Paolo Grassi  
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LE RETI COME STRUMENTO DI SUSSIDIARIETÀ


Commento al libro di Alice Ranzini



Paolo Grassi


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Questo commento al libro di Alice Ranzini – Reti per una città che cura. Dispositivi per politiche urbane inclusive (FrancoAngeli, 2025) – prende necessariamente le mosse da un preambolo autobiografico. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti per un testo che interroga il valore del coinvolgimento personale all’interno delle politiche urbane. Conosco Alice da quasi dieci anni, da quando mossi i primi passi come ricercatore nel quartiere di edilizia residenziale pubblica di San Siro. Lei aveva iniziato da poco il dottorato in Pianificazione Territoriale e Politiche Pubbliche per il Territorio dell’Università IUAV di Venezia, ma lavorava a San Siro già da alcuni anni. Io avevo terminato il mio dottorato in antropologia culturale presso l’Università di Verona e il quartiere rappresentava per me un rientro nel mondo accademico dopo uno stop forzato durato più di tre anni. Presto imparai a conoscere l’urbanistica di Alice e di tutto il gruppo di ricerca-azione Mapping San Siro, fatta di analisi delle politiche e di un lavoro vicino al territorio che accostava e metteva in comunicazione le nostre posture disciplinari. Con il passare degli anni e con il mio ingresso ufficiale a Mapping San Siro diventammo amici e colleghi, osservando con la giusta distanza i rispettivi percorsi investigativi, ma collaborando attivamente a diverse azioni progettuali. Alice per me è sempre stata la coscienza critica di Mapping San Siro, in grado di non banalizzare mai nessun passaggio, esortando a problematizzare ogni dettaglio con cui eravamo chiamati a confrontarci.

Sapevo che Alice era attiva anche su un altro territorio, il quartiere Giambellino-Lorenteggio, che io avevo potuto osservare solo da lontano. Sapevo, anzi, che lì aveva instaurato relazioni profonde e sviluppato un’esperienza di impegno civile. Detto ciò, non avevo mai letto nulla scritto da lei su quel percorso, nonostante ci fosse capitato di parlarne, condividendone punti di forza e inciampi, esiti positivi e contraddizioni. San Siro e il Giambellino-Lorenteggio sembrano due contesti per certi aspetti simili, eppure attraversati da dinamiche molto diverse tra loro. In particolare, se a San Siro alcune grandi trasformazioni urbane – tra cui l’ipotesi di abbattimento e ricostruzione della stadio Meazza e la riqualificazione degli ex ippodromi – esercitano minacciose una pressione sempre più elevata sul comparto di edilizia residenziale pubblica, a Giambellino-Lorenteggio altri mega-progetti – come una nuova linea della metropolitana, la riqualificazione dell’ex scalo ferroviario di San Cristoforo e il Programma di Sviluppo Urbano Sostenibile Lorenteggio dal valore di 100 milioni di euro – hanno già squassato completamente il quartiere, rivoluzionandone gli assetti e le traiettorie future.

Alice ha fatto di tutto ciò l’oggetto della sua ricerca dottorale, strutturando una comparazione tra i due quartieri, letti attraverso la lente delle reti territoriali. Fresca di vittoria del prestigioso Premio Giovanni Ferraro 2021 (XVII edizione) per la migliore tesi di dottorato in Architettura e Urbanistica, ha ripreso in mano quel lavoro e deciso di scrivere una monografia concentrandosi solamente sul secondo polo della comparazione, il Giambellino-Lorenteggio, tornando quindi al punto da cui forse era partita la sua esplorazione, politica e lavorativa.

 

Cos’è

Collocandosi appieno nella tradizione disciplinare dell’urbanistica, Reti per un città che cura è un libro con un doppio obiettivo, analitico e progettuale. Dal punto di vista analitico, esamina – a partire dal caso studio del quartiere Giambellino-Lorenteggio – la natura e il ruolo delle reti di prossimità nei contesti urbani marginalizzati, interrogando al loro interno il valore del coinvolgimento personale. Dal punto di vista progettuale, riflette invece sulle condizioni in cui quelle stesse reti possano costituirsi come dispositivi di accompagnamento dell’azione pubblica. La tesi di fondo è una: i network territoriali sono strutturati e determinati da una componente relazionale. In altre parole, le reti sono fatte di persone, con le proprie motivazioni, aspirazioni, traiettorie, tra identità e “mandati di rappresentanza” (p. 18). Se riconosciute in questo modo, le reti possono diventare agenti di rinnovamento degli interventi territoriali.

