Giampaolo Nuvolati  
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UN GENIO ANCHE PER GLI INCROCI


Commento al libro di Stefano Cascavilla



Giampaolo Nuvolati


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Nel suo libro Il dio degli incroci. Nessun luogo è senza genio (Exòrma, 2021), Stefano Cascavilla racconta una serie di luoghi. Li racconta non tanto o soltanto dal punto di vista naturalistico e paesaggistico quanto da quello della dimensione magica che essi possiedono e manifestano in modo nemmeno tanto nascosto. È dunque del genius loci che questo libro racconta, cioè dell’anima che ogni posto ha dentro di sé, al di là pertanto della corteccia esteriore: un’anima che è pronta a manifestarsi nei modi più vari, a seconda del paese, delle tradizioni e della cultura di appartenenza di quel luogo stesso.

Il libro che riporta una serie davvero sbalorditiva di esempi, sia in una prospettiva geografica che antropologica e storica, si articola in capitoli che trattano ora del rispetto, quasi prostrazione degli abitanti e dei pellegrini, nei confronti della sacralità del genius loci, ora di luoghi che diventano anonimi e di altri che non attendono altro che essere riconosciuti e riscoperti per riproporre i significati che hanno tenuto nascosto nel tempo, ora di divinità maligne che si sono appropriate di montagne, vulcani, boschi e fiumi e incombono su di noi, ora di figure mitologiche che accompagnano benevolmente gli esseri umani nella loro quotidianità così come nei grandi eventi. Si respira una densa aria sovrannaturale leggendo questo libro, che ha la capacità di farci sentire il genius loci come qualcosa di concreto, un’ombra o una luce fievole a seconda delle circostanze cui è impossibile restare insensibili.

Il testo di Cascavilla è un invito all’ascolto dei luoghi, al trarre vantaggio dai loro silenzi carichi di senso. Siano essi la foresta nebbiosa di Galitchitsa, tra Ohrid e Resen nella Macedonia del Nord, dove figure incerte svolazzano tra i rami o un Dunkin Donuts di Tribeca dove all’alba si può respirare l’anima New York. Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca anche un volume a cura di Caramia e Portoghesi (2021) Genius loci: la vita profonda dei luoghi uscito qualche anno prima e che invita a cogliere una sorta di risonanza ancestrale, divina che accoglie l’essere umano nel suo procedere lungo i sentieri esistenziali e geografici. Avrà a dire Cascavilla in un passaggio (p. 9): «In un mondo desacralizzato l’invisibile non ha dimora, è relegato nell’angolo imbarazzante delle fantasticherie, considerato il retaggio di un passato superstizioso e irrazionale. Non qualcosa da prendere sul serio. Ma non è stato sempre così, e in molti luoghi non lo è neanche oggi». L’autore parte dagli incroci tra le strade, come luoghi dotati di un certo stimmung, un’anima che si determina proprio in conseguenza della loro centralità, dell’essere punto di passaggio e pertanto significativo di esperienze che convergono e di nuovo si separano, ma poi passa alla descrizione di tanti posti sparsi nel mondo, e arriva ad affermare che non esiste un luogo senza genio, anche se qualcuno è più potente di altri.

 

La recensione del volume di Cascavilla, che merita sicuramente una lettura approfondita per l’articolazione dei temi legati ai vari luoghi, mi serve da abbrivio per fare alcune considerazioni di carattere più generale sul genius loci che intersecano la sociologia urbana. Nella descrizione degli atteggiamenti e dei comportamenti umani sempre più urgente si fa la necessità di individuarne l’origine attraverso l’ampliamento del set di variabili indipendenti. In particolare, emerge la necessità di muoversi su più fronti che qui potremmo accorpare in tre coordinate.

La prima è quella più tradizionalmente vicina alla sociologia e guarda soprattutto alle caratteristiche degli individui in termini di Paese e cultura di appartenenza, classe sociale, istruzione, esposizione ai media, consumi, stili di vita, etc. etc. In questo caso è la società per come si struttura e per come ci si confronta con essa che spiega il nostro modo di stare al mondo.

La seconda dimensione ha a che fare con l’approccio piscologico e psicanalitico. Ognuno di noi ha un corpo, un carattere, una storia e tante esperienze alle spalle che ci connotano individualmente rendendoci più o meno aperti al mondo, più o meno ottimisti, più o meno individualisti, più o meno impermeabili ai condizionamenti sociali. Ça va sans dire che tali aspetti sono fortemente intrecciati e correlati rendendo al quanto difficile districare i nessi di causalità tra le parti.

