Giuseppe Imbesi  
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VIAGGIO INTERNO (E INTORNO) ALL'URBANISTICA


Commento al libro di Roberto Cassetti



Giuseppe Imbesi


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Non mi è stato semplice trovare una chiave per interpretare il senso profondo della ricerca di Roberto Cassetti - di cui dà conto nel suo La città compatta. Dopo la Postmodernità. I nuovi codici del disegno urbano (riedito per i tipi di Gangemi nel 2016) -, né per dare un titolo a queste note. Nel testo si evidenzia originalità di approccio, qualità nella narrazione, insolita ricchezza documentativa e iconografica, diffuso uso delle metafore per caratterizzare temi e articolare periodi. Alla prima rapida lettura sono rimasto un po' confuso e non certo perché la stesura non fosse chiara e piana. Poi, riguardando il testo con maggiore attenzione, ho compreso che sarei potuto uscire dall'impasse in cui stavo entrando anche solo mettendo in ordine le suggestioni di vario genere, gli interrogativi su questioni aperte, le domande volontariamente senza risposte che via via stavo appuntando. Il pregio di una ricerca, l'interesse che può provocare, sta proprio nella capacità di creare suggestioni così come interrogativi; di non lasciare, cioè, indifferenti ma nel risvegliare l'attenzione su nodi che ci sembrano irrisolti o dei quali, nel conformismo del "nostro" quotidiano, ci siamo quasi dimenticati. Ciò, vale sia se si è concordi con le tesi di chi l'ha effettuata, sia se si dissente da queste. Questa ricerca sulla "città compatta" non sfugge a una tale valutazione, anzi la caratterizza. D'altra parte, è lo stesso Cassetti a dichiararlo quando non presenta il libro come un'opera compiuta, apodittica nelle affermazioni (quasi come un "trattato"), ma come un processo elaborativo nel quale schematizzazioni, metafore, esempi sono strumenti per comprendere e comunicare più facilmente le proprie idee e una chiave per discutere e avanzare più oltre, come in un "viaggio". Si precisa, con l'indicazione "primo volume" posta sotto il titolo, che nelle intenzioni è la prima parte dell'intera ricerca su cui è impegnato l'autore; è quindi una tappa del viaggio nel quale si è invitati a entrare e a partecipare. La mia lunga amicizia con Roberto Cassetti e la consuetudine di scambi culturali credo me lo consentano.

Iniziando questo "viaggio", è da prendere in considerazione un assunto che Cassetti pone alla base della sua ricerca. La rivendicazione della "composizione urbanistica", tra gli elementi portanti del campo disciplinare in quanto "in grado di dare forma allo spazio", mi sembra nella sostanza da condividere. Dopo un periodo di crescente separazione, spesso anche di contrapposizione, sui tratti costitutivi e i fini del campo disciplinare, si è oggi in presenza di un'urbanistica dalle molte "facce" e dagli innumerevoli "aneliti". Molti problemi del nostro vivere quotidiano (dal lavoro, all'abitare, ai consumi, alle relazioni, alla sicurezza interpersonale) sono divenuti essenza dell'urbanistica (1); lo stesso è avvenuto per quanto riguarda il paesaggio, l'ambiente (la sua sicurezza ed i rischi cui siamo continuamente di fronte). Questi, in particolare, hanno gemmato ulteriori approcci e articolazioni disciplinari (valutativi, metrico-quantitativi, ecc.). I saperi dell'urbanistica sono divenuti così molteplici, segmentati e soprattutto incomunicabili. È venuto meno, e non poteva essere diversamente, il dialogo tra i diversi attori interessati all'organismo urbano, nell'università e nella stessa società. Nell'accademia questo dialogo, è stato, fra l'altro spesso caratterizzato da non molto felici atteggiamenti manichei se non da conventio ad excludendum di talune delle diverse posizioni in campo che hanno dato importanza alla forma solo di particolari porzioni urbane (come i centri storici) ed hanno spesso trascurato quella che comunque proveniva dalla disseminazione sul territorio degli interventi. Nella società i cittadini, spesso in forma spontanea e minoritaria se non individualistica, hanno creato "urbanistiche" di battaglia che hanno la loro matrice in condizioni di vita precarie, in aspirazioni e bisogni insoddisfatti, in spazi pubblici urbani limitati, mal "conservati" e fra loro incomunicabili. Dal contenuto spazio attribuito all'urbanistica fino a non molti decenni fa (nel vocabolario dello Zingarelli, urbanistica era definita "edilizia cittadina"), si è passati così ad un universo "culturale" indefinito che coinvolge gran parte delle discipline sociali e molte discipline tecniche. Si è così, forse inconsciamente, superata nei fatti, senza risolverla sotto il profilo epistemologico, quella distanza tra scienze umanistiche e tecniche su cui Snow aveva concentrato la sua attenzione fino dagli anni sessanta. Sono segni della ricchezza del campo disciplinare o della sua residualità nel contesto culturale e scientifico?

