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LA CITTÀ HA BISOGNO DI ASCETI
Commento al libro di Duccio Demetrio
Giampaolo Nuvolati
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Alberga nei nostri cuori un desiderio nascosto, forse inesprimibile o comunque non detto, se non a noi stessi, nel tentativo di elaborarne il senso. Si tratta di questo: desideriamo vivere nella città ma nello stesso tempo elevarci sopra la stessa, avvertiamo un bisogno di trascendenza; si tratta di una ascesi mistica senza necessariamente un Dio in cui credere, ma piuttosto espressione di un percorso personale. Mentre la natura ci supera abbondantemente – e dunque non ci resta che osservarla nella sua grandezza, in silenzio, con grande meraviglia e impotenza – la città, nella sua magia umana in quanto fatta dall’uomo (e dalla donna) che la abita, interroga l’uomo stesso, lo provoca, lo chiama ad un confronto, ad una sorta di consapevolezza che può prendere strade diverse: dal possesso all’uso della città, dal sentimentalismo romantico alla indifferenza nei suoi confronti. Tuttavia, nel libro di Duccio Demetrio, Spiritualità metropolitane. Guida per i non credenti (Mimesis, 2025) si parla di qualcosa d’altro che pur ci appartiene: una spiritualità tutta metropolitana che trova i suoi fondamenti nello stare in mezzo agli altri e nello stesso tempo nel prenderne distanza.
Il volume vede una prima parte che affronta il tema della fede, del misticismo, della spiritualità, dell’ascetismo cercando di rimarcarne le differenze. È un compito che vede l’autore già avvezzo a questi temi avendo trattato l’argomento in altri volumi, tra cui soprattutto quello dal titolo consonante: Ascetismo metropolitano, L’inquieta religiosità dei non credenti per l’editore per Ponte alle Grazie, Firenze, 2009. In questi paragrafi, il ricorso alla filosofia, ma anche alla teologia, alla storia delle religioni consente all’autore di cogliere le sfumature dei concetti, le sovrapposizioni e le distanze semantiche. È una parte densa e di lettura impegnativa (come direi tutto il volume) che però pian piano si declina rispetto al tema della città come se questa fosse il tempio ospitante delle nostre emozioni e lacerazioni più profonde da cui spiccare il volo per guardarla dall’alto. L’uomo così si fa angelo laico che volteggia sul proprio capo ma anche su quello degli altri (Wim Wenders nel film del 1987 Il cielo sopra Berlino insegna) e assurge pertanto ad una condizione che gli consente di elaborare pensieri che vanno al di là della quotidianità pur partendo da essa. È un pensiero sì sofferto, pieno di dubbi, contraddizioni, malinconico (lo spleen di Charles Baudelaire, mi verrebbe da dire) ma in quanto tale foriero di emozioni, sorprese. È, in primis, frutto di un rispecchiamento che trova origine nell’individualismo post-moderno, che evita la consorteria. L’asceta in questo caso «è refrattario a qualsiasi aggregazione comunitaria» (p. 63), tuttavia non rinuncia all’empatia con l’umanità, con i singoli di cui è composta. Si tratta di un moto a doppio senso, fatto tanto di solitudine quanto di apertura verso gli altri. L’ascetismo non rifiuta, bensì si esprime anche attraverso una sensibilità nei confronti di coloro che affrontano le difficoltà della vita metropolitana. Scrive l’autore: «… proprio il senso della finitezza, la percezione dolorosa, malinconica, per il destino transeunte delle cose, [così come, ndr.] la pietas verso gli altri aggiungono poeticità alla vicenda ascetica» (p. 57). Possibile in questo caso è il rinvio al libro L’uomo della folla del 1840, di Edgar Allan Poe, dalla cui analisi critica proposta da Charles Baudelaire prenderà poi corpo tutta la teorizzazione sulla figura del flâneur, successivamente ripresa e completata da Walter Benjamin. Anche lì troviamo un personaggio che esercita una dottrina personale in chiave solipsistica ma in una ambientazione affollata di gente. Nel paragrafo intitolato Vagabondare (p. 122), dove Demetrio mette in evidenza la serendipity come motivo del camminare dell’asceta non credente rispetto al moto preordinato del pellegrino, emerge, seppur non citata, l’arte della flânerie, anche se tale trasposizione non si possa dire automatica.
