Marcella Aprile  
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PAESAGGIO: DAL VINCOLO ALLA CURA CONDIVISA


Commento al libro di Guido Ferrara



Marcella Aprile


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Avevo letto il libro L'architettura del paesaggio italiano, scritto nel 1968 da Guido Ferrara, quando ero ancora studente di Architettura. Oggi mi si chiede di commentarlo in occasione della ristampa (Marsilio, 2017). Nella nuova introduzione Ferrara riafferma e aggiorna due concetti fondamentali, dal punto di vista scientifico, per la comprensione delle questioni legate al paesaggio che apparirebbero scontate ma che tali non sono (e l'Autore ne è pienamente cosciente):

- il paesaggio deve essere condiviso e protetto da chi lo ha prodotto e mantenuto e non da un "ufficio che di volta in volta esprime pareri sui singoli interventi che di solito con il paesaggio hanno poco a che vedere";

- i paesaggi da prendere in carico non sono solo quelli che presentano valori particolari ma l'intero territorio, come prevede la Convenzione europea del paesaggio del 2000, poiché esiste una molteplicità di paesaggi "ognuno con le proprie caratteristiche fondanti".

Ricorda, inoltre, i gravi limiti contenuti nella struttura normativa italiana sul paesaggio, così riassumibili:

- l'estensione ope legis del sistema vincolistico al 50% del territorio nazionale non garantisce che il divieto di intervenire sostituisca "l'individuazione di quelle azioni che sarebbero necessarie alla buona salute dei paesaggi";

- numerosi territori vincolati da decenni versano in uno stato di degrado che nessun tipo di tutela è "oggi in grado né di diagnosticare né di risolvere" e, di contro, molti territori di altissimo interesse, potenzialmente danneggiabili non sono oggetto né di tutela né di vincolo né di attenzioni particolari;

- i piani paesistici, così come previsti ex lege, non sono lo strumento adatto a risolvere le questioni prima elencate;

- la Convenzione europea del paesaggio è stata recepita nella legislazione italiana come ulteriore vincolo (pur non prestandosi, per sua natura, a questa interpretazione) e non come base concettuale per la progettazione e manutenzione del paesaggio.

Questi sono gli aspetti e le questioni che Ferrara rileva e indica come preliminari a qualsiasi discorso sul paesaggio, fornendo contestualmente una chiave di lettura e di interpretazione che attribuisce al paesaggio una dimensione dinamica e la sua appartenenza inconfutabile alla storia dei luoghi: "L'architettura indagata in questo saggio - scrive Ferrara - non era e non voleva essere una cronaca sull'identità dei paesaggi italiani di mezzo secolo fa, ma una lettura (inedita, allora, ma in buona misura ancora oggi) di quei fattori e componenti che permettono di individuarne le caratteristiche fondanti e le modalità di riproduzione nel tempo".

Il libro consta di cinque parti, relativamente autonome, che riguardano: la definizione di paesaggio; l'individuazione dei caratteri del paesaggio italiano; le relazioni tra paesaggio e condizione contemporanea; la tutela e conservazione dei valori paesaggistici; il progetto di paesaggio.

Nella prima, l'Autore enuncia quali siano gli ambiti scientifici necessari alla definizione della nozione di paesaggio che individua nella geografia, nella storia e nell'estetica. Sottolinea, altresì, la necessità metodologica che il paesaggio sia pensato come l'esito di un sistema complesso nel quale prevalgono le relazioni tra le cose piuttosto che le cose in sé. Avverte come nell'idea di città moderna - in Italia - il paesaggio sia "complementare ed esterno alla problematica vera e propria della pianificazione urbanistica" tanto da rimanere "non interessato che da norme limitanti l'attività dell'edificazione edilizia" e non dotato di una strumentazione adatta al progetto di trasformazione.

Nella parte seconda l'Autore, a proposito della "morfologia del paesaggio italiano", indica i caratteri ed elenca gli ambiti entro cui tali caratteri si rintracciano: grandi spazi (pianure, montane, colline, vallate così come sono restituiti, per esempio, dal vedutismo pittorico o rintracciabili da un qualche "belvedere"); foreste; fiumi, laghi e lagune; bonifiche; coste. Propone, ancora, alcuni aspetti del rapporto tra natura e uomo regolati dalla duplice necessità di trasformare e di mantenere, allo stesso tempo, alcune parti di territorio allo stato naturale. Riflette sulle forme derivate dalle coltivazioni, dall'attività estrattiva, dai tracciati stradali e sulla possibile formazione di nuovi paesaggi originati da tali attività.