La risposta non è immediata, né semplice. Riprendo l'assunto di Cassetti, l'indicazione chiara di attribuire un valore preminente alla "composizione urbanistica" (e nel titolo del libro al "disegno urbano"). È certo questa una condizione necessaria (sono gli elementi urbani a comporre la città) ma forse non sufficiente; in molte facoltà si è determinata una certa analogia con la "composizione architettonica" che spesso ha generato confusioni culturali non marginali sui limiti di azione del progettista nell'attuale congiuntura economica e sociale. Propenderei piuttosto per "progettazione urbanistica". La mia perplessità forse è solo una velleità terminologica. Metterebbe comunque al centro l'attenzione sul progetto che è un termine più ampio e complesso: dà ragione dell'ideare, del proporre, del "fare", che sono categorie verso le quali sia pure in forma differenziata si è mossa la disciplina nella sua storia, quantomeno in Italia (2). Dà ragione anche delle evocazioni che Cassetti propone nella sua rassegna di piani e progetti che accompagnano le tesi del suo libro. Si incrociano molte scale di interpretazione dell'organismo urbano che non turbano il lettore, né lo spingono all'idea della cosiddetta "città di pietra". Stigmatizzano una sintesi molteplice, né tipologica né modellistica, che è propria dell'attuale congiuntura urbanistica e sociale: il tentativo (e il bisogno) di ritrovare connessioni, di fornire continuità alle relazioni fra coloro che continuano a sentirsi cittadini di un luogo. Da qui il valore relativo ma non certo marginale delle parole chiave che Roberto Cassetti attribuisce alle definizioni delle diverse azioni: per tutte, la trama verde, le zone di transizione fra i vari ambiti urbani. Mi sembra provocatoriamente schematica l'articolazione in periodi; c'è quasi un piacere edonistico nel fare ciò e nell'affidarsi alle metafore. Ciò non guasta se, come afferma lo stesso Cassetti, è solo un work in progress, tant'è che nella rassegna dei progetti e dei piani c'è desiderio di fornire una documentazione aperta e non certo di invitare a costruire abachi, o peggio a suggerire stili (3).

Francesco Erbani nel suo saggio-intervista su Roma ha definito l'urbanistica "la disciplina che aiuta a leggere dove va il mondo" (4). È senz'altro suggestiva e rappresenta per molti urbanisti una tentazione universalizzante del proprio sapere. Ma all'urbanistica, attraverso i suoi attori, si chiede anche (anzi si impone quando la si "pratica") "di proporre, attraverso il piano, soluzioni per l'assetto futuro della città, di elaborare progetti di sue parti (5). C'è, perciò, una duplice necessità sia formativa che operativa in questa disciplina che spesso le università hanno sottovalutato e che la contingenza attuale della nostra società, invece, spingerebbe ad enfatizzare (6). Le questioni che Cassetti pone nel suo libro vanno in questa direzione: la rassegna è certamente suggestiva e ricca di spunti di riflessione. Richiederà a valle, come ritengo intenda fare l'Autore, una valutazione non solo dei paradigmi disciplinari "colti" che hanno guidato le scelte e la fisionomia dei progetti ma anche la conoscenza delle posizioni e degli atteggiamenti che caratterizzano, oggi, il giudizio sulla città degli "attori" che vi vivono, vi lavorano e ne guidano il suo divenire. Ciò richiede sia di accettare senza pregiudizi la dialettica che alimenta l'urbanistica sia di accentuare la capacità di attenzione e di "ascolto" delle molteplici voci della città che si presenta continuamente come un unicum su cui lavorare (oltre alla sua articolazione tra "polis" e "civitas" cui tradizionalmente si è fatto riferimento senza spesso esser voluti andare oltre all'immaginario di tempi lontani).

