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MOLTI LUOGHI DENTRO DI NOI
Commento al libro di Anna Marson e Antonella Tarpino
Maria Rita Gisotti
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“Per avere qualche speranza di essere noi stessi, dobbiamo avere molti luoghi dentro di noi. Questo pensiero di Jean-Bertrand Pontalis ci insegna due cose: una è che la nostra storia e la nostra psiche sono anche una geografia; siamo inseparabili dai nostri luoghi, per amore o per rancore. L’altra è che il nostro luogo non è mai uno solo. Ci vogliono, appunto, molti luoghi”. Questo passo dello psicoanalista Vittorio Lingiardi, tratto dal suo saggio Mindscapes. Psiche nel paesaggio, mi sembra particolarmente adatto per aprire una riflessione sul testo di Anna Marson e Antonella Tarpino, Sguardi sul paesaggio. Tra memoria e azione (manifestolibri, 2025) in quanto evoca uno degli aspetti più originali che caratterizzano questo piccolo e denso volume: l’intreccio tra autobiografia e riflessione teorica sul paesaggio. La prima impressione, infatti, che ho ricavato dalla lettura del libro è che si trattasse di un testo molto pregnante sul piano del rapporto tra vissuto personale, spessore dei luoghi (d’origine e, per così dire, d’approdo), approccio scientifico e culturale al tema del paesaggio. Questa dimensione emerge fin da subito, dalla prima sezione che apre il volume, in forma di prologo: i testi introduttivi, infatti, non sono semplici premesse ma vere e proprie chiavi euristiche in cui il paesaggio d’origine diventa il punto di vista da cui si impara a guardare – e dunque a pensare – il paesaggio in generale.
Nel suo prologo Antonella Tarpino tratteggia l’infanzia trascorsa a Ivrea, immersa nell’utopia urbanistica olivettiana: le fabbriche, gli edifici bianchi di Figini e Pollini, il profilo dei rilievi e la linea retta della Dora (ma anche alcuni oggetti e arredi interni alla casa, ispirati alla medesima essenzialità) evocano un disegno unificante, la percezione dell’esistenza di principi morfologici non esplicitati eppure chiaramente leggibili nel paesaggio, tali da conferirgli una solida coerenza interna e un linguaggio comune. Nel giro di alcuni anni, quel paesaggio si è progressivamente sgretolato, lasciando dei “vuoti” (una parola chiave che ricorre più volte nel testo): sia industrie dismesse, nelle pianure urbanizzate, sia “rovine” nelle terre alte spopolate. Direi che è precisamente da questa esperienza, dalla presa di coscienza dello scarto tra promessa di futuro e abbandono, che nasce lo sguardo sui paesaggi fragili, quei territori marginali, montani, dimenticati dallo sviluppo, che costituiscono il principale oggetto della ricerca di Tarpino.
Dal canto suo, Anna Marson parte dal Veneto della sua giovinezza prima che diventasse Nordest, sospeso tra paesaggio ancora segnato dalla civiltà rurale e lagunare, e territorio in rapida metamorfosi verso la diffusione insediativa e industriale, con i relativi drammatici impatti ambientali. Anche in questo caso l’esperienza biografica nutre quella che di lì a poco diverrà l’interrogazione disciplinare: cosa significa pianificare un territorio che cambia più rapidamente degli strumenti pensati per governarlo, e come individuare traiettorie alternative alla “mattanza di paesaggi” che quel modello di sviluppo economico comportava? Da qui la scelta dell’urbanistica, prima nei percorsi formativi, professionali e di ricerca, infine nell’esercizio della pratica anche politica come assessore regionale con deleghe alla pianificazione del territorio e del paesaggio in Toscana, tra 2010 e 2015 (ruolo al quale si devono avanzamenti normativi fondamentali come la legge regionale di governo del territorio 65/2014 e il piano paesaggistico regionale approvato nel 2015, tra i pochi in Italia dopo l’approvazione del D.Lgs 42/2004).
In entrambi i casi, dunque, il paesaggio vissuto non è un dato sentimentale da cui prendere le distanze in nome dell’oggettività scientifica, ma piuttosto il terreno originario su cui si forma la sensibilità analitica e progettuale. Le autrici sembrano suggerire che ogni sguardo sul paesaggio è inevitabilmente situato e che riconoscere questo carattere, valorizzarlo, costituisce una condizione di arricchimento per la prospettiva scientifica e, insieme, di maggiore profondità interpretativa. Questo mi sembra essere un primo elemento di originalità e di particolare interesse del libro, che gli conferisce inoltre una qualità narrativa spiccata.