Dopo una breve premessa e un’introduzione, il libro si divide in tre parti, seguite da una conclusione. La prima, composta da tre capitoli, sviscera il concetto di rete, intersecando studi sociologici, antropologici e organizzativi. La seconda, composta da quattro capitoli, guarda agli impatti della conformazione reticolare delle politiche pubbliche a Milano e nel quartiere Giambellino-Lorenteggio. La terza, composta da due capitoli, si sofferma sugli insegnamenti desumibili dal caso studio e su alcuni spunti per possibili politiche a venire.

L’autrice sorvola sulle questioni metodologiche, nonostante la ricerca sia basata su una profonda conoscenza del territorio. Utilizza interviste a residenti e operatori, ricostruisce attraverso raffinate e complesse elaborazioni grafiche mappe di attori e delle loro relazioni, inserisce fotografie di edifici, spazi pubblici e momenti assembleari. Il tutto è confezionato nell’elegante edizione della collana del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, per un totale di 190 pagine circa su carta patinata.

 

Com’è

Reti per una città che cura non è immediato, almeno per un pubblico di non addetti ai lavori. D’altronde, non parliamo certo di un libro divulgativo. L’autrice utilizza un linguaggio ricco e specialistico, costruisce periodi lunghi che solo a tratti mollano la presa interpretativa. Superato però questa apparente barriera, si apre una distesa di considerazioni che vale la pena attraversare.

Si apprende così quanto il concetto di rete – applicabile a tutte quelle forme di aggregazione contrattuali basate su scelte individuali – abbia oggi pervaso ambiguamente la nostra società, sia in chiave descrittiva che normativa. La rete spiega come attualmente ci relazioniamo, ma impone anche una visione programmatica della società, la quale, una volta tradotta in dispositivo di policy, rischia di promuovere l’ideale neoliberista, caricando il soggetto “della responsabilità di costruirsi da sé la propria identità sociale e il soddisfacimento dei propri bisogni, affermando come diritto, ma anche come dovere, quello dell’autonomia” (p. 31).

Lungo la storia del welfare state che sancisce la perdita del monopolio dei servizi da parte dello Stato, la rete diviene strumento di policy saldandosi sul principio di sussidiarietà. Permette alle istituzioni di integrare le politiche, attivando i soggetti e territorializzando gli interventi, soprattutto a livello di quartiere. Gli effetti negativi di tale logica sono noti: le politiche sociali si frammentano, sia verticalmente, con azioni “a cascata” da istituzione a istituzione, sia orizzontalmente, attraverso la logica dei progetti.

Ranzini cerca al contrario di recuperare una concezione di rete alternativa, o primigenia, verrebbe da dire. La rete è intesa quindi come frutto di processi culturali e cognitivi, insieme aperti e porosi, organismo complesso in grado di apprendere ed evolvere, caratterizzato da una struttura orizzontale e autorganizzata. Un sistema in tensione tra stabilità e innovazione, autonomia e collaborazione, apertura e appartenenza, individualità e collettività. Tale concezione è ravvisabile in alcune esperienze “dal basso” che presentano processi di autorganizzazione e attivazione comunitaria. Le reti in questo caso si riarticolano per l’autrice intorno a un legame di “cura”, inteso, secondo una prospettiva femminista, non come atteggiamento caritatevole o assistenziale, ma come campo di resistenza e sopravvivenza.

Costruito il quadro teorico, si scende di scala sulla città di Milano prima e sul quartiere Giambellino-Lorenteggio poi. Ranzini mostra, ripercorrendo la storia di alcune politiche urbane degli ultimi vent’anni, come il capoluogo lombardo costituisca un contesto emblematico in cui osservare un governo urbano diffuso e reticolare, appunto, caratterizzatosi, anche grazie all’azione di alcune fondazioni, per la presenza di un terzo settore sempre più professionalizzato. Tale processo viene rafforzato con l’amministrazione Sala e una nuova enfasi posta sull’intervento nelle periferie, il quale giustifica una maggior strutturazione dei soggetti del terzo settore a discapito, tuttavia, della regia pubblica: “Il repertorio potenziale di interpretazioni del territorio e soluzioni rappresentato dalle reti che si mobilitano dà esito a una ‘selezione bottom-up’ di questioni da trattare, necessariamente limitata alle disponibilità, alle competenze e alle possibilità degli attori presenti” (p. 63).

