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ORIGINI SOCIALI E OPPORTUNITÀ
Commento al libro curato da Mario Lucchini, Serafino Negrelli e Maurizio Pisati
Simone Sarti
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Il libro a cura di Mario Lucchini, Serafino Negrelli e Maurizio Pisati, La forza del destino. Origine sociale e opportunità di vita nell'Italia contemporanea (il Mulino, 2025) offre una sintesi efficace di un importante progetto di ricerca portato avanti da un gruppo di studiosi basato presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il gruppo – costituito oltre che dai curatori da Gianluca Argentin, Davide Bussi, Carlotta Piazzoni, David Consolazio e Marco Terraneo (in ordine di apparizione nel volume) – ha lavorato nell’ambito del progetto ITA.LI, un’indagine sociale che segue gli individui nelle loro traiettorie di vita e che riprende e rinnova l’esperienza della precedente indagine longitudinale ILFI –Indagine longitudinale sulle famiglie italiane – diretta da Antonio Schizzerotto, di quasi un ventennio precedente, alla quale alcuni membri del gruppo di ricerca avevano già contribuito.
Prima di considerare gli aspetti più sostanziali e interessanti del lavoro, permettetemi una parentesi di tipo tecnico-metodologico, apparentemente un po’ polverosa, ma necessaria ai fini della sua corretta valorizzazione. Va infatti sottolineato che ITA.LI impiega dati panel, per cui i soggetti su cui sono rilevate le informazioni sono intervistati in più punti nel tempo. Nell’indagine sono cioè ricostruiti, in modo diacronico, i percorsi di vita passati, in termini di mobilità geografica, storie relazionali, formazione scolastica e traiettorie lavorative.
La natura di questi dati costituisce un gold standard per l’analisi dei fenomeni sociali, in quanto consente, tra la miriade di confondenti che interessano i corsi di vita, di tenere ferme alcune caratteristiche idiografiche individuali. Cioè, nella ricostruzione dei processi che generano spostamenti, percorsi formativi o di carriera, sappiamo che gli individui sono sempre gli stessi, e possiamo quindi associare variabili terze, accadimenti sociali e ambientali, a questi percorsi, validando in modo robusto se queste variabili hanno influenza o meno su quei processi. Cosa impossibile, o dubbia, nel momento in cui gli individui che andiamo a intervistare sono diversi nel corso del tempo – come avviene nelle comuni indagini cross-sectional (ossia fatte in un solo momento nel tempo). In questo caso, infatti, non possiamo sapere se una certa condizione in una certa fase della vita, ad esempio la scelta di proseguire gli studi o di cercare subito un lavoro, possa essere associata a una variabile antecedente, ad esempio la migrazione da un paese rurale a una città, o meno (è vero che si possono fare domande retrospettive anche nelle indagini cross-sectional, ma la loro robustezza è minore). Questo perché, non avendo informazioni sugli stessi individui in più punti del tempo, non è possibile agganciare con sicurezza quello che è successo prima a quello che succede loro in un momento successivo. Lavorare sugli stessi individui permette poi di “tenere sotto controllo” una serie di caratteristiche biologiche e psicologiche, almeno in certa misura fisse, difficili o impossibili da osservare, caratteristiche che negli studi cross-sectional ripetuti, con campioni indipendenti, costituiscono quello che gli addetti ai lavori chiamano un problema di endogeneità non osservata, cioè non sappiamo se alcune scelte, situazioni, condizioni, possano dipendere da questi fattori. Se gli individui sono gli stessi, sappiamo, almeno, che questi fattori rimangono perlopiù costanti.
Questo aspetto metodologico dà valore aggiunto alle evidenze apportate nel testo, evidenze riportate in modo sistematico, rigoroso e chiaro. Cerco di spiegare meglio queste parole. Più precisamente, dal punto di vista dei contenuti, il libro presenta uno schema analitico costante che viene applicato rigorosamente (sempre lo stesso, con le stesse accortezze tecniche) per tutto il testo e tutti gli ambiti tematici, esprimendo una sistematicità scientifica, un unico modello interpretativo della realtà sottoposto a controllo empirico ripetuto, spesso assente nei testi sociologici. I modelli sono introdotti in modo semplice, ma robusto, poche cose ma chiare e intelligibili: non modelli ipersofisticati con decine di variabili, in cui gli assunti, che vanno spesso di pari passo con la complicazione modellistica, sono taciuti o messi sotto il tappeto, e in cui le ipotesi si perdono in asserzioni tanto circostanziate quanto idiosincratiche al modello stesso. I risultati riportano evidenze forti, limpide, e rispondono a domande chiare e ipotesi importanti e di ampio respiro.