In questo breve contributo, tuttavia, è soprattutto del terzo elemento che vorrei parlare ed è costituito dalla atmosfera dei luoghi dotati indissolubilmente di un’anima, un genius loci che quasi obbligatoriamente li segna. L’impercettibilità delle atmosfere (quasi-cose), tanto presenti quanto evanescenti, percepibili però a livello proprio-corporeo, genera un interesse che ha nel tempo assunto un carattere filosofico. Come risaputo il tema del genius loci mostra una importanza crescente a partire dal testo molto famoso e citatissimo dell’architetto Christian Norberg-Schulz (1979), mentre la sociologia, che ha sempre visto la cultura prevalere sulla natura e dunque ha privilegiato una lettura costruzionista dei luoghi, è rimasta al palo, o meglio non ha particolarmente approfondito la questione. Molto meritorio è dunque in questo caso il lavoro di Agostino Petrillo, sociologo urbano, che ha dato vita, insieme al filosofo Tonino Griffero, ad una antologia di saggi sulle atmosfere (2024). Resta il fatto che il territorio rimane ancora molto sullo sfondo delle analisi sociologiche, è più determinato dall’agire umano che non di esso determinante. Raramente cioè viene visto come predittore dei fenomeni sociali. Eppure, uno slogan che va per la maggiore tra i sociologi urbani che sono alla ricerca di una originalità della disciplina è il seguente: “quel che succede dipende da dove succede”. Come si spiega allora questa titubanza a legittimare pienamente il territorio (non solo in quanto spazio fisico-geometrico ma anche luogo carico di significati) come una variabile indipendente nel generare l’agire umano?

La risposta è piuttosto semplice, almeno a mio parere. Abbiamo numerose difficoltà ad operativizzare tale concetto rendendolo misurabile o quantomeno concettualizzabile rispetto ad alcuni aspetti caratterizzanti (Nuvolati 2023). Il fatto che le persone percepiscano la medesima atmosfera in maniera diversa (o addirittura non le percepiscano) apre inoltre il dibattito ad altre questioni quali, in particolare, la reale oggettività delle atmosfere e la percezione soggettiva delle stesse. In parole più semplici, mentre possiamo stimare con una certa precisione la classe sociale degli individui, il loro livello di istruzione, le loro caratteristiche più personali etc. etc., e da lì legare questi aspetti ai comportamenti, assai più complicato è mettere a fuoco cosa esprime un luogo e come viene avvertito dai soggetti.

È il caso di procedere con un esempio: un turista sta visitando il museo degli Uffizi a Firenze. Dopo aver scartato una caramella ed essersela messa in bocca per succhiarla con grande piacere deve buttare via il piccolo involucro di plastica che l’avvolgeva e ora si ritrova tra le mani, ma non vede nelle immediate vicinanze un cestino dei rifiuti. È indeciso sul da farsi, alla fine decide di riporre in tasca il pezzetto di plastica e di buttarlo alla prima occasione. Da cosa è mosso nel comportarsi in questo modo. La sociologia direbbe che il turista nel suo percorso formativo civico-scolastico così come attraverso i media e la cultura imperante ha assorbito e interiorizzato una serie di norme di buona condotta – a tale riguardo ci viene incontro Erving Goffman con le sue riflessioni sugli spazi pubblici (2019) e i frames (2001) che indirizzano l’agire umano –, congiuntamente con la consapevolezza che, se avesse buttato la carta per terra, avrebbe subito una eventuale ammenda e soprattutto sarebbe stato redarguito in pubblico dai guardiani del museo trovandosi così in una situazione di grande imbarazzo e vergogna. La psicologia d’altro canto avrebbe sottolineato anche una certa predisposizione, profondamente insita nella sua indole naturale, nel suo DNA, al rispetto del bene pubblico. Quello che, come ricercatori urbani, dovremmo chiederci in più è se il Museo degli Uffizi, con la sua storia, la rilevanza delle sue opere, etc. etc. incuta nel turista un senso del dovere che forse non proverebbe in altri musei meno rilevanti o in altri spazi pubblici.