Giambellino-Lorenteggio è la tappa finale del percorso su cui atterrano le precedenti riflessioni. Qui è possibile osservare la microfisica del potere insita a tale governance urbana reticolare. Nel pieno di una trasformazione epocale, Giambellino-Lorenteggio possiede una fittissima rete di realtà sociali e culturali (ben cinquantotto, solamente all’interno del quartiere). Ranzini ne ricostruisce le relazioni, soffermandosi sul ruolo peculiare dell’associazione Laboratorio di Quartiere, un soggetto ibrido a cui affluiscono numerosi attori locali, nodo della rete territoriale, ma anche uno spazio che offre servizi e attività culturali. La specificità dell’associazione Laboratorio di Quartiere sta nella sua gestione plurale e adattiva, capace di negoziare leadership provvisorie in base agli interessi in gioco. Il Laboratorio di Quartiere ha saputo assumere in questo senso un’importante funzione simbolica di rappresentanza della rete nel suo insieme.

Giambellino-Lorenteggio si caratterizza quindi per la presenza di organizzazioni radicate, animate da soggetti “implicati” che spesso sovrappongono i propri percorsi professionali, di volontariato e attivismo. Attraverso, di nuovo, una prospettiva storica, l’autrice ne ricostruisce l’evoluzione, rivelandone conflitti e gerarchie. In questo modo, pur riconoscendone l’eccezionalità, il testo non scade mai in facili idealizzazioni o romanticismi.

La rete si compatta nel 2012 di fronte all’ipotesi di abbattimento del quartiere. Tale evento critico spinge gli attori locali a mobilitarsi e resistere. Le istituzioni rispondono, aprendo una negoziazione che porterà alla co-progettazione di un piano di intervento integrato e a un accordo di programma (firmato nel 2016). A questo punto, qualcosa si rompe. La rete territoriale viene di fatto estromessa dal processo. I lavori di riqualificazione partono tradendo le aspettative iniziali. La rete si spacca, ricomponendosi successivamente con nuovi equilibri grazie a un bando comunale e un programma di Fondazione Cariplo.

L’esperienza del Giambellino-Lorenteggio mostra quindi come le reti non siano spazi lisci, ma forme organizzative situate e contestuali, frutto di tensioni e collaborazioni altalenanti tra istituzioni e attori locali, sia a livello formale che informale: “attraverso le partnership formali gli attori si aggregano intorno alcuni oggetti di trattamento condiviso sviluppando relazioni preferenziali di collaborazione [...]. Al contempo, le relazioni di comunicazione e scambio informale innervano il territorio di una infrastruttura diffusa [...]” (p. 101), scrive l’autrice. La rete emerge come una forma organizzativa che basa il proprio funzionamento su processi di apprendimento e costruzione di significati comuni.

Il settimo capitolo si concentra sul valore del coinvolgimento personale come risorsa per l’azione collettiva. Per gli operatori la rete è un’infrastruttura di scambi quotidiani in risposta ai bisogni del territorio, è spazio abilitante, in grado di dar senso alla propria azione a prescindere delle organizzazioni di afferenza. La rete è quindi un ecosistema di soggetti che intrecciano i propri percorsi. L’interlocuzione con svariati operatori e la profonda ricostruzione del profilo di tre di essi permette a Ranzini, da un lato, di analizzare le motivazioni alla base del loro impegno e, dall’altro, di proporre una tipologia dei soggetti attivi nella rete: l’operatore puro, l’esperto attivista, l’operatore attivista e l’abitante operatore. Al di là dei singoli posizionamenti, il network del Giambellino-Lorenteggio evidenzia, attraverso le traiettorie dei suoi membri, la propria dimensione culturale, in cui le relazioni attivano processi riflessivi taciti ed espliciti, individuali e collettivi.

 

Perché leggerlo: alcune linee guida

L’ultima sezione del libro compie nuovamente un balzo di scala, quasi a ritroso, dal quartiere alla città, dal territorio alla dimensione delle politiche. Ranzini rivaluta il concetto di rete a partire dal proprio caso studio, opponendosi quindi a una banalizzazione di stampo neoliberista. La rete per l’autrice istituisce virtualmente un dispositivo di cura, ossia di supporto e riconoscimento dei territori, specie se fragili o marginalizzati.

