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Il Rapporto Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici – Edizione 2025, elaborato dall’Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale (Ispra) e dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (Snpa), costituisce oggi il riferimento conoscitivo più completo e aggiornato sullo stato delle trasformazioni territoriali in Italia e sugli effetti che tali processi producono sulla risorsa suolo e sui servizi ecosistemici ad essa associati (Munafò, 2025). Il Rapporto fornisce un quadro sistematico e articolato delle dinamiche di trasformazione degli usi del suolo, integrando analisi quantitative spaziali, indicatori ambientali e valutazioni degli effetti sui servizi ecosistemici, a supporto delle politiche di pianificazione e di governo del territorio.
Il consumo e l’impermeabilizzazione del suolo sono fenomeni che caratterizzano le trasformazioni territoriali contemporanee e costituiscono le principali cause di degrado ambientale, con ricadute significative sulla biodiversità, sulla qualità del paesaggio, sulle funzionalità ecosistemiche e sulla resilienza delle città e dei territori. In questo contesto, si inserisce la Direttiva UE 2025/2360, Soil Monitoring Law, entrata in vigore il 16 dicembre 2025, che rafforza il quadro di riferimento europeo riconoscendo il suolo come «una risorsa vitale, limitata e ritenuta non rinnovabile e insostituibile su una scala temporale umana, fondamentale per l’economia, l’ambiente e la società» (art. 1).
La Direttiva rappresenta uno snodo fondamentale della più generale Soil Strategy for 2030, con cui l’UE ha fissato gli obiettivi di non aumentare il degrado del suolo (entro il 2030) e di raggiungere il consumo netto di suolo pari a zero (entro il 2050). La Soil Monitoring Law contribuisce al conseguimento di tali obiettivi, proponendo la creazione di un sistema coerente di monitoraggio e di valutazione della salute del suolo attraverso una serie di indicatori di degrado. Tra questi, troviamo anche il consumo di suolo, considerato «un processo che provoca una modifica dell’uso e delle caratteristiche del suolo» (art. 37). Questa definizione permette di fare chiarezza e di superare la frammentazione interpretativa che per lungo tempo ha caratterizzato il dibattito scientifico e istituzionale sul tema, influenzato da contesti sociali, economici e normativi diversi. La Direttiva, infatti, intende il consumo di suolo come un fenomeno complesso che comporta una trasformazione duplice: dell’uso del suolo, attraverso il passaggio da funzioni naturalistico-rurali a funzioni insediative, e delle sue caratteristiche fisiche a seguito di processi di artificializzazione. Ovvero, il consumo di suolo comprende, da un lato, il cambiamento di uso del suolo legato alla crescita degli insediamenti (land take) e, dall’altro, l’artificializzazione del suolo, determinata dall’alterazione durevole delle sue componenti e delle sue funzioni, con conseguente riduzione della capacità di fornire servizi ecosistemici. Tra le diverse forme di artificializzazione, l’impermeabilizzazione del suolo, intesa come la copertura del suolo con materiali artificiali completamente o parzialmente impermeabili, rappresenta la componente principale e più impattante del consumo di suolo, per i suoi effetti spesso irreversibili sui processi idrologici, ecologici e paesaggistici (Arcidiacono et al., 2021; Munafò, 2019).
In linea con il quadro europeo, il Rapporto Snpa/Ispra definisce il consumo di suolo come l’aumento della copertura artificiale a scapito delle coperture non artificiali. Questa definizione distingue nettamente il consumo di suolo permanente dal consumo di suolo reversibile. Il primo concetto è associato all’impermeabilizzazione irreversibile del terreno, tipicamente dovuta alla realizzazione di edifici, infrastrutture di trasporto, piazzali pavimentati e altre superfici artificiali stabili, mentre il secondo termine riguarda invece le trasformazioni considerate temporanee, come, ad esempio, cantieri, aree di deposito, superfici non pavimentate o impianti a carattere teoricamente rimovibile, che tuttavia comportano la distruzione o il degrado delle funzioni del suolo.