Qui però viene a porsi un problema, già sopra menzionato, di ordine metodologico e cioè che risulta estremamente complicato (o meglio, più complicato rispetto alle due precedenti dimensioni predittive riguardanti la società e l’individualità) capire se questo condizionamento esterno dettato dalla specificità del luogo subentra e in che misura. La sociologia può interpellare le persone ma queste non sempre sono pienamente consapevoli del genius loci che respirano, lo possono infatti avvertire ma senza rendersene conto, più o meno quanto accade per le forme dell’inconscio che si innestano nel vissuto dell’essere umano e lo condizionano senza che egli se ne renda conto, come ci ha insegnato la psicanalisi. Peraltro, questa considerazione vale anche per l’approccio psico-sociologico, laddove alcuni nostri comportamenti, soprattutto nel campo dei consumi restano difficili da spiegare perché dettati da messaggi subliminali dei media. Inoltre districare la matassa e cogliere come tutti e tre gli elementi – società, psiche, luogo – intervengano e si intreccino nel plasmare il comportamento finale nello smaltimento della carta della caramella resta davvero difficile. Quel che è certo è che gli esseri umani, ceteris paribus, non sembrano comportarsi nello stesso modo in luoghi diversi.

Come noto l’approccio behaviorista non è interessato alle motivazioni del comportamento umano (cioè a scrutare cosa accade nella cosiddetta black box) ma semplicemente al comportamento stesso. Un modo per affrontare la questione potrebbe comunque essere quello di guardare ai comportamenti per verificarne la differenziazione in base al tipo di luoghi oppure ai luoghi specifici. Ad esempio, quanto rispettiamo il silenzio in chiesa, in biblioteca, al cinema oppure quanto lo rispettiamo in quella specifica chiesa (San Pietro nella Città del Vaticano, il Duomo di Milano, piuttosto che in una chiesa qualsiasi di una città media o sperduta in mezzo alla campagna). Lo stesso vale per il cinema: il nostro agire è diverso in una sala cinematografica del Festival del Cinema a Venezia o in quella della parrocchia? Quel che si vuol dire è che alcuni luoghi hanno alle spalle una storia, incutono maggiore rispetto e dunque condizionano indubbiamente più di altri i nostri atteggiamenti, anche se tutti vi concorrono. Cascavilla nel suo libro non ha alcun dubbio in proposito quando afferma a p. 226 che «ciascuno di noi conosce posti simili. Una casa in campagna, una spiaggia, un tavolo di un certo caffè, il ponte Carlo a Praga. Luoghi la cui anima ci accoglie senza riserve, con un dio generoso e ospitale. E ciascuno conosce i luoghi ostili, quelli in cui è penoso solo soffermarsi o in cui la permanenza appesantisce il cuore. Li riconosciamo a prima vista, come un sesto senso. Eppure, sembra che questo sentimento non conti poi molto nelle nostre decisioni». Come inoltre afferma Gaston Bachelard (1975, p. 26) «Lo spazio colto dalla immaginazione non può restare spazio indifferente, lasciato alla misura e alla riflessione del geometra: esso è vissuto […] con tutte le parzialità della immaginazione».

Certo occorre evitare qualsiasi forma di determinismo perché il genius loci – esattamente come l’architettura – presenta sempre una qualche forma di resistenza e rielaborazione da parte degli individui. Non si tratta qui di fare una gerarchia delle variabili indipendenti nell’essere causa di quelle dipendenti, ma solo riconoscere che le azioni umane non si svolgono nel vuoto, ma in contesti nei confronti dei quali è difficile mantenere quello che Georg Simmel (1982) avrebbe chiamato un atteggiamento blasé, capace di resistere agli stimoli, alle suggestioni che la città procura, in nome di una freddezza che tende a uniformare e ad ingrigire le relazioni. La letteratura recente sul genius loci è fiorente e testimonia la rilevanza del tema che però ha trovato riflessione più in ambito storico e filosofico che nelle scienze sociali applicate. Dovremmo invece cercare ti tenerlo maggiormente in considerazione quando trattiamo di fenomeni sociali, e ciò può avvenire solo se siamo in grado di approcciare in chiave multidisciplinare i fenomeni stessi, non tanto o soltanto in occasione di convegni e seminari ma anche durante le ricerche empiriche sul campo.

