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LA STORIA COME POLITICA
Commento al libro di R. Masiero, S. Tagliagambe e P. Zanenga
Marco Assennato
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Metadomini. Territorio, ambiente, paesaggio (Libria, 2025) è un gustoso pamphlet a tre voci, attraversato da un esplicito intento «didascalico, assertivo, politico». Roberto Masiero, storico dell’architettura di lunga navigazione, Silvano Tagliagambe, epistemologo esperto di pensiero della complessità, cibernetica e sistemi olistici, e Paolo Zanenga, ingegnere impegnato sul campo dell’innovazione tecnologica, vi discutono la riconfigurazione semantica radicale alla quale sono esposti i termini ‘territorio’, ‘ambiente’, ‘paesaggio’ nel gorgo tormentoso della rivoluzione digitale. Un solo testo, quindi, ma tre scritture autonome che si rispondono e confermano, generano dissonanze e aprono squarci ritmici tutti da colmare con ulteriori ricerche. L’intento assertivo funziona sin dalla premessa di tutto il discorso, impostata da Masiero e condivisa da Tagliagambe e Zanenga: «il digitale» è il nome che esprime un mutamento del modo di produzione globale, tanto radicale da trascinare con sé la necessità di ripensare il lessico della nostra civilizzazione: «Se avessimo potuto chiedere ad un sapiente diplomatico del settecento qual era lo Stato più potente – scrive Masiero – avrebbe di certo detto ‘quello che ha il maggior esercito’. Se l’avessimo chiesto nella metà dell’ottocento, avrebbe detto ‘chi controlla le materie prime’. Oggi, ‘chi governa la maggiore quantità di dati’». Come si vede, tutto è cambiato. Metadomini dunque intende indicare ciò che viene dopo (meta) le tradizionali categorizzazioni con le quali la modernità ha pensato le sue geometrie fondamentali, tanto in senso quantitativo che qualitativo.
La rivoluzione digitale, in effetti, spiazza i dualismi cognitivi che reggono i termini stessi di territorio come forma del rapporto tra spazio e politica, di ambiente come sistema metabolico dello scambio tra uomo e natura, e di paesaggio come quadro delle tensioni che si generano tra identità e cultura. Per pensare questi spiazzamenti occorre, secondo Roberto Masiero, non solo tenere insieme teoria e prassi – «l’insieme territorio, ambiente, paesaggio va pensato e agito con e per il digitale» – ma mettere al lavoro, insieme, tutte le forme del sapere, anche e soprattutto le antiche sorelle nemiche che, nella tradizione occidentale, chiamiamo scienza e arte. Su questo punto, l’analisi di Masiero è incontestabile: idealtipo del territorio digitale è quel sistema di onde, informazioni, dati, interconnessioni commerciali e finanziarie che oggi determina, per larga parte, le condizioni stesse dell’esercizio politico e chiede un ripensamento dei suoi ordinamenti giuridici, costituzionali, economico-produttivi; la forma che più ci permette di pensare l’ambiente rispetto alle sfide contemporanee legate alla riproduzione delle condizioni fisiche, biologiche e chimiche della vita sul pianeta è quella di un sistema autopoietico che, come tale, manda in soffitta ogni sterile dualismo tra uomo e natura; mentre insostenibili sono, ormai, tutte le definizioni identitarie del paesaggio, preso anch’esso in un processo di riconfigurazione ed ibridazione permanente dei suoi codici e dei suoi significati come ci insegnano i principali lavori di Land Art da Beuys a Christo, passando per Robert Smithson. Metadomini, sono dunque territorio, ambiente e paesaggio perché liberati dalle gerarchie cognitive moderne.