La domanda di ricerca fondamentale che gli autori si pongono è dunque: “Quanto pesa l’origine sociale sulle opportunità di vita, e quanto questa influenza è mediata dal titolo di studio?” Mentre le origini sociali definiscono le risorse familiari pregresse che plasmano le opportunità dell’individuo, le opportunità stesse sono definite dagli outcome sociali e il titolo di studio rappresenta quell’ascensore sociale, almeno in potenza, tanto richiamato come strumento per affrancarsi da origini meno fortunate. Scrisse Horace Mann (1848, p.78, trad.it.): “L’istruzione, meglio di ogni altro strumento d’origine umana, è il grande livellatore delle condizioni degli uomini; la ruota di bilanciamento della macchina sociale”. Questa è principalmente la domanda di ricerca che pervade tutto il lavoro degli autori del libro. Questa domanda è dipanata attraverso varie dimensioni sociali, che corrispondono a diverse misurazioni delle “opportunità di vita”: la possibilità di raggiungere un’istruzione superiore, un lavoro desiderabile, di evitare la disoccupazione, di migrare per scelta o meno, di coniugarsi e figliare, di vivere vite sane e di qualità.
Dal punto di vista dei risultati ciò che emerge dal libro non costituisce una particolare sorpresa per gli addetti ai lavori, si confermano tendenze e dinamiche sociali piuttosto note. Certamente lo studio aggiorna lo stato dell’arte su questi fenomeni e lo fa, appunto, con dati insolitamente robusti da un punto di vista metodologico, cosa che non va assolutamente sottovalutata, e che certo non può essere affrontata sbrigativamente. Tuttavia, le evidenze sono molte e affrontate capillarmente, e risulta impossibile riportare tutti i risultati riportati nel libro. Mi limito quindi a un cenno generale sulla visione d’insieme.
Quello che Lucchini e colleghi ci presentano è un quadro, da un certo punto di vista, piuttosto sconsolante, poco sembra cambiato negli ultimi decenni in Italia. Le origini sociali continuano a pesare, condizionando i destini degli italiani. Famiglie con status socioeconomico più svantaggiato, in termini di risorse materiali e immateriali, ossia di reddito e di patrimonio, con bagagli culturali più poveri, in media, probabilisticamente, sono meno capaci di assicurare ai figli destini migliori in termini di successo scolastico e carriere lavorative. Le disuguaglianze sociali, perché questa è l’etichetta nota negli studi sociologici, si presentano consistenti già alla scuola materna (si veda in particolare il contributo di Gianluca Argentin), per poi accumularsi e riverberarsi negli snodi fondamentali dei corsi di vita (la prosecuzione degli studi, la ricerca del lavoro, l’uscita di casa, eccetera). Lasciamo al lettore il piacere di entrare nei dettagli, molto ricchi, di queste dinamiche e processi.
Come detto, il libro fonda sull’idea, cara da sempre dall’epoca di Blau e Duncan (1967), almeno in termini di ricerca empirica, ma anche filosofico-morale (Rawls 1971), di individuare nell’istruzione quella leva sociale che permette di affrancarsi da origini sociali svantaggiate a posizioni sociali maggiormente favorevoli. Se quindi gli autori hanno, avevano, l’intenzione di studiare e descrivere la disuguaglianza sociale in Italia e le sue dinamiche, la loro insistenza sull’istruzione come canale di mobilità sociale rimane pienamente giustificata.
In tal senso è possibile, da parte mia, compiere un paio di rapide considerazioni che esulano il prezioso contributo di questo testo.
La prima si traduce in una domanda provocatoria. Se le disuguaglianze continuano a essere persistenti, malgrado l’espansione dell’istruzione, anche di tipo terziario, cosa c’è che non va? Perché le disuguaglianze non si attenuano, dopotutto? Perché i meritevoli con origini sociali modeste non ascendono nella scala sociale più di quanto non facessero decenni fa? Forse l’idea dell’istruzione come solo canale di mobilità ha mostrato i suoi limiti. Funziona, ma limitatamente. Essa costituisce in molti casi un moltiplicatore di vantaggi, o un trasformatore di risorse, ma più che un ascensore per alcuni meritevoli, essa diviene, di fatto, un nastro trasportatore che muove tutti, e quindi lascia le cose sostanzialmente come sono. Così, chi è più avanti sul nastro trasportatore perché parte da posizioni più avvantaggiate, rimane avanti, a prescindere dai meriti. O, altrimenti, se vogliamo continuare a vedere l’istruzione come un ascensore, è allora un ascensore enorme, sul quale, per fortuna, salgono tutti (o quasi), o almeno più che in passato, ma nei fatti, quelli che si possono permettere di salire prima sull’ascensore, continuano ad arrivare prima.
