Pier Carlo Palermo  
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RECENSIONE DI URBANISTICA


Commento al libro di Elena Granata



Pier Carlo Palermo


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La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo (il titolo scelto da Einaudi per l’ultimo libro di Elena Granata) è un’affermazione che evidentemente non corrisponde al vero – come lo stesso libro documenta in modo inconfutabile – e questa è una delle ragioni per le quali la società urbana ha dovuto inventare l’urbanistica. Non mi è chiaro per quali motivi il titolo sia stato scelto. Forse il libro vuole esprimere un imperativo morale, indicare il traguardo che sarebbe giusto e necessario perseguire, anche se la via appare impervia, il successo poco plausibile. Il corso delle esperienze, da tempo, è la prova tangibile che molte generose aspirazioni della disciplina, in questo senso, sono rimaste incompiute. Possiamo sempre guardare con simpatia ai tentativi di rigenerare e diffondere buoni sentimenti sul tema, ma non può essere questa la missione principale, tanto meno l’impegno esclusivo dell’urbanistica contemporanea. Mentre lo scenario che il libro delinea a me pare parziale e riduttivo. Rispetto alle ambizioni e agli obiettivi fondativi della disciplina, la situazione resta oggettivamente critica, ma i problemi più gravi non sono realmente indagati. L’autrice si preoccupa di coltivare una visione virtuosa dei temi in discussione, che vorrebbe acquisire la forza di una ‘contro-narrazione’; con la speranza che in qualche caso specifico quel modo di vedere e di sentire possa orientare azioni ed esperienze più edificanti, Come talora accade in qualche contesto, più raramente in Italia; anche se sembra audace l’ipotesi che quella varietà di situazioni locali possa assumere il peso e il valore di un reale cambio di rotta, già in atto o quantomeno possibile. La funzione primaria del testo resta dunque pedagogica; il contributo prevalente si configura come una continua esortazione a riconoscere e reinterpretare alcuni valori e principi che la realtà ha reso inattuali. L’esortazione talvolta viene ad assumere forme sorprendentemente assertive, come nel titolo del libro che io trovo provocatorio o, quantomeno, privo di misura: forse intende rappresentare la negazione ideale di una realtà deprecabile, ma potrebbe ridursi a una mera petizione di principio. Educare, esortare, orientare all’azione virtuosa: può essere questa la sorte più comune e la giustificazione sufficiente delle responsabilità dell’urbanistica, nella fase e nel prossimo futuro?

 