In particolare, nel paragrafo intitolato "Habitat umano", l'Autore indaga il rapporto di complementarità tra uomo e paesaggio attraverso la residenza. "I due modi caratteristici con cui l'habitat si lega al paesaggio sono la residenza isolata e sparsa, da un lato, e quella concentrata, dall'altro, entrambe più o meno unite dalla rete infrastrutturale: la densità fondiaria è quindi uno dei fattori che stabilisce il punto di passaggio fra un paesaggio di tipo rurale a un paesaggio di tipo urbano". Ma, se l'habitat umano è l'insieme delle condizioni naturali e delle trasformazioni artificiali specifiche della nostra specie, non dovrebbe essere possibile generare paesaggi che prescindano dall'uomo, ancorché attribuiti a luoghi prevalentemente costruiti dalla natura. E poi, la classificazione immediatamente precedente comprendeva anche le "bonifiche" che non sono certamente ascrivibili all'attività della natura (come i fiumi o i laghi o le montagne) ma a quella umana, altrettanto quanto le cave o la rete stradale o l'agricoltura o gli insediamenti urbani.

Qui, dal testo traspare il subdolo equivoco scientifico/linguistico che rende ambiguo il discorso sul paesaggio. La parola paesaggio è usata (in genere) per indicare sia un luogo fisico sia la sua rappresentazione (Berque, 1999), ossia la descrizione dei caratteri di un determinato contesto fisico a cui una fonte autorevole o la tradizione o la popolazione insediata abbiano attribuito, in un determinato momento storico, un valore particolare. Ciò significa, in altri termini, che un luogo diventa paesaggio solo se è chiamato paesaggio e tale denominazione prescinde dalla natura del luogo, da com'è e da che cosa è fatto. Sicché, espressioni come paesaggio delle foreste oppure paesaggio agrario oppure paesaggio urbano e così via - usate per indicare in realtà luoghi con caratteri formali diversi - inducono, anche nei più avvertiti, due preconcetti:

- che il paesaggio stia prima o stia fuori dalla cultura umana o che non sempre la cultura umana (come avverrebbe oggi) possa avere i propri paesaggi, cioè attribuire un valore particolare a determinati luoghi;

- che il paesaggio si manifesti, solo, in ambiti naturali o, al più, agricoli e che non riguardino comunque la città, in contraddizione con quanto si sostiene circa l'appartenenza del paesaggio alla storia dei luoghi. Lo stesso Autore, in chiusura del volume dice: "La scala territoriale dovrà essere assunta come l'unica valida per la progettazione […], non per proiettarvi ancora una volta la città […] ma, al contrario, per riguadagnare la capacità di esistenza dei grandi spazi verdi"; e più oltre: "Possiamo individuare due campi di azione da parte dell'architetto paesaggista: il restauro delle zone degradate e la pianificazione paesaggistica d'area vasta".

La storia d'Italia, però, è prevalentemente la storia delle sue città. Se "il paesaggio concorre all'elaborazione delle culture locali e rappresenta una componente fondamentale del patrimonio culturale e naturale dell'Europa, contribuendo così al benessere degli esseri umani e al consolidamento dell'identità europea" (Convenzione europea del paesaggio, 2000), non sono né le foreste né le montagne né i fiumi né qualche parte del territorio nazionale rimasto ancora allo stato di natura (ammesso che ci sia) bensì le città a rappresentare veramente, in Italia, ciò in cui si identificano e da cui sono identificate le comunità insediate. Il paesaggio non può essere, pertanto, riferibile alla sola "architettura del non costruito". Né si può sostenere, a mio parere, che le comunità insediate producano paesaggio se trasformano un acquitrino in suolo agricolo mentre, invece, non producono paesaggio se costruiscono una città.

I due affreschi del palazzo dei Signori di Siena sono emblematici di quanto appena detto. L'affresco di Simone Marini del 1330 mostra un luogo - arido e costellato di fortezze - dove le uniche tracce di vita sono riservate alla figura araldica di Guidoriccio da Fogliano e all'accampamento militare, appena visibile in un angolo; quello di Ambrogio Lorenzetti del 1338 mostra una città e una campagna connotate dal tumulto di uomini e cose, ancora separate dalla cinta muraria ma dipinta così di scorcio da perdere gran parte del suo peso e significato. Entrambi interpretano e rappresentano la Toscana, il luogo a cui, nei due casi, vengono attribuiti caratteri diversi e individuate parti diverse da mettere in relazione tra di loro. In altri termini, Martini e Lorenzetti costruiscono e restituiscono due paesaggi - dissimili ma ugualmente autentici - dello stesso luogo. In realtà il paesaggio ha natura concettuale, è l'astrazione attraverso cui una comunità insediata identifica il luogo di appartenenza per sé e verso gli altri. Dunque, non può essere suscettibile di aggettivazione né può riguardare solo alcuni ambiti o dipendere dalla loro dimensione fisica.

