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COMBATTERE LA POVERTÀ, NON I POVERI
Commento al libro di P. Grassi, G. Pozzi e V. Verdolini
Adriano Cancellieri
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Milano, più di altre città italiane, appare oggi impegnata a occultare fragilità, disuguaglianze, esclusioni e povertà proprio mentre continua a produrle e ad alimentarle. È da questa tensione che muove Milano fantasma. Etnografie di una città e delle sue infestazioni, di Paolo Grassi, Giacomo Pozzi e Valeria Verdolini (ombre corte, 2025).
Il volume può essere letto non solo come un’indagine sulla Milano contemporanea, ma come un dispositivo teorico e politico per osservare la città attraverso ciò che essa tende a rimuovere: corpi marginalizzati, luoghi stigmatizzati, povertà rese invisibili. La scrittura procede in modo induttivo: parte dalle vite concrete, dai corpi, dalle case e dai quartieri, per mostrare processi urbani più ampi. In questo senso, Milano fantasma non è semplicemente un libro sulla marginalità, ma un libro sulla città intera osservata dai suoi margini, dalle sue fratture e dai suoi punti ciechi. La forza del volume sta nel collegare scale diverse senza appiattirle. Corpo, casa, quartiere e città non sono livelli separati, ma dimensioni intrecciate della stessa infestazione.
Il libro si colloca dentro una linea di riflessione che, a partire dalla nozione derridiana di hauntology, ha mostrato come fantasmi, spettri e infestazioni non vadano intesi soltanto come residui folklorici o oggetti di credenza, ma come categorie analitiche utili a interrogare la persistenza dell’ingiustizia, della violenza strutturale e della loro rimozione. Il fantasma diventa allora una chiave per pensare l’urbano non come spazio infestato dal soprannaturale, ma dalle conseguenze materiali e simboliche di ciò che è stato escluso: popolazioni espulse, violenze normalizzate, disuguaglianze naturalizzate.
Corpi migranti e cittadinanze incomplete
Questa prospettiva emerge con particolare chiarezza nel modo in cui il volume restituisce la condizione dei “corpi migranti”. Essi attraversano quotidianamente Milano e ne sostengono molte funzioni essenziali: sono sovrarappresentati nel lavoro povero, nei servizi di cura, nella logistica, nelle cucine, nei cantieri, cioè in quei settori spesso poco visibili ma indispensabili alla riproduzione della vita urbana. La loro presenza è dunque profondamente interna al funzionamento della città. E tuttavia resta una presenza subalterna, condizionata, spesso invisibilizzata. I migranti contribuiscono materialmente alla vita di Milano senza essere pienamente riconosciuti come suoi abitanti legittimi. Sono dentro la città, ma in forme parziali, precarie, subordinate.
In questa prospettiva, l’integrazione tende spesso a coincidere con l’accettazione silenziosa del posto assegnato: lavorare, non disturbare, non rivendicare, non politicizzare la propria presenza. Il migrante “ben integrato” diventa così colui che resta discreto, che occupa lo spazio urbano senza metterne in discussione le gerarchie. Ma una città democratica non può chiedere ai suoi abitanti di essere fantasmi educati.
Il fantasma migrante è anche un prodotto burocratico. La sua invisibilità nasce da dispositivi amministrativi — permesso di soggiorno, residenza, contratto d’affitto, iscrizione anagrafica — che definiscono chi può essere riconosciuto come abitante legittimo della città. Queste procedure, apparentemente tecniche e neutrali, producono effetti politici profondi. Funzionano spesso come una catena di dipendenze reciproche: per ottenere la residenza serve un titolo abitativo riconosciuto; senza residenza diventa più difficile accedere ai servizi; senza servizi aumentano precarietà sanitaria, abitativa e lavorativa; con una vita più precaria diventa più difficile mantenere i requisiti richiesti per restare regolari. La burocrazia, dunque, non registra soltanto la marginalità: contribuisce a produrla e a riprodurla. Anche la condizione di chi è senza documenti va letta in questo quadro, non come colpa individuale, ma come effetto di norme che rendono sempre più difficile entrare regolarmente e sempre più facile perdere la regolarità. Un contratto di lavoro che si interrompe, un permesso che scade, una residenza impossibile da ottenere, un affitto informale o un requisito amministrativo non soddisfatto possono far precipitare rapidamente una persona nell’irregolarità. Questa irregolarità diventa poi il terreno su cui si innestano forme di sfruttamento, economie informali, marginalità e talvolta percorsi devianti. Non perché la migrazione produca devianza, ma perché l’assenza di diritti e protezioni rende alcune vite più esposte alla ricattabilità e alla sopravvivenza precaria.