A conclusione di questo breve testo potremmo osservare che i luoghi conservano ancora una loro rugosità, capace di resistere alla omologazione delle superfici che impera nella società globalizzata. Certo approcciare il genius loci significa predisporsi ad esso e non sempre ciò accade. Walter Benjamin (1999) affermava che il sacerdote del genius loci era il flâneur (e oggi diremmo anche la flâneuse, la versione femminile). Forse è a questa figura che dovremmo appellarci o imitare per recuperare la lentezza e la sensibilità nel cogliere il senso di ciò che ci circonda, per predisporci all’ascolto. Non è dunque un caso che Cascavilla (l’autore da cui siamo partiti) sia un viaggiatore, uomo capace di unire il passo con la meditazione, di prendersi i tempi necessari per ragionare su ciò che trova lungo il proprio cammino, magari in una ottica meno urbanocentrica di quanto non faccia tradizionalmente un flâneur, ma comunque ad esso accumunabile per la capacità di intercettazione del genius loci.

Giampaolo Nuvolati

 

 

Bibliografia
Bachelard G. (1975), La poetica dello spazio, Dedalo, Bari.
Benjamin W. (1999), “The Return of the Flâneur”, in Walter Benjamin: Selected Writings 1927-1930, Harvard University Press, Cambridge (MA), pp. 262-268 [orig. 1929].
Caramia D. e Portoghesi P. (2021), Genius Loci. La vita profonda dei luoghi, Aracne, Roma.
Goffman E (2019), Il comportamento in pubblico. L’interazione sociale nei luoghi di riunione, Einaudi, Torino [orig. 1963].
Goffman E. (2001), Frame analysis. L'organizzazione dell'esperienza, Armando Ed., Roma [orig. 1974].
Griffero T. e Petrillo A. (a cura di) (2024), Atmosfere Urbane. Una introduzione, Edizioni ETS, Pisa.
Norberg-Schulz C. (1979), Genius loci. Paesaggio, ambiente, architettura, Electa, Milano.
Nuvolati G. (2023), “La battaglia…del genius loci”, in N. Vismara e E. Ruspini (a cura di), La battaglia della Bicocca e Milano all’epoca di Francesco II Sforza, Ledizioni, Milano, pp. 17-36.
Simmel G. (1982), “La metropoli e la vita mentale”, in C. Wright Mills (ed.), Immagini dell’uomo, Edizioni di Comunità, Milano, pp. 525-540 [orig. 1903].

 

N.d.C. Giampaolo Nuvolati è professore ordinario di Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università degli studi di Milano Bicocca dove insegna Sociologia urbana. Nello stesso Ateneo è stato presidente del Corso di laurea Magistrale di Sociologia, direttore del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale e prorettore per i Rapporti con il Territorio.

Tra i suoi libri: La qualità della vita delle città. Metodi e risultati delle ricerche comparative (FrancoAngeli, 1998); Popolazioni in movimento, città in trasformazione. Abitanti, pendolari, city users, uomini d'affari e flâneur (il Mulino, 2002); Lo sguardo vagabondo. Il flâneur e la città da Baudelaire ai postmoderni (il Mulino, 2006); Mobilità quotidiana e complessità urbana (Firenze University Press, 2007); L'interpretazione dei luoghi. Flanerie come esperienza di vita (Firenze University Press, 2013); Un caffè tra amici, un whiskey con lo sconosciuto. La funzione dei bar nella metropoli contemporanea (Moretti & Vitali, 2016); (a cura di), Sviluppo urbano e politiche per la qualità della vita (Firenze University Press, 2018); con Giorgio Bigatti (a cura di), Raccontare un quartiere. Luoghi volti e memorie della Bicocca (Scalpendi, 2018); Interstizi della città. Rifugi del vivere quotidiano (Moretti & Vitali, 2019); (a cura di), Enciclopedia sociologica dei luoghi (Ledizioni, vol.1-2019; vol.2-2020; vol.3-2020; vol. 4-2021; vol. 5-2021; vol. 6-2022); (a cura di), con Sara Spanu, Manifesto dei Sociologi e delle Sociologhe dell’Ambiente e del Territorio sulle Città e le Aree Naturali del dopo Covid-19 (Ledizioni, 2020); (a cura di), con Rita Capurro, Milano, ritratto di una città. Il paesaggio culturale(Silvana Editoriale, 2020); con Alessandra Terenzi, Qualità della vita nel quartiere di edilizia popolare a San Siro, Milano (Ledizioni, 2021); a cura di, Esperienze di vita nei giorni del silenzio. La Bicocca al tempo del coronavirus (Nomos, 2021); con Marianna D'Ovidio, a cura di, Temi e metodi per la sociologia del territorio(UTET Università, 2022); a cura di, Il campus Bicocca. Storia passata e nuova vita degli edifici dell'Ateneo (Rubbettino, 2022).

