Patrizia Gabellini  
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SULL'ITALIA DI MEZZO: IL PRIMO RITRATTO


Commento al libro di Sara Caramaschi e Cristiana Mattioli



Patrizia Gabellini


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Ci sono almeno tre motivi per i quali ritengo utile soffermarsi sulla lettura del libro di Sara Caramaschi e Cristina Mattioli, La pianura metro-rurale. La Bassa padana tra campagna, città medie e fiume Po (Progetti Donzelli, 2025). Il primo attiene all’ambito di ricerca di cui il libro fa parte e alla sedimentazione dei lavori cui rinvia. Il secondo motivo riguarda il territorio preso in esame. Il terzo è che la sua lettura pone alcuni interrogativi sul rapporto tra ricerca e pratica ovvero sul modo di fare urbanistica oggi.

 

Il programma di ricerca e la serie

Questo libro-ricerca segue a un anno di distanza il precedente Italia di mezzo. Prospettive per la provincia in transizione (Lanzani 2024) che ha inaugurato la collana Progetti Donzelli dal titolo “Ritratti dell’Italia di mezzo. Profili territoriali della provincia italiana”. La collana, curata dallo stesso Lanzani con Cristina Renzoni, intende restituire gli esiti dei lavori del gruppo di ricerca DAStU del Politecnico di Milano focalizzato su quel 60% dell’Italia che, a differenza di metropoli e aree interne, è privo di rappresentazioni e visioni: l’Italia di mezzo come macro-classe accanto e distinta da Italia metropolitana e Italia Interna. L’ipotesi fondamentale che sorregge l’iniziativa è la ‘pluralità’ di questi territori ‘intermedi’ e dei possibili percorsi che li riguardano, coltivando una prospettiva che potrebbe trovare in essi un fertile campo di applicazione: equità sociale, transizione ecologica, contrasto ai divari territoriali e al cambiamento climatico. Aspetti che richiamano da vicino, nonostante i diversi retroterra, la ricerca condotta presso l’Università di Udine sotto la guida di Sandro Fabbro (2024), anch’essa riferita a quei territori intermedi che non sono città metropolitane né aree interne, che nel lavoro udinese si stima occupino una superficie territoriale pari al 70% del paese, abitata da più del 45% della popolazione totale, rilevanti soprattutto per le risorse multiple che possono attivarsi nella prospettiva della transizione ecologica.

Secondo la classificazione proposta dalla ricerca DAStU, e sviluppata in questo libro, la Bassa Padana rientra in quel variegato Continuum urbano-rurale costituito da “pianure agricole infrastrutturate, colline produttive e territori montani prossimi alle realtà più urbane” che si distingue dalle due altre sotto-classi con le quali si è disaggregata l’Italia di mezzo: le Città medie o capoluoghi non metropolitani (non Functional Urban Areas) e le Frange metropolitane (de facto o de jure). L’operazione tassonomica è finalizzata a costruire uno strumento interpretativo dell’Italia nel suo insieme centrando l’approfondimento sulle parti trascurate, se non anche ‘invisibili’, allo scopo di “orientare politiche territoriali capaci di rispondere alle specificità locali, evitando semplificazioni e stereotipi” (Caramaschi e Mattioli, p.6).

Il libro assume fedelmente gli obiettivi e l’impianto metodologico del programma generale, come chiarisce il breve testo di apertura a fronte della mappa dell’Italia dove sono individuate le tre macro-classi con le rispettive sottoclassi. In quanto tale può considerarsi un ‘provino’ per quelli che seguiranno. Organizzato in 5 capitoli - Mappe, Temi, Storie, Sguardi, Voci - che si avvalgono di approcci attinti da differenti pratiche disciplinari, il libro cerca di catturare e rendere convincente il ritratto di un territorio sfocato. Lo stile espositivo lascia trapelare una certa empatia con i luoghi, probabilmente dovuta alla conoscenza diretta da parte degli autori e degli agenti locali coi quali essi interloquiscono. La struttura, il tono asciutto e la fondamentale unitarietà dell’opera, nonostante il concorso di soggetti con formazione e interessi differenti, è probabilmente da attribuirsi alla dimestichezza con un metodo collaudato e alla ‘confidenza’ con l’impostazione del programma di ricerca.

