Fernando Aliata  
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ARCHITETTI ITALIANI IN ARGENTINA


Commento al libro di Giovanna D’Amia



Fernando Aliata


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L’uscita di questo libro di Giovanna D´Amia – Architetti e costruttori italiani in Argentina. Storie di emigrazione e di mobilità professionale. 1880-1974 (Silvana editoriale, 2025) – permette di ampliare le nostre rispettive prospettive di ricerca circa l'opera di architetti e costruttori italiani in Argentina. Soprattutto, però, questo volume appare significativo perché arricchisce tutta una serie di studi che hanno preso corpo negli ultimi vent'anni con l'obiettivo di comprendere l’intenso rapporto fra due Paesi: Italia e Argentina. Queste, per la verità, sono state condotte prevalentemente in Argentina, e in particolare a Buenos Aires che, sappiamo, fu una creazione tardiva dell'Impero spagnolo. Stiamo parlando, infatti, di un’area periferica, la frontiera sud dell’impero (quella nord era la California), dove nella metà del Settecento fu istituito un nuovo vicereame, con Buenos Aires – una piccola città isolata dipendente da Lima – come capitale. È così che questa iniziò rapidamente la sua crescita come porto franco e come nuovo centro di esportazione di cuoio e carne salata. Ed è qui che, all’inizio dell’Ottocento, emerse un’élite improvvisata in un contesto fragile in cui non esistevano accademie o scuole di architettura (come in Messico e in Brasile) né, per lungo tempo, vi fu un ambiente culturale focalizzato sulla riflessione su temi e problemi architettonici. È questa la ragione per cui si scelse di importare modelli architettonici da altre parti del mondo. Non si trattò, cioè, di un’imposizione coloniale poiché non furono le grandi potenze a imporre un tipo di architettura, come la storiografia spesso ha ipotizzato nel secolo scorso. Piuttosto fu una scelta deliberata dalla classe politica ed economica al potere in un certo periodo storico.

Dopo il tardo-barocco e il classicismo spagnolo – che in Argentina è definito “architettura coloniale” – con l’indipendenza emerse un’architettura rivoluzionaria dalle radici neoclassiche, eroica e luttuosa nel carattere, che rappresentava perfettamente l’epoca delle guerre d’indipendenza. Dal 1850, iniziò a svilupparsi uno stile neorinascimentale, apprezzato da una cerchia sociale che aveva una particolare affinità con l’Italia, ancor prima della grande ondata migratoria dei decenni successivi. Questa architettura, con la sua intrinseca flessibilità, si dimostrò adatta a rappresentare le opere dello Stato e a democratizzare l’ornamentazione nell’edilizia privata a tutti i livelli sociali, rompendo definitivamente con la rigida struttura del neoclassicismo.

L’immigrazione, ovvero il massiccio afflusso di popolazione dai paesi europei, nonché l’espansione e l’affermazione di una globalizzazione precoce, cambiarono la situazione verso la fine del secolo. L’élite perse la sua autonomia decisionale e l’importazione di modelli eclettici divenne massiccia e incontrollabile. Buenos Aires si trasformò in quel tempo in una babele di linguaggi architettonici. Stiamo parlando di un’architettura senza legami con il contesto, caoticamente frazionata tra nazionalità in competizione che, attraverso un’operazione di legittimazione dei propri linguaggi architettonici, cercavano di esprimere il proprio carattere nel tessuto urbano. È così che nacque le Buenos Aires eclettica che ancora oggi conosciamo. Alla luce di ciò, la sfida attuale per gli studiosi argentini e italiani è comprendere questo patrimonio culturale composto da una pluralità di linguaggi che, in linea di principio, riflettono alcune origini: il neorinascimento, il romanico lombardo, il floreale italiano, l’art nouveau, l’eclettismo francese o il gusto Beaux-Arts di inizio Novecento; le diverse declinazioni del gotico, l’architettura industriale di stampo inglese, l’eclettismo romantico di matrice nordica, e via di seguito. Da questo punto di vista, l’opera di Giovanna D’Amia è estremamente utile perché aiuta a comprendere la parte più importante di quell’eredità, che, indubbiamente, sia in termini qualitativi che quantitativi, è principalmente italiana.