Riprendendo il discorso sulla struttura del volume, nella terza parte l'Autore ragiona intorno all'impatto della "civiltà moderna con il paesaggio", individuando tre forme di intervento che determinano modificazioni nel suolo - e, cioè, "occupazione improduttiva: edifici e strade; conquista vegetale: colture e allevamenti; occupazione distruttiva: disboscamento, miniere e cave" - e che contribuiscono "alla rapina e alla distruzione della natura". Tutto questo a fronte di un passato nel quale il rapporto tra "civiltà umana e paesaggio" si basava sull'equilibrio con il suolo e di un presente nel quale lo stesso rapporto induce disequilibrio nell'ambiente; disequilibrio di cui sono responsabili la città e le reti infrastrutturali che hanno cancellato, peraltro, "l'antica distinzione tra città e campagna". A tutto questo si accompagna, paradossalmente, la "concomitante esigenza collettiva di verde, di aria pura, di panorami, di zone vergini e incontaminate", esigenza che a sua volta produce un ulteriore "logoramento del territorio". La risposta - afferma e ribadisce Ferrara - non è quella di criminalizzare l'uomo come responsabile del consumo di suolo né di gridare allo scandalo ogni qualvolta accada un disastro e mai esultare davanti a situazioni/condizioni positive che pur tuttavia esistono; né continuare a ritenere che il miglior intervento sia il non intervento quando, invece, sarebbe necessario imparare a gestire "la trasformazione ottimale dei paesaggi", attraverso una progettazione intelligente e accurata.

La quarta parte è la più attuale e, di certo, la più rivoluzionaria. A proposito della "Conservazione e tutela dei valori dl paesaggio", Ferrara - pur sottolineando la palese contraddizione tra un uso distruttivo del paesaggio e la consapevolezza della "inutilità di una salvaguardia passiva" - afferma con forza la necessità che sia solo la pratica del controllo del suolo, diffusa e costante a essere effettivamente efficace e utile alla salvaguardia. E ancora che le attività richieste per mantenere in vita il patrimonio paesistico devono essere tali da garantire una costruzione continua. "Per salvaguardare il paesaggio - afferma Ferrara - non sono necessari vincoli, anzi sono deleteri: occorre ridefinire il rapporto tra collettività umana e ambiente" e ancora "l'ignoranza collettiva è la causa principale del degrado". Ho definito queste affermazioni rivoluzionarie perché il nuovo Codice dei beni culturali e del paesaggio (2004/2006) va esattamente nella direzione opposta rispetto a quella sostenuta da Ferrara e, sebbene abbia recepito la Convenzione europea del paesaggio tanto da introdurre nel Codice una parte terza dedicata al paesaggio, sottende l'idea prevalente che le "trasformazioni del paesaggio siano un malanno da evitare o al più da minimizzare". Il paesaggio si trova "costretto in teoria ad assumere ope legis, ogni volta che cambia, lo scomodo ruolo di fotocopia di ciò che è stato nel passato, anche se il paese reale è e resta migliore delle regole in corso".

Nella quinta parte, l'Autore ragiona sulla progettazione del paesaggio e propone lo strumento piano paesistico purché tenda a ottenere la corrispondenza tra "il paesaggio e la trasformazione e l'evoluzione della struttura economica, produttiva e sociale, riuscendo a riportare il territorio a un equilibrio ecologico senza rinunciare a un aspetto estetico-ambientale di grande interesse". E indica secondo quali procedure organizzare il lavoro preparatorio e la redazione del piano.

In conclusione e con i limiti rilevati nella parte seconda del volume, si può considerare effettivamente positiva la ristampa di un testo che ha anticipato valutazioni e considerazioni sul paesaggio quando ancora in Italia era un'entità pressoché sconosciuta. Rimane da condividere il disagio più volte manifestato dall'Autore sull'inadeguatezza dei provvedimenti che si continuano a prendere in materia. Ferrara, tuttavia, chiude il testo con una nota positiva richiedendo che si dismettano "gli atteggiamenti talvolta rinunciatari, talvolta eccessivamente rigoristici, comunque quasi sempre fondati solo sul controllo a posteriori dell'iniziativa altrui, non sulla proposizione di scelte operative sostenibili adeguate alla realtà".

 

Marcella Aprile

 

 

 

 

N.d.C. - Marcella Aprile è professore ordinario di Architettura del paesaggio all'Università degli Studi di Palermo.

Tra i suoi libri: con Michele Argentino, Anna Maria Fundaro, La dimensione dell'azione: ambiente e costruzione. Partecipazione, autogestione, autocostruzione (Palermo: Centro studi sull'architettura nella sua conformazione tecnica. Istituto di composizione architettonica. Facoltà di architettura dell'Università, 1977); Museo (Palermo: Flaccovio, 1993); Le soluzioni di continuità (Palermo: Flaccovio, 1993); Casa, dolce casa. Riflessioni, esempi, divagazioni sulla casa unifamiliare contemporanea (Palermo: Flaccovio, 1977 e. 1997); Dal giardino al paesaggio (Palermo: Flaccovio, 1998); Palermo Panormous (Palermo: Flaccovio, 1999); con Carlo Bellavista, Paesaggi di costa (Palermo: Flaccovio, 2002); (a cura di), Rotte di mare e di terra (Palermo: Officine Tipografiche Aiello & Provenzano, 2006); (a cura di), Sul paesaggio. Questioni, riflessioni, metodologie di progetto (Milano: FrancoAngeli, 2007); (a cura di) con Cesare Ajroldi e Andrea Sciascia, Note sulla didattica del progetto (Palermo: Caracol, 2008); (a cura di), Breve storia del paesaggio (Palermo: Caracol, 2009); Paesaggi attraverso. Cinque ville comunali siciliane (Palermo: Caracol, