, comunque, va soggetta alla regolazione politica. In poche parole, il bene casa non è convertibile in un asset finanziario, senza regole e alla stregua di qualsiasi altro bene.
In definitiva, si può convenire che gli effetti sociali dell'overtourism s'inquadrano nel contesto di una crisi urbana di lungo periodo, che da tempo reclama risposte politiche all'altezza. Infatti, da un tempo remoto la questione urbana non è prevista nell'agenda nazionale, così come quella abitativa, mentre i governi locali, indeboliti dalle restrizioni di risorse a essi imposte, inseguono la crescita di capacità attrattiva della città, affidata alla pratica di un doppio binario: il laissez faire concesso agli attori dell'economia turistico-immobiliare e al terzo settore la delega degli interventi di coesione sociale, spesso associati anche ad azioni strategiche di sviluppo locale. Resta in capo all'amministrazione pubblica la responsabilità del mero funzionamento dei servizi essenziali e, occasionalmente, la funzione di agency verso l'esterno (per esempio quella per l'America's Cup).
Nella “monocultura turistica”, volano di una nuova modernizzazione, convergono gli attori pubblici e privati della classe dirigente cittadina, come afferma Rossomando che spiega: «se è vero che il privato è colui che spesso indica la strada - esercitando una vera e propria egemonia -, mentre il pubblico si adopera per spianargliela, ciò accade perché entrambe le parti, senza eccezioni, condividono gli stessi obiettivi, la stessa visione del mondo, lo stesso modello di città neoliberale» (p.88). È possibile che la classe dirigente, quella politica almeno, non avverta la precarietà della monocultura turistica, esposta a imprevedibili congiunture internazionali? Che ne sottovaluti i perversi effetti sociali, non fronteggiabili mediante interventi tipici di un approccio compassionevole? È possibile che l'auspicata modernizzazione avvenga senza il motore del conflitto, senza mutamenti in strutture e gerarchie sociali?
Oggi la vita democratica è sterilizzata, come attesta la bassissima partecipazione al voto, perciò per reclamare risposte a tali quesiti occorre che si apra una stagione di dibattito pubblico sulle strategie per la città. In questo senso, «per cambiare il contesto socio-economico che tiene ai margini ampie fasce di popolazione, l’intervento sociale in sé non può bastare. È necessario – sostiene Rossomando – “fare politica”» (p.135).
Francesco Ceci
N.d.C. Francesco Ceci, sociologo urbano, ha lavorato nella struttura del programma straordinario di edilizia residenziale a Napoli dal 1981 al 1995, poi, fino al 2018, è stato responsabile comunicazione e documentazione del Servizio pianificazione urbanistica del Comune di Napoli. Dal 2010 al 2016 ha insegnato Sociologia urbana nel corso di laurea in Urbanistica, paesaggio, territorio e ambiente dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Ha collaborato a progetti di ricerca dipartimentali, con Svimez e altri istituti.
Ha pubblicato saggi e articoli su riviste e in libri collettivi, il più recente, Napoli. Il piano delle periferie e la ricostruzione, con Roberto Giannì, in Il terremoto del 23 novembre 1980. Luoghi e memorie, a cura di G. Gribaudi, F. Mastroberti e F. Senatore (Editoriale scientifica, 2021).
I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
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