Per Città Bene Comune ha scritto: Città e paesaggi: traiettorie per il futuro (8 dicembre 2017); Tecnologia (e politica) per migliorare il mondo (13 luglio 2018); Scoprire l’inatteso negli interstizi delle città (20 settembre 2019); Città e Covid-19: il ruolo degli intellettuali (29 maggio 2020); Abitare la diversità (4 giugno 2021); Per una riflessione olistica sul vivere urbano (17 febbraio 2022); Anche lo spazio fa la società (25 novembre 2022); Emanciparsi (e partecipare) camminando (10 marzo 2023); Il design è nei territori (7 luglio 2023); Capire le città: i dati non bastano (8 novembre 2024); Ci vuole una certa atmosfera (25 giugno 2025).

Sui libri di Giampaolo Nuvolati, v. i commenti di: Duccio Demetrio (27 settembre 2019); Giancarlo Consonni (29 novembre 2019); Marino Ruzzenenti (29 gennaio 2021); Giovanni Semi (9 aprile 2021); Alfredo Mela (18 marzo 2022), Anna Lazzarini (20 ottobre 2023); Veronica Conte (19 settembre 2024).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.


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26 SETTEMBRE 2025

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M. d'Ovidio, La città "altra" è oggi, commento a: L. Lippolis, Viaggio al termine della città, (Elèuthera, 2024)

G. Consonni, Abitare il segreto dei luoghi, commento a: M. Belpoliti, Nord Nord (Einaudi, 2025)

M. Agostinelli, Salvare il suolo (anche dalle rinnovabili), commento a: P. Pileri, Dalla parte del suolo (Laterza, 2024)

E. Scandurra, L'umanità è nei luoghi, commento a: Lettere d’amore dalla via Appia (Gangemi, 2024)

L. Trentin, Conservare gli avanzi, senza dimenticarli, commento a: L. Crespi, Stop City Now (LetteraVentidue, 2025)

M. Russo, Urbanistica: una disciplina da riscoprire, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2025)

A. Mazzette, Turismo urbano? Anche troppo, commento a: G. Amendola, Il turista e la città (Mario Adda Editore, 2025)

L. Bottini, Anche lo spazio parla, ascoltiamolo, commento a: A. Mela, E. Battaglini e A. Laura Palazzo, La società e lo spazio (Carocci, 2024)

C. Olmo, Mollino oltre la biografia d'artista, commento a: A. De Rossi, R. Dini, La montagna di Carlo Mollino (Hoepli, 2023)

G. L. Brunetti, L'architettura di Varese, una galassia, commento a: L. Crespi (a cura di), Atlante delle architetture e dei paesaggi dal 1945 a oggi in provincia di Varese (Silvana Editoriale, 2023)

R. Pavia, Imparare col corpo, viaggiando, commento a: R. Secchi, Itinerari dello sguardo in architettura (TAB edizioni, 2024)

B. Bottero, La difficile costruzione del quotidiano, commento a: M. Cucinella con S. Uccello, Città foresta umana (Einaudi, 2024)

P. C. Palermo, Cammei di urbanistica, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024)

F. de Agostini, L'empatia nella cassetta degli attrezzi, commento a: M. Cucinella con S. Uccello, Città foresta umana (Einaudi, 2024)

P. Vitillo, Abilitare le antinomie del piano, commento a: L. Gaeta, Il primo libro di urbanistica (Einaudi, 2024)

W. Tocci, Elogio dell'Urbanistica, un ritorno ai classici per continuare a riflettere (intervento al congresso INU 2025)

A. Delera, Troppo vecchi per capire?, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)

G. Nuvolati, Ci vuole una certa atmosfera, commento a: Tonino Griffero, Agostino Petrillo (a cura di), Atmosfere urbane (Ed. ETS, 2024)

D. Vannetiello, Un ponte tra le generazioni, commento a: G. Consonni, Non si salva il pianeta se non si salvano le città (Quodlibet, 2024)

