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CI VUOLE UNA CERTA ATMOSFERA
Commento al libro curato da Tonino Griffero e Agostino Petrillo
Giampaolo Nuvolati
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Ci voleva. Sì, non c’è altro da dire, ci voleva proprio un libro come questo, capace di farci ragionare su di un concetto quale è quello delle atmosfere urbane, un concetto che indubbiamente sta ancora troppo al margine delle riflessioni sulla città e che invece meriterebbe ben altra attenzione. Aprendo Atmosfere Urbane. Una introduzione (Ed. ETS, 2024), i curatori – Tonino Griffero e Agostino Petrillo – puntualizzano come la carrellata dei saggi che compongono il volume si propone di offrire una panoramica della ricerca su temi in buona parte nuovi per un pubblico di lingua italiana. Infatti – sebbene la riflessione sulle atmosfere urbane inizi già negli anni Sessanta grazie ad Hermann Schmitz per poi proseguire fino agli anni Novanta per merito soprattutto di Gernot Böhme – tale argomento sembra ancora oggi particolarmente trascurato proprio nel nostro Paese. Il volume, proseguono Griffero e Petrillo a pag. 7, si rivolge non solo a filosofi e sociologi ma anche ad architetti, urbanisti e a tutti i “viaggiatori” (bellissima categoria quest’ultima che mi piacerà riprendere più avanti in assonanza con il tema a me caro dei flâneurs) che vogliono riflettere sul significato della loro specifica esperienza urbana.
Certo, sottolineano gli stessi curatori, il panorama offerto non è esaustivo ma costituisce un punto di partenza importante per proseguire su questa strada tanto sul piano teorico quanto sul fronte della ricerca empirica. Il volume, soprattutto nel capitolo più didascalico di Jürgen Hasse, spacchetta il tema delle atmosfere urbane in tutte le sue componenti, ne sottolinea gli aspetti sentimentali, emotivi, sensoriali in termini di caratteri sinestetici e di suggestioni motorie, ne articola le tonalità passando attraverso la percezione e introiezione personale dell’ambiente costruito, degli odori, delle luci e delle ombre, dei rumori, dell’aria e dei ritmi e, ancora, degli sguardi e delle visioni, degli abbigliamenti e dell’habitus, della presenza di animali e di cose varie in uno scambio proprio-corporeo di carattere esperienziale. Con un taglio che coniuga le discipline dei due curatori: la filosofia e la sociologia – ma non solo –, il libro porta il lettore a confrontarsi con un insieme di questioni tanto rilevanti quanto sfuggevoli a qualsiasi forma di misurazione, in quanto le atmosfere sono per definizione “quasi-cose”, intangibili seppur esistenti. Sta però proprio in questo il fascino del testo: non adagiarsi sulla non-coseità, ma piuttosto lavorare su quel liminare magico che rende le atmosfere percepibili seppur diafane e nel far ciò si destreggia piuttosto bene rispetto ad una triangolazione ontologica, epistemologica e fenomenologica che attraversa praticamente tutte le pagine.
L’attenzione da parte degli studiosi nei confronti delle atmosfere sembra oggi crescente e si pone in continuità con il concetto di genius loci. Come afferma Griffero a pag. 58, «possiamo anche, e non a caso, reinterpretare la tradizionale nozione di genius loci, opponendoci così alla tendenza moderna che trasforma il luogo “puro” in qualcosa di non spirituale, e lo spirito “puro” in qualcosa di non localizzato (Kozljanič 2004), in termini atmosferici. Al pari dell’atmosfera, infatti, il genius loci non è un momento secondario, o addirittura un elemento parassitario dei dati fisici, e non è neppure soltanto il mero epifenomeno di un associazionismo psicologico soggettivo: esso consiste piuttosto nel vivere (o, entro certi limiti, nel rendere) uno spazio non specifico come un luogo emozionale-identitario in virtù dei qualia atmosferici e dei generatori artificiali che vi agiscono». Nel suo pezzo Sara Borriello, partendo da un classico della letteratura come Christian Norberg-Schulz, approfondirà poi il concetto genius loci (inteso come paesaggio) per poi estenderlo all’idea di genius civitatis, riferendosi con questo termine allo spazio urbano abitato, modificato nelle sue componenti attraverso pratiche culturali e architettoniche.