1.La forma dell’argomentazione

Garbata e gradevole è la scrittura, come sempre per l’autrice, ma il modo di argomentare presenta alcuni caratteri ricorrenti, che verosimilmente rappresentano una scelta intenzionale: il riferimento diffuso a esperienze personali diventa uno strumento fondamentale, potenzialmente utile per dare forza alla argomentazione e, forse, per facilitare la comprensione da parte del lettore. Ci troviamo di fronte alle sfide rinnovate della ricerca fenomenologica o ermeneutica, oppure (soltanto) a qualche riflesso dei riti e delle semplificazioni della comunicazione contemporanea? Insomma, la matrice potrebbe essere individuata, per esempio, nel “diario fenomenologico” (che fu un’innovazione radicale da parte di Enzo Paci, nel 1961) oppure si riduce alle ‘storie’ (tanto più banali e ripetitive) dei social networks del nostro tempo? Il dubbio mi pare legittimo. La mia impressione è che le modalità più attuali della comunicazione sociale abbiano esercitato una chiara influenza. L’autrice sistematicamente rinuncia a una riflessione critica sui principi della conoscenza e dell’azione urbanistica (che naturalmente sarebbe in grado di svolgere). Forse ritiene che uno stile più diretto e chiaramente empatico, animato da una varietà di esperienze di senso comune, sia in grado di favorire la diffusione e comprensione del messaggio. La mia valutazione è diversa. Personalmente, ritengo quella via una semplificazione, non necessaria e spesso illusoria. Il mio testo ideale è una composizione nella quale dell’autore emergono o restano poche tracce sensibili. I protagonisti dovrebbero essere i temi e le argomentazioni, che quasi sempre rinviano a tradizioni importanti, che non è possibile ignorare o eludere. L’esperienza risulta tanto più fertile se può essere considerata matura e condivisa sulla base di una ricca pluralità di eventi e documenti d’interesse non occasionale, e della storia conseguente delle loro interpretazioni. Il messaggio convincente non ha bisogno di continui richiami a piccoli fatti, che potrebbero valere come sostegno ausiliario, in una forma impressionistica o addirittura istantanea. Con il rischio di favorire, nel lettore, qualche atteggiamento emotivo, che potrebbe risultare semplificante o evanescente. Si tratta di una questione di stile, che si presta a interpretazioni diverse. Non escludo che la strategia comunicativa di Elena Granata possa risultare efficace (o più efficace) rispetto allo spirito del tempo. Anche se, personalmente, provo solo diffidenza e fastidio per le comunicazioni dei social media. Alberto Arbasino (in un testo riedito nel 2026) esprimeva insofferenza verso la “proustiana maniera", cioè la consuetudine del grande scrittore di evocare continuamente sensazioni e fatti personali. Nel nostro tempo, la tendenza sembra sempre più diffusa, ma viene ad assumere forme spesso banali e ingiustificate, a volte ridicole. In ogni caso, quello che conta dovrebbe essere il contenuto del messaggio. Sarebbe un’illusione supporre che il richiamo a buoni sentimenti possa essere una garanzia della qualità e delle virtù dei contenuti. In una nota (cap. 8), Elena Granata osserva che quel modo di comunicare risulta ancora troppo raro nella letteratura disciplinare, e si compiace di ritrovare qualche traccia affine nel Romanzo urbanistico di Maurizio Carta (2024). Il giudizio mi pare controverso. Infatti, la visione di Carta segnala una critica sommaria e senza speranza delle pratiche tradizionali della disciplina, ma l’alternativa sarebbe un elogio incondizionato della città (dell’urbanistica) ‘creativa’, che è difficile distinguere dai modelli più banali di branding e marketing urbano in voga da tempo. Inoltre, la rivendicazione di un approccio più empatico non è estranea neppure agli operatori di mercato, verso i quali Granata (non senza qualche ragione) nutre severi pregiudizi: infatti, qualche esperto sostiene che “the emotional logic” è assolutamente compatibile con lo spirito del capitalismo (Konings, 2015). È sempre il caso di diffidare di visioni dualistiche troppo semplificanti.

 

2. Vademecum

Quale è, in sintesi, il messaggio virtuoso che il libro trasmette al lettore? La mia impressione è che ci troviamo di fronte a una versione ‘rovesciata’ del racconto urbanistico di Bernardo Secchi (1984). Come è noto, Secchi aveva dato evidenza a una forma discorsiva ricorrente nei testi disciplinari: che spesso incominciano a evocare il “processo di peggioramento” delle condizioni urbane e abitative, purtroppo in atto da tempo in una varietà di contesti territoriali e sociali; prima di rappresentare le possibilità di una correzione sostanziale di rotta, grazie all’azione intenzionale, lungimirante ed efficace, delle politiche e della progettazione urbanistica. Secondo la prospettiva tracciata da Elena Granata, la sequenza delle fasi appare tristemente invertita. La concezione ottocentesca dell’urbanistica, nutrita da valori illuministi e sostenuta, in Francia, dagli effetti della transizione rivoluzionaria di fine ‘700, implicava un’idea di spazio pubblico come bene in comune: “la trasformazione della città in uno spazio aperto, civile, condiviso” (Alle radici della città di tutti). In seguito, i processi reali hanno seriamente messo in discussione alcuni diritti (appena) conquistati. Il libro rappresenta in modi efficaci una sequenza impressionante di valori perduti. La cittadinanza ha perso l’accesso a luoghi comuni, mentre si moltiplicano gli ostacoli e i divieti (cap. 2). La città ha perso i suoi bambini, sempre più rari e tenuti al margine (cap. 4). Agli abitanti spesso è negata la possibilità di esercitare sensi preziosi: il diritto alla vista dell’intorno urbano (cap. 8); la visione del cielo notturno (cap. 3); ma anche un uso creativo dei sensi fondamentali (“vedere con le orecchie, sentire con gli occhi”: ibidem). L’ossessione del modernismo verso le impurità del contesto ereditato tende a impoverire (fino a cancellare) la varietà, la ricchezza, la biodiversità degli ambienti della vita urbana (cap. 10). Così come risulta a rischio la possibilità di un numero crescente di soggetti di permanere nella città della gentrificazione (cap. 7). E diventa sempre più difficile una pratica dell’abitare come vita da condividere, in risonanza con gli altri, mentre va crescendo la quota delle dimore a uso temporaneo, anche di breve periodo (cap. 5). Si impone dunque una sequenza di osservazioni negative, solo in parte compensate dalla citazione di qualche modello alternativo virtuoso, che di solito si manifesta in modi sporadici e forme estemporanee. Paradossalmente, un testo fortemente esortativo trasmette un messaggio di base che appare indubbiamente inquietante. È sufficiente il richiamo a qualche forma di attivismo locale per confidare in un’inversione di rotta?