Se le immagini contano, allora la copertina del volume – un dipinto di Sergio Ceccotti, Soleil d’octobre (2008), raffigurante un uomo di spalle che cammina con passo lento (si presume) nella assoluta solitudine di una grande città deserta, all’alba (direi dalle luci nel cielo e dalle ombre sul selciato) – ben rappresenta questa condizione di flânerie. Mi sembra un gioco interessante confrontare le copertine, e allora, se guardiamo a quella del 2009 di Ascetismo metropolitano, si vede una città spettrale, sicuramente sironiana – non sbagliavo: si tratta di Mario Sironi con un suo Paesaggio urbano con camion e tram del 1922 –, nella quale non compare però alcuna persona, forse a significare, nel caso di Spiritualità metropolitane, la rinnovata rilevanza della componente umana come resistenza alla materialità, come ricerca di una ragione metafisica, come percorso esistenziale. Non sempre le copertine sono scelte dagli autori (anche se mi viene il dubbio visto che Demetrio cita proprio le atmosfere di Sironi a pag. 96) e proprio per questo rimandano a visioni immaginifiche, rêverie, interpretazione di situazioni tanto casuali quanto suggestive nella loro imprevedibilità, non certo dettate dalla nostra volontà. Ho utilizzato questo piccolo e infantile escamotage delle copertine per dire che in fondo noi non siamo sempre padroni di tutto il nostro essere. E il destino ci viene incontro in forme inattese. Forse quest’ultimo potrebbe essere un punto di approfondimento che in Demetrio risulta a mio parere un poco trascurato e cioè che l’essere umano non è completamente libero nell’agire. Il caso e le influenze della società (non posso qui nascondere la mia formazione di sociologo urbano) inevitabilmente lo guidano nell’inseguire le varie forme di religiosità oppure nell’essere ateo, nel passare da forme di ascetismo ad altre di pieno materialismo e viceversa, per poi imboccare nuove strade e via dicendo. Questo principio vale soprattutto per quelle figure incerte che entrano ed escono con frequenza da una determinata condizione di spiritualità, cui è difficile chiedere piena coerenza, che si contraddicono in continuazione. Un qualsiasi San Francesco moderno, che abbandona le proprie ricchezze per darsi alla povertà e alla carità nei confronti dei più deboli, può anche poi pentirsene e tornare ai vecchi privilegi, ma non per questo dovremmo demonizzarlo. Come dicevo all’inizio di questa recensione, alberga nei nostri cuori il desiderio di elevarci, ma anche quello più semplice di sopravvivere, di rintanarci nella normalità più bieca, e tutto ciò può avvenire quando meno ce l’aspettiamo. Guai dunque a fare della nostra spiritualità (religiosa o meno) motivo di vanto, di superiorità; quanto sia una scelta o un destino è del tutto arbitrario. Il pensiero esitante cui accenna Demetrio è pur sempre un pensiero, una consapevolezza, una grazia, che non è data a tutti. Ma possiamo recitare la nostra parte nel mondo in un modo pieno e dignitoso, fatto di soddisfazioni superiori, pur ignari del ruolo che ci è stato assegnato. L’ascetismo corrisponde dunque ad un’urgenza personale incolmabile, ma non necessariamente condivisibile. Anche per questa ragione si tratta di sentimenti, emozioni vissute singolarmente rispetto ad una comunità distratta in altre posture mondane. Demetrio in alcune belle pagine, andando già verso il finale del volume, passa in rassegna le caratteristiche dell’ascetismo, gli esercizi di inquietudine, la tragicità, la memoria come elementi che forgiano il physique du rôle (meglio dire l’esprit du rôle) dell’asceta, il suo essere distintivo e nello stesso tempo legato alla comunità. Ma verrebbe da dire che non sempre la comunità stessa lo contraccambia, lo accompagna nel suo tumulto e, così facendo, ne segna l’originalità, la nudità. A questo punto sta all’asceta mantenere una certa coerenza in chiave contemplativa o, viceversa, convertirsi alla mera vita di società, più o meno crudele o divertente.
