Francesco de Agostini  
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FARE PAESAGGIO CON L'ARCHITETTURA


Commento al libro di Giulio Barazzetta



Francesco de Agostini


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Giulio Barazzetta negli ultimi vent’anni ha dedicato all’opera di Bruno Morassutti oltre che un significativo numero di pubblicazioni anche parte del suo impegno professionale, di cui credo il contributo più importante sia il restauro della celeberrima Chiesa di vetro di Baranzate, progettata da Morassutti con Angelo Mangiarotti e l’ing. Aldo Favini tra il 1956 e ‘57. Il restauro di questo edificio, iniziato con la supervisione del progettista ma realizzato dopo la sua morte avvenuta nel 2008, è stato per molti versi opera sperimentale, pur essendo oggetto di vincolo da parte della Soprintendenza: un lavoro radicale di ricerca sia filologica che tecnologica sui materiali, al fine di preservare -pur cambiando nella materia- il sostanziale effetto di luce originale. E non solo, ma questa è un’altra storia. A parte ciò, il libro che oggi Barazzetta dedica a Morassutti – Architettura e paesaggio. I luoghi e le case di Bruno Morassutti (Pendagron, 2025) – appare come una sorta di compimento di questo lungo processo di formazione, in realtà iniziato già sui tavoli da disegno, che l’autore ha dedicato all’architetto di origine veneta (Padova 1920 – Belluno 2008) ma certamente milanese di adozione. Scrive Barazzetta nell’introduzione: “Durante la scrittura e l’ordinamento di questo libro si è venuta man mano configurando l’estensione del tema dell’architettura della casa individuale verso quello più generale di architettura e paesaggio” (p. 7): una intuizione che come vedremo procede nella feconda analisi delle diverse realizzazioni selezionate nella prima parte del libro, unita a un apparato illustrativo goloso, ricco di disegni, dettagli e foto per lo più inedite, come un buon libro di architettura dovrebbe sempre includere.

Nelle case montane forse più che altrove vi è già traccia di questa sorta di trasposizione col paesaggio, in cui il riferimento alla tradizione dell’architettura rurale alpina, un rimando ai suoi elementi costruttivi e morfologici che sia il lavoro di Pagano dedicato all’architettura rurale in Triennale del ’36, sia quanto andava pubblicando proprio agli inizi degli anni ‘50 Mario Cereghini – allora noto architetto lecchese – sull’architettura alpina, avevano contribuito ad arricchire il lessico moderno senza soluzione di continuità. Un rimando per altro dichiarato esplicitamente dallo stesso Morassutti, che si trova ad esprimere una sensibilità che lo accomuna ad altre esperienze coeve, come il rifugio Pirovano di Albini a Cervinia (1946-51) e più ancora al lavoro del suo compagno di studi Edoardo Gellner, insieme allievi di Scarpa allo IUAV, che nel ’54 avvia la sua celeberrima attività per l’Eni di Enrico Mattei a Borca di Cadore. La tesi di fondo al tema architettura/paesaggio espressa da Barazzetta dunque è proprio questa: la casa – ovvero l’abitare – come metro di misura tra costruzione e paesaggio, o meglio nel paesaggio e non sopra di esso, serbando memoria e sensibilità al moderno, consapevoli sia del sapere costruttivo della tradizione che al contempo delle più avanzate ricerche dell’industria delle costruzioni del tempo.

L’analisi proposta nella prima parte del libro in tal senso inizia proprio dalle case realizzate con Angelo Mangiarotti a San Martino di Castrozza, costruite in sequenza tra il ’55 e il ‘60. La casa costruita per la propria famiglia tra il ’55 e ’57 su pianta pressoché quadrata in cui gli sporti, i materiali naturali di finitura e la distribuzione aperta, se anche rimandano alla lezione di Wright cui per altro la formazione del Morassutti è profondamente legata – fu infatti tra i pochi italiani infatti che frequentarono il mitico laboratorio di Taliesin –, di fatto è tipica degli insediamenti tradizionali degli alpeggi così come il suo disporsi lungo il pendio di versante. Tale doppio rimando sembra coronato nel fogolar, aperto su tutti i lati come nella tradizione veneto-friulana, ma innestato direttamente in un inedito lucernario aperto nel tetto: insomma, tradizione e rinnovamento, proprio nel solco del miglior moderno italiano di quegli anni.