 

3. Rischi di confusione

Il discorso diventa ambiguo anche per la volontà dell’autrice di disseminare nel testo, con leggerezza, dichiarazioni perentorie che vorrebbero testimoniare nobili valori, ma rischiano di creare confusione. “La natura ci rende liberi” (cap. 9). Forse Elena Granata intende alludere al diritto alla natura come requisito irrinunciabile di cittadinanza. Tuttavia, l’affermazione è letteralmente discutibile: in realtà la natura condiziona gli umani (che devono imparare a convivere con quella realtà); ma è anche vero che la natura in città è fortemente condizionata – spesso “asservita” – dalle pratiche urbane in uso (Blom, 2023). Sarebbe un errore sorvolare su questi problemi.

“Sono i vuoti che fanno la città” (cap. 2). Probabilmente l’autrice vuole ribadire l’importanza delle relazioni interattive che avvengono nello spazio aperto (non si abita nelle case, ma in un sistema di relazioni urbane: ibidem). Tuttavia, l’affermazione potrebbe risultare fuorviante. Gli spazi aperti sono determinanti per costituire una forma urbana, ma le condizioni dell’abitare in città dipendono da una serie di fattori irriducibili agli spazi in-between.

“La città è gratuita o non è” (cap. 1). Forse l’autrice vuole evocare il carattere della condizione urbana come dono che è concesso (senza ragioni di merito) ai suoi abitanti, ma la “città giusta” (Marcuse et al., 2009; Fainstein, 2010) non presuppone necessariamente il requisito della gratuità: implica condizioni eque di partecipazione ai costi e ai benefici della vita in comune. Inoltre, l’idea di città-dono getta in ombra, indebitamente, una serie di “mali urbani” che colpiscono in modo differenziato categorie sociali diverse, proprio perché la città, normalmente, tende a rendere visibili varie forme d’ingiustizia spaziale.

“La città è (dovrebbe essere) un bene comune” (cap. 1). Probabilmente l’autrice usa la nozione di città come sineddoche. In realtà, è lo spazio pubblico che potrebbe essere un bene comune. Ma anche questa affermazione, più riduttiva, è confutata dai fatti: da tempo, in molte situazioni, anche i luoghi urbani difficilmente possono essere concepiti come “beni comuni”; infatti, spesso assumono i caratteri di “beni posizionali” (oligarchici, come si suol dire: Hirsch, 1976). Lo scarto fra enunciati di principio e realtà di senso comune rischia di diventare pesante. Mi sorprende la scarsa attenzione che l’autrice dedica a queste eventualità.

 