In questo senso l’atmosfera di una città sopravviene a una mera materialità degli elementi di più facile (ma non perfetta, aggiungerei) stima come la condizione socioeconomica, la religione, il livello di cultura degli abitanti, dei servizi e dei volumi fisici che li circondano. È piuttosto difficile non considerare l’atmosfera urbana come un elemento cruciale nel valutare il benessere o malessere delle persone, indipendentemente dalla conformazione dei caratteri sociali oggettivi della comunità e del contesto di appartenenza. Si potrebbe infatti sostenere che i fenomeni di adattamento-soddisfazione soggettiva (ad un contesto oggettivamente negativo) e di dissonanza-insoddisfazione soggettiva (rispetto ad un contesto oggettivamente positivo) che spesso si verificano, siano proprio l’esito di filtri prodotti anche dalle atmosfere impalpabili presenti nelle città e quartieri di riferimento. I luoghi, infatti, emanano un’atmosfera che si forma nel tempo e si autoriproduce. Sebbene la percezione della atmosfera possa essere di natura soggettiva e diversificata, l’atmosfera stessa sopravvive profondamente e reclama una certa continuità e unicità nel suo pieno manifestarsi. Una visione anti-costruttivista, anti-relativista mi sembra quella che prevale nel volume, ad esempio laddove si afferma che l’atmosfera di Istanbul non è malinconica solo per lo scrittore Orhan Pamuk (che è predisposto umoralmente a questo sentimento) ma vale per tutti. Azzarderei dunque l’ipotesi che l’atmosfera è immanente in una città, come il carattere in una persona; ne è cioè oggettivamente costitutiva indipendentemente da come gli individui la colgono e decidono di intervenire su di essa. Peraltro, il superamento del dualismo tra oggettività e soggettività è alla base dell’approccio atmosferologico così come viene disegnato nel volume, il quale trae la sua forza, a mio parere, proprio dal lavorare sul confine tra queste dimensioni solo a prima vista opposte. Prendere in considerazione le atmosfere significa riconoscerne la persistenza e confrontarsi con esse. Non si può, al riguardo, non essere d’accordo con Böhme quando afferma a pag. 90 che «nell’ambito delle atmosfere, agire [ndr: sul piano urbanistico] non vuol dire sempre e soltanto fare ma anche accettare ciò che accade». A tale riguardo vorrei dire che un filo rosso attraversa il libro ed ha il sapore di un richiamo all’umiltà, perché smonta – giustamente – il principio in base al quale l’essere umano può fare quello che vuole di uno spazio passivo che lo circonda. Anche se non manca nel libro l’invito a fuggire dall’amor fati e dalla rassegnazione – invito soprattutto rivolto ai gruppi più deboli di popolazione che vivono in contesti di marginalità fortemente stigmatizzanti (Petrillo a pag. 103, 104) – emerge esplicitamente l’idea dell’esclusività storica dei luoghi e della loro ricorrente atmosfera, difficilmente modificabile.
Di particolare interesse è poi il contributo di Jean-Paul Thibaud e lo è da due punti di vista: della critica e della ricerca, peraltro tra loro connesse laddove l’addomesticamento delle atmosfere da parte del capitalismo ai fini della commercializzazione dello spazio urbano si presta sempre più ad essere oggetto di studio. A Thibaud va anche il merito di aver coniugato nel volume il tema delle atmosfere con gli aspetti tecnologici e climatici che caratterizzano in maniera sempre più pervasiva la vita quotidiana. Così come Federico De Matteis, sottolineando le relazioni tra affordances e corpo vissuto nella connessione tra movimento ed emozione, porta un ulteriore contributo sul rapporto tra spazio concreto e atmosfera urbana in termini di sentimenti provati.