A questa preliminare riflessione allora si affiancano i due testi di Tagliagambe e Zanenga. Il primo proponendo una archeologia di quella scienza segreta – l’espressione è di Kurt Gödel – che torna come trisavola degli odierni sistemi di epistemologia olistica. Fondamentale contributo, questo di Tagliagambe, che lumeggia su una stagione della grande ricerca epistemologica russa, durante la quale Vladimir Vernadskij, Nikolaj Bugaev, Aleksandr Bogdanov e Pavel Florenskij anticiparono molti temi poi emersi nella letteratura scientifica che si occupa di cibernetica, sistemi probabilistici e sistemi viventi. Dobbiamo in effetti al geochimico Vernandskij l’intuizione della materia come biosfera e noosfera, sistema vivente ma anche pensante – e di conseguenza l’ipotesi secondo cui la conoscenza è vita. «Tra l’organismo e il suo ambiente – scrive Tagliagambe – non c’è quindi una separazione, ma un confine a doppia faccia, linea di demarcazione, per un verso e membrana osmotica, per l’altro, che è la vera sede della vita». Intuizione confermata dalla tektologia che Bogdanov, attento lettore di Mach (contro il quale tuttavia aveva reagito Lenin, i cui dubbi e perplessità espressi in Materialismo ed empirocriticismo, meriterebbero oggi una più attenta revisione), secondo cui «il mondo insorge insieme alle condizioni psicosociali e storico materiali della sua conoscenza». Ed è infine all’aritmologia di Bugaev che dobbiamo l’infrastruttura probabilistica in grado di farci pensare le variazioni discontinue e quindi la possibilità di reggere ogni ontologia qualitativa del sensibile. L’insieme di queste ricerche, spiega Tagliagambe, sarà poi ripreso da Pavel Florenskij nella figura platonica del ricettacolo – Chora «sistema liminare, eterogeneo e dinamico», schema della biosfera secondo il quale «il dominio di un organismo non si ferma ai suoi confini fisici, ma include anche il suo ambiente mondo». Ma anche nell’idea che la vita è cognizione, «pensiero che affronta imprevisti e disobbedienze», acciuffabile solo da un sapere che integri l’impensato, l’errore, la deviazione, «l’arresto», la pausa di fronte al limite. «Il processo di formazione dell’organismo – scrive Tagliagambe – è anche processo di formazione del suo ambiente, in una prospettiva coevolutiva, contraria alla concezione razionalista e materialista, cui attiene anche il neodarwinismo, per cui l’ambiente preesiste e l’organismo vi si adatta». Metadominio qui è l’idea di un «campo continuo di relazioni» che può oggi essere usata per ridefinire le parole territorio, ambiente e paesaggio.
Infine Zanenga propone una analisi delle transizioni indotte dall’Intelligenza artificiale che per molti versi sembra tirar le fila dei contributi precedenti. Gli algoritmi che governano le diverse versioni dell’IA in circolazione, spiega Zanenga, non cercano di conoscere la verità ma funzionano congiungendo risultati divergenti e generativi di informazioni, passibili di un uso produttivo. In tal senso, pensare l’ambiente come un organismo cognitivo significa mettere al lavoro una fisica delle relazioni tra soggetto e oggetto dalla quale emergano trasformazioni possibili per il sistema generale. Insomma, come nella matematica di Gödel, si tratta di costruire congetture che possono essere sviluppate ed utilizzate per descrivere un determinato fenomeno e governarlo. Ma Zanenga non si muove semplicemente sul piano epistemologico. Piuttosto egli mobilita i risultati della riflessione metascientifica per riprendere e sviluppare alcune intuizioni che si trovano già nel testo di Masiero e che sono sottointese a quello di Tagliagambe. Intuizioni assolutamente fondamentali che declinano territorio, ambiente e paesaggio nella loro dimensione essenzialmente politica, ovvero soggettiva e costruttiva.