 

I precedenti

Il parere espresso da Cristina Bianchetti, nella sua postfazione al libro Italia di mezzo, è che in esso sia “riconoscibile un atteggiamento nelle indagini empiriche territoriali che si sviluppa tra gli anni settanta e novanta” (Lanzani 2024, p. 377). In effetti la catena dei lavori che lo precedono è lunga e senza soluzione di continuità, ma alcuni di essi, in quei vent’anni, hanno segnato una particolare stagione della ricerca territoriale italiana e tutti insieme hanno impiantato un modo di fare ricerca che oggi sembra aver raggiunto una piena maturità dal punto di vista ‘tecnico’. Lavori che si sono avvalsi di numerosi e rilevanti contributi accademici grazie ai quali la diffusione insediativa (il fenomeno ‘inedito’ che catalizzò le indagini nella prima fase) è stata scandagliata, consentendo di cogliere l’articolazione territoriale di un paese dalla storia stratificata e dalla geografia complessa e di avanzare ipotesi su “un nuovo modello di sviluppo” (Secchi 1995), di mettere in discussione le immagini dicotomiche dell’Italia (non solo quelle di ieri): nord/sud, citta/campagna, metropoli/aree interne.

Probabilmente la rottura fu segnata dal lavoro di Arnaldo Bagnasco (1977) che tolse dall’ombra l’Italia centrale dove il modello di sviluppo non era quello del triangolo industriale, ma poggiava su una tipica relazione stabilitasi tra piccole e medie imprese – industria diffusa –, società locale e territorio originando quelli che da allora in poi furono detti ‘distretti produttivi’. Ci sono momenti nei quali la storia accelera, in questo caso la storia della ricerca. In tal senso possono intendersi i lavori che si sono succeduti in un milieu culturale e disciplinare favorevole, a cominciare da quello creatosi a seguito dell’istituzione presso lo IUAV del Corso di Laurea in Urbanistica (Tedesco 2025) poi del Dipartimento di Analisi Economica e Sociale del Territorio (DAEST). La prima ricerca sulla città diffusa (Indovina 1990) ne è diventato in qualche modo l’esito-manifesto.

Per comprendere appieno questo fertile sviluppo della ricerca territoriale è utile considerare le figure dei responsabili e la composizione dei gruppi di lavoro, i molteplici intrecci tra le sedi universitarie e le diverse generazioni di ricercatori, l’estesa rete di collaborazioni con buona capacità di presa grazie al supporto divulgativo delle principali riviste di settore. Un concorso di fattori, tra i quali vanno incluse le sperimentazioni in anni nei quali la ricerca di una ‘nuova forma’ del piano e dell’urbanistica occupava una posizione rilevante nell’agenda (penso ai Laboratori inaugurati a supporto della costruzione dei prg comunali, il primo dei quali fu attivato a Prato e ‘fece scuola’ – Secchi 1996). Il progressivo allargamento/approfondimento della descrizione con l’inclusione di componenti geografico-morfologiche, paesaggistiche, antropologiche, percettive..., restituito in lavori che hanno trovato una ampia eco (Boeri, Lanzani, Marini 1993; Clementi, Dematteis, Palermo 1996), ha consentito il dispiegarsi di un’immagine sfaccettata del territorio italiano e, sul fronte strumentale, l’affermarsi di una provvista conoscitiva varia per argomenti e tecnicalità, al punto di sollevare anche qualche preoccupazione per una possibile deriva descrittivista.