Non è compito del recensore dilungarsi ulteriormente sul contenuto dei singoli capitoli, piuttosto è importante capire come l’approccio teorico presentato nel volume si può porre in relazione con altre discipline che si occupano dello spazio urbano. Da questo punto di vista una sociologia delle atmosfere urbane costituisce una sponda credo imprescindibile per gettare ponti con altri approcci fuori e internamente alla sociologia stessa, in particolare per capire i significati che impregnano i luoghi. Certamente, le atmosfere più che descritte vanno sentite e questo assunto, più volte ribadito nel volume, apre le porte ad una ricerca sociologica dove il ricercatore si cala nella realtà fino ad esserne quasi completamente travolto; in questo senso penso soprattutto al flâneur – definito da Walter Benjamin in Ombre corte. Scritti (1928-1929), Giulio Einaudi Editore, Torino, 1993, pag. 471, come il “sacerdote del genius loci” e figura timidamente accennata anche nel volume qui recensito a pag. 69, 70 e poi a pag. 160, 163 –. In altre occasioni ho definito con una metafora, quella del flâneur come una sorta di “suicidio a metà”, dove egli, rinunciando alla propria razionalità si abbandona alla dimensione esperienziale per aprire i sensi all’inatteso, per poi, all’ultimo momento, salvarsi e dunque diventare testimone dell’esperienza stessa. Nel bel capitolo che scrive, Petrillo a pag. 97 – richiamando l’infanzia berlinese di Benjamin – affida questa missione allo sguardo del bambino. «Spazi, oggetti, persone e situazioni [ndr: di Berlino] vengono evocati con pochi tratti emozionali, con gli occhi di un bambino che è anche uno straniero». Non a caso un ossimoro tipico del flâneur è proprio quello di essere puer-senex. La sociologia spazialista – come ramo riconoscibile della sociologia dell’ambiente e del territorio e ben disegnata in un recente libro di Alfredo Mela, Elena Battaglini e Anna Laura Palazzo, La società e lo spazio. Quadri teorici, scenari e casi di studio, Carocci, Roma, 2024 – in quanto orientata all’“ascolto” del contesto urbano, è sicuramente un approccio che deve colloquiare con l’atmosferologia. Lo stesso vale per la psicologia dell’ambiente, piuttosto che per la geografia psicanalitica, l’architettura e più in generale per le discipline volte a tenere insieme la fisicità dei luoghi con le dimensioni psicologiche più o meno consce che li sottendono.
Volendo, infine, trovare un punto debole del volume lo si può forse ricondurre alla scarsa problematizzazione degli aspetti metodologici. Stante la rilevanza delle atmosfere nel condizionare lo spirito e l’agire umano, come è possibile costruire nessi di causalità tra le componenti in gioco? In termini più espliciti, la “pelle” di una città fino a che punto riesce ad annullare o quantomeno a ridurre la forza delle altre possibili variabili indipendenti – come ad esempio il genere, l’età, lo status sociale o il livello di istruzione – nel generare i fenomeni oggetto di analisi? Una “pelle” più robusta sarà capace di imporre la propria atmosfera e di ridimensionare se non annullare le forze alternative? Come a dire: non è importante essere giovane o adulto, più o meno colto o abbiente, di orientamento conservatore o progressista, perché un’atmosfera potente della città tende ad omologare i pensieri e le azioni che in essa trovano attuazione. Mi sembra vagamente di cogliere questo aspetto in un passaggio del contributo di Mattew Gandy quando a pag. 151, criticando la “Nuova Fenomenologia”, osserva che «il corpo “vissuto” o leiblich appare privo di genere e differenziazione sociale, come anche di qualsiasi contestualizzazione storica o geografica che si estenda oltre i confini della città (tardo) moderna europea (dove Francoforte assume un valore quasi metonimico)». In Borriello (pag. 182) è poi possibile ritrovare l’idea della superiorità del genius loci climaticamente determinato rispetto a norme sociali intenzionalmente prodotte. Insomma, sembra non ci siano molte chances per contrastare culturalmente le atmosfere connaturate ai luoghi, ma semmai di assecondarle.
Una tecnica capace di ricostruire un quadro eziologico all’interno del quale collocare anche l’atmosfera (nelle varie accezioni) che si respira, diviene allora necessaria ai fini analitici, e mi verrebbe da dire che essa non può che essere che frutto di un approccio di ordine qualitativo, basato su interviste in profondità con tipi diverse di persone al fine di definire tipi diversi di atmosfere percepite, quantomeno in forma idealtipica. Più in generale occorrerebbe pensare a percorsi di ricerca empirica praticabili attraverso la multidisciplinarietà, capaci di confrontarsi con processi di semplificazione dell’impianto teorico in nome della possibile operativizzazione del concetto di atmosfera urbana. In particolare, nel testo si avverte la mancanza almeno di un caso studio analizzato in profondità. Questo avrebbe consentito un esercizio utile ad esemplificare l’approccio atmosferologico. È vero che non vengono meno, qua e là, gli accenni alle città più disparate – da Las Vegas a Mosca, da Parigi a Berlino – ma si avverte la mancanza di un taglio più mirato e illustrativo delle atmosfere (pur con tutti i limiti legati alla vaporosità delle stesse e alla loro “ritrosia alla misurazione”) rispetto ad una specifica realtà urbana. Ma se son rose fioriranno o magari io non conosco ancora il giardino profumato dove già crescono rigogliose queste ricerche empiriche.