Proseguendo nella lettura, il testo si articola in quattro parti tematiche – sempre sviluppate in forma di dialogo tra le voci dell’urbanista e della storica – dedicate rispettivamente a definire l’oggetto della riflessione (il paesaggio fragile, assunto come terreno comune per il confronto interdisciplinare), a individuare strumenti teorici per invertire la rotta della sua dissoluzione (Ecomemoria e Riterritorializzazione), a problematizzarne le capacità di presa sul reale (evidenziando la dimensione del conflitto che è insita nel paesaggio), infine a tracciare delle direzioni di possibile evoluzione progettuale, con riferimento a pratiche esemplari.
Entro questa architettura, mi pare si possano enucleare dei fili rossi che guidano il lettore, anche quando non fosse un addetto ai lavori, dal momento che il libro fa parte di una collana (Dialoghi di manifestolibri) che mira a veicolare i risultati della ricerca scientifica al di fuori dei contesti accademici e strettamente disciplinari.
Il primo di questi fili è il riconoscimento della condizione di fragilità come opportunità progettuale. Le autrici partono dal declinare la loro personale interpretazione dei paesaggi fragili: i territori delle aree interne e marginali, minacciati dai cambiamenti climatici oltre che dal declino demografico, ma anche quelli apparentemente prosperi di alcune aree della Toscana (il Chianti, la costa), soggetti piuttosto a processi estrattivi dei loro valori, basati sulla scissione della loro immagine (e dei profitti che essa genera) dalla realtà e dagli equilibri territoriali. Quello che mi sembra accomunare tutti questi casi è la rottura della relazione tra le società locali e il proprio paesaggio – una relazione di ruolo fondativo dello statuto stesso di paesaggio – che avviene sia per processi di spopolamento come nelle terre alte, che per dinamiche di gentrificazione territoriale in luoghi ben più appetibili. L’Ecomemoria e le forme della restanza (il richiamo è qui agli studi antropologici di Teti e Clemente), l’attivazione di nuovi processi di territorializzazione (Magnaghi) attraverso il recupero dinamico dei patrimoni territoriali, sono temi chiave ben noti nell’approccio territorialista che accomuna le due autrici; ma ciò che in questo testo mi sembra costituire un elemento di innovazione e di originalità è la loro relazione con il concetto di limite. Limite inteso non solo come confine ma anche come limen, soglia (come scrive Luisa Bonesio), che può schiudere l’accesso a un progetto di territorio (e di società, di sviluppo) alternativo. Perché questa prospettiva incominci a prendere forma, occorrono politiche e progetti ma anche operare su un piano assai più immateriale, quello della costruzione di una nuova narrazione dei paesaggi fragili (“cambiare leggenda”, come invocato da Gilles Clement nel Jardin en mouvement), finanche di una loro risemantizzazione: ripensare (e riparare) il paesaggio partendo dalle parole, dall’elaborazione di nuovi immaginari. Nascono da questa visione alcune esperienze virtuose come il recupero della borgata alpina di Paraloup, dei paesaggi dell’alta Val Bormida e dell’Alta Langa, come pure innovative e inattese esperienze di attivazione territoriale produttrici di nuovo paesaggio nell’area metropolitana fiorentina (le mense scolastiche di Bagno a Ripoli, la filiera dei grani antichi nella piana pratese). Sul piano della strumentazione di settore, i progetti locali o strategici di paesaggio possono rappresentare volani importanti in quest’ambito: lo testimoniano esperienze nate in seno al piano paesaggistico della Puglia (il parco dei Paduli) e alcune più recenti evoluzioni collegate al piano paesaggistico toscano, dove sono otto, a oggi, i progetti di paesaggio regionale approvati e dove è attualmente in corso una sperimentazione, sul territorio delle Valli di Pesa e Virginio, che potrà portare innovazioni sul piano metodologico nella concezione di questi strumenti.