 

Mappe, fotografie, storie

Il richiamo dei ‘precedenti’, ancorché sommario e lacunoso, mi sembra necessario per cogliere la cifra di questo libro, sia per meglio comprendere i modi scelti per ‘ritrarre’ il territorio sotto osservazione, sia per dare il giusto peso ad alcuni enunciati (la volontà di orientare le politiche attraverso una conoscenza interpretativa).

Partendo dalla superficie, spicca il fatto che tante delle sue 155 pagine siano occupate da due tipi di documenti visivi: mappe e fotografie. Carte alle diverse scale, solitamente interpretate attraverso il ridisegno (mappe), e foto riprese da differenti altezze e punti di vista, di ieri e di oggi, esito di sopralluoghi visite e incontri, cui si aggiunge un saggio fotografico (lo Sguardo è di Andrea Simi) dove “il paesaggio non è trattato come categoria artistica, ma come entità storica e politica, come ambito di produzione e costruzione sociale” (p.99). Le note a corredo di alcune foto hanno lo scopo di restituire questo spessore.

All’apparato iconografico si aggiungono testi complessivamente asciutti (in gran parte di Mattioli e Caramaschi), che fissano i Temi ritenuti significativi per questo territorio. In primo luogo l’acqua con le sue infrastrutture e la gestione frammentata, la pressione esercitata dall’agricoltura intensiva, dagli allevamenti industriali e dall’impermeabilizzazione prodotta dagli insediamenti, gli effetti del cambiamento climatico (l’area nord-adriatica è un hotspot) e le trasformazioni prodotte dai “prosciugamenti” (Voce di Wu Ming 1). Poi l’agrivoltaico e la logistica, la cui rapida crescita si muove tra attese di un nuovo sviluppo trainato dall’innovazione e preoccupazioni per trasformazioni complesse che avanzano senza un quadro normativo chiaro e allineato alle diverse scale, tratto distintivo e controverso dei rapporti tra economia società territorio che rischia di fare della Bassa padana “un grande hub logistico-energetico al servizio dei mercati locali”. Il terzo tema portato in evidenza è quello delle scuole rurali, dato che il “de-giovanimento” che colpisce questi territori minaccia la chiusura dei fondamentali presidi scolastici e la scuola pluriclasse costituisce l’ultimo (controverso) baluardo, delineando un panorama molto simile a quello delle aree interne.

La trattazione dei tre grandi temi si completa sempre con un’apertura alle politiche necessarie e agli indizi che prospettano percorsi interessanti. Le 4 Storie hanno lo scopo di portare l’attenzione sulle ‘buone pratiche’ che affrontano i cambiamenti in atto e su situazioni che rischiano l’invisibilità. In successione: la povertà e precarietà abitativa dei lavoratori stagionali stranieri nell’area di Sermide e Felonica dove si coltiva il melone; l’esperienza in campo formativo e professionale dell’istituto superiore a indirizzo agrario Pietro Antonio Strozzi di Palidano, considerato un “avamposto di innovazione socio-rurale”; il progetto dell’azienda Piggly, con sede a Pegognaga, che riduce gli impatti degli allevamenti intensivi utilizzando i reflui per alimentare un biodigestore il cui biogas si aggiunge all’energia prodotta dagli impianti fotovoltaici posti sui tetti dei capannoni; la intraprendenza di una giovane amministrazione, guidata da un sindaco e una vice-sindaca laureati e supportata dal volontariato, che nel corso di tre mandati ha consentito al piccolo comune di Gaiba, impoverito per la perdita di attività artigianali e di popolazione, di ospitare un torneo internazionale di tennis e di avviare un processo di rigenerazione fisica e sociale.

Il basso continuo che accompagna l’impostazione di testi visivi e verbali suggerisce che non esiste ‘la giusta distanza’ per conoscere un territorio e che sguardi e voci di coloro che lo vivono, vi lavorano, vi investono o ne ricordano il passato sono una componente indispensabile della descrizione.