Per molte ragioni, la città, intesa come organismo, è rimasta per troppo tempo sullo sfondo della ricerca urbanistica soprattutto nel nostro Paese: il piano da strumento, con regole spesso contorte, è divenuto quasi il fine dell'urbanistica; il progetto, anche se urbano, è rimasto solo un frammento, confinato dal punto di vista terminologico a specifici punti di applicazione e/o intervento. Se si comincia a comprendere che il ruolo della disciplina nella società è molteplice, occorre distinguere tra quanto è di diretta competenza degli urbanisti e quanto invece ne è il naturale corredo. Negli ultimi anni si è cercato di riassumere la loro azione con la metafora "governo del territorio" con tutte le complessità e le complicazioni che ne sono implicite sia rispetto alle prospettive (e quindi alle ideologie cui sottendono le scelte). Qui allora si aprono alcuni interrogativi: qual è il grado di autonomia che può vantare l'urbanistica nel processo di costruzione della città? Quale peso può mantenere la storia di un insediamento nel suo futuro più prossimo se non in quello più lontano? Quanto eredita dal suo passato l'urbanistica in conformità e/o in contrasto con la narrazione delle "età" che ci suggerisce Roberto Cassetti?

Sul tema della città si apre un secondo assunto del lavoro di Cassetti. Il titolo del libro è certamente "forte" e deciso nell'enunciazione: la "città compatta" è per lui una condizione della sua definizione futura e a un tempo un obiettivo cui tendere. C'è quindi bisogno di finalizzare le scelte entro la cornice comune dell'idea della città cui si vuol tendere, di renderle intellegibili, di capire e far capire anche che - se come si dice ormai sempre più spesso: "il futuro si costruisce giorno per giorno" e quindi ci si limita all'oggi - c'è tuttavia una continuità del valore dei luoghi in cui vivono i cittadini che lega il passato e il presente a un futuro, che si auspica di maggior respiro e richiede di aprirsi ad una vision e non soltanto a navigare a vista.

Quale idea di città (7) si può porre al centro dell'attenzione degli urbanisti come riferimento comune? La città non è solo un sedime inerte ove avvengono certi fenomeni da controllare, esaltare o reprimere. Né tanto meno è uno spazio fisico sul quale sovrapporre indiscriminatamente le edificazioni, le infrastrutture, i servizi, senza regole che la leghino alla storia. Le "età" con cui Cassetti scandisce il tempo del "secolo breve" del Novecento vogliono essere caratterizzanti del modo con cui hanno cercato di esprimersi gli urbanisti (o meglio molti urbanisti) in ognuna di esse ma, nel contempo, dell'esigenza di superarle e di comprendere il ruolo che le stesse hanno giuocato effettivamente e cosa sia successo nelle trasformazioni urbane. Il dato permanente è che la città è da sempre soprattutto il luogo "attrattivo" della società, dell'economia e della politica in cui si scaricano le tensioni che "un'entità nebulosa eppure opprimente come il mercato produce in forme e modi nel tempo del tutto diversi e spesso incommensurabili fra loro". Anche se ogni città è un microcosmo per chi la vive e vi lavora (e, come per Roma, "non basta una vita per conoscerla"), non è mai sola. L'accompagna la sua storia, la memoria dei luoghi, della gente che vi risiede. Diviene paesaggio, "panorama" gradevole ed eccitante se la si guarda da lontano, "squarci" di gioia o di tristezza, a seconda dei casi, nei suoi interstizi (piazze, strade o anche semplici cortili). Si pasce, infatti, per la sua sopravvivenza dell'ambiente che la circonda così come di quello minuto attraverso cui si costruisce, cresce e poi nel tempo si deteriora. Ancora, la città non è sola, isolabile per ragioni di "contesto". Appartiene a un mondo di altre città e luoghi direttamente e/o indirettamente connessi fra loro in una forma gerarchica, solidale o al contrario contrapposta, che compare e scompare nell'orizzonte della storia. Porta i segni di tutto ciò fin quando la denominazione "archeologica" le fa venir meno ogni respiro. Spesso si è pensato alla città, come costituita da tante città dove si affiancano enfatizzate singole funzioni (8): non è aliena da questa ipotesi la stessa disciplina e le altre progettuali affini quando segmentano e settorializzano gli interventi e molti degli "attori" preferiscono isolare bisogni e domande senza pensare alla coralità di intenti ed occasioni che invece è intrinseca all'urbano. Non ho voluto certo fornire una definizione di città, ma solo suggerire un ventaglio di aspetti sui quali invitare alla riflessione per chiarire il senso del ragionamento di Cassetti, anche se la scansione per temi ed età potrebbe, nell'apparenza, forse spingerci altrove.