Nel frattempo non mi resta che ribadire l’incipit della presente recensione. Un libro così, che ha visto autori e autrici di discipline diverse confrontarsi sul tema delle atmosfere urbane, un libro così, capace di sottolineare l’importanza delle atmosfere stesse nella riflessione filosoficamente complessa sulle città, soprattutto in termini di circuiti fisici, emotivi e sensoriali, un libro così, dicevo, proprio ci voleva.
Giampaolo Nuvolati
N.d.C. Giampaolo Nuvolati è professore ordinario di Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università degli studi di Milano Bicocca dove insegna Sociologia urbana. Nello stesso Ateneo è stato presidente del Corso di laurea Magistrale di Sociologia e direttore del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale. È prorettore dell’Ateneo per i Rapporti con il Territorio.
Tra i suoi libri: La qualità della vita delle città. Metodi e risultati delle ricerche comparative (FrancoAngeli, 1998); Popolazioni in movimento, città in trasformazione. Abitanti, pendolari, city users, uomini d'affari e flâneur (il Mulino, 2002); Lo sguardo vagabondo. Il flâneur e la città da Baudelaire ai postmoderni (il Mulino, 2006); Mobilità quotidiana e complessità urbana (Firenze University Press, 2007); L'interpretazione dei luoghi. Flanerie come esperienza di vita (Firenze University Press, 2013); Un caffè tra amici, un whiskey con lo sconosciuto. La funzione dei bar nella metropoli contemporanea (Moretti & Vitali, 2016); (a cura di), Sviluppo urbano e politiche per la qualità della vita (Firenze University Press, 2018); con Giorgio Bigatti (a cura di), Raccontare un quartiere. Luoghi volti e memorie della Bicocca (Scalpendi, 2018); Interstizi della città. Rifugi del vivere quotidiano (Moretti & Vitali, 2019); (a cura di), Enciclopedia sociologica dei luoghi (Ledizioni, vol.1-2019; vol.2-2020; vol.3-2020; vol. 4-2021; vol. 5-2021; vol. 6-2022); (a cura di), con Sara Spanu, Manifesto dei Sociologi e delle Sociologhe dell’Ambiente e del Territorio sulle Città e le Aree Naturali del dopo Covid-19 (Ledizioni, 2020); (a cura di), con Rita Capurro, Milano, ritratto di una città. Il paesaggio culturale(Silvana Editoriale, 2020); con Alessandra Terenzi, Qualità della vita nel quartiere di edilizia popolare a San Siro, Milano (Ledizioni, 2021); a cura di, Esperienze di vita nei giorni del silenzio. La Bicocca al tempo del coronavirus (Nomos, 2021); con Marianna D'Ovidio, a cura di, Temi e metodi per la sociologia del territorio(UTET Università, 2022); a cura di, Il campus Bicocca. Storia passata e nuova vita degli edifici dell'Ateneo (Rubbettino, 2022).
Per Città Bene Comune ha scritto: Città e paesaggi: traiettorie per il futuro (8 dicembre 2017); Tecnologia (e politica) per migliorare il mondo (13 luglio 2018); Scoprire l’inatteso negli interstizi delle città (20 settembre 2019); Città e Covid-19: il ruolo degli intellettuali (29 maggio 2020); Abitare la diversità (4 giugno 2021); Per una riflessione olistica sul vivere urbano (17 febbraio 2022); Anche lo spazio fa la società (25 novembre 2022); Emanciparsi (e partecipare) camminando (10 marzo 2023); Il design è nei territori (7 luglio 2023); Capire le città: i dati non bastano (8 novembre 2024).
Sui libri di Giampaolo Nuvolati, v. i commenti di: Duccio Demetrio (27 settembre 2019); Giancarlo Consonni (29 novembre 2019); Marino Ruzzenenti (29 gennaio 2021); Giovanni Semi (9 aprile 2021); Alfredo Mela (18 marzo 2022), Anna Lazzarini (20 ottobre 2023); Veronica Conte (19 settembre 2024).
Il libro oggetto di questo commento è stato discusso alla Casa della Cultura nell’ambito della XII edizione di Città Bene Comune il 14 maggio 2025. Oltre ai curatori ne hanno parlato Elio Franzini, Anna Lazzarini, Giampaolo Nuvolati. Sulle ragioni del confronto, v. anche: Renzo Riboldazzi, I luoghi sono sentimenti (9 maggio 2025).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 20 GIUGNO 2025 |
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