Se ci domandiamo allora che tipo di soggettività presuppone o determina le rivoluzione digitale? Non possiamo che concordare con Masiero quando scrive che, a differenza dell’epoca del capitalismo industriale, il sistema di produzione a egemonia digitale fa segno verso un soggetto «eteronomo» ovvero post-individualistico, collettivo, «il cui dominio è nella condivisione» più che nella competizione fratricida dell’homo homini lupus. Insomma una forma di soggettività «i cui beni e valori tendono ad una economia che si fonda su reti sociali in cui le persone condividono lavoro, tempo e risorse». Si tratta cioè di un assetto che richiede il superamento della cultura giuridica che ha segnato l’epoca borghese e presuppone la contestazione radicale di quell’individualismo possessivo che Macpherson ci ha insegnato a leggere come infrastruttura politico-ideologica del capitalismo moderno. E ciò, si badi bene, non per rispondere ad una qualche vaga esigenza di ordine morale ma, ben più radicalmente, come conseguenza dell’ossatura logica del digitale. In tal senso, nota Zanenga, «è proprio l’assetto basato su sistemi chiusi, che frena lo sviluppo». Insomma è «la struttura proprietaria» delle aziende e delle corporation, ereditate dal capitalismo industriale, con il loro carico di imperativi – efficienza, specializzazione, profitto – ad entrare in dissonanza e fare da «ostacolo» al pieno sviluppo di un modo di produzione basato su saperi taciti e generali, «capitale fisso sociale», qualità diffusa e condivisione di soluzioni «frugali» come motore dell’innovazione. Non è un caso se l’archeologia epistemica proposta da Tagliagambe, si svolge nella Russia postrivoluzionaria di Lenin, dove individualismo e proprietà privata avevano, per un momento, lasciato il campo al libero sviluppo dell’intelligenza collettiva (come non è un caso se quelle ricerche furono interrotte dal capitalismo di stato e dal terrore staliniano degli anni trenta). Ma il tema non è solo archeologico. Chiede al contrario uno sviluppo genealogico, una esplorazione dei possibili in esso contenuti.
Emerge insomma da queste pagine quel fondamentale contrasto tra il comune della produzione contemporanea e il privato del rapporto capitalistico che molta parte della filosofia politica indica, ancora, come soglia da pensare per intuire modi e termini di una transizione possibile. E tuttavia, se ci è concesso indicare qualche spunto critico, mi pare che stia qui assieme l’indicazione più importante di questo volume come il suo limite più profondo. La questione del comune non può infatti ridursi a una disputa di carattere teorico, idealtipica appunto, ma indica i termini di un conflitto da mettere al lavoro e solo così permette di chiarire la natura problematica e irrisolta della transizione digitale. Perché se è vero che il digitale corrisponde a una rivoluzione di forme e modi della produzione e se è quindi di indubbio interesse investigarne i riflessi epistemici, le conseguenze gnoseologiche e le risemantizzazioni teoriche, bisogna però che questo lavoro non si faccia con la testa tra le nuvole. Per ripensare le parole che usiamo per descrivere il reale occorre anche ammettere che le transizioni che questo pamphlet indica come urgenti non verranno da sé, come portate da una necessità spirituale, e che il rapporto proprietario con il quale in tutta la sua storia il capitalismo ha stretto le diverse forme del comune e della cooperazione sociale non scomparirà per autodissoluzione.
Non è un caso se, lungi dal permettere lo sviluppo di più organici rapporti tra naturale ed artificiale, vita biologica e vita sociale, ambiente e vivente, le principali tendenze in cui si incarnano oggi la ricerca digitale, l’IA e lo sviluppo di reti infrastrutturali immateriali e di comunicazione riguardano l’industria militare e la limitazione delle libertà civiche, come non è un caso se l’orizzonte politico del nostro tempo è segnato da regimi di guerra e autoritarismo postdemocratico. Ciò dipende dal fatto, credo, che al salto tecnologico che segna gli attuali modi di produzione non corrisponde un salto nei rapporti di produzione e neppure una automatica revisione dei sistemi politici ed istituzionali. Qui c’è a mio avviso una lacuna forte della ricerca: perché se è vero che possiamo riassumere (lo fa perfettamente Masiero) lo schema del capitalismo industriale nella relazione «meccanica» tra uomo, tecnica e mondo, e se è vero che il digitale imposta un rapporto «simbiotico» tra biologia, retroattività e generatività del valore, ciò in nessun caso implica la scomparsa del rapporto capitalistico, il quale certo cede sul piano della tradizionale legge del valore, ma si arrocca dentro alla svolta digitale come rapporto «estrattivo» (violento, coloniale, esogeno) di plusvalore sulla cooperazione sociale. Negare questa dimensione (o confondere l’estrattivismo con la forma industriale dello sfruttamento) rischia di farci perdere il contatto con la realtà.