Il secondo filo rosso che vedo nel testo di Marson e Tarpino è la centralità e la riattualizzazione di quelle che, per dirla con Sereni, potremmo chiamare le “genti vive”: il ruolo proattivo della componente antropica, inquadrata tuttavia non nella sua declinazione individuale bensì come dimensione collettiva. Entro questo approccio al tema del paesaggio può trovare spazio una rilettura sostanziale e radicale di alcuni termini al cuore del dibattito scientifico, sovente inflazionati e inquadrati in un’ottica riduzionista: la resilienza si declina così in un’ottica “di comunità”, come scrive Marson, e la transizione ecologica si rinsalda fortemente con quella che Tarpino chiama una “rigenerazione umanista del territorio”. È dunque la soggettività collettiva a fungere da snodo teorico che consente di cogliere il senso più pregnante del paesaggio, inteso come sintesi di qualità morfologico-strutturali, funzionali ed ecologiche del territorio, ove è possibile recuperare “un senso non soltanto estetico ma sociale, economico, etico dello stare nei luoghi” (Marson). Sebbene mai esplicitamente menzionata, pare qui riconoscibile l’eco della conversione ecologica teorizzata da Alexander Langer: non un mero adattamento incrementale, ma una trasformazione capace di rifondare il rapporto coevolutivo tra comunità insediate e territori, generando nuovo progetto di paesaggio.
Si tratta di prospettive ricche di suggestione e al tempo stesso irte di difficoltà. Il primo campo problematico lo aprono le autrici stesse ed è il passaggio dalle pratiche virtuose alle politiche, specie in una fase in cui il paesaggio pare essere un tema ormai da tempo uscito dall’agenda del Ministero competente. Del resto, ciò non stupisce in una congiuntura come quella attuale in cui l’azione pubblica ha da tempo pervasivamente adottato il modus operandi del privato in nome dell’adesione al modello neoliberista. Il secondo punto su cui aprirei una riflessione è poi il ruolo delle “comunità” costruttrici di paesaggio, la cui coesione d’intenti non possiamo, a mio parere, dare per assodata: non solo negli ambiti demograficamente più densi (dove a questa densità corrisponde una maggiore eterogeneità di traiettorie esistenziali, condizioni, visioni, aspirazioni) ma anche in alcuni dei contesti evocati nel libro come paesaggi fragili. Non è questa la sede per articolare un’ulteriore riflessione su questo punto di carattere sociologico e antropologico; per questo mi limito a rimandare ad alcune “visioni” di paesaggio veicolate dal cinema – Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti (2005) e il folgorante As bestas di Rodrigo Sorogoyen (2022) ambientato nel contesto di una trasformazione territoriale dettata dalla transizione energetica – che hanno avuto il merito di svelare poeticamente la complessità, le contraddizioni e le conflittualità interne ai paesaggi fragili e alle loro comunità.
Credo che le costruzioni di nuovi immaginari paesaggistici possano utilmente alimentarsi di queste e altre visioni per tenere conto dei, talvolta inattesi ma reali, caleidoscopi di soggettività che schiudono.
Maria Rita Gisotti
N.d.C. Maria Rita Gisotti (detta Marinella) è professoressa associata di Tecnica e Pianificazione Urbanistica presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze. Dal 2016 al 2022 ha insegnato continuativamente anche presso l’Ecole Euro-Méditerranéenne d’Architecture, Design et Urbanisme di Fès, in Marocco. È responsabile scientifica del Laboratorio di ricerca multidisciplinare “Dar Med. Projects for Transition”. Fa parte della Società dei Territorialisti/e ed è vicedirettrice della rivista Scienze del Territorio. I principali campi di ricerca praticati sono la pianificazione e il progetto del paesaggio come opportunità per un approccio integrato alla gestione delle trasformazioni, la relazione tra urbano e rurale in un'ottica patrimoniale e bioregionale, il governo dei processi di transizione ecologica alla scala territoriale e urbana, con un focus particolare sugli spazi aperti.
Tra i suoi scritti: L'invenzione del paesaggio toscano: immagine culturale e realtà fisica (Polistampa, 2008); Paesaggi periurbani. Lettura, descrizione, progetto (Firenze University Press, 2012); a cura di, Progettare parchi agricoli nei territori intermedi: cinque scenari per la piana fiorentina (Firenze University Press, 2015); a cura di, con M. Rossi, Territori e comunità. Le sfide dell’autogoverno comunitario. Atti dei Laboratori del VI Convegno della Società dei Territorialisti, Castel del Monte (BA), 15-17 novembre 2018, SdT Edizioni; con M. Carta, Six projets pour l’urbanisme euroméditerranéen (Firenze University Press, 2022); a cura di, con F. Lucchesi e E. Morelli, The shape of water. Reflections, Research, and Strategies for the Pesa River Agreement, vol. Special Issue Contesti. Città Territori Progetti (FUP, 2025).
I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 02 LUGLIO 2026 |
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