La coralità cui ho fatto riferimento suggerisce di riprendere in esame quell'"identità" che rappresenta per chi la vive, il valore della città, come appartenenza singolare e plurale e vuol indicare, nel caso della "città compatta", il suo possibile substrato. Nel suo commento, in questa stessa rubrica, all'ultimo libro di Cristina Bianchetti (9), Francesco Indovina ricorda che "la condizione urbana per sua natura non è piegabile a un'unica dimensione. Essa è plurima sul piano sociale, economico, culturale e politico ed esprime progetti diversi non sempre compatibili. In questa situazione, non solo sono notevoli le contraddizioni ma sono anche forti le tensioni nell'uso e nell'appropriazione dello spazio urbano". Mi sembra che questa affermazione possa aiutare a comprendere l'immanenza di "tale condizione" per l'urbanistica e il rischio di perderla (10), soprattutto in questo inizio di secolo che si apre per la città nell'incertezza ma anche, per chi vi vive, in una voglia inedita di partecipazione sociale. Tuttavia è proprio nel valore di identità e appartenenza che va ricercato il senso della "città compatta". Roma, nella sua controversa vicenda urbanistica più volte richiamata e descritta (attraverso i piani) da Roberto Cassetti, ne è intrinsecamente partecipe.

È forse il caso di richiamare, prima di concludere queste note, la figura di Gustavo Giovannoni sia le sue posizioni con cui, al di fuori degli "ismi" del ventesimo secolo, ha saputo parlare di città che per le radici culturali, mai sopite, della "scuola di urbanistica" romana cresciuta dagli anni trenta nelle facoltà di Architettura e di Ingegneria. Nel 1931 in Vecchie città ed edilizia nuova (11) Gustavo Giovannoni esprimeva giudizi negativi sulla "città moderna". La sua originaria matrice culturale, legata "all'arte del costruire" lo spinse a rivalutare la storia urbana, il valore dei luoghi, il senso delle permanenze; Roma era al centro delle sue attenzioni. Quasi negli stessi anni, Cesare Chiodi forniva la legittimazione di una Milano che si apriva al "moderno" (12): ne definiva le regole della sua conformazione articolata per classi sociali e caratteri del lavoro, assumeva dal funzionalismo i caratteri funzionali, favorendo la realizzazione di quella che molti anni dopo sarebbe stata chiamata la "città fabbrica"; una premessa, inconscia peraltro, della critica radicale che emergerà sul finire degli anni sessanta in Italia, ed in particolare a Roma e Milano, sul rapporto tra mercato edilizio e città. Giovannoni, cercava, invece, di contrastare i modi con cui la città umbertina, mettendo in ombra la sua storia, si stava costruendo come capitale del nuovo Stato (13). Non partiva soltanto da sensazioni personali, ma da un'attenta valutazione dei tessuti e dei luoghi di Roma e del suo modo d'essere come città (le contrastate relazioni con la "città dei papi" che la "conciliazione" nel 1929 cercò di sanare, la conformazione sociale ed economica, con poca attenzione alle industrie a fronte della crescita del terziario pubblico e al ruolo) (14). È dalle molteplici perplessità di Giovannoni sullo sviluppo urbanistico di Roma che si traggono facilmente i dettati della sua posizione culturale. Ad esempio, come riferisce Gentile in Fascismo di pietra (15), in una conferenza del 1939 all'Istituto di Studi Romani Giovannoni deplorò la costruzione di grandi edifici pubblici entro la cinta della Roma antica e "il carattere sciatto contrario a norme di buona edificazione secondo cui sono sorti in molti dei quartieri novissimi della periferia