Questa distinzione risulta particolarmente significativa, poiché le trasformazioni classificate come reversibili sono spesso considerate meno impattanti in termini di impatto ambientale e di consumo di risorse. Difatti, tali trasformazioni producono effetti sostanziali sul funzionamento ecosistemico dei territori, contribuendo alla frammentazione paesaggistica, all’alterazione dei cicli idrologici e alla perdita di habitat e di biodiversità, ovvero danni ed effetti non facilmente ripristinabili. Infine, molto spesso, una quota significativa delle superfici inizialmente considerate come consumo di suolo reversibile tende a consolidarsi nel tempo, trasformandosi progressivamente in consumo permanente. Questo processo di consolidamento avviene talvolta in modo incrementale, con tempi lunghi e non sempre accompagnato da adeguate valutazioni ambientali che verifichino gli effetti prodotti, proprio in virtù del carattere temporaneo attribuito agli interventi nella fase iniziale del processo.
La distinzione tra consumo permanente e reversibile consente pertanto di individuare ambiti territoriali critici e di orientare, in sede di pianificazione, l’adozione di politiche, strategie e azioni mirate a prevenire tali fenomeni associati alle trasformazioni temporanee, promuovendo invece interventi di rigenerazione, recupero funzionale e deimpermeabilizzazione. La necessità di differenziare questi due processi riflette in modo significativo una dinamica tipicamente italiana, condizionata dalle specificità territoriali e dai processi di trasformazione. Nel contesto nazionale, infatti, il consumo di suolo si caratterizza per interventi puntuali, frammentati e progressivi, spesso legati a cantieri stradali, infrastrutture temporanee e usi transitori del suolo che si inseriscono in tessuti già parzialmente urbanizzati o in prossimità degli insediamenti esistenti. In tali contesti, la distinzione tra consumo permanente e reversibile assume un valore interpretativo rilevante, poiché consente di cogliere come le trasformazioni apparentemente temporanee siano spesso il risultato di strategie localizzate e incrementali, che tendono a consolidarsi nel tempo in assenza di una visione unitaria della pianificazione. Questa modalità di trasformazione rende ovviamente più complesso il controllo degli effetti cumulativi del consumo di suolo, evidenziando la necessità di strumenti conoscitivi e pianificatori capaci di intercettare precocemente tali dinamiche.
Un supporto conoscitivo necessario per comprendere le dinamiche in atto è rappresentato dalle analisi quantitative condotte annualmente dal Snpa, che consentono di misurare l’intensità e la velocità del consumo di suolo, di individuare l’emergere di nuove tipologie di trasformazione (come la recente espansione dei poli logistici e dei data center) e di intercettare specificità territoriali e tendenze differenziate che si manifestano nei diversi contesti locali.
Dal punto di vista quantitativo, i dati del rapporto aggiornati al 2024 (ultimi disponibili) restituiscono un quadro particolarmente critico: il consumo di suolo ha interessato 83,7 kmq di territorio nazionale, con un consumo netto (ovvero escludendo le limitate operazioni di ripristino ecologico-ambientale) pari a 78,5 kmq. Il ritmo di trasformazione (velocità del consumo di suolo) ha raggiunto 2,7 mq al secondo, superando i valori medi del decennio precedente e segnando un’accelerazione rispetto agli anni precedenti. Le superfici artificiali coprono oggi il 7,17% del territorio nazionale (oltre 21.000 kmq), con un’incidenza superiore al 10% nelle aree di pianura considerate “suolo utile”. Questi dati denotano un territorio progressivamente saturato, in cui le superfici agricole, seminaturali e naturali vengono frammentate e ridotte a seguito di una crescita insediativa che avanza per addizione, anziché privilegiare una trasformazione qualitativa dell’esistente. Una quota importante dell’incremento della superficie artificiale è dovuta dal consumo nella forma permanente, registrando, come anticipato, un’importante quota di suolo che, nell’ultimo anno, è passata da suolo consumato reversibile (rilevato nel 2023) a suolo permanente, sigillando ulteriormente il territorio (11,57 kmq).