È qui che il migrante diventa fantasma: non perché sia assente dalla città, ma perché vi è presente senza essere pienamente riconosciuto. Lavora, abita, cura, consegna, pulisce, costruisce e sostiene segmenti fondamentali dell’economia urbana; eppure questa presenza, proprio mentre si rivela essenziale, resta confinata in una condizione di appartenenza parziale, quando non di aperta esclusione.
Dentro questo scarto — tra centralità materiale e marginalità simbolica — il riferimento all’aporofobia (concetto suggerito dalla collega Veronica Redini in un colloquio informale) assume particolare rilevanza. Il termine, proposto da Adela Cortina per indicare il rifiuto, la paura o l’avversione nei confronti dei poveri, permette di nominare una dinamica sempre più pervasiva. Dunque, ciò che viene respinto non è soltanto il corpo migrante in quanto tale, ma più in generale la figura del povero: una presenza percepita come disturbante, minacciosa, fuori posto. Appunto una figura spettrale: qualcuno che c’è, che abita lo spazio urbano, che lo attraversa e lo sostiene, ma che proprio perché considerato socialmente svantaggiato viene continuamente spinto ai margini, allontanato, occultato. Una marginalizzazione invisibile e onnipresente, le cui tracce segnano quotidianamente le vite e i corpi: nella difficoltà di ottenere una casa, nella riduzione silenziosa delle aspirazioni, nelle condizioni lavorative sempre più precarie e a volte nel sospetto che accompagna un cognome, un accento o un indirizzo. È quella che viene chiamata violenza strutturale: una produzione ordinaria di vite meno libere, meno mobili, meno protette e meno riconosciute.
Le nuove generazioni con background migratorio rendono ancora più evidente questa violenza fantasmatica. I giovani razzializzati delle periferie sono spesso stigmatizzati contemporaneamente per il fenotipo, l’età, il luogo in cui vivono e la condizione sociale. La loro presenza non rappresenta un’eccezione da integrare nella città esistente: è già parte della città che sta emergendo. Proprio per questo disturba. Rende visibile lo scarto tra una società quotidianamente meticcia e un immaginario nazionale ancora costruito su appartenenze chiuse, fenotipi, cognomi, sangue. Mostrano una trasformazione che la città vive ogni giorno, ma che fatica a riconoscere socialmente e politicamente.
Questa fatica di riconoscimento si tramuta spesso in risentimento, accentuato dal declino della protezione sociale, dall’indebolimento del welfare state, dalla crisi dei partiti di massa e dalla perdita di forza delle istituzioni intermedie. Come mostrano Bertuzzi, Caciagli e Caruso, la paura dei corpi migranti non nasce semplicemente da una distanza culturale o da un rifiuto astratto dell’alterità, ma si intreccia anche con la paura molto concreta di perdere quote di sicurezza economica e sociale. Chi vede peggiorare le proprie condizioni può percepire la presenza di altri soggetti vulnerabili come una minaccia ulteriore alla propria fragile stabilità: una competizione per il lavoro, la casa, i servizi, l’attenzione pubblica. Gli imprenditori politici della paura intervengono precisamente su questa insicurezza, occultando le cause strutturali della crisi e orientando la rabbia verso capri espiatori più visibili e più deboli.
