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ASCOLTARE I LUOGHI (PRIMA DI PIANIFICARLI)
Commento al libro di Elena Porqueddu
Harrison Fraker
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Chi poteva immaginare che campi apparentemente eterogenei quali la teoria della complessità, quella dell'embodiment delle scienze cognitive, il concetto di sistemi auto-adattivi derivato dalle bioscienze e il pensiero sistemico potessero generare un nuovo approccio socio-spaziale alla progettazione delle città? Eppure, in un volume meditato, conciso e concettualmente ambizioso — Designing the complex city. A systemic approach to spatial design (Routledge, 2026) — Elena Porqueddu elabora una sintesi creativa tra concetti provenienti da questi campi, delineando un nuovo approccio alla pianificazione e alla progettazione urbana che sviluppa una posizione intermedia fra un eccesso di controllo imposto dall'alto e una carenza di controllo nei processi che emergono dal basso.
L'autrice muove dalla premessa che gli ambienti urbani sono sistemi complessi adattivi che emergono da innumerevoli interazioni tra forze sociali, spaziali, ecologiche ed economiche. Illustra come il pensiero sistemico debba estendersi al di là delle molteplici componenti fisiche (materiali) della città — vale a dire le infrastrutture, gli edifici, lo spazio pubblico e i sistemi naturali — ed includere le dinamiche socio-culturali ed economiche e le regole (immateriali) che ne plasmano il continuo sviluppo. Troppo spesso la dimensione materiale e quella immateriale non vengono considerate come parti integranti della stessa sfida progettuale.
Porqueddu cita due concetti fondamentali: organizzazione e struttura, quali componenti di qualsiasi sistema vivente o non vivente. Il pattern di organizzazione (immateriale) fornisce i principi che determinano le caratteristiche essenziali di un sistema, mentre la struttura (materiale) costituisce l'incarnazione (embodiment) fisica di tali principi. L'autrice evidenzia che, per comprendere e alimentare la complessità urbana, è indispensabile studiare congiuntamente i pattern organizzativi socio-economici e la struttura materiale. Questi non sono né indipendenti né direttamente collegati, bensì interdipendenti e intrecciati indissolubilmente in un continuo processo di co-evoluzione. Ne consegue che progettare la città complessa richieda di confrontarsi con tre prospettive: i pattern di organizzazione, la struttura fisica e il processo di produzione — ovvero le 'cose in divenire’. Tali prospettive offrono un quadro concettuale per esplorare interventi progettuali che “incrementano la capacità adattiva dei sistemi socio-materiali esistenti, alimentando la loro peculiare potenzialità di auto-produrre soluzioni a problemi emergenti" (p. 25), migliorando così la qualità della vita quotidiana delle persone.
Porqueddu colloca la sua argomentazione a favore di una progettazione sistemica dello spazio (systemic spatial design) all’interno della teoria dell'embodiment e delle scienze cognitive sociali, sottolineando come le persone e gli oggetti fisici (e l'ambiente fisico) siano componenti integranti di "un'incessante danza tra soggetto e oggetto" (p. 29), che coinvolge mente, corpo e ambiente urbano, in cui lo spazio si costruisce attraverso la dimensione sociale e la dimensione sociale attraverso lo spazio. L'autrice richiama l'ecologia della percezione di Gibson, secondo cui "la forma costruita è connessa all'azione umana attraverso le opportunità di coinvolgimento che essa offre (affordance). L''affordance” è una proprietà relazionale, che non appartiene interamente né al soggetto né all'artefatto, ma emerge dal loro incontro e dalla loro interazione nel tempo" (p. 23). Pertanto, l’autrice sostiene che la complessità urbana è generata (enacted) e "risiede in combinazioni immanenti, uniche, inaspettate e place-specific di elementi" (p. 21) ed è radicata nel contesto. L'autrice argomenta ulteriormente come nella progettazione sistemica (systemic spatial design) "lo spazio sia progettato per massimizzare le affordance e accogliere il progressivo adattamento a usi emergenti e inattesi, ovvero la co-evoluzione fra dimensione sociale e spaziale, fra soggetto e oggetto" (p. 26) e come “il coinvolgimento incarnato (embodied) dei progettisti sia fondamentale per affinare la loro capacità di affrontare la complessità del contesto in cui intervengono” (p. 27).