La distribuzione del fenomeno, però, non è avvenuta in modo uniforme, ma si concentra in specifici contesti geografici e funzionali. Le aree di pianura, i margini urbani e i principali corridoi infrastrutturali continuano a rappresentare i principali attrattori del consumo, confermando la stretta relazione tra accessibilità, dinamiche economiche e artificializzazione del territorio. La pianura Padana emerge ancora una volta come l’area più interessata dal fenomeno, anche se, secondo quanto riportato nel Rapporto Snpa, il consumo di suolo non rappresenta più un fenomeno esclusivamente settentrionale, ma interessa fortemente anche il Centro, il Sud e le Isole.
Difatti, l’analisi quantitativa dettagliata a scala regionale consente di cogliere con maggiore precisione le differenze territoriali nelle dinamiche di consumo di suolo, mettendo in evidenza modelli insediativi, intensità e fattori trainanti diversi ed eterogenei. Nel Nord Italia sono presenti i valori più elevati sia in termini percentuali sia assoluti. La regione Lombardia si conferma il territorio maggiormente interessato da tale fenomeno, con oltre 2.900 kmq di suolo consumato e i maggiori incrementi annui, concentrati nelle aree di pianura, nei contesti metropolitani e lungo i principali assi infrastrutturali, in stretta relazione con lo sviluppo delle nuove forme di produzione, ovvero la logistica e i data center. Valori analoghi si registrano in Veneto, dove il consumo assume una forma più diffusa, policentrica e frammentata, a seguire vi è la regione Emilia-Romagna, caratterizzata da una forte concentrazione lungo l’asse della via Emilia e nei nodi produttivi e logistici.
Nel Nord-Ovest, il Piemonte presenta percentuali più contenute con consumi concentrati nelle aree metropolitane e nei fondi valle, mentre la Liguria, pur con una percentuale relativamente elevata, mostra incrementi annui più limitati, condizionati da vincoli morfologici e paesaggistici che riducono le possibilità di espansione. Spostandoci invece a Nord-Est, la regione Friuli-Venezia Giulia presenta valori intermedi, mentre il Trentino-Alto Adige evidenzia un’incidenza nettamente inferiore di consumo di suolo, riflesso di una conformazione insediativa più misurata, data anche dalle forti limitazioni morfologiche ed ambientali, sebbene anche in questi contesti le trasformazioni si concentrino lungo i fondi valli e le principali direttrici infrastrutturali.
Osservando invece le regioni del Centro Italia, il Lazio emerge come uno dei contesti più critici, con dinamiche fortemente influenzate dall’area metropolitana di Roma. Anche in questo contesto si registra una forte crescita della logistica e l’insediamento di nuove infrastrutture e data center. Diversamente, la Toscana, le Marche e l'Umbria presentano valori più contenuti evidenziando come il fenomeno si concentri per lo più nelle pianure costiere, nei fondi valle e ai margini dei principali centri urbani.
Nel Sud Italia, la situazione è ancora più diversificata, con la Campania che registra una delle incidenze più elevate a livello nazionale, seguita dalla Puglia, mentre Abruzzo, Calabria e Basilicata mostrano valori più contenuti, ma con dinamiche di crescita che interessano territori particolarmente vulnerabili dal punto di vista idrogeologico. Le Isole mostrano infine traiettorie differenziate, la Sicilia mantiene livelli elevati in termini assoluti e annui, mentre la Sardegna, pur con una percentuale complessiva più bassa, registra uno degli incrementi percentuali più marcati, segnalando una crescente pressione su territori finora meno urbanizzati, molto probabilmente dovuta a un aumento della domanda turistico-ricettiva.
Nel complesso, il confronto regionale evidenzia come il consumo di suolo in Italia non segua un’unica traiettoria, ma rifletta tendenze, morfologie e funzioni differenziate, a loro volta condizionate da assetti socio-economici eterogenei, dinamiche demografiche divergenti e, nondimeno, da quadri legislativi e condizionamenti normativi regionali che difficilmente possono determinare un quadro di coerenza organicamente sistematizzato che conduca a una seria presa di posizione sull’obiettivo nazionale dell’azzeramento del consumo di suolo. Non va infatti dimenticato che quanto monitorato dal Rapporto Snpa/Ispra (ovvero il consumo di suolo) è soltanto l’esito di un processo di trasformazione territoriale che deve essere anzitutto coerente con un quadro pianificatorio che disciplina, in via conformativa, gli usi del suolo (i piani urbanistici comunali), rilasciando un titolo abilitativo che legittimamente rende possibile ogni tipologia di trasformazione d’uso. A tale proposito, emerge con chiarezza quanto il consumo del suolo si leghi al Piano urbanistico, strumento capace di governare i processi di trasformazione legati al suo uso.
Questo quadro rafforza l’esigenza di una legge nazionale di indirizzo, in grado di definire principi, obiettivi e criteri comuni per il governo del territorio, distinguendo gli aspetti di natura di indirizzo e conformativa, e dotando gli strumenti della capacità di gestire adeguatamente le pressioni insediative e i fenomeni trasformativi più recenti (logistica e datacenter, in particolare) in un quadro di coerenza legislativa. Tale quadro unitario dovrebbe essere declinato e specificato dalle Regioni nei rispettivi strumenti normativi e di pianificazione, in funzione delle proprie peculiarità territoriali, pur tuttavia in coerenza con un riferimento nazionale capace di garantire uniformità di indirizzo, comparabilità delle politiche ed efficacia complessiva delle azioni di contenimento, rigenerazione e tutela del suolo.
Come anticipato, tra le trasformazioni recenti che hanno un impatto sul suolo emerge con chiarezza il ruolo sempre più crescente delle attività logistiche nel determinare nuove forme di consumo del suolo. I poli logistici rappresentano oggi una delle principali componenti della nuova artificializzazione del territorio, soprattutto nelle aree di pianura e lungo i principali assi infrastrutturali. Questi insediamenti si caratterizzano per un’elevata estensione territoriale, la prevalenza di superfici impermeabilizzate e un forte impatto sulla frammentazione ecologica e paesaggistica. Le scelte localizzative dei poli logistici rispondono prevalentemente a logiche di accessibilità e di prossimità alle grandi reti di trasporto, spesso in assenza di una valutazione ambientale integrata degli effetti cumulativi alla scala sovralocale. Il Rapporto mostra infatti come la crescita del settore logistico abbia interessato in particolare regioni come Emilia-Romagna, Lombardia e Piemonte, nonostante la diffusione crescente del fenomeno in altre parti del Paese.
Un recente studio condotto in Lombardia (Dell’Oca et al., 2024) ha evidenziato che nel periodo 1999–2024 il comparto logistico ha determinato un consumo complessivo di oltre 2.000 ettari di suolo a scala regionale, rendendo la Lombardia una delle regioni italiane maggiormente interessate dal fenomeno. L’analisi mette in luce, da un lato, l’elevata incidenza dei grandi insediamenti logistici sul consumo complessivo di suolo regionale: una quota numericamente limitata di interventi, ma con estensioni superiori a 10 ettari, è responsabile di circa il 40% del consumo di suolo logistico complessivo. Dall’altro lato, emerge una prevalenza di interventi di piccola e media dimensione (inferiori ai 5 ettari), che, seppur singolarmente meno incisivi, contribuiscono in modo cumulativo alla progressiva saturazione del territorio, soprattutto nelle aree periurbane e agricole di pianura. Dal punto di vista localizzativo, i poli logistici risultano fortemente attratti dalla prossimità alle autostrade, ai nodi intermodali e alle principali infrastrutture viarie, seguendo logiche di massima accessibilità più che di compatibilità ambientale o di integrazione paesaggistica. Tale configurazione favorisce una localizzazione preferenziale su suoli agricoli liberi, spesso caratterizzati da elevata capacità produttiva, con il conseguente rischio di compromettere la funzione agricola del suolo e di incidere negativamente sulla sicurezza alimentare nel medio-lungo periodo. Gli effetti e le dinamiche derivanti dal consumo di suolo dovuto a insediamenti logistici risultano difficilmente intercettabili attraverso una lettura esclusivamente comunale, rendendo evidente la necessità di un approccio di pianificazione d’area integrata, capace di guidare e orientare le scelte localizzative verso modelli più sostenibili, promuovendo politiche di contenimento del consumo di suolo, di riuso di aree già artificializzate e di rigenerazione, in coerenza con gli obiettivi di tutela del suolo e di sostenibilità territoriale.