Le declinazioni della strategia espositiva, che si avvalgono di un retroterra teorico dissodato e di dati su base comunale appositamente elaborati, sono anche il modo per fare sintesi, condizione necessaria per un’interpretazione mossa da finalità operative. Una scelta esplicita che va oltre la lunga fase endogena, prevalentemente decostruttiva, di una ricerca territoriale tematicamente, disciplinarmente e tecnicamente multidirezionale. Le 8 carte che aprono il libro (Cartografia storica, Morfologie e usi del suolo, Geografia amministrativa, Dinamiche demografiche, Patrimonio immobiliare, Infrastrutture del quotidiano, Territori della produzione, Dinamiche del consumo di suolo), grazie a titoli connotanti e a testi concisi che prendono il posto delle didascalie, costituiscono il luogo dove meglio si può cogliere la sterzata interpretativa, anticipando i problemi salienti e prendendo posizione: Un’eredità di prossimità; Crescita dispersa, paesaggio trasformato; Geografie che dividono; Demografie sfumate; Case che valgono poco, case che restano vuote; Vite ordinarie, accessi diseguali; Produzione diffusa, territori specializzati; Suolo sotto pressione. L’interpretazione, in particolare visiva attraverso “mappe-carte”, richiede un di più di lavoro riflessivo e di tecnicalità, per questo la trovo apprezzabile e soprattutto adatta in lavori con intenti strategici (Gabellini e altri 2012).

 

La Bassa Padana

La Bassa Padana per inaugurare le monografie sull’Italia di mezzo mi sembra una scelta efficace, sia per la rilevanza geografica ed economica di questa parte del territorio italiano, sia perché tipicamente in-between, come il sottotitolo enuncia: La pianura metro-rurale. La Bassa padana tra campagna, città medie e fiume Po. Non a caso Mattioli e Franz aprono la loro Introduzione con una precisazione sulle differenti Basse del territorio compreso tra Mantova, Reggio Emilia, il Basso Veneto e il Ferrarese “riconoscendo specificità locali che affondano le radici nella storia lunga, interrotta bruscamente dalla più recente costituzione delle Regioni, che ne ha compromesso continuità e relazioni” (p.25). Il libro ne mette sotto osservazione una porzione, quella dell’agro reggiano-mantovano e dell’alto Polesine.

Con Bassa Padana si suole indicare il territorio di pianura solcato dal fiume Po, ma la sua identificazione non è certificata e attribuibile a un autore. L’uso corrente del termine si è affermato tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso in testi di geografia, sociologia e cronaca. Non stupisce la sua ripresa in un lavoro come questo che, commentando la mappa della Geografia amministrativa, invita a “superare una lettura rigidamente istituzionale dello spazio, per cogliere invece la necessità di una governance capace di riconoscere le connessioni e le funzioni condivise, come gli spazi naturali protetti lungo il Po e i suoi affluenti” (p.13). D’altro canto è acquisito che si tratta di un territorio sfaccettato. Negli studi per il primo Piano territoriale regionale dell’Emilia Romagna impostato alla fine degli anni Settanta, si erano individuate 4 grandi aree per le quali costruire altrettanti progetti. Allora era la Cispadana (scegliendo un nome di origine latina e valore politico), la pianura dell’agricoltura moderna e redditizia che nella regione si distingueva dall’asse infrastrutturato e industrializzato della Via Emilia, dall’Appennino e dalla costa lungo l’Adriatico. La ricerca mostrò la difficoltà di costruirne un’immagine convincente come quelle che andavano emergendo per le altre macro-aree. Un’area di progetto più che un territorio con una sua spiccata fisionomia, il cui riconoscimento rientrava nella prospettiva di una “metropoli regionale policentrica” da realizzare attraverso un’infrastrutturazione tecnica costituita non solo da sistemi di comunicazione, ma anche di rifornimento idrico, smaltimento dei rifiuti, antinquinamento, produzione diffusione e utilizzazione energetica, assetto idrogeologico, regimazione delle acque interne e costiere, una grande operazione di infrastrutturazione che implicava politiche nazionali e che era ritenuta il “tallone d’Achille della nazione” (Campos Venuti 1983, p.18). Assonanze interessanti, anticipazioni di alcuni temi che percorrono questo libro e vengono affidati alla Voce di Paolo Pileri che chiude proponendo la Bassa padana come “laboratorio di transizione ecologica e sociale”.