Per illustrare la sua tesi secondo cui la progettazione sistemica dello spazio dovrebbe mirare a generare interventi progettuali strategici — "buone perturbazioni" — che agiscono come catalizzatori positivi del cambiamento piuttosto che come atti conclusivi, l'autrice esamina, a titolo di esempio, tre progetti noti e ampiamente premiati. Il primo è il progetto di edilizia residenziale incrementale dello Studio Elemental a Iquique, in Cile. Il progetto fornisce strutture di base non finite, segmenti costruiti alternati a vuoti di uguale dimensione, comprensivi di servizi essenziali, che possono essere trasformati dagli abitanti in relazione a bisogni emergenti e specifici. Tale soluzione progettuale è denominata ‘edificio parallelo’ poiché le case ‘semi-finite’ sono aggregate attorno a corti interne, in modo tale da garantire la densità di un edificio collettivo. Anche le corti al piano terra sono lasciate incompiute, così da offrire molteplici possibilità d'uso agli abitanti, rendendoli partecipi della costruzione di una propria identità collettiva. La progettazione dello spazio è scaturita dall'osservazione diretta della realtà, dall'immersione incarnata (embodied) del progettista nelle pratiche socio-spaziali contestuali degli abitanti nei loro insediamenti informali. Il progetto valorizza le competenze costruttive e progettuali dei residenti e, edificando soltanto la metà di ciascuna unità abitativa, ottimizza le limitate risorse economiche municipali. Questo approccio place-specific genera un proprio sistema complesso adattivo che interagisce in modo proattivo e virtuoso con la cultura socio-materiale emergente e peculiare di quel luogo specifico. Tale approccio offre una dimostrazione convincente di quanto sia rilevante l’equilibrio tra un quadro progettuale definito dall'alto e un arricchimento al progetto alimentato dal basso.
Il secondo esempio proposto da Porqueddu è il progetto per la Cité du Grand Parc di Druot e Lacaton & Vassal a Bordeaux, in Francia. Anziché demolire un complesso residenziale modernista costruito negli anni Sessanta, i progettisti hanno proposto di trasformare, riutilizzare ed ampliare l'edificio esistente, aggiungendo un nuovo layer flessibile alla facciata della solida struttura evitando così i costi di demolizione e ricostruzione, senza trascurare il risparmio in termini di emissioni di carbonio. Questo nuovo layer comprende un giardino d'inverno e un balcone. Lo spazio non finito consente molteplici nuovi usi, configurazioni e alternative di circolazione rispetto alle piante originali degli appartamenti, rigide e sovradeterminate; non solo offre una splendida vista su Bordeaux, ma migliora anche le prestazioni ambientali delle unità abitative. Questo progetto illustra come anche una struttura sovradeterminata possa essere trasformata in un sistema complesso adattivo capace di rispondere ai bisogni emergenti e mutevoli delle famiglie residenti.
L'ultimo esempio è il celebre progetto del Metrocable per gli insediamenti informali di Medellín, in Colombia. La strategia progettuale è scaturita da una comprensione profonda delle strutture socio-spaziali degli insediamenti informali, che ha messo in luce il valore dei loro intricati scambi sociali ed economici interni e al contempo la loro mancanza di connessione con il resto della città, dovuta alla densa espansione sul ripido terreno montuoso. Anziché costruire nuove strade per gli autobus — soluzione costosa per la morfologia del terreno, e che avrebbe richiesto acquisizioni di suolo, demolizioni estese e rilocalizzazioni — il progetto ha proposto un sistema di funivia con stazioni posizionate in modo strategico, introducendo nuovi punti focali per il commercio formale e informale. Attraverso una collaborazione ulteriore tra l'amministrazione comunale e i residenti, i ‘nodi’ delle stazioni hanno innescato progetti complementari, tra cui spazi culturali, biblioteche, servizi per la comunità, impianti sportivi e miglioramenti alle infrastrutture locali. In questo modo, il sistema della funivia e delle sue stazioni — intervento progettuale puntuale definito dall'alto — ha favorito "processi spontanei di auto-rigenerazione dal basso nel tessuto urbano esistente." (p. 68)
I tre casi studio sollevano la questione di come i progettisti possano ricercare e individuare opportunità, potenzialità latenti negli ambienti urbani, per favorirne la rigenerazione. Porqueddu propone un framework per l’indagine e l’analisi che definisce “Multi-scale living atlas” (atlante vivente multi-scalare). È essenzialmente un esercizio di mappatura, ma va ben oltre, capovolgendo la logica di una tipica analisi condotta con i Sistemi Informativi Geografici (GIS). Anziché partire da un'analisi oggettiva e distaccata dell'"organizzazione" e della "struttura" — termini dell'autrice — di un ambiente urbano attraverso diversi layer di informazioni e dati, l'atlante inizia con l'esperienza diretta, vissuta, sensoriale, fisica, sociale, emotiva — vale a dire incarnata (embodied) — del sito e del contesto a scale molteplici, da parte dei progettisti. Tale esperienza può "mettere in luce dettagli che l'analisi dei dati e l'osservazione distaccata dall'alto (vista planimetrica e a volo d'uccello) non riescono a cogliere, e che potrebbero rivelarsi essenziali per individuare “punti di leva” (leverage points) (1) e identificare la strategia progettuale più appropriata" (p. 85/86). Questa concezione del living atlas consente a coloro che partecipano al processo progettuale "di analizzare contesti specifici sia come osservatori distaccati (dall'alto) sia come partecipanti a 'balletti urbani' situati nel luogo" (p. 85). In questo modo, l'esperienza viscerale e incarnata, generata dal basso, può contribuire a orientare e guidare l'analisi dall'alto.