L’esperienza del Giambellino-Lorenteggio può essere replicata in altri contesti? A conclusione del testo, tale questione resta in parte irrisolta, o irrisolvibile. L’autrice, tuttavia, dedica ben due capitoli a formulare un’ipotesi operativa, a definire delle linee guida per istruire azioni future. Innanzitutto, è necessario supportare e riconoscere sei caratteristiche specifiche “per definire una rete di quartiere come rete di cura” (p. 156): la stabilità nel tempo e la trasversalità delle competenze e dell’identità degli attori locali; un sapere professionale radicato; l’interpretazione dell’ingaggio territoriale come processo di apprendimento collettivo; la produzione di azione territoriale integrata e di quadri di visione di lungo periodo; la promozione di un ruolo di rappresentanza associato alla condizione di prossimità degli attori; una concezione delle relazioni come spazio di capacitazione per le soggettività marginalizzate.

Queste caratteristiche definiscono per Ranzini una direzione di rinnovamento delle politiche, ossia un eventuale percorso per ricomporre l’azione pubblica a livello di quartiere, creare spazi di formazione e innovazione delle competenze di intervento sociale, riconoscere i soggetti marginalizzati e far sì, infine, che le organizzazioni del terzo settore possano riappropriarsi di un mandato rappresentativo. Ma in questa parabola potenzialmente virtuosa non mancano le contraddizioni. L’esperienza della rete del Giambellino-Lorenteggio sembra attestare, da un lato, una sperimentazione raffinata, favorita da alcune circostanze eccezionali; dall’altro, un percorso in cui le istituzioni hanno in parte utilizzato la rete in maniera strumentale e opportunistica. Questa ambivalenza mette in luce i contrasti tra pratiche di innovazione e dinamiche istituzionali, interrogando la responsabilità di un atteggiamento selettivo verso i quartieri esclusi dai processi di sviluppo urbano, o loro vittime sacrificali.

 

Post-scriptum: tornare a San Siro

Chiuso il libro di Alice, ripenso a San Siro. Il 29 dicembre 2025 l’ennesima operazione interforze realizza 744 controlli in quartiere, sgombera 9 case, controlla 120 veicoli. I comunicati stampa decantano l’operato della Prefettura. In parallelo, una solida rete di soggetti del terzo settore continua il proprio lavoro all’ombra del discorso pubblico. Il riconoscimento di tale esperienza sembra di là da venire, schiacciato da un atteggiamento securitario che, almeno a livello governativo, domina oggi il clima politico. La stessa contrapposizione emerge in altri quartieri di Milano, incluso Giambellino-Lorenteggio, o Baggio, oggetto di simili interventi da parte delle forze dell’ordine (il 20 novembre 2025 nel primo e il 16 dicembre 2025 nel secondo) e di ondate di panico morale alimentate da narrazioni mediatiche. Il dialogo tra quartieri e città è ancora tutto da ricostruire. O meglio, la valorizzazione dell’esperienza locale passa necessariamente attraverso un’intesa tra istituzioni per nulla scontata, anzi in alcuni casi strutturalmente impedita.

Paolo Grassi

 

 

N.d.C. - Paolo Grassi, antropologo urbano, è ricercatore a tempo determinato (Rtd-B) presso il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “Riccardo Massa” dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. Presso lo stesso Dipartimento co-coordina il Corso di Perfezionamento in Antropologia Urbana. È inoltre responsabile, insieme a Francesca Cognetti (Politecnico di Milano), del laboratorio interateneo CURA Lab – Collective Urban Research & Action.

Ha condotto ricerche in Repubblica Dominicana, Guatemala e Italia nell’ambito dell’antropologia urbana, focalizzandosi sulla relazione tra spazio urbano e violenza, su gang e gruppi di strada, su processi di rigenerazione urbana e marginalizzazione socio-economica.

Il suo ultimo libro, scritto con Giacomo Pozzi e Valeria Verdolini, si intitola Milano fantasma. Etnografie di una città e delle sue infestazioni (ombre corte, 2025).

Sui libri di Grassi, v. in questa rubrica: Carlo Cellamare, Relazionalità per capire le periferie (7 giugno 2024).

 

I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

17 GIUGNO 2026

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