 

Interpretare per orientare

La confluenza della descrizione in una tassonomia e il passaggio alla sintesi interpretativa con l’esplicito fine di orientare le politiche territoriali mi sembra costituiscano il principale contributo di questa ricerca sull’Italia di mezzo. Se la descrizione, nella misura in cui nomina, ordina e classifica ha un ruolo costruttivo, l’interpretazione attraverso spiegazioni, valutazioni e soprattutto selezione degli argomenti rilevanti diventa progettante. Si tratta del ruolo che dovrebbero avere le ‘analisi’ con le quali si aprono i processi di costruzione degli strumenti urbanistici e di pianificazione e che si è progressivamente perso. La tendenza ad affidare lo svolgimento di questa attività a soggetti terzi, cui oggi si aggiunge la delega alle banche dati e presto ai gemelli digitali, recide un nesso necessario con il progetto e le politiche privandole dell’argomentazione circa la relazione con le scelte per dare qualche risposta ai problemi.

Lavori come questo sulla Bassa padana, percorso da continue sollecitazioni rivolte a eventuali interlocutori nelle istituzioni, si accomoda con la svolta strategica dell’urbanistica e la sostituzione di piani con agende. Tuttavia, il disaccoppiamento con gli strumenti istituzionali dove possano comporsi interpretazione e strategie per delineare assetto e disegno dello spazio, dove si stabiliscano le regole essenziali per limitare l’arbitrio garantendo la libertà democratica, rischiano di trasformare la volontà di orientamento in un messaggio nella bottiglia. Non mancano solo un quadro di riferimento sovralocale e il superamento del settorialismo, indispensabili per affrontare temi ampiamente intrattabili localmente, ma anche una basilare convergenza degli urbanisti sulla “forma” da dare a strumenti che implichino la responsabilità delle istituzioni.

Patrizia Gabellini

 

Riferimenti bibliografici
Bagnasco A. (1977), Tre Italie. La problematica territoriale dello sviluppo italiano, Il Mulino, Bologna.
Boeri S., Lanzani A. Marini E. (1993), Il territorio che cambia: ambienti, paesaggi e immagini della regione milanese, Abitare Segesta, Milano.
Campos Venuti G. (a cura di, 1983), Città Metropoli Tecnologie. Le politiche di pianificazione territoriale regionale, Franco Angeli, Milano.
Clementi A., Dematteis G., Palermo P.C. (a cura di, 1996), Le forme del territorio italiano. I. Temi e immagini del cambiamento. II. Ambienti insediativi e contesti locali, Laterza, Roma-Bari.
Fabbro S. (2024), Postmetropoli e sistemi ecopolitani. Il governo del territorio nell’epoca della transizione ecologica, Carocci, Roma.
Gabellini P. con Di Giovanni A., Gfeller C., Mareggi M. (2012), Immagini del cambiamento in Emilia-Romagna, Editrice Compositori, Bologna.
Indovina F. (a cura di, 1990), La città diffusa, Daest, Venezia.
Lanzani A. (a cura di, 2024), Italia di mezzo. Prospettive per la provincia in transizione, Donzelli, Roma.
Secchi B. (1995), Resoconto di una ricerca, in Paone F. (a cura di, 1995), Le trasformazioni dell’habitat urbano in Europa, “Urbanistica, n. 103, pp. 25-30.
Secchi B. (a cura di, 1996), Laboratorio Prato Prg, Alinea, Firenze.
Tedesco C. (a cura di, 2025), Forerunning. Il Corso di Laurea in Urbanistica a Venezia, Quaderni IUAV. Ricerche, Venezia.