Con pari rilevanza, il Multi-scale living atlas offre un quadro di riferimento condiviso, un'impalcatura per l'interdisciplinarità. Esso invita discipline diverse ad apportare le proprie letture e interpretazioni di un contesto urbano, arricchendo ed espandendo così il panorama delle opportunità per interventi strategici. Come si può immaginare, un paesaggista potrebbe voler indagare l’opportunità di recuperare e riportare in superficie un bacino idrico parzialmente interrato; un architetto potrebbe essere interessato alla definizione spaziale — o alla sua assenza — in luoghi speciali, landmarks o nodi urbani, e al modo in cui i tipi edilizi locali possano essere utilizzati per rafforzarne l'identità e la fruizione; un ingegnere dei trasporti potrebbe essere interessato a individuare opportunità inespresse per lo sviluppo di una mobilità multimodale; un urbanista potrebbe voler analizzare il quadro normativo e i processi di sviluppo che hanno plasmato la situazione attuale, nel tentativo di comprendere come diverse iniziative progettuali possano inserirsi nelle politiche vigenti o richiederne una revisione; uno storico dell'urbanistica potrebbe essere interessato a mappare l'evoluzione dell'ambiente urbano nel tempo, senza tralasciare i bisogni e le prospettive dei residenti locali, dei titolari di attività commerciali e delle istituzioni presenti nel territorio. Questa è solo una piccola campionatura della pluralità di prospettive e competenze che discipline e attori diversi possono mettere in campo, ciascuna con le proprie tecniche di analisi dei dati, mappatura e elaborazione di diagrammi. Offre tuttavia uno sguardo su un quadro più completo, arricchito e sfaccettato, a supporto di un pensiero progettuale sistemico pienamente integrato sia in termini di scala che di tempo. L’idea del Multi-scale living atlas genera così uno strumento, un catalizzatore per esplorazioni progettuali profondamente arricchite, orientate alla ricerca degli interventi progettuali più appropriati.
È opportuno sottolineare che il testo di Porqueddu non è scritto nella sua lingua madre, eppure risulta chiaro e piacevole, nonostante la densità di alcuni passaggi, necessaria per illustrare e rendere giustizia agli ambiziosi presupposti e fondamenti teorici della sua proposta. Non vi è dubbio, tuttavia, che il testo beneficerebbe di apparati grafici più estesi e di maggiori dimensioni a illustrazione dei concetti nei casi studio. Quelli attualmente presenti sono troppo piccoli e appena leggibili — il che immagino sia un limite imposto dall'editore. Le dimensioni ridotte e il numero limitato degli apparati grafici si rivelano più problematici nei diagrammi e nelle illustrazioni del Multi-scale living atlas. Questi, oltre alla necessità di essere ampliati, dovrebbero essere molto più grandi — abbastanza da evocare l’esperienza vissuta e il suo impatto, e da far immaginare di essere, di vivere negli interventi proposti. Ciò nonostante, il Multi-scale living atlas si configura come uno strumento solido per l'analisi creativa, capace di accogliere molteplici modalità e scale di descrizione socio-spaziale-ambientale, e rivelare complesse potenzialità latenti per l’introduzione di "buone perturbazioni" — termine dell'autrice — in un contesto esistente. L’Atlas sembra essere inoltre in una fase iniziale di sviluppo e applicazione; la sua metodologia promette di rivelarsi ancora più efficace con un ulteriore affinamento, attraverso un uso continuato, orientato alla ricerca di soluzioni progettuali che siano rigenerative anziché finite e imposte dall’alto.