Farei fatica ad immaginare un mondo fatto solo di asceti, mentre posso pensare a momenti di ascetismo che ciascuno di noi può provare in maniera più o meno intensa. Per evitare una critica di elitarismo alla figura dell’asceta metropolitano si potrebbe forse affermare che, come non esiste più il flâneur ma troviamo la pratica della flânerie, anche la spiritualità è una sorta di ingrediente della nostra esistenza presente in varia misura nelle persone e soprattutto che cambia a seconda delle fasi di vita, delle circostanze esterne, delle evenienze e, perché no, delle convenienze. Azzardo qui a comparare l’imperfezione possibile dell’asceta con l’antipatia di cui parla Georg Simmel in La metropoli e la vita dello spirito del 1903 a proposito dell’atteggiamento blasé, distaccato, indispensabile all’essere umano per sopravvivere nella metropoli. Come a dire che la dimensione emozionale e spirituale di volta in volta può essere sacrificata a vantaggio di quella meramente strumentale. È la solita, eterna lotta tra il cuore e il cervello.
Ma torniamo all’ascetismo come forma di approccio alla vita. L’autore osserva come «L’asceta di nome nessuno si confonde nella frenesia della folla altrettanto anonima che urta per strada in cammino. Ne è urtato e non impreca. In essa cerca i singoli volti, discretamente per non essere frainteso. Poiché, per l’asceta che non intende essere scoperto, riuscire a distinguere nella massa che passa veloce i singoli volti – presaghi di storie che non può ascoltare – è un esercizio di salvezza. È l’indizio che, in quella fiumana informe, ci sono pur sempre persone, alle quali, a una a una, se potesse darebbe parola e fisionomia. L’asceta vive nei loro stessi condomini, nelle stesse periferie, negli stessi sotterranei della metropolitana. Sempre confuso tra di loro, ma consapevole di stare esercitando la propria capacità di non smarrirsi come individuo, di non essere risucchiato dal nulla e dall’inutile. Consapevole di essere impegnato a mantenere alta la propria dignità umana spendendosi anche per chiunque l’abbia smarrita» (pp. 57-58). La città, rappresentabile attraverso l’ossimoro del deserto sovraffollato è per eccellenza un concentrato del malessere, del disagio, delle solitudini infernali come descritte nel paragrafo intitolato Di finta luce (p. 88). E proprio per questo la città rappresenta il luogo con il quale l’asceta, che da questa non scappa, è pronto a confrontarsi, immergendosi completamente in essa.
Per l’asceta, elevarsi dalla volgarità del mondo non è ovviamente in termini sociali e culturali ma piuttosto spirituali. È un confrontarsi con l’infinitamente grande ma senza rinunciare all’infinitamente piccolo, mantenendo la modestia dettata dal dubbio e rifiutando la certezza della fede, non disdegnando la realtà per come si configura nei suoi interstizi, ma piuttosto guardandola in altro modo. È una specie di disincanto quello di cui parla Demetrio che si declina in varie forme ed è, tra le tante cose, risveglio, sorpresa, epifania. Il disincanto «ci apre gli occhi quando prima erano troppo dischiusi sul mondo e non vedevano alcuna verità, o troppo introversi e separati da esso… è l’incontro con uno spiraglio di luce, dimenticato da sguardi troppo consueti, che sembrava condannato alla fissità, alla ripetizione, all’immutabilità» (p. 65).