Oltre alla logistica, una dinamica crescente di consumo di suolo riguarda l’espansione dei data center, dovuta a una domanda di infrastrutture digitali e di servizi cloud avvenuta negli ultimi anni, che ha portato alla realizzazione di nuovi insediamenti altamente specializzati, caratterizzati da edifici di notevoli dimensioni, con elevati consumi energetici e rilevanti fabbisogni idrici, in particolare per i sistemi di raffreddamento. Gli effetti di tali trasformazioni si caratterizzano non solo per la loro ridotta integrazione paesaggistica nei contesti rurali o periurbani in cui si inseriscono, ma anche, e soprattutto, per la frammentazione visiva e l’alterazione dei caratteri identitari del luogo in cui si localizzano. A differenza dei poli logistici, i data center rispondono a logiche insediative profondamente diverse, in quanto risultano meno dipendenti dall’accessibilità alle grandi reti di trasporto e più strettamente connesse alla disponibilità di infrastrutture energetiche, idriche e digitali, nonché alle condizioni di affidabilità e sicurezza del sito.
Il Rapporto Snpa/Ispra mostra come tali interventi contribuiscano in modo significativo all’artificializzazione del territorio, sollevando interrogativi sulla loro compatibilità con gli obiettivi di contenimento del consumo di suolo e sulla necessità di criteri localizzativi più stringenti. In assenza di un quadro pianificatorio chiaro, il rischio è la proliferazione di interventi puntuali, guidati più dalle opportunità contingenti che da una strategia territoriale complessiva. I data center pongono oggi sfide di governance distinte rispetto alla logistica, richiedendo strumenti di pianificazione e valutazione capaci di governare tali trasformazioni attraverso un approccio coordinato e multisettoriale.
I dati emersi dal Rapporto Snpa/Ispra e le recenti ricerche sul consumo di suolo evidenziano due questioni fondamentali. La prima riguarda il fatto che il fenomeno non possa essere interpretato solo mediante un'analisi quantitativa e una problematizzazione esclusivamente numerica, ma sia l’esito di processi territoriali complessi, che intrecciano dinamiche economiche, infrastrutturali, ambientali e istituzionali, e che quindi richiedano anche l’affiancamento di considerazioni qualitative. La varietà di strategie e normative regionali, insieme all’emergere di nuove forme di artificializzazione, mette in luce i limiti di un approccio frammentato alla gestione del territorio, privo di una regia capace di fornire principi e indirizzi per la regolazione del fenomeno e il suo effettivo contenimento. In questo quadro, il ruolo della pianificazione assume una valenza centrale, non solo come strumento regolativo, ma anche come dispositivo strategico di governo delle trasformazioni, capace di anticipare le dinamiche in atto, di valutarne gli effetti cumulativi e di orientare le scelte localizzative in coerenza con obiettivi di lungo periodo, anche europei, volti alla tutela delle risorse e al rafforzamento dei servizi ecosistemici.