che pure dovrebbero rappresentare la Roma del nostro tempo… esageratamente densi nella fabbricazione per altezze enormi spesso banali nella forma architettonica di un novecento da strapazzo". Nel suo testo principale, d'altra parte, (prevedendo per il 1980 tre milioni di abitanti nella capitale) Giovannoni aveva avvertito che "al congestionamento delle vie interne non basteranno i tagli e gli sventramenti. Questi sono atti tesi più ad aggravare le condizioni del traffico col richiamarlo all'interno che a risolverle". Poneva la necessità di conservare l'ambiente e il carattere della vecchia Roma preservando il patrimonio prezioso di tre secoli di vita: proponeva il risanamento piuttosto attraverso opere di diradamento in funzione di arte e di igiene. Era un invito alla cautela. Invitava a preservare la cittadella con interventi in grado di conservare il carattere cittadino maturato in tre secoli di costruzione di palazzi ma anche di vita di relazione locale (sede di piccole industrie e di società di cultura). Da qui la lunga polemica con Marcello Piacentini, contrario com'era Giovannoni, di fronte alle opere del regime fascista e alla monumentalità architettonica con chiari richiami alla Roma Imperiale. Francoise Choay nel suo L'allégorie du patrimoine (16) ha ripreso i temi proposti da Giovannoni, considerandoli di fatto fondativi della disciplina urbanistica e della concezione dell'organismo urbano moderno. Per quanto riguarda il primo tema, Giovannoni affermava, in particolare, che, come nuova scienza, l'urbanistica doveva scaturire dall'integrazione delle scienze ingegneristiche e della tecnica dell'arte con l'economia e le scienze sociali; per il secondo tema, che la città moderna è delineata come organismo pluridimensionale "sociale", "cinematico", "estetico", ma soprattutto è strettamente legato e non disgiunto, né contrapposto, alla "città esistente".

Ho voluto ricordare la figura di Giovannoni e il suo pensiero critico su Roma, così come l'approccio alternativo di Chiodi su Milano: mi sembrano strettamente connessi a quanto emerge dal contributo che Roberto Cassetti vuole fornire sul nuovo corso dell'urbanistica e sul ruolo del "disegno urbano". L'esigenza di "compattare" - di ritrovare la riconnessione fra le parti della città, oggi troppo isolate e informi, di costruire un diverso rapporto con l'ambiente naturale (17) e storico, di creare punti di riferimento (come gli obelischi della Roma di Sisto V), la costruzione di trame verdi (che usano corsi fluviali, vecchie arterie dismesse) - è implicita alla stessa idea di vita sociale e del rapporto coi luoghi. Provengono dal passato e si proiettano nel futuro. Queste esigenze non vanno però isolate in singoli provvedimenti settoriali o articolate tipologicamente (come e dove tra i "caratteri distributivi degli edifici" si potrebbero oggi collocare i "loft"?). Per andare un po' oltre, mi sembra che non resti che l'apertura al difficile, maggiore "ascolto" dell'universo degli abitanti e al "dialogo" tra i protagonisti e i comprimari delle molte facce dell'urbanistica. La vision di cui parla Roberto Cassetti, di cui molti urbanisti sentono la necessità anche nell'attuale difficile congiuntura (18), potrebbe alimentarsi, e divenire utile strumento di lavoro, anche attraverso il mix di voci diverse che stentano oggi di trovare una sintesi. Potrebbe essere un modo per proseguire il "viaggio" di cui ho parlato all'inizio e che rappresenta l'obiettivo di Roberto, facendolo divenire "viaggio di comitiva" che non è quasi mai un male.