Quando io e altri studiosi abbiamo iniziato a indagare gli architetti italiani in Argentina, molti anni fa, abbiamo avuto difficoltà a comprendere la loro formazione e il rapporto con il contesto italiano, così come la ricerca e i riferimenti teorici di questi architetti. In questo senso credo che il libro di D’Amia sia un esempio virtuoso di come superare l’isolamento con una ricca serie di fonti provenienti da entrambi i Paesi. Fonti che permettono di indagare in modo scientifico le sfide vissute da coloro che hanno intrapreso la strada dell’emigrazione o hanno lavorato alternativamente in entrambe le realtà. Allo stesso tempo, quest’opera può essere letta anche come parte di una nuova ondata di ricerca che, come afferma l’autrice nell’introduzione al volume, si propone di “ripensare al tema in un più ampio quadro internazionale di studi e riflessioni sui percorsi della modernità in America Latina […] una rilettura che parla di modernità condivisa tra il vecchio e il nuovo continente e che indaga i fenomeni di transfert accanto alle manifestazioni di ibridazione culturale” (p. 8)

L’ampio arco cronologico preso in considerazione nel volume può essere suddiviso in tre periodi: quello che vede architetti di diversa provenienza, arrivati con la grande ondata migratoria di fine Ottocento, impegnati in molteplici attività e portatori di diversi linguaggi; quello della preminenza di immigrati lombardi e piemontesi che va dall’esposizione milanese del Sempione (1906) alla Prima guerra mondiale e che trova la sua massima espressione nel rapporto Milano-Buenos Aires; e quello degli architetti italiani giunti nel secondo dopoguerra per soggiorni di lungo o breve periodo, portatori di un lessico moderno già condiviso fra Italiani e Argentini. Oltre a questo, il merito di Giovanna D’Amia sta nell’aver indagato le intense relazioni accademiche, anche attraverso l’accesso a fonti primarie difficilmente consultabili, e nell’aver costruito dialoghi interpersonali che hanno agevolato la comprensione del fenomeno nel suo complesso. In questo senso, il libro si distingue per la precisione delle informazioni sui protagonisti dei singoli capitoli, tanto in merito alla loro formazione che alla loro attività professionale, ma anche su alcuni aspetti delle loro vite, che mostrano come i percorsi di andata e ritorno tra Italia e Argentina abbiano stimolato in modo permanente il loro lavoro. Si tratta di traiettorie che dimostrano l’esistenza di diverse strategie progettuali, a volte in conflitto tra loro, ed evidenziano la necessità di adattare la propria formazione e il proprio modo di lavorare a una realtà diversa. A Buenos Aires i piani erano differenti e il pragmatismo fungeva da freno alle aspirazioni teoriche, estranee a una realtà in cui il dibattito architettonico era quasi inesistente. Un contesto complesso in cui le istituzioni professionali che riunivano architetti, ingegneri e costruttori erano ancora in fase di formazione, mentre l’insegnamento dell’architettura all’università, che stava rapidamente assumendo un carattere espressamente francese, non andava oltre i primi anni del Novecento.

Il merito del libro di Giovanna D’Amia risiede anche nella selezione di casi o biografie che abbracciano profili professionali diversi: da architetti legati allo Stato liberale, come Carlo Morra, strettamente legato all’élite locale, a Vittorio Meano, che si distingue invece per il suo isolamento; fino alla situazione particolare di Gaetano Moretti, già affermato come professionista in Italia, che accede a importanti incarichi professionali. E ancora: Ferruccio Corbellani, un architetto con una formazione accademica disposto ad adattarsi a tutte le tendenze alla moda, o Giuseppe Bisighini, incaricato da un vasto numero di imprenditori italiani coronati dal successo: quelli, come si suol dire, che hanno fatto l´America. Un caso, ci ricorda l’autrice, che costituisce solo la punta dell’iceberg di un vasto numero di imprenditori italiani che hanno trasformato Buenos Aires in una metropoli e che tutt’oggi richiederebbe ulteriori studi.