4. Quello che manca

Disponibile verso ogni forma di suggestione emotiva, il testo mi pare elusivo rispetto ad alcune questioni fondamentali: l’idea di società, di politica, di urbanistica, che oggi possono essere considerate più plausibili o, comunque, influenti. Se la città non è di tutti, sarebbe un’illusione supporre che le responsabilità siano soltanto del mercato o della speculazione. Una componente consistente della società urbana non è disposta a condividere una visione aperta e inclusiva di città come bene comune. Per ragioni di decoro o di sicurezza, constatate le difficoltà ordinarie di gestire “luoghi comuni”, può sembrare normale e conveniente ricorrere a forme diffuse di privatizzazione degli spazi; forse questi argomenti diventano un facile alibi per giustificare l’inclinazione spontanea verso una condizione di individualismo possessivo. In questo quadro mi pare difficile assumere come un presupposto generale la manifestazione possibile di uno spirito comunitario. L’eventualità rischia di diventare un’eccezione, o di assumere significati concreti lontani dal modello ideale evocato da Granata. I soggetti dei nostri tempi rivelano forme di individualismo in parte inedite. “L’autre individualisme” (2016) è la visione ora proposta da Alain Laurent, che a lungo ha studiato l’argomento (Laurent, 1993): un elogio della singolarità, non conformista, ma consapevole e responsabile. Non è il caso di dimenticare che il soggetto individuale del nostro tempo si muove in uno spazio desolatamente vuoto (Lipovetsky, 1989), dove le relazioni in rete potrebbero funzionare come debole surrogato dei legami sociali gravemente pregiudicati (Koenig, 2019); ma l’individuo è anche sottoposto a nuove tensioni dai processi pervasivi di globalizzazione, che modificano radicalmente la scala e il senso del suo contesto di vita (Elliott e Lemert, 2006). Allo stesso modo, l’idea di comunità subisce delle torsioni: l’idealtipo della “comunità di luogo” lascia il posto alle moltitudini che in comune hanno soltanto la coesistenza in uno spazio limitato e specifico (Nancy, 1986; Agamben, 2001). La stessa folla anonima alimenta le illusioni tecnocratiche dell’urbanistica smart, che rinuncia a studiare la società (o comunità) urbana, ma si accontenta di censire e misurare i comportamenti spaziali di soggetti indistinti. Senza dimenticare che si moltiplicano le forme di comunità di interesse, di censo o di rete, che prescindono da un’idea di luogo urbano come bene comune. Se l’idea di individuo e di comunità oggi suscitano nuovi dubbi e problemi, è possibile limitarsi a replicare alcune immagini edificanti del passato, che davano per scontato il bisogno del singolo di attivare relazioni collettive e la costituzione possibile di autentiche “comunità di luogo”?

In questo quadro la concezione politica dello spazio pubblico assume forme non equivalenti. Non è possibile confondere il paternalismo elitario (o autoritario) della società liberale con lo spirito di servizio dello stato social-democratico, ma neppure con l’ideologia sociale del municipalismo à la David Graeber, 2025, o Joel Koktin, 2016 (in Italia, Alberto Magnaghi, 2020). Queste modalità non sono un carattere peculiare della modernità. Granata non tratta l’argomento, ma l’idea di spazio pubblico è stata certamente influente sulla concezione della città medievale. Già in quella fase la politica della città ha assunto forme molteplici e distinte (Lecuppre-Desjardin e Van Bruaene, 2010): come proiezione dell’autorità del principe (soprattutto in Francia); come esperimento social-democratico (ex ante), in alcune città del Nord Europa; come espressione diretta del municipalismo (in Italia, per esempio). Ritroviamo le medesime tracce nella stagione della modernità. Granata allude a tutti e tre i movimenti come generatori di spazio pubblico (Alle radici della città di tutti); sembra manifestare una speciale attenzione per le tendenze del socialismo municipale (cap. 6). Io avrei più fiducia nell’utopia concreta social-democratica. È il caso di riconoscere, però, che le due famiglie di esperienze – entrambe – hanno incontrato difficoltà crescenti nel corso del tempo. Attualmente il modo di pensare la politica dello spazio pubblico è un problema aperto e forse irrisolto. L’autonomia della pubblica amministrazione è limitata in questo campo; sorgono problemi complicati di governance e di partnership, che non è possibile trattare con le immagini semplificanti della modernità. Mentre Elena Granata si limita a rievocare alcuni modelli tradizionali.