Combattere la povertà, non i poveri
Proprio qui si apre la questione più delicata. La categoria di fantasma è analiticamente potente, ma deve essere continuamente rimaterializzata: deve cioè servire a nominare le cause concrete che producono quelle presenze fantasmatiche e, più in generale, le crescenti condizioni di vulnerabilità che investono una parte sempre più ampia della popolazione urbana. Per questa ragione, leggere i fantasmi della città significa anche ripoliticizzare lo sguardo sull’urbano. Se tali fantasmi sono il prodotto di disuguaglianze materiali, esclusioni istituzionali e rimozioni simboliche, allora non basta renderli visibili: occorre intervenire sulle condizioni che continuano a produrli. La questione non è soltanto cambiare il modo in cui osserviamo la città, ma trasformare le politiche, le priorità e i rapporti di forza che ne organizzano la vita quotidiana.
Occorre, in questo senso, tornare a combattere la povertà, non i poveri. Ciò implica costruire un’agenda urbana radicalmente diversa. Non più incentrata sulla criminalizzazione della marginalità, sulla retorica del decoro e sulla gestione securitaria del disagio ma che parta dal riconoscere che la sicurezza si costruisce innanzitutto contrastando le disuguaglianze: promuovendo politiche abitative realmente sociali, contrastando la precarietà lavorativa, migliorando la qualità del lavoro, rafforzando salari, diritti e tutele, garantendo l’accesso universale ai servizi fondamentali.
È un’agenda che deve privilegiare l’etica e la giustizia sociale rispetto all’estetica urbana. Non bastano quartieri più belli, più narrabili, più attrattivi o più consumabili: servono quartieri più abitabili, più accessibili, più giusti. Scuola, salute, lavoro e casa devono tornare a essere infrastrutture collettive di cittadinanza e condizioni materiali indispensabili. Significa, in altre parole, mettere al centro quella che viene chiamata economia fondamentale: il cuore materiale della democrazia urbana. È lì che si decide se una città include o seleziona, se produce abitanti o fantasmi.
Il problema, dunque, non sono le presenze fantasmatiche che abitano Milano. Il problema sono gli attori e le politiche che le rendono tali: che le producono, le sfruttano, le stigmatizzano e poi pretendono di non vederle.
Adriano Cancellieri
Riferimenti bibliografici Bertuzzi, Niccolò, Carlotta Caciagli e Loris Caruso, a cura di. Popolo chi? Classi popolari, periferie e politica in Italia. Roma: Ediesse, 2019. Cortina, Adela. Aporofobia. Il disprezzo per i poveri. Palermo: Timeo, 2023.
N.d.C. – Adriano Cancellieri, Phd in Sociologia, insegna “Spazi urbani e polarizzazione sociale” e “Social and Cultural Planning” all’Università degli Studi di Milano-Bicocca. I suoi temi di ricerca si concentrano sulla dimensione spaziale e territoriale dell’azione sociale, con particolare attenzione alle migrazioni, alla salute, alla costruzione/distruzione di publicness, alla rigenerazione urbana e ai processi di stigmatizzazione e marginalizzazione. È co-fondatore e membro del Comitato editoriale della rivista ‘Tracce Urbane. Rivista Italiana Transdisciplinare di Studi Urbani’ e membro del Comitato editoriale della rivista ‘Mondi Migranti’. È stato, inoltre, fondatore, coordinatore (sino al 2023) e docente del Master “U.Rise. Rigenerazione Urbana e Innovazione Sociale” dell’Università Iuav di Venezia.
Tra i suoi libri: con Giuseppe Scandurra, a cura di, Tracce urbane. Alla ricerca della città (FrancoAngeli, 2012); Hotel house. Etnografia di un condominio multietnico (Professionaldreamers, 2013); con Giada Peterle, a cura di, Quartieri. Viaggio al centro delle periferie italiane (BeccoGiallo, 2019); con Giovanna Marconi, a cura di, Immigrazione e welfare locale nelle città metropolitane. Bari, Milano, Napoli, Torino, Venezia (FrancoAngeli, 2022).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 25 SETTEMBRE 2026 |
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