Giuseppe Imbesi

 

 

 

Note
(1) E non era forse presente in Vitruvio? Firmitas, utilitas, venustas, le "virtù" di una architettura, possono facilmente adattarsi alla città.
(2) Qualche mese fa, Francesco Indovina ha ricordato (in uno scritto di cui purtroppo non ho più traccia ma solo memoria) la figura di Bernardo Secchi. In modo fraterno e tutt'altro che polemico, Francesco, parlando degli approcci all''urbanistica sottolineava che Bernardo, ingegnere e progettista, era comunque rimasto legato alla sua matrice di "uomo del fare", di intellettuale comunque desideroso di dare risposte, di proporre soluzioni e aggiungeva che non sarebbe potuto essere altrimenti. L'ho considerato un riconoscimento positivo, oltre che affettuoso a un compagno di molte battaglie "urbanistiche".
(3) Anni fa ritrovai quaderni di disegno architettonico di mio padre. Negli anni venti era studente di ingegneria civile al Politecnico di Torino. Prevaleva lo stile eclettico, più che di sollecitazioni progettuali, si proponevano dettagli formali relativi a stipiti. Imbotti di finestre, decorazioni da inserire in morfologie preformate.
(4) Cfr.: Francesco Erbani, Roma, il tramonto della città pubblica, Laterza, Roma-Bari 2013.
(5) Elio Piroddi, Antonio Cappuccitti, Urbanistica è progetto di città, Maggioli, Santarcangelo di Romagna 2012.
(6) Gli urbanisti, architetti e ingegneri, sono stati gli operatori tecnici della redazione dei piani; sono stati spesso, perciò, considerati i responsabili di quanto è accaduto nelle nostre città e i correi della loro cattiva gestione. A ben guardare oggi c'è bisogno di riprendere questo tema per cogliere limiti e potenzialità del loro apporto anche in relazione alle domande estremamente diversificate che si stanno ponendo agli attori pubblici e privati del governo del territorio.
(7) Innumerevoli sono i testi e le definizioni proposte per la città: da Weber, alla Jacobs, passando per Mumford, Gutkind, Gottmann, via via fino ai casi singoli come per Roma Ferrarotti e Quaroni. Sono peraltro quasi sempre originate da valutazioni di carattere antropologico che prescindono dagli aspetti legati alla forma urbana, alla sua perfettibilità della città come oggetto "artistico" che invece, come negli scritti di Marco Romano, si tende ad esaltare.
(8) Non è quanto ci proponeva provocatoriamente Italo Calvino ne Le città invisibili (Einaudi, Torino 1972)?
(9) Cristina Bianchetti, Spazi che contano. Il progetto urbanistico in epoca neo-liberale, Donzelli, Roma 2016.
(10) Con amarezza Benevolo, quasi un epilogo pessimista del suo lungo cammino di introspezione sulla città, ne preconizza la fine. Cfr.: Leonardo Benevolo, La fine della città (Laterza, Roma-Bari 2011) e Il tracollo dell'urbanistica italiana (Laterza, Roma-Bari 2012).
(11) Cfr. Gustavo Giovannoni, Vecchie città ed edilizia nuova, UTET, Torino 1931. Ristampa anastatica a cura di F. Ventura, Città Studi, Milano 1995.
(12) Metto a confronto, quasi provocatoriamente, le due città per ragioni molto semplici: la loro diversità sotto il profilo sociale ed economico è ben nota, così come lo è la storia dei processi di pianificazione che le hanno caratterizzate (dopo la seconda guerra mondiale Milano si era dotata di un piano regolatore già negli anni cinquanta, Roma dovrà attendere il 1962/65). Il confronto è utile anche per quanto riguarda l'università: Chiodi e Giovannoni (due ingegneri: il primo "trasporti", il secondo civile) caratterizzarono per molti anni fino al secondo dopoguerra, come docenti, la formazione del settore orientando gli indirizzi culturali, sia pure con molte differenziazioni legate anche alla specificità delle città italiane. Cfr.: Cesare Chiodi, La città moderna (Hoepli, Milano 1935), ried. a cura di Gianluigi Sartorio, Gangemi, Roma 2008.
(13) Come è noto i piani regolatori romani avevano assorbito gli schemi dl culture fra loro eterogenee (quella piemontese postunitaria e quella francese dei primi anni del Novecento col piano del Sanjust) con grave, forse inevitabile, nocumento delle preesistenze storiche e del "verde" che esaltava la ridotta dimensione raggiunta nell'Ottocento dalla città.
(14) Tra i molti testi che trattano questo periodo della storia urbanistica è il caso di ricordare due antologie: I classici dell'urbanistica moderna (a cura di Paola Di Biagi), Universale Donzelli, Roma 2002; La costruzione della città moderna (a cura di Renzo Riboldazzi), Jaca Book, Milano 2010. Un attento quadro europeo del dibattito è sviluppato inoltre in: Renzo Riboldazzi, Un'altra modernità: l'IFHTP e la cultura urbanistica tra le due guerre, Gangemi editore, Roma 2009.
(15) Cfr.: Emilio Gentile, Fascismo di pietra, Laterza, Bari Roma, 2007. Queste posizioni di Giovannoni hanno spinto altri autori, come Valeriani nell'Enciclopedia di Architettura e Urbanistica, a enfatizzare il fatto che "la sua ostilità per l'architettura moderna l'ha visto spesso in posizioni retrive nel dibattito architettonico".
(16) Cfr.: Francoise Choay, L'allégorie du patrimoine, Edition du Seuil, Paris 1992.
(17) Quando si parla del "consumo di suolo" occorrerebbe richiamare alla mente la "lezione" di Emilio Sereni sul paesaggio agrario italiano.
(18) Due città, Londra e Varsavia, cominciarono a ideare il loro futuro quando ancora la prima subiva i bombardamenti delle cosiddette V2 e la seconda viveva la sua distruzione fisica e sociale con l'occupazione tedesca. Ne sono un riscontro il Development Plan di Londra del 1951 e la ricostruzione della Stare Miasto col suo intenso valore simbolico a Varsavia.