Da un punto di vista metodologico, le vite dei singoli protagonisti, che in alcuni casi potrebbero essere considerate “parallele”, sono strutturate sulla base di una consolidata indagine biografica, anche se, come precisa l’autrice, l’obiettivo non è “quello di riscattare percorsi individuali, ma quello di contribuire a ciò che si potrebbe definire una ‘piattaforma’ aperta, dove le storie personali si incrociano a quelle di altri protagonisti e di diversi attori (committenti, collaboratori, maestranze, tecnici, artigiani e fornitori), in un sistema di relazioni complesso tra figura e sfondo” (p. 9). Dopo aver sviluppato con precisione le biografie di alcuni professionisti del periodo più intenso dei rapporti culturali tra Italia e Argentina, Giovanna D’Amia propone un’estensione temporale fino all’opera di Mario Bigongiari. Questa appare particolarmente significativa sia perché le ricerche sul tema si fermano generalmente al primo conflitto mondiale e non proseguono fino al periodo del secondo dopoguerra, sia perché mette a fuoco la penetrazione delle società industriali italiane in Argentina. Questo in un contesto italiano che dopo il 1945 appare assai differente da quello frammentato che caratterizzava la grande migrazione di fine Ottocento.

In conclusione, riprendo la questione posta da D’Amia in apertura del volume: si può davvero parlare, per i protagonisti di questo libro, di architetti italiani in Argentina, o sono essi stessi il prodotto di un’ibridazione che richiede nuove categorie interpretative? Mario Palanti e Francesco Gianotti – come ricorda l’autrice – combinano il grattacielo americano con la galleria o il passage di tradizione europea; le “escuelas palacio” (scuole palazzo), concepite come lussuosi templi della conoscenza, sono espressione di un programma del tutto nuovo; le facciate di gusto rinascimentale, che in Italia si sviluppano su più livelli, A Buenos Aires sono state adattate a tipologie derivate dalla tradizione abitativa argentina con edifici spesso a unico piano su lotti di dimensioni ridotte.

In definitiva, i progettisti italiani hanno dovuto confrontarsi con diversi spazi, tipologie e linguaggi architettonici per realizzare un ambiente originale in cui l’adozione di nuove tecnologie si è presentata con estrema rapidità e dove era palpabile una sete di innovazione caratteristica di una società in rapida crescita, capace di accettare sfide diverse e di trasformare rapidamente le sue fragili tradizioni.

Fernando Aliata

 

 

 

N.d.C. - Fernando Aliata è professore emerito presso la Facoltà di Architettura e Urbanistica dell’Università Nazionale di La Plata. Nato nel 1953, è architetto (UNLP) e dottore di ricerca in storia (UBA). Ha inoltre svolto studi post-laurea presso lo IUAV di Venezia tra il 1983 e il 1986. È stato professore ordinario presso la cattedra di Storia dell'Architettura della Facoltà di Architettura e Urbanistica (FAU) dell'Universidad Nacional de La Plata e ricercatore indipendente presso il Conicet, nonché vicedirettore dell' Instituto di Storia (HITEPAC) presso la stessa università. È stato presidente dell'Associazione Argentina dei Ricercatori in Storia e direttore del Dottorato di Ricerca presso la FAU dell'UNLP. Ha tenuto corsi e conferenze come professore ospite presso università nazionali e internazionali. Ha pubblicato numerosi articoli e libri sulla storia dell'architettura e della città, concentrandosi principalmente sulla prima metà del XIX e sulla seconda metà del XX secolo, oltre ad alcuni contributi relativi alla storia del paesaggio e del territorio.

Tra le sue opere spiccano la direzione (insieme a Jorge Liernur) del Diccionario de Arquitectura en la Argentina (2004) e i libri El paisaje como cifra de Armonía (in collaborazione con Graciela Silvestri, (2001); La ciudad regular. Arquitectura, programas e instituciones en el Buenos Aires posrevolucionario 1821-1835. (2006); Carlo Zucchi. Arquitectura, decoraciones urbanas y monumentos, (2009), Estrategias proyectuales. Los géneros del proyecto moderno. (2013); Mario Palanti (in collaborazione con Virginia Bonicatto, (2014); Proyectos y premios. La contribución de la FAU a los concursos de arquitectura, 1961 – 2022; (con Pablo Remes Lenicov (2024) y Las raíces del árbol de la Libertad (in collaborazione con Fernando Williams, 2025).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri

R.R.

 

 


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09 OTTOBRE 2026

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