Neppure la concezione dell’urbanistica risulta veramente chiara nel libro. In pratica, i riferimenti empirici oscillano dal microprogetto di arredo urbano fino alla necessità di ecosistemi complessi di infrastrutture e servizi territoriali. Fra i due estremi, si intravede un abisso, ma il libro elude la questione. La rappresentazione dell’urbanistica come “scienza civile, …politica, non solo tecnica, ma arte, visione, immaginazione, strategia, sentimento” (Alle radici della città di tutti) non è accettabile, a mio avviso. Poteva essere tollerata nella fase nascente della disciplina come istituzione e come pratica sociale, ancora alla ricerca dello sbocco più plausibile fra ipotesi e orizzonti molto diversi. Oggi una visione così eclettica e indeterminata (o onnivora) non è più sostenibile; semmai diventa un sintomo della confusione o dell’opportunismo di una disciplina incompiuta o impossibile. Mentre è chiara l’esigenza di ripensare non solo la tecnica, ma lo statuto politico-amministrativo: che cosa significa fare urbanistica, se dobbiamo accettare l’idea che questa sia una pratica interattiva, contingente, incrementale, debole, eppure necessaria, nel rispetto di alcuni valori e requisiti esigenti? Il tema è solo sfiorato nelle conclusioni del libro (con allusioni sommarie al tema dell’ “adaptive reuse” dell’esistente, che richiederebbe soprattutto interventi di riparazione e cura). A mio avviso, non basta enunciare sentimenti virtuosi, qualche criterio di buona progettazione locale, o la fiducia (poco giustificata) verso qualche forma olistica di piano, di vecchia o nuova concezione (come il cosiddetto “piano del clima”: cap. 8). “Serve un agire pensante che abbandona l’illusione consolatoria dei principi”: questo è il monito con il quale l’autrice conclude il suo lavoro, ma il libro mette in pratica l’esigenza?

 

5. Modi di (non) fare urbanistica

La mia conclusione è che l’appello ai buoni sentimenti e alle visioni edificanti non è sufficiente per fare urbanistica nelle condizioni attuali. Rischia di diventare un alibi o un diversivo, come altre strategie comunicative, da tempo in uso. Penso agli attori disciplinari che vorrebbero ripristinare regole più rigorose, anche se un modello di pianificazione pubblica, generale e prescrittiva, raramente ha dato i risultati attesi. Oppure denunciano la crisi della disciplina, come effetto delle volontà ostili del mercato, della politica o della società stessa – mentre continua a mancare un’autoriflessione critica sui limiti intrinseci delle esperienze disciplinari. Oppure vestono i panni dei nuovi tecnocrati, che promettono di risolvere i problemi più gravi solo grazie a sensori, big data e ‘technological power’. Un’istituzione matura e responsabile non dovrebbe accontentarsi di surrogati così elusivi o fuorvianti. Dobbiamo rimpiangere i tempi in cui Einaudi pubblicava le visioni audaci e innovative di Campos Venuti (1967) o di Bernardo Secchi (1989)? Che non hanno dato gli esiti sperati, ma esprimevano presupposti, orizzonti e potenziali oggi introvabili.

Pier Carlo Palermo

 

Riferimenti bibliografici
(I temi del libro giustificherebbero una vasta documentazione bibliografica, ma questa non è la sede più opportuna. Mi limiterò, perciò, a qualche citazione indicativa)

Agamben, G. (2001) La comunità che viene, Torino: Bollati Boringhieri
Arbasino, A. (2026) Autocronologia (a cura di R. Manica), Milano: Adelphi
Blom, P. (2023) La natura sottomessa. Ascesa e caduta di un’idea, Venezia: Marsilio (München, 2022)
Campos Venuti, G. (1967) Amministrare l’urbanistica, Torino: Einaudi
Carta, M. (2024) Romanzo urbanistico. Storia delle città del mondo, Palermo: Sellerio
Elliott, A., Lemert, C. (2006) The New Individualism: The Emotional Costs of Globalization, London-New York: Routledge
Fainstein, S. S. (2010) The Just City, Ithaca-London: Cornell University Press
Graeber, D., Dubrovsky, N. (2025) Cities Made Differently, Cambridge (Mass.): The MIT Press
Hirsch, F. (1976) Social Limits to Growth, Cambridge (Mass.): Harvard University Press
Koenig, G. (2019) La fin de l'individu. Voyage d’un philosophe aux pays de l'intelligence artificielle, Paris: Éditions de l’Observatoire
Konings, M. (2015) The Emotional Logic of Capitalism: What Progressives Have Missed, Stanford (California): Stanford University Press
Kotkin, J. (2016) The Human City: Urbanism for the Rest of Us, Chicago: Agate B2
Laurent, A. (1993) Histoire de l'individualisme, Paris: Presses Universitaires de France
Laurent, A. (2016) L’autre individualisme, Paris: Le Belles Lettres
Lecuppre-Desjardin, E., Van Bruaene, A.-L. (eds) (2010) “De Bono Communi. Discours et pratique du Bien Commun dans les villes d’Europe (XIIIe au XVIe siècle)”, Studies in European Urban History, 22, 1-290
Lipovetsky, G. (1989) L’ère du vide. Essais sur l’individualisme contemporain, Paris: Gallimard
Magnaghi, A. (2020) Il principio territoriale, Torino: Bollati Boringhieri
Marcuse, P. et al. (eds) (2009) Searching for the Just City, London-New York: Routledge
Nancy, J.-L. (1986) La communauté désoeuvrée, Paris: Bourgois Éditeur
Paci, E. (1961) Diario fenomenologico, Milano: il Saggiatore
Secchi, B. (1984) Il racconto urbanistico, Torino: Einaudi
Secchi, B. (1989) Un progetto per l’urbanistica, Torino: Einaudi