A seguire le due case gemelle su due pani, addossate tra loro e di poco successive – completate nel ’60 – e discoste dalla prima. Anche qui tra pietra e legno, il rimando alla tradizione della costruzione a telaio è evidente, anche se giustapposto al moderno soggiorno a doppia altezza, altro elemento che si ripeterà in diverse formule. O dallo sfalsamento tra loro, che prelude alle case a Le Fontanelle, realizzate dal Morassutti con Andrew Powers nel ’64, dove le geometrie e i leggeri slittamenti tra i diversi volumi, insieme all’uso del cemento armato a vista, hanno la meglio, raggiungendo così un grado di astrazione e al contempo di legame con il luogo magistrale.

L’unità di abitazione Le Fontanelle, come lui stesso la chiama, è “un aggregato di 12 alloggi indipendenti: ogni alloggio sviluppato su due piani e realizzato totalmente in legno, è contenuto in un involucro portante in cemento” (p. 40) di corbuseriana memoria, che asseconda il terreno irregolare su cui si adagia. Nello stesso numero di “Domus” su cui viene presentata l’opera, essa viene elogiata dallo scrittore, giornalista nonché esperto montanaro Dino Buzzati –spesso piuttosto intransigente verso gli architetti, che a suo dire “non si preoccupano se il bosco, la scogliera, la valle possono restarne sconciate” dal loro lavoro. In esso invece ne esalta proprio l’equilibrio, sobrietà e concentrazione, scansando l’odioso effetto condominio di Cervinia allora purtroppo in grande diffusione, come possiamo leggere nell’articolo integrale pubblicato nel libro. Ogni cellula è traslata, oltre che in verticale seguendo il declivio, in misura variabile anche in profondità, contribuendo a modulare con rara sensibilità la luce sulla facciata e ad articolarne ulteriormente i chiaroscuri onde alleggerire il volume complessivo, come ottimamente illustrato nell’apparato iconografico del libro.

Uno schema compositivo, ci racconta il Barazzetta, testato inizialmente con Enzo Mari nel progetto In/Arch Domosic del ’63 e che si fa negli anni via via più astratto, e che avrà il suo culmine nell’architettura modulare dell’IBM di Novedrate (1973), come del resto lo stesso autore approfondisce in altre pubblicazioni, tra cui, soprattutto, quella con Roberto Dulio pubblicata da Electa nel 2009. Il lavoro in questa prima parte del libro si concentra invece sulla casa individuale isolata, filo conduttore che Barazzetta ribadisce considerare “per un architetto in fondo la ricerca delle ragioni del proprio mestiere nelle forme elementari del costruire (…) la chiara aspirazione dell’insediamento umano essenziale, in dialogo con il proprio contesto, preesistenze ambientali o paesaggio che siano” (p. 62). Un filo che come vedremo si dipana con il lavoro di villa Von Saurma a Termini di Sorrento e con un salto di qualche anno ci viene illustrato nella Casa Carlevaro a Segrate del 1970. O tornando indietro nel tempo in un piccolo progetto del ’57, inedito e per questo di grande interesse documentario, per Jesolo con Angelo Mangiarotti, poiché contiene in nuce il tema poi sviluppato nelle successive realizzazioni a pianta centrale che, come abbiamo visto, accomuna diversi progetti descritti. Oltre che naturalmente l’articolazione secondo la natura orografica e il confronto con il paesaggio sempre potente in cui si insediano i diversi episodi affrontati, sottolineato magistralmente ancora una volta con la doppia altezza degli spazi a giorno che vi si affacciano. Proprio come in villa von Saurma, progettata con l’ing. Aldo Favini nel 1962-’64, dunque a ridosso del progetto de le Fontanelle, dove il progettista sembra come ribaltare il tema adagiando il paesaggio domestico lungo l’orografia del sito, affiancando due volumi scarni ed essenziali, ridotti tettonicamente ad un guscio retto da quattro colonne, elementi distintivi della concezione spaziale già sperimentata con Mangiarotti e lo stesso Favini nella chiesa di vetro a Baranzate nel 1956-58 ma con un felice disassamento del quadrato di involucro del volume principale rispetto ai quattro cantoni delle colonne. Interno ed esterno sono qui un continuum sottolineato dalla la scala esterna (ma coperta) che divide i due volumi – maggiore padronale e minore per gli ospiti – e che di fatto li distribuisce entrambi, in uno straordinario gioco di relazioni interno/esterno che trova nella grande vetrata dell’involucro verso mare il suo culmine, vetrata che si apre completamente, fin sugli angoli, permettendo alla zona giorno del piano terra di affacciare senza alcun filtro verso Capri e il mare, nel susseguirsi anche all’interno della abitazione dell’alternarsi di quote e affacci tipiche delle balze che caratterizzano il paesaggio che digrada in modo naturale verso il mare. Sublime.