 

N.d.C. Professore onorario di Urbanistica del Politecnico di Milano, Patrizia Gabellini ha diretto il Dipartimento di Architettura e Pianificazione del Politecnico e "Urbanistica", rivista dell'Istituto Nazionale di Urbanistica. È stata assessore all'Urbanistica Città storica e Ambiente del Comune di Bologna e ha fondato l'e-magazine "Planum. The Journal of Urbanism" di cui è attualmente direttore responsabile. Ha progettato ed è stata consulente di piani e progetti urbani e territoriali.

Tra i suoi libri: Bologna e Milano. Temi e attori dell'urbanistica (Franco Angeli, 1988); con P. Di Biagi (a cura di), Urbanisti italiani. Piccinato Marconi Samonà Quaroni De Carlo Astengo Campos Venuti (Laterza, 1992); Il disegno urbanistico (Nuova Italia Scientifica, 1996); Tecniche urbanistiche (Carocci, 2001); Fare urbanistica. Esperienze, comunicazione, memoria (Carocci, 2010); Le mutazioni dell'urbanistica. Principi, tecniche, competenze (Carocci, 2018); con C. Merlini, P. Savoldi, F. Zanfi, Urbanistica per una città media. Esperienze a Modena (FrancoAngeli, 2023); Avvicinarsi all’urbanistica/Approaching Urbanism (Planum Publisher, 2024).

Per Città Bene Comune ha scritto: Un razionalismo intriso di umanesimo (22 settembre 2016); Un nuovo lessico per un nuovo ordine urbano (26 ottobre 2018); Suolo e clima: un grado zero da cui ripartire (24 aprile 2020); Napoli, il coraggio della verità (19 giugno 2024); Urbanistica o studi urbani? (17 ottobre 2025); Un passato discusso e da discutere (24 aprile 2026).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri

R.R.


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11 SETTEMBRE 2026

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Ambito di riflessione e dibattito sulla città, il territorio, l'ambiente, il paesaggio e le relative culture interpretative e progettuali

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S. Ronchi, S. Salata, R. Moscarelli, Consumo di suolo? 2,7 mq al secondo, commento al Rapporto Ispra 2025

R. Bedosti, Anche i regolamenti vanno letti, commento a: Regolamento UE 2024/1991

F. de Agostini, Fare paesaggio con l'architettura, commento a: G. Barazzetta, Architettura e paesaggio. I luoghi e le case di Bruno Morassutti (Pendagron, 2025)

E. Corradi, Storie di architetture e di amicizie, commento a: L. Spinelli, Cino Zucchi (LetteraVentidue, 2025)

M. Assennato, La storia come politica, commento a: R. Masiero, S. Tagliagambe, P. Zanenga, Metadomini (Libria, 2025)

P. Perulli, Conoscere la città camminando, commento a: G. Nuvolati (a cura di), Camminare la città (il Mulino, 2025)

M. Peverini, La casa è di nuovo sexy?, commento a S. Gainsforth, L'Italia senza casa (Laterza, 2025)

P. Pileri, La terra è un cantico, commento a: S. Mancuso, Il cantico della terra, (Laterza, 2025)

M. Cusumano, Ambiente: la dimensione del rischio, commento a: A. Mela, S. Mugnano (a cura di), Il rischio ambientale (Carocci, 2025)

M. R. Gisotti, Molti luoghi dentro di noi, commento a: A. Marson, A. Tarpino, Sguardi sul paeesaggio (manifestolibri, 2025)

F. Gastaldi, La casa: diritto o privilegio? Commento a: A. Gramigna, A. Scialdone (a cura di), Diritto o privilegio? (Egea, 2026)