 

 

N.d.C. Pier Carlo Palermo è professore emerito di Urbanistica del Politecnico di Milano dove ha fondato e diretto il Dipartimento di Architettura e Pianificazione e dove è stato preside della Facoltà di Architettura e Società.

Tra i suoi libri: Trasformazioni e governo del territorio (Franco Angeli, 2004); Innovation in Planning: Italian Experiences (Actar, 2006); con G. Pasqui, Ripensando sviluppo e governo del territorio (Maggioli, 2008); I limiti del possibile. Governo del territorio e qualità dello sviluppo (Donzelli, 2009); con D. Ponzini, Spatial planning and urban development (Springer, 2010); con D. Ponzini, Place-making and urban development (Routledge, 2015); Il futuro dell’urbanistica post-riformista (Carocci, 2022); Roots and Frontiers. Figures and Cultures in Contemporary Urban Planning (Planum Publisher, 2025); Mutation: Metamorphosis or An Eclipse in Contemporary Urban Planning° (Planum Publisher, 2026).

Per Città Bene Comune ha scritto: Per un'urbanistica che non sia un simulacro (5 febbraio 2016); Non è solo questione di principi, ma di pratiche (18 gennaio 2017); Vanishing. Alla ricerca del progetto perduto (30 giugno 2017); Il futuro di un paese alla deriva (23 febbraio 2018); Oltre la soglia dell’urbanistica italiana (13 settembre 2019); Le illusioni del “trasnational urbanism” (22 maggio 2020); Urbanistica? Necessaria e irrilevante (14 settembre 2023); Cammei di urbanistica (3 luglio 2025); Dare voce a un disagio diffuso (17 aprile 2026).

Sui libri di Pier Carlo Palermo, v. in questa rubrica: Renzo Riboldazzi, Urbanistica, progetto incompiuto (28 aprile 2023); Marco Cremaschi, Urbanistica? Serve una via d’uscita (10 ottobre 2025)

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 

 

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

17 SETTEMBRE 2026

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P. Gabellini, Sull'Italia di mezzo: il primo ritratto, commento a S. Caramaschi, C. Mattioli, La pianura metro-rurale (Donzelli, 2025)

S. Ronchi, S. Salata, R. Moscarelli, Consumo di suolo? 2,7 mq al secondo, commento al Rapporto Ispra 2025

R. Bedosti, Anche i regolamenti vanno letti, commento a: Regolamento UE 2024/1991

F. de Agostini, Fare paesaggio con l'architettura, commento a: G. Barazzetta, Architettura e paesaggio. I luoghi e le case di Bruno Morassutti (Pendagron, 2025)

E. Corradi, Storie di architetture e di amicizie, commento a: L. Spinelli, Cino Zucchi (LetteraVentidue, 2025)

M. Assennato, La storia come politica, commento a: R. Masiero, S. Tagliagambe, P. Zanenga, Metadomini (Libria, 2025)

P. Perulli, Conoscere la città camminando, commento a: G. Nuvolati (a cura di), Camminare la città (il Mulino, 2025)

M. Peverini, La casa è di nuovo sexy?, commento a S. Gainsforth, L'Italia senza casa (Laterza, 2025)

P. Pileri, La terra è un cantico, commento a: S. Mancuso, Il cantico della terra, (Laterza, 2025)

M. Cusumano, Ambiente: la dimensione del rischio, commento a: A. Mela, S. Mugnano (a cura di), Il rischio ambientale (Carocci, 2025)