I meriti si distribuiscono nella popolazione, in termini di talento e impegno, ma questi ultimi fattori dipendono sia da fattori aleatori sia dall’addestramento culturale che avviene soprattutto nei processi di socializzazione familiare. Quindi, ancora una volta, soggetti con famiglie svantaggiate, in termini di risorse materiali e culturali, rimangono indietro, ingabbiati in vincoli estrinseci (risorse e mezzi) e intrinseci (aspettative e ambizioni), a prescindere dalla loro volontà. Dunque, il sistema educativo, per come è attualmente organizzato, come canale di attenuazione delle disuguaglianze funziona fino a un certo punto, e forse ha esaurito la sua capacità “perequativa” già nel secolo scorso. Certo, venisse a mancare, le cose certamente peggiorerebbero, e questo lo sappiamo, in quanto proprio l’espansione dell’istruzione negli anni Cinquanta e Sessanta coincise con un periodo di riduzione nella riproduzione sociale delle disuguaglianze. Tuttavia, possiamo chiedercelo in modo provocatorio, l’istruzione ha forse esaurito il suo potenziale di leva per l’attenuazione delle disuguaglianze?
Questa incapacità di agire come ascensore sociale genera ulteriore preoccupazione alla luce delle sfide che le nuove generazioni scolastiche stanno attraversando, ossia il multiculturalismo e la digitalizzazione. Il primo, dovuto all’ingresso di immigrati di prima e seconda generazione nelle primarie e secondarie, rappresenta una sfida per le difficoltà di gestione di bisogni differenziati in un contesto di risorse spesso scarsamente adeguate, generando apprensione per la possibile genesi di nuovi processi di disuguaglianza territoriale, con il rischio di ghettizzazione e la diffusione sempre più marcata di istituti scolastici di serie A e serie B. La seconda, già esplosa, genera allarme per la sua pervasiva ubiquità, ossia la diffusione universale di dispositivi digitali, dai tablet ai cellulari, nelle giovani e giovanissime fasce d’età, il cui uso spesso incontrollato è fonte di attenzione per i già conclamati rischi per il benessere psicologico degli utenti in questa fase di vita, financo con il rischio di danneggiamento delle capacità cognitive (Clemente-Suárez et al. 2024).
La seconda considerazione riprende in parte la prima, anche se solo in parte. Il tema centrale del libro è lo studio e la descrizione della disuguaglianza sociale, entro il modello analitico [origini>istruzione>destini]. Il principale esito delle analisi svolte è quello di una sostanziale stabilità complessiva, in cui, appunto, molta parte delle traiettorie di vita appare “destinata”, tanto da rischiare di essere percepita, da chi si colloca in basso nella scala sociale, come “predestinazione”. Se infatti guardiamo le cose dal basso verso l’alto, ossia se empatizziamo con le persone con posizione socio-economica peggiore, il nostro percorso formativo e occupazionale, in primis, apparirà maggiormente definito, “scritto”, rispetto a quello di altri, i cui gradi di libertà saranno più ampi. Le difficoltà e gli ostacoli da affrontare appariranno più faticosi, talvolta insormontabili, i rischi di frustrazione e rassegnazione maggiori: processi che ritroviamo ad esempio al momento della scelta della scuola secondaria di secondo grado, quando, spesso in buona fede, gli insegnanti, anche a parità di capacità, orientano gli studenti di origine straniera a percorsi scolastici professionali piuttosto che liceali, per evitare loro un “probabile” insuccesso.
Ma se, quindi, l’istruzione non è più capace come un tempo (o forse lo è stata solo per un breve periodo) di fungere da leva per la perequazione sociale, allora dove altro agire? Se l’analisi della riproduzione della disuguaglianza sociale, così chiara in questo lavoro, ci mostra che l’istruzione è diventata (o è diventata da diversi decenni) una condizione necessaria, ma non sufficiente come mezzo per migliorare la propria posizione sociale originaria, “che fare” di fronte a questa incompiutezza? Potenziare l’istruzione pubblica? Certamente.