D’altra parte, per venire al rapporto tra spazio e politica, non mancano certo, negli ultimi decenni, gli studi sul carattere multidimensionale della globalizzazione: tutti contributi che aiutano a pensare le velocità differenziate, le faglie e i conflitti che si generano tra i grandi spazi dentro ai quali tentano di riconfigurarsi le forme sovrane, e i flussi tecnoscientifici, per natura riottosi ad ogni localizzazione. Il digitale, insomma, è tutto fuorché uno spazio liscio, monadico (Leibniz ritorna nelle pagine di Tagliagambe), ma un universo nel quale si generano molteplici attriti tra tecnica, politica, scienza, economia, produzione, diritto. Allora studiare l’impatto del digitale su ambiente, territorio e paesaggio non può prescindere da una analisi puntuale dei modi in cui le grandi infrastrutture tecnologiche, i sistemi di distribuzione dell’energia, la digitalizzazione, la logistica, la finanza, la ricerca e sviluppo dell’intelligenza artificiale entrano in tensione, concretamente, con frontiere e spazi del diritto, spesa militare e genocidi, conflitti sociali e forme della repressione.
Il digitale corrisponde a un cambio del sistema di produzione, certo, e come nota Masiero «quando cambia il sistema di produzione, cambia tutto». Ma questo cambiamento non è null’affatto esente da restrizioni e limiti e non comporta di per sé la fine del capitalismo. Piuttosto esso indica il nuovo quadro entro il quale il capitalismo si organizza su scala globale dentro alla competizione multipolare tra USA e Cina, India e Brasile, grandi regioni emergenti e flussi immateriali. Una analisi che parta dalla giusta esigenza di ripensare le parole non deve perciò perdersi nel cielo della retorica, ma tornare alla realtà e verificarsi nel rapporto con questa.
Forse a questo proposito può essere utile la vecchia critica di Lenin ai seguaci di Mach (e sarebbe più in generale vantaggioso rileggere i Quaderni filosofici del capo dei bolscevichi). Cosa muoveva in fondo la polemica contro Bogdanov? Da quale esigenza politica era motivata la rivendicazione da parte di Lenin che la materia (vivente o noosferica) esiste, non è puro prodotto dello spirito? Era il timore di vedere le avanguardie della ricerca scientifica irretite da una forma paradossale di idealismo olistico, secondo cui conoscere significa ipso facto produrre il reale. L’idealtipo non modifica il mondo. Pensarlo significa perdersi in un solipsismo che condanna il mondo a scomparire ogni volta che chiudiamo gli occhi. Sono piuttosto le trasformazioni del mondo che producono idee e maniere di conoscerlo. Un buon vaccino, contro questo rischio, potrebbe essere quello di far rientrare la storia – certo «non idolatrica» ma «esornativa», direbbe Masiero – nel discorso; e con essa soggetti, vite, sofferenze, lotte. Storia, insomma, politica.
Marco Assennato
N.d.C. - Marco Assennato, filosofo e teorico dell'architettura, è professore associato in Scienze Umane e Filosofia presso l’École Nationale Superieure d’Architecture Paris-Malaquais/Université PSL. Collabora con «il manifesto» e con diverse piattaforme di ricerca militante, tra le quali «EuroNomade» e «OperaViva».
Tra i suoi libri: Linee di fuga. Architettura, teoria, politica (Duepunti, 2011); a cura di, Pensare l'Europa (Mimesis, 2014); La muse inquiétante. Architecture & société chez Manfredo Tafuri (Mix, 2019); Progetto e metropoli. Studio su operaismo e architettura (Quodlibet, 2019); con Françoise Véry e Antonio Belvedere, a cura di, Vittorio Ugo, Architecture et temporalité (Mimésis, 2025).
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R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 17 LUGLIO 2026 |
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