 

 

N.d.C. - Giuseppe Imbesi, ingegnere e professore ordinario di Tecnica e Pianificazione Urbanistica, ha insegnato Politiche Urbane e Territoriali alla Facoltà di Ingegneria dell'Università di Roma "la Sapienza". Dirige la collana "Città, Territorio, Piano" edita da Gangemi.

Tra i suoi libri: Pianificazione territoriale in Polonia (Eliograf, Roma 1968); con A. Incerti e S. Stucchi, Attrezzature e servizi (Edizioni scientifiche tecniche, Roma 1974); con E. Scandurra, La produzione edilizia Gescal: aspetti tipologici e costo nel "programma decennale" (tip. Leberit., Roma 1978); con S. Stucchi, L' arredo e la progettazione urbana (s.n., Roma 1979); Politica del territorio in Calabria : contributi al dibattito e proposte (Casa del libro, Reggio Calabria 1979); con S. Caldaretti, Le politiche territoriali nel Lazio: un'analisi per la programmazione dell'edilizia (DEI, Roma 1980); Area metropolitana di Roma: un caso di studio. Materiali e documenti del corso di lezioni (DEI, Roma 1985), con P. Colarossi, Beni culturali e ambientali e progetto urbanistico (s.n., Roma 1990); con P. Rossi, Città e piano in presenza dell'automazione (Esagrafica, Roma 1992); con A. Cutini, La memoria della città (Esagrafica, Roma 1993); La città, il territorio e il piano: note di urbanistica nei corsivi di una collana (Gangemi, Roma 2009).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