Come accennato, è poi inserita nel volume la Casa Carlevaro del 1970, a ribadire il tipo compositivo a pianta centrale, dove tuttavia il rapporto col paesaggio appare inesistente. La copertura quadrata rimane protagonista della composizione, questa volta tutta introversa, in cui i setti a L che da una parte reggono la copertura – facendoci tornare alla memoria villa di San Martino – dall’altra assecondano la distribuzione degli spazi oltre che degli accessi. Anche qui al centro la depressione in quota del soggiorno, scavato a dar luogo al teatro domestico centrale illuminato da lucernari incastonati nel cassettonato della copertura sempre a quadri che, come alla IBM e altrove, è nel tempo diventato un ulteriore tratto distintivo della sua composizione.

In questo procedere per salti logici della sequenza dei progetti illustrati, arriviamo infine alla Casa per vacanze di Jesolo, del 1950, ovvero il primo progetto redatto dal giovane Morassutti al suo rientro dall’esperienza formativa americana, di cui risente fortemente -fin nei tratti del disegno- dell’influenza di F. L. Wright e dei principi delle Usonian House, sia per “semplicità” costruttiva – piastra in cordoli di c.a. e ciotoli di riempimento, setti in mattoni pieni e copertura rivestita in lamiera, le cui parti aperte sono serramenti a tutta altezza – che per la relazione di tali affacci con il paesaggio e il mare. La seconda unità, già prevista nel disegno del primo impianto, sarà rimodellata nel ’57 insieme ad Angelo Mangiarotti, di cui conserva l’impostazione a corte e orientamento a mare. Di fatto in questa si rende più netto l’impianto centrale a patio, di cui vengono qui presentati per la prima volta le due soluzioni inedite di variante, due disegni in cui la copertura è retta in alternativa da 4 colonne o setti articolati a sostegno del tetto, tema che come abbiamo visto tornerà di lì a poco con maggior equilibrio nella villa Morassutti a San Martino di Castrozza. E di poco oltre con colonne nella casa von Saurma a Sorrento. Ma di cui in questo caso non se ne farà nulla.

La seconda parte del libro propone a compendio della vita di Morassutti diversi racconti, in parte inediti e in prima persona attraverso testi autografi e interviste inedite dell’autore, apparati e molte immagini di prima mano e materiali d’archivio –disegni, fotografie e un dialogo serrato con le fonti. Utili a mostrare un quadro complessivo della figura, dal percorso di formazione – il viaggio in America e l’apprendistato con Wright, le centinaia di foto che porterà in Italia di tale esperienza – i capolavori milanesi fino ai lavori ultimi, al fine di restituire in forma compiuta la visione insieme concreta e poetica del tratto compositivo di Bruno Morassutti. Un apparato sicuramente prezioso per la testimonianza riportata di prima mano che, tuttavia, non raggiunge le vette entusiasmanti di analisi compositiva della prima parte del libro che, al contrario, avvince e convince attraverso il racconto a tesi, fatto di rimandi attraverso immagini inedite e disegni di archivio tra i diversi progetti e la loro collocazione, che attiene al tema sotteso del paesaggio, vera matrice di questo bel libro. Un lavoro evidentemente meno storico e più di lettura e analisi del progetto che ci sembra far vibrare le corde dell’autore con maggior intensità.

Francesco de Agostini

 

 

N.d.C. - Con Giancarlo De Carlo dal 1992, di cui è stato associato fino al 2005, Francesco de Agostini si è occupato di numerosi progetti dello studio, specie nel campo del restauro architettonico e urbano: Pesaro, Urbino, Venezia, Siena, Recanati, Colletta di Castelbianco (SV). Nel 2005 ha aperto il proprio studio. All’attività professionale, prevalentemente orientata al recupero, restauro e costruzione sul costruito, ha affiancato la partecipazione a numerosi concorsi.

Parallelamente dal 2007 a maggio 2017 è stato capo redattore del sito dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Milano, per cui ha ideato diverse sezioni di studio dedicate alle trasformazioni territoriali della città metropolitana. Dal 2017 è parte attiva dell’Ilaud, International Laboratory of Architecture and Urban Design, fondato nel 1976 da Giancarlo De Carlo e oggi diretto dal prof. Paolo Ceccarelli.

Per Città Bene Comune ha scritto: De Carlo e l’Ilaud: una lezione ancora attuale (9 ottobre 2020); La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo (7 febbraio 2025); L’empatia nella cassetta degli attrezzi (3 luglio 2025).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.


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24 LUGLIO 2026

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