M. R. Gisotti, Molti luoghi dentro di noi, commento a: A. Marson, A. Tarpino, Sguardi sul paeesaggio (manifestolibri, 2025)

F. Gastaldi, La casa: diritto o privilegio? Commento a: A. Gramigna, A. Scialdone (a cura di), Diritto o privilegio? (Egea, 2026)

M. Santangelo, La relazione nella città reclusa, commento a: A. Di Franco, M. Frangipane, G. Orsenigo, Progettare in carcere (LetteraVentidue, 2025)

P. Grassi, Le reti come strumento di sussidarietà, commento a: A. Ranzini, Reti per una città che cura (FrancoAngeli, 2025)

A. Rosima, La città è (anche) dei giovani, commento a C. Leccardi, Vite aperte al possibile (il Mulino, 2025)

F. Ceci, Napoli: la necessità di fare politica, commento ai libri di: B. Russo, Le case dei sogni (Monitor, 2025); L Rossomando, L’impresa del bene (Carocci, 2025); A. Esposito, Le case degli altri (Editpress, 2023).

M. Russo, Arte e architettura: uno spazio comune, commento a: A. Zevi, Artisti e architetti alla prova dello spazio (Donzelli, 2025)

G. Zucconi, Napoleone tra architettura e città, commento al libro di G. D'Amia, Milano capitale 1797-1814 (Silvana Ed., 2021).

M. Manzelle, Perché Venezia sia ancora una città, commento a: D. Calabi, Venezia è viva - Venice is alive - Venise est vivante (Éd. Liana Levi, 2025)

L. Bottini, Necessità di governare lo spazio pubblico, commento a: C. Burini, Governare lo spazio pubblico nelle città italiane (FrancoAngeli, 2024)

M. A. Crippa, L'architettura è un mistero, commento a : E. Faroldi, M. P. Vettori, L’architettura del mistero (LetteraVentidue 2025)

P. Gabellini, Un passato discusso e da discutere, commento ai numeri 165-166 e 169-170 di 'Urbanistica' (Inu Edizioni, 2022 e 2025)

P. C. Palermo, Dare voce a un disagio diffuso, commento a: L. Marescotti, Tra teoria e prassi (Biblion, 2025)

S. Tagliagambe, La città come spazio delle differenze, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis 2025)

C. Olmo, Il corpo contro l'abuso della tecnologia, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)

G. Semi, L'urbanistica si impara (anche) nei centri sociali, commento a: V. Mattioli, Novanta (Einaudi 2025)

F. Paone, Avviciniamoci all'urbanistica, commento a: P. Gabellini, Avvicinarsi all’urbanistica (Planum, 2024)

F. D. Moccia, La lezione dell'esperienza, commento a: D. Vianello, Il mestiere dell’urbanista (INU Edizioni, 2025)

G. De Luca, La rigenerazione è tante cose, note sui libri di Carta, Carrà-Pultrone, Buttarelli-Cappuccitti (editori vari)

M. Talia, La Storia come orientamento, L'INU nei numeri doppi di "Urbanistica", a cura di Patrizia Gabellini (n. 165-166 del 2022), e a cura di Giulia Fini (n. 169-170 del 2025)

M. Villani, La necessità di disegnare i luoghi, Note sul contributo di Giancarlo Consonni alla cultura del progetto urbano

O. Pivetta, Milano, una città (solo) da usare?, commento a: G. Cervi, G. Consonni, (a cura di), Il verso di Milano, (About Cities, 2025)

F. Cambria, Un libro da usare?, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)

A. Ferlenga, Lost in transition, Commento a: L. Ciacci, L’inganno della città ideale (Pendragon, 2025)

C. Bianchetti, Cosa riflette il rombicubottaedro?, commento a: M. Biraghi, Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025)

M. Venturi Ferriolo, Urbanistica: impariamo dai filosofi, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis, 2025)

A. Bagnasco, Costruire luoghi terzi, commento a: O. De Leonardis, Preferirei di sì (DeriveApprodi, 2025)