Qui, pur con il rischio di deragliare, mi permetto di indicare un filone di ricerca filosofico come quello della Atmosferologia – oggetto degli studi e in particolare di un libro di Tonino Griffero sottotitolato L’estetica degli spazi emozionali (2010) – che analizza anche lo stimmung dei luoghi e dunque si presta assai bene ad interfacciare la spiritualità dei suoi abitanti così come viene descritta da Demetrio. In entrambe le situazioni – individuo e territorio – esiste peraltro una dimensione di sacralità come evidenzia bene Stefano Cascavilla in Il dio degli incroci. Nessun luogo è senza genio, un testo del 2021, in cui si sottolinea la pregnanza emotiva e ascetica del rapporto tra uomo e ambiente, ben al di là della semplice componente fisica. In altre parole, la città (una singola città con la sua storia e la sua vocazione specifica) non è un contesto docile che si lascia attraversare dalle pulsioni, dagli esercizi esistenziali di chi la vive. È piuttosto parte attiva del gioco, una interlocutrice tanto affascinate quanto difficile da comprendere come sottolinea Franco Riva nel suo recente libro Filosofia della città. Costruire, narrare, incontrare (2025). Uno slogan caro ai sociologi urbani recita: quel che succede dipende da dove succede. Tale affermazione rivendica la necessità di contestualizzare geograficamente qualsiasi azione e pensiero. Ça va sans dire, quello dell’asceta.
La città si offre letteralmente a lui e lo chiama ad esplorarne gli anfratti più nascosti, gli interstizi lontano dagli «spazi più consolatori, gratificanti, suggestivi offerti dalla natura, i più idonei alle pratiche contemplative tradizionali» (p. 127). Leggere queste pagine significa riapprodare ancora a Baudelaire il quale, attraversato dalla malinconia, dallo spleen, provocatoriamente trovava la propria salvezza nel peccato. Egli non condannava eticamente il male, ma ne faceva fonte di bellezza e di riscatto ne I fiori del male (1857). Tema quest’ultimo che però è sfuggente in Demetrio, il quale spesso cita il disordine come contesto in cui si muove l’asceta ma non rimanda mai alle conseguenze etiche dettate dal disordine stesso in termini di deriva, di devianza, di tentazioni. Nel suo tormentato, incerto e doloroso procedere l’asceta non credente potrebbe magari perdersi senza fare ritorno. Siamo così sicuri che non tradirà il prossimo, che non lo offenderà? Che proverà empatia e pietas nei suoi confronti? Oltretutto egli non deve nemmeno rispondere a comandamenti divini in quanto non credente. Pretendere una condotta integerrima da parte degli asceti nel rispetto dei voleri cui fanno riferimento non potrebbe essere eccessivo? Non si rischia una santificazione acerba? Mai come in questo caso vorrei poter conversare con Demetrio di questi temi. Spero proprio ce ne sarà l’occasione.
Chi legge il volume e conosce Demetrio non può che pensare (ma se sbaglio spero sarò perdonato dall’autore e dai lettori) che le emozioni, le pratiche, la visione che presenta nel libro siano anche quelle sue personali, una filosofia di vita, di uomo particolarmente sensibile, capace di fondere il pensiero teorico e l’intercedere riflessivo nella vita di tutti i giorni. Essendo Demetrio il maestro dell’autobiografia – per la quale ha creato una scuola, la LUA (Libera Università dell’Autobiografia) e un Festival che si tiene ogni anno ad Anghiari (Arezzo) – mi piace pensare che, pur senza mai usare la prima persona, il testo sia una testimonianza diretta delle sue meditazioni urbane, del suo perdersi e ritrovarsi nella città, alla ricerca di una spiritualità tanto necessaria quanto difficile da provare effettivamente. Certo è che il volume è un invito ad abbandonarci a queste forme di contemplazione, dimenticandoci almeno per un po’ delle dimensioni più razionali e terrene del nostro essere. Tanto più che la città stessa ha bisogno di asceti o meglio di pratiche ascetiche.
Che dire in conclusione? Credo che Demetrio con i suoi lavori oggi costituisca un punto di riferimento imprescindibile per studiare la città, per inoltraci in essa con uno sguardo molto più penetrante e ricco di quanto certe analisi riescano a fare. La profondità del suo pensiero genera riflessioni critiche che, come dice la parola “riflessioni”, invitano le persone (e soprattutto gli studiosi) a guardare dentro di sé, a rispecchiarsi, per meglio cogliere le prospettive attraverso cui vivere, studiare e interpretare il mondo. Il suo libro – immaginiamo scritto nel mood ascetico di cui parla nel paragrafo Assorti nel silenzio del proprio scrivere (p. 129) – appartiene a quella serie di testi imperdibili che ci sollecitano ad aprirci ad emozioni e sentimenti che spesso non riconosciamo ma che fanno già parte della nostra anima, vanno solo scritti.