Ma occorrono risorse.
E sappiamo bene che l’altro grande motore per alleviare le disuguaglianze, oltre all’istruzione, si situa a valle nei processi di generazione di capitali economici e sociali, a valle della riproduzione delle disuguaglianze. Laddove i giochi sono fatti e l’accumulazione è già avvenuta e quindi è possibile agire “solo” redistribuendo risorse che sono già assegnate, ovvero agire attraverso la fiscalità pubblica, attraverso l’utilitarismo sociale di un’autorità che “drena” risorse dagli individui per scopi collettivi. E allora, ben vengano studi sociali, che da un lato analizzino come le disuguaglianze si riproducono attraverso le generazioni, ma dall’altro sarebbe interessante anche indagare come si formano le grandi fortune, e quindi come le disuguaglianze si allargano, tra grandi ricchi e meno ricchi (e poveri). D’altronde stiamo assistendo negli ultimi anni a un’accelerazione su scala globale nell’accumulazione delle grandi ricchezze. In altre parole, se vi sono possibilità perequative, e l’istruzione pubblica non è sufficiente perché comunque gli svantaggi delle origini sociali si riverberano su di essa, allora occorre, forse, intervenire sul potenziamento delle azioni riparative nei confronti delle persone più svantaggiate e quindi individuare le risorse per farlo, risorse che possono venire da una redistribuzione delle grandi “scandalose” ricchezze (Recchi e Grohmann 2025).
Se questo libro costituisce una testimonianza della ‘forza del destino’ sui corsi di vita individuali, però è anche vero, citando Prigogine (2000), che il ‘futuro non è dato’. Le società umane sono sistemi complessi e anche piccoli cambiamenti possono produrre processi sociali di elevata magnitudine. Questo libro è certamente un piccolo cambiamento, ma non è detto che sia destinato all’insignificanza. Se l’istruzione è un canale di mobilità, ma anche essa stessa rimane fortemente influenzata dalle origini sociali, allora occorre potenziarne gli strumenti investendo risorse pubbliche direttamente e indirettamente, migliorando non solo le opportunità di accesso all’istruzione a tutti i suoi livelli, ma anche migliorando le condizioni di vita delle famiglie più sfavorite, perché gli svantaggi materiali e le debolezze culturali ereditati in queste famiglie continuano a manifestarsi all’ingresso e durante tutto il percorso scolastico e non solo. E se mancano le risorse, queste possono essere trovate laddove si accumulano sterilmente.
Simone Sarti
Riferimenti bibliografici
Blau, Peter M., & Duncan, Otis Dudley (1967). The American Occupational Structure. New York: Wiley.
Clemente-Suárez, V. J., Beltrán-Velasco, A. I., Herrero-Roldán, S., Rodriguez-Besteiro, S., Martínez-Guardado, I., Martín-Rodríguez, A., & Tornero-Aguilera, J. F. (2024). Digital device usage and childhood cognitive development: Exploring effects on cognitive abilities. Children, 11(11), 1299.
Mann, H. (1848). Twelfth annual report to the Secretary of the Massachusetts State Board of Education, in J. A. Sigler, ed., Education: Ends and Means. Lanham, MD: University Press of America, 75-84.
Prigogine, I. (2000). The future is not given, in society or nature. New Persp. Q., 17, 35.
Rawls, J. (1971). A theory of justice. Harvard University Press.
Recchi, E., & Grohmann, T. (2025). Tackling ‘scandalous inequalities’: a global policy proposal for a Humanity Identity Card and Basic Income Supplement. Humanities and Social Sciences Communications, 12(1), 1-10.
N.d.C. – Simone Sarti è professore associato di Sociologia generale all’Università degli Studi di Milano dove insegna Metodologia per la ricerca sociale, Ricerca sociale applicata e Metodi per lo studio della salute. Afferisce al Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dove svolge attività di ricerca sulle disuguaglianze sociali, le disuguaglianze di salute, la stratificazione sociale, i metodi quantitativi per l’analisi dei dati, l’evoluzione socio-culturale.
Tra i suoi libri: Evoluzione e complessità sociale. Introduzione a una teoria del cambiamento sociale (Utet Università, 2018); Il caso e la società. Il ruolo del caso nei fenomeni umani e sociali (Utet Università, 2021); con Marco Terraneo, Studiare la salute. La prospettiva della sociologia (Carocci, 2023).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R.
© RIPRODUZIONE RISERVATA 28 OTTOBRE 2026 |
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