M. Santangelo, La relazione nella città reclusa, commento a: A. Di Franco, M. Frangipane, G. Orsenigo, Progettare in carcere (LetteraVentidue, 2025)

P. Grassi, Le reti come strumento di sussidarietà, commento a: A. Ranzini, Reti per una città che cura (FrancoAngeli, 2025)

A. Rosima, La città è (anche) dei giovani, commento a C. Leccardi, Vite aperte al possibile (il Mulino, 2025)

F. Ceci, Napoli: la necessità di fare politica, commento ai libri di: B. Russo, Le case dei sogni (Monitor, 2025); L Rossomando, L’impresa del bene (Carocci, 2025); A. Esposito, Le case degli altri (Editpress, 2023).

M. Russo, Arte e architettura: uno spazio comune, commento a: A. Zevi, Artisti e architetti alla prova dello spazio (Donzelli, 2025)

G. Zucconi, Napoleone tra architettura e città, commento al libro di G. D'Amia, Milano capitale 1797-1814 (Silvana Ed., 2021).

M. Manzelle, Perché Venezia sia ancora una città, commento a: D. Calabi, Venezia è viva - Venice is alive - Venise est vivante (Éd. Liana Levi, 2025)

L. Bottini, Necessità di governare lo spazio pubblico, commento a: C. Burini, Governare lo spazio pubblico nelle città italiane (FrancoAngeli, 2024)

M. A. Crippa, L'architettura è un mistero, commento a : E. Faroldi, M. P. Vettori, L’architettura del mistero (LetteraVentidue 2025)

P. Gabellini, Un passato discusso e da discutere, commento ai numeri 165-166 e 169-170 di 'Urbanistica' (Inu Edizioni, 2022 e 2025)

P. C. Palermo, Dare voce a un disagio diffuso, commento a: L. Marescotti, Tra teoria e prassi (Biblion, 2025)

S. Tagliagambe, La città come spazio delle differenze, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis 2025)

C. Olmo, Il corpo contro l'abuso della tecnologia, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)

G. Semi, L'urbanistica si impara (anche) nei centri sociali, commento a: V. Mattioli, Novanta (Einaudi 2025)

F. Paone, Avviciniamoci all'urbanistica, commento a: P. Gabellini, Avvicinarsi all’urbanistica (Planum, 2024)

F. D. Moccia, La lezione dell'esperienza, commento a: D. Vianello, Il mestiere dell’urbanista (INU Edizioni, 2025)

G. De Luca, La rigenerazione è tante cose, note sui libri di Carta, Carrà-Pultrone, Buttarelli-Cappuccitti (editori vari)

M. Talia, La Storia come orientamento, L'INU nei numeri doppi di "Urbanistica", a cura di Patrizia Gabellini (n. 165-166 del 2022), e a cura di Giulia Fini (n. 169-170 del 2025)

M. Villani, La necessità di disegnare i luoghi, Note sul contributo di Giancarlo Consonni alla cultura del progetto urbano

O. Pivetta, Milano, una città (solo) da usare?, commento a: G. Cervi, G. Consonni, (a cura di), Il verso di Milano, (About Cities, 2025)

F. Cambria, Un libro da usare?, commento a: C. Bianchetti, Clandestine parentele (Donzelli, 2025)

A. Ferlenga, Lost in transition, Commento a: L. Ciacci, L’inganno della città ideale (Pendragon, 2025)

C. Bianchetti, Cosa riflette il rombicubottaedro?, commento a: M. Biraghi, Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025)

M. Venturi Ferriolo, Urbanistica: impariamo dai filosofi, commento a: G. Pasqui, I filosofi e il progetto per la città (Mimesis, 2025)

A. Bagnasco, Costruire luoghi terzi, commento a: O. De Leonardis, Preferirei di sì (DeriveApprodi, 2025)