Implicita nel corso dell'intero testo, sottesa al discorso, vi è un'assunzione di fondo: che gli ambienti urbani siano una ‘performance’ che si dispiega nel tempo attraverso varie scale, "un'incessante danza fra soggetto e oggetto" (per usare le parole dell'autrice); e che i progettisti debbano immergersi pienamente in questa performance a tutti i suoi livelli socio-spaziali-ambientali, per poter individuare interventi progettuali capaci di trasformarne la “coreografia”, potenziando la sua capacità di evolversi e migliorare la qualità della vita quotidiana delle persone. Si tratta di un contributo prezioso per le professioni del progetto urbano da parte di una mente brillante e di una lettura da non perdere. Sollecita l’emergere di un nuovo tipo di pianificatore che utilizza il progetto come innesco di un cambiamento positivo piuttosto che come elaborazione di soluzioni finite. Anziché limitare il raggio d’azione della progettazione, il libro apre spazi interamente nuovi per l’azione strategica. Promuove così un cambiamento nella sensibilità progettuale, un cambiamento che ha certamente trasformato la mia.
Harrison Fraker
Note 1) Il termine “punti di leva” si riferisce qui alla definizione data da Donatella Meadows nell’articolo: Leverage Points: Places to intervene in a system (1999). Hartland: The Sustainability Institute.
N.d.C. - Harrison Fraker è professore e preside emerito presso la UC Berkeley - College of Environmental Design, e fellow emerito dell’American Institute of Architects. Considerato un pioniere della climate-responsive architecture e del sustainable urban design, ha ricevuto importanti riconoscimenti, tra cui la Topaz Medallion — il più alto premio per meriti nell'educazione e nella formazione in architettura, conferito congiuntamente dall’American Institute of Architects e dall’Association of Collegiate Schools of Architecture. La sua carriera abbraccia oltre cinquant’anni di attività didattica, professionale e di ricerca non solo come professore di Architettura e Urban Design e preside presso la UC Berkeley, ma anche come presidente dell’Energy Resources Group presso il College of Natural Resources (UC Berkeley), preside fondatore presso l’Università del Minnesota, professore ospite alla Lund University (Svezia) e Shimizu visiting professor alla Stanford University. In qualità di professore emerito, scrive, insegna e tiene conferenze in tutto il mondo sull’importanza di coltivare una progettazione urbana sostenibile.
Tra le sue pubblicazioni: The hidden potential of sustainable neighborhoods. Lessons from Low-carbon communities (Island Press, 2013); with P. Siöström and A. Foteva: Minding the city. Field notes on Neurosciences and the Poetics of Sustainable Public Spaces (Oro Editions, 2021); “The Design Imagination – Is Smart Design Enough?” In: The Routledge Companion to Smart Design Thinking in Architecture & Urbanism for a Sustainable, Living Planet, edited by Mitra Kanaani (Routledge, 2024); with V. Elmer, “Water, neighborhoods and urban design: micro-utilities and the fifth infrastructure”, in: Water sensitive cities, edited by C. Howe and C. Mitchell (Iwa publishing, 2012); “Education and Practice: the Architect in the Making”, in: Architecture, Celebrating the Past, Designing the Future, edited by N. B. Solomon, AIA, Commemorating the 150th Anniversary of the AIA, Visual reference Publications, 2008; “Where is the urban design discourse?” in: Places, 19(3), 2007; with D.J. Marckel, M. Tamborino, J.E. Lambert, “Streets, parks and houses: Case study of a pedestrian neighbourhood”, in: Transport Policy, 1(3), 1994, Elsevier.
Il testo sopra pubblicato è stato scritto in lingua inglese. La traduzione in italiano è di Elena Porqueddu.