21 Luglio 2017

CITTÀ BENE COMUNE

Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

prodotto dalla Casa della Cultura e dal Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano

ideato e diretto da
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Gli incontri

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Interventi, commenti, letture

2015: online/pubblicazione
2016: online/pubblicazione
2017:

D. Demetrio, Una letteratura per la cura del mondo, commento a S. Iovino, Ecologia letteraria (Ed. Ambiente, 2017)

M. Salvati, Il mistero della bellezza delle città, commento a M. Romano, Le belle città. Cinquanta ritratti di città come opere d'arte (Utet, 2016)

P. C. Palermo, Vanishing. Alla ricerca del progetto perduto, commento a C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

F. Indovina, Pianificazione "antifragile": problema aperto, commento a I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

F. Gastaldi, Urbanistica per distretti in crisi, commento a A. Lanzani, C. Merlini, F. Zanfi (a cura di), Riciclare distretti industriali (Aracne, 2016)

G. Pasqui, Come parlare di urbanistica oggi, commento a B. Bonfantini, Dentro l'urbanistica (Franco Angeli, 2017)

G. Nebbia, Per un'economia circolare (e sovversiva?), commento a E. Bompan, I. N. Brambilla, Che cosa è l'economia circolare (Edizioni Ambiente, 2016)

E. Scandurra, La strada che parla, commento a L. Decandia, L. Lutzoni, La strada che parla (FrancoAngeli, 2016)

V. De Lucia, Crisi dell'urbanistica, crisi di civiltà, commento a G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

P. Barbieri, La forma della città, tra urbs e civitas, commento a A. Clementi, Forme imminenti (LISt, 2016)

M. Bricocoli, Spazi buoni da pensare, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

S. Tagliagambe, Senso del limite e indisciplina creativa, commento a: I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

J. Gardella, Disegno urbano: la lezione di Agostino Renna, commento a: R. Capozzi, P. Nunziante, C. Orfeo (a cura di), Agostino Renna. La forma della città (Clean, 2016)

G. Tagliaventi, Il marchio di fabbrica delle città italiane, commento a: F. Isman, Andare per le città ideali (il Mulino, 2016)

L. Colombo, Passato, presente e futuro dei centri storici, commento a: D. Cutolo, S. Pace (a cura di), La scoperta della città antica (Quodlibet, 2016)

F. Mancuso, Il diritto alla bellezza, riflessione a partire dai contributi di A. Villani e L. Meneghetti

F.Oliva, "Roma disfatta": può darsi, ma da prima del 2008, commento a: V. De Lucia, F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi, 2016)

S.Brenna, Roma, ennesimo caso di fallimento urbanistico, commento a V. De Lucia e F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi 2016)

A. Calcagno Maniglio, Bellezza ed economia dei paesaggi costieri, contributo critico sul libro curato da R. Bobbio (Donzelli, 2016)

M. Ponti, Brebemi: soldi pubblici (forse) non dovuti, ma, commento a: R. Cuda, D. Di Simine e A. Di Stefano, Anatomia di una grande opera (Ed. Ambiente, 2015)

F. Ventura, Più che l'etica è la tecnica a dominare le città, commento a: D. Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città (Ombre corte, 2016)

P. Pileri, Se la bellezza delle città ci interpella, commento a: G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

F. Indovina, Quale urbanistica in epoca neo-liberale, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

L. Meneghetti, Discorsi di piazza e di bellezza, riflessione a partire da M. Romano e A. Villani

P. C. Palermo, Non è solo questione di principi, ma di pratiche, commento a: G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

G. Consonni, Museo e paesaggio: un'alleanza da rinsaldare, commento a: A. Emiliani, Il paesaggio italiano (Minerva, 2016)

 

Nel blog

L'inscindibile legame tra architettura e città, commento a: A. Ferlenga, Città e Memoria come strumenti del progetto (Marinotti, 2015)

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