R. Milani, Il sogno come progetto ovunque, commento a: M. Venturi Ferriolo, G. Burattoni, Un'estetica di progetto (Franco Angeli, 2024)

M. Serini, Sguardi neurodivergenti sulla città, commento a: A. Vanolo, La città autistica (Einaudi, 2024)

A. De Rossi, La feconda natura della rigenerazione, commento a: A. Lanzani, Rigenerazione urbana e territoriale al plurale (FrancoAngeli, 2024)

D. Grohmann, Una difesa attiva del suolo, commento a: F. Berni (a cura di), Parco della Piana di Assisi (Assisi Mia Ed. 2024)

F. Collotti, Contro la città usa e getta, commento a: V. Magnago Lampugnani, Contro la città usa e getta sostenibile (Bollati Boringhieri, 2024)

P. Perulli, La vendetta dei dimenticati, commento a: G. Buciuni, G. Corò, Periferie competitive (il Mulino, 2023)

F. Ceci, Abitare come agire sociale, commento a: M. Savino, L. Perini (a cura di), Abitare contemporaneo (FrancoAngeli, 2023)

L. Bottini, Città: una sfida esistenziale, commento a: S. Mancuso, Fitopolis (Laterza, 2023)

M. Biraghi, L'architettura va alle terme, commento a: G. D’Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori 8a cura di), Le città di Igiea (Silvana Ed., 2024)

G. Piccarolo, Di fiumi e di risorgrnze, commento a: G. Cazzaniga, Il Fiume (Marinotti 2024)

W. Tocci, Per una nuova scienza della città, commento a: C. S. Bertuglia, F. Vaio (a cura di), La città dopo la pandemia (Aracne, 2023)

B. Bottero, L'urbanistica è quantica, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so di lei (Planum Publisher, 2024)

A. Lanzani, Milano: cosa resta (e come ricominciare, commento a: A. Secchi, Milano. Due o tre cose che so su di lei (Planum Publisher, 2024)

S. Zaggia, Il Ghetto di Venezia: una città, commento a: D. Calabi, Venezia e il Ghetto (Bollati Boringhieri, 2024)

G. Consonni, Fare della Storia una speranza, commento a: G. Bigatti, Milano (Mimesis, 2024)

G. Restaino, Roma, c'è un'altra città, commento a: M. Di Giovine, Paesaggio identitario (Quodlibet, 2024)

E. Scandurra, Un grido di dolore (e di amore) per Roma, commento a: R. Pavia, Roma Babilonia (Bordeaux, 2024)

E. Porqueddu, Nuove regole per la pianificazione, commento a: S. Cozzolino, S. Moroni, Action, Property and Beauty (Routledge, 2024)

S. Capolongo, Tante storie dentro alla Storia, commento a: G. D'Amia, E. Faroldi, M. P. Vettori (a cura di), Le città di Igiea (Silvana Editoriale, 2024)

M. Fortis, Interni milanesi, un libro e una mostra, commento a: E. Morteo e S. Pierini, Nelle case (Hoepli, 2023)

M.Bassanelli, Se l'ufficio si diffonde, commento a: I. Mariotti, E. Tomaz, G. Micek, C. Méndez-Ortega (a cura di), Evolution of New Working Spaces (Springer, 2024)

M. Peverini, L'egemonia della rendita urbana, commento a: B. Pizzo, Vivere o morire di rendita (Donzelli, 2023)

C. Bianchetti, Basaglia: i luoghi del mito, commento a: F. Foti, Franco Basaglia. La libertà è terapeutica (People, 2024)

G. Mura, Il territorio tra narrazione e promozione, commento a: P. de Salvo, M. Pizzi, Narrazione, sviluppo e governo del territorio. (FrancoAngeli, 2023)

F. de Agostini, La lucidità feroce di Giancarlo De Carlo, commento a: F. Samassa, Giancarlo De Carlo (Carocci, 2024)

A. L. Palazzo, Tre sguardi su Roma, commento ai libri di L. Montuori, E. Nigris, R. Pavia

A. Mela, Territorio e de-coincidenza, commento a: F. Jullien, Riaprire dei possibili (Orthotes, 2024)

G. Tonon, Gli spazi delle donne, commento a: M. Bassanelli, I. Forino (a cura di) Gli spazi delle donne (DeriveApprodi, 2024)

A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)