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
Testo in lingua originale: Engaging urban performance (trad. it. Elena Porqueddu)
A Review of the book: Designing the Complex City, A systemic Approach to Spatial Design, by Elena Porqueddu
Who could imagine that what appear to be disparate fields of complexity theory, embodiment theory from the cognitive sciences, the concept of self-adaptive systems from the bio-sciences and integrative systems thinking could generate a new socio-spatial design approach to cities? Yet, in a thoughtful, concise, conceptually ambitious volume — Designing the complex city. A systemic approach to spatial design — Elena Porqueddu creates an imaginative synthesis of concepts from these fields into a new approach to planning and urban design that argues for a middle ground between top-down over control and the short comings from a bottom-up lack of control.
She starts with the premise that urban environments are complex adaptive systems that emerge from countless interactions among social, spatial, ecological, and economic forces. She makes the case that integrated systems thinking must extend beyond the multiple physical (material) components and systems of a city, i.e., its infrastructure, buildings, public space and natural systems, but must include the socio/cultural/economic dynamics and regulations (immaterial) that shape its continuous development. Too often the material and immaterial realms are not seen as part of the same design challenge.
She cites two fundamental concepts: organization and structure as part of any living or non-living system; where the pattern of organization (immaterial) provides the principles that determine a system’s essential characteristics, while the structure (material) is the physical embodiment of those principles. She points out that to understand and foster urban complexity, it is essential to study both the socio-economic organizational patterns and the material structure together. They are neither independent nor directly linked, but rather interdependent and co-evolving in an endless process that weaves them together. Thus, designing the complex city must engage three perspectives: patterns of organization, physical structure and the process of production i.e., ‘things in the making’. These perspectives provide a framework for exploring design interventions that “enhance the adaptive capacity of actual socio-material systems to foster their unique ability to self-produce design solutions to emergent problems” (p25), and in so doing improve the quality of people’s everyday lives.
Porqueddu situates her argument for systemic spatial design within embodiment theory and the cognitive social sciences by explaining how people and physical objects (and the physical environment) are integral components in” an endless subject-object dance” (p29), involving mind, body and the urban environment, where space is socially constructed and the social is spatially constructed. She references Gibson’s ecology of perception where, “built form is connected to human action through the ‘affordance’ of opportunities for engagement it provides. The ‘affordance’ is a relational property, which does not entirely belong to the subject or to the artifact, but emerges from their encounter and interaction over time.” (p23) Thus, she makes the case that urban complexity is enacted and “resides in immanent, unique, unforeseen and place-specific combinations of elements” (p21), and is contextually grounded. She further argues that in systemic spatial design “space is designed to maximize affordances and to leave room for progressive adaptation to unexpected emergent uses, i.e., subject-object social spatial co-evolution” (p26) and “that embodied engagement by designers plays a fundamental role in enhancing their potential to address the complexity of the context in which they intervene.” (p27)
To illustrate her proposition that systemic spatial design should seek to create strategic design interventions, ‘good perturbations’, that act as positive catalysts for change rather than finalizing acts, she examines three well-known and highly awarded projects as evidence. The first is the incremental housing project by Studio Elemental in Iquique Chile. The design provides basic unfinished structures, alternately built segments with equally sized voids, including basic services, that can be transformed by residents according to specific emergent needs. The solution is called ‘parallel building’ because the ‘half-finished’ houses are clustered around courtyards providing the density of a collective building. The ground level courtyards are also unfinished affording many different uses for the residents and engaging them in creating their own communal identity. The spatial design was based on real-life observation, emerging from the designer’s embodied immersion in the place specific socio-spatial practices of the residents in their informal settlements. It relies on the design-build skills of residents and by only building half of each house it expands the impact of the municipalities limited budget. This place specific approach creates its own complex adaptive system that interacts proactively and virtuously with a unique emergent socio-material culture. It presents compelling evidence for the value of a balance between a top-down design framework, fostering bottom-up design enrichment.
Parqueddu’s second example is a project for the Cité du Grand Parc by Druot and Lacaton & Vassal in Bordeaux, France. Rather than demolish a modernist housing estate built in the 1960’s, the designers proposed transforming, reusing and expanding the existing building by adding a new flexible layer to the existing façade of the robust structure, thus avoiding the cost of demolition and reconstruction, while not forgetting the carbon savings. The new layer includes a winter garden and balcony. The unfinished space affords many new uses, arrangements and circulation alternatives to the original, rigid, overdetermined apartment plans, while not only offering stunning views of Bordeaux, it also improves the environmental performance of the units. This example illustrates how even an overdetermined structure can be transformed, creating a complex adaptive system responding to the emergent and changing needs of the resident families.