Se da una parte è vero che il consumo di suolo non può essere valutato nella sola dimensione quantitativa, dall’altra questa non va dimenticata e il Rapporto Snpa/Ispra ha il merito di monitorare annualmente l’ingente entità del fenomeno trasformativo in atto. Tale dinamica deve oggi confrontarsi con un panorama normativo europeo che impone, tuttavia, un cambio di rotta piuttosto radicale. Oltre alla Soil Strategy 2030 e alla Soil Monitoring Law, già citate in apertura, anche il Regolamento sul Rispristino della Natura (Nature Restoration Regulation - NRR), entrato in vigore nell’agosto 2024, definisce un nuovo panorama con cui il modello di pianificazione e progettazione del territorio deve necessariamente fare i conti. Questo Regolamento, infatti, impone agli Stati membri di definire strategie giuridicamente vincolanti per il ripristino degli ecosistemi terrestri e marini degradati. Anche il Governo italiano, quindi, dovrà integrare la legislazione nazionale con norme e strumenti per attuare gli obiettivi del Regolamento e, soprattutto, elaborare un “Piano Nazionale” di azione con l’obiettivo di invertire la riduzione della biodiversità, fino a raggiungere, entro il 2050, il ripristino del 90% degli habitat degradati. Il Regolamento mira principalmente al recupero delle aree protette appartenenti alla Rete Natura 2000, ma si occupa anche del ripristino di suoli agricoli, corsi d’acqua e spazi verdi in ambiente urbano non tutelato, dove la pressione trasformativa dei suoli è ancora assai rilevante (come descritto dai dati di monitoraggio del Rapporto Snpa/Ispra). In particolare, per quanto riguarda gli ecosistemi urbani (art.8), il Regolamento prescrive che entro il 31 dicembre 2030 gli Stati membri si debbano adoperare affinché «non si registri alcuna perdita netta della superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani né di copertura della volta arborea urbana» (art.14, par.4). Questa indicazione normativa potrebbe rappresentare un gancio decisivo per promuovere politiche efficaci di riduzione del consumo di suolo, da una parte, e di ripristino del suolo degradato (attraverso azioni di depavimentazione e rinaturalizzazione ad esempio), dall’altra. L’Italia, così come gli altri Stati membri, non ha ancora elaborato il Piano Nazionale di recepimento del Nrr, sebbene il processo sia già iniziato e sia in corso (Antier, Savu, 2025). Si tratta quindi di capire in che modo, anche come pianificatori e urbanisti, sapremo rispondere alla sfida urgente della transizione ecologica, dell’adattamento ai cambiamenti climatici e del miglioramento della sicurezza alimentare. Una sfida in cui il suolo svolge un ruolo chiave e imprescindibile.
Silvia Ronchi, Stefano Salata, Rossella Moscarelli
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Munafò, M., 2019. Consumo di suolo. Dinamiche territoriali e servizi ecosistemici - edizione 2019. Report SNPA 08/19, Roma.
N.d.C.
Silvia Ronchi è professoressa associata di Urbanistica al Politecnico di Milano. Insegna alla Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle costruzioni e svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani. Tra le sue pubblicazioni: Ecosystem services for Spatial Planning. Innovative approaches and challenges for practical application (Springer, 2018).
Stefano Salata è professore associato di Tecnica e Pianificazione urbanistica al Politecnico di Milano. Insegna alla Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle costruzioni e svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani. Tra le sue pubblicazioni: con Ciro Gardi e Nicola Dall’Olio, L’insostenibile consumo di suolo (Edicom 2014).
Rossella Moscarelli è ricercatrice di Tecnica e Pianificazione urbanistica al Politecnico di Milano. Insegna alla Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle costruzioni e svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani. Tra le sue ultime pubblicazioni: con Marialaura Giuliani, Land transformation and new road infrastructures. An analysis on direct and inducted impacts due to the Brebemi highway (2025) TEMA - Journal of Land Use, Mobility and Environment,18 (2), 219-238.
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 04 SETTEMBRE 2026 |
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