Giampaolo Nuvolati
N.d.C. Giampaolo Nuvolati è professore ordinario di Sociologia dell’ambiente e del territorio all’Università degli studi di Milano Bicocca dove insegna Sociologia urbana. Nello stesso Ateneo è stato presidente del Corso di laurea Magistrale di Sociologia, direttore del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale e prorettore per i Rapporti con il Territorio.
Tra i suoi libri: La qualità della vita delle città. Metodi e risultati delle ricerche comparative (FrancoAngeli, 1998); Popolazioni in movimento, città in trasformazione. Abitanti, pendolari, city users, uomini d'affari e flâneur (il Mulino, 2002); Lo sguardo vagabondo. Il flâneur e la città da Baudelaire ai postmoderni (il Mulino, 2006); Mobilità quotidiana e complessità urbana (Firenze University Press, 2007); L'interpretazione dei luoghi. Flanerie come esperienza di vita (Firenze University Press, 2013); Un caffè tra amici, un whiskey con lo sconosciuto. La funzione dei bar nella metropoli contemporanea (Moretti & Vitali, 2016); a cura di, Sviluppo urbano e politiche per la qualità della vita (Firenze University Press, 2018); con Giorgio Bigatti a cura di, Raccontare un quartiere. Luoghi volti e memorie della Bicocca (Scalpendi, 2018); Interstizi della città. Rifugi del vivere quotidiano (Moretti & Vitali, 2019); a cura di, Enciclopedia sociologica dei luoghi (Ledizioni, vol.1-2019; vol.2-2020; vol.3-2020; vol. 4-2021; vol. 5-2021; vol. 6-2022); a cura di, con Sara Spanu, Manifesto dei Sociologi e delle Sociologhe dell’Ambiente e del Territorio sulle Città e le Aree Naturali del dopo Covid-19 (Ledizioni, 2020); a cura di, con Rita Capurro, Milano, ritratto di una città. Il paesaggio culturale (Silvana Editoriale, 2020); con Alessandra Terenzi, Qualità della vita nel quartiere di edilizia popolare a San Siro, Milano (Ledizioni, 2021); a cura di, Esperienze di vita nei giorni del silenzio. La Bicocca al tempo del coronavirus (Nomos, 2021); con Marianna D'Ovidio, a cura di, Temi e metodi per la sociologia del territorio(UTET Università, 2022); a cura di, Il campus Bicocca. Storia passata e nuova vita degli edifici dell'Ateneo (Rubbettino, 2022); a cura di, Camminare la città. Manuale per la flânerie (il Mulino, 2025).
Per Città Bene Comune ha scritto: Città e paesaggi: traiettorie per il futuro (8 dicembre 2017); Tecnologia (e politica) per migliorare il mondo (13 luglio 2018); Scoprire l’inatteso negli interstizi delle città (20 settembre 2019); Città e Covid-19: il ruolo degli intellettuali (29 maggio 2020); Abitare la diversità (4 giugno 2021); Per una riflessione olistica sul vivere urbano (17 febbraio 2022); Anche lo spazio fa la società (25 novembre 2022);Emanciparsi (e partecipare) camminando (10 marzo 2023); Il design è nei territori (7 luglio 2023); Capire le città: i dati non bastano (8 novembre 2024); Ci vuole una certa atmosfera (25 giugno 2025); Un genio anche per gli incroci (26 settembre 2025).
Sui libri di Giampaolo Nuvolati, v. i commenti di: Duccio Demetrio (27 settembre 2019); Giancarlo Consonni (29 novembre 2019); Marino Ruzzenenti (29 gennaio 2021); Giovanni Semi (9 aprile 2021); Alfredo Mela (18 marzo 2022), Anna Lazzarini (20 ottobre 2023); Veronica Conte (19 settembre 2024).
N.B. I grassetti nel testo sono nostri.
R.R. © RIPRODUZIONE RISERVATA 21 NOVEMBRE 2025 |
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A. Calafati, Un viaggio nell'Italia di mezzo, commento a: Arturo Lanzani, a cura di, Italia di mezzo (Donzelli, 2024)
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