The last example is the famous ‘Metrocable’ project for the informal settlements of Medellin, Columbia. The design strategy was generated from a deep understanding of the socio-spatial structures of the informal settlements, recognizing the value of their internal intricate social and economic exchanges, while also recognizing their lack of connection to the city because of their dense sprawl across the steep mountain terrain. Rather than building new streets for buses which would have been expensive because of the terrain, require land acquisition, extensive demolition and relocation, the project proposed a cable car system with stations located strategically, providing new focal points for informal and formal commerce. Through further collaboration between the city and the residents, the station ‘nodes’ triggered complementary projects including cultural spaces, libraries, community services, sports facilities and local infrastructure improvements. In this manner the surgical, top-down design intervention of the cable car system and stations fostered “spontaneous processes of bottom-up self-regeneration across an existing urban fabric.”(p68)
The three case study examples beg the question of how designers can search for and discover the opportunities, the latent potentials within urban environments to foster positive regeneration. Porqueddu proposes a framework for inquiry and analysis that she describes as a ‘multi-scale living atlas’. It is essentially a mapping exercise, but much more, one that turns upside down a typical Geographic Information Systems (GIS) analysis. Rather than start with an objective, detached analysis of the ‘organization’ and ‘structure’ (her terms) of an urban environment with different layers of information and data, it begins with direct, lived, sensorial, physical, social, emotional, i.e., embodied, experience by the designers of the multi-scale site and context. Such an experience can “highlight details which data analysis and detached observation from above (top-view and birds-eye view) cannot; and that might be essential in identifying leverage points (in) shaping the most appropriate design strategy.” (p85/6) This conception of the ‘living atlas’ enables design participants “to analyze specific contexts both as detached observers (from above) and as participants in site-specific ‘urban ballets’”. (p85) It is a way in which bottom-up, visceral, embodied experience can help direct and guide top-down analysis.
Just as importantly, her ‘multi-scale living atlas’ provides a shared framework, a scaffold for interdisciplinarity. It invites many different disciplines to add their readings and interpretations of an urban environment, thus enriching and expanding the landscape of opportunities for strategic interventions. As can be imagined, a landscape architect might want to explore the opportunity of recovering, daylighting’, a partially buried watershed, an architect might be interested in the spatial definition, or lack thereof, of special places, landmarks or nodes and how local building types might be used to enhance there identity and use, a traffic engineer might be interested in initiating missing multi-modal transit opportunities, and a planner might want to analyze the policy frameworks and development processes that have organized and shaped the current situation, in an effort to understand how different design initiatives might fit into or require changing current policies, while an urban historian might be interested in mapping the urban environment’s evolution over time, and not to forget the needs and perspectives of the local residents, business owners and local institutions. These are just a small sample of the diverse perspectives and expertise that different disciplines and participants can bring to the table, demanding different data analysis, mapping and diagramming techniques; nonetheless, they provide a glimpse into a more complete, nuanced and enriched framework for integrated whole-systems design thinking, both in scale and time. Thus, the idea of the ‘multi-scale living atlas’ creates a tool, a focus for greatly enriched design explorations in the search for appropriate design interventions.
It should be noted that Porqueddu’s text is not in her native language and yet is refreshingly clear, in spite of being quite dense in parts in order to explain and do justice to the ambitious theoretical lineage and underpinnings of her proposition. There is no question, however, that the text would benefit from enlarging the scope and size of the graphics that illustrate the concepts in the case study examples. The current ones are too small and barely readable, which I imagine was a limitation put on by the publisher. The small size and limited scope are especially problematic for the diagrams and illustrations of the ‘multi-scale living atlas’. Beyond the need of being more comprehensive, they need to be much larger, large enough to imagine a full-bodied experience of their impact, to imagine being, living in the proposed interventions. Nonetheless, the ‘multi-scale living atlas’ appears to be a robust tool for creative analysis, one that welcomes multiple modes and scales of socio-spatial-environmental description, revealing complex latent potentials for introducing ‘good perturbations’ (the author’s language) in an existing milieu. It also appears to be in the early phases of development and application and its methodology promises to be even more effective with further refinement through continued use in seeking design initiatives that are regenerative rather than top-down finals solutions.
While implied throughout the text, hidden in the discourse is the underlining assumption that urban environments are a performance over scale and time, “an endless subject/object dance” (in her terms); and that designers have to fully engage the performance on all its socio-spatial-environmental levels to be able to discover design interventions that transform its choreography, enhancing its ability to evolve and improve the quality of peoples’ everyday lives. This is a remarkable gift to the design professions from a gifted mind, and a must read. It calls for a new kind of designer, one that uses design as an instigator of positive change rather than a producer of finished solutions. Rather than limiting design, it opens up a whole new space for strategic design action. Thus, it fosters a change in design sensibility, one that has certainly changed mine.
Harrison Fraker, FAIA Emeritus Professor of the Graduate School, UC Berkeley Professor Emeritus, Architecture and Urban Design, Department of Architecture William Wurster Dean Emeritus, College of Environmental Design, UC Berkeley Chair Emeritus, Energy Resources Group, CNR, UC Berkeley Former Guest Professor, Lund University, Sweden Former Shimizu Visiting Professor, 2015, Stanford University 2014 AIA/ACSA Topaz Medallion Laureate
© RIPRODUZIONE RISERVATA 23 OTTOBRE 2026 |
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P. Grassi, Le reti come strumento di sussidarietà, commento a: A. Ranzini, Reti per una città che cura (FrancoAngeli, 2025)
A. Rosima, La città è (anche) dei giovani, commento a C. Leccardi, Vite aperte al possibile (il Mulino, 2025)
F. Ceci, Napoli: la necessità di fare politica, commento ai libri di: B. Russo, Le case dei sogni (Monitor, 2025); L Rossomando, L’impresa del bene (Carocci, 2025); A. Esposito, Le case degli altri (Editpress, 2023).
M. Russo, Arte e architettura: uno spazio comune, commento a: A. Zevi, Artisti e architetti alla prova dello spazio (Donzelli, 2025)
G. Zucconi, Napoleone tra architettura e città, commento al libro di G. D'Amia, Milano capitale 1797-1814 (Silvana Ed., 2021).
M. Manzelle, Perché Venezia sia ancora una città, commento a: D. Calabi, Venezia è viva - Venice is alive - Venise est vivante (Éd. Liana Levi, 2025)
L. Bottini, Necessità di governare lo spazio pubblico, commento a: C. Burini, Governare lo spazio pubblico nelle città italiane (FrancoAngeli, 2024)
M. A. Crippa, L'architettura è un mistero, commento a : E. Faroldi, M. P. Vettori, L’architettura del mistero (LetteraVentidue 2025)
P. Gabellini, Un passato discusso e da discutere, commento ai numeri 165-166 e 169-170 di 'Urbanistica' (Inu Edizioni, 2022 e 2025)
P. C. Palermo, Dare voce a un disagio diffuso, commento a: L. Marescotti, Tra teoria e prassi (Biblion, 2025)
S. Tagliagambe, La città come spazio delle differenze, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis 2025)
C. Olmo, Il corpo contro l'abuso della tecnologia, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)
G. Semi, L'urbanistica si impara (anche) nei centri sociali, commento a: V. Mattioli, Novanta (Einaudi 2025)
F. Paone, Avviciniamoci all'urbanistica, commento a: P. Gabellini, Avvicinarsi all’urbanistica (Planum, 2024)
F. D. Moccia, La lezione dell'esperienza, commento a: D. Vianello, Il mestiere dell’urbanista (INU Edizioni, 2025)
G. De Luca, La rigenerazione è tante cose, note sui libri di Carta, Carrà-Pultrone, Buttarelli-Cappuccitti (editori vari)
M. Talia, La Storia come orientamento, L'INU nei numeri doppi di "Urbanistica", a cura di Patrizia Gabellini (n. 165-166 del 2022), e a cura di Giulia Fini (n. 169-170 del 2025)
M. Villani, La necessità di disegnare i luoghi, Note sul contributo di Giancarlo Consonni alla cultura del progetto urbano
O. Pivetta, Milano, una città (solo) da usare?, commento a: G. Cervi, G. Consonni, (a cura di), Il verso di Milano, (About Cities, 2025)
F. Cambria, Un libro da usare?, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)
A. Ferlenga, Lost in transition, Commento a: L. Ciacci, L’inganno della città ideale (Pendragon, 2025)
C. Bianchetti, Cosa riflette il rombicubottaedro?, commento a: M. Biraghi, Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025)
M. Venturi Ferriolo, Urbanistica: impariamo dai filosofi, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis, 2025)
A. Bagnasco, Costruire luoghi terzi, commento a: O. De Leonardis, Preferirei di sì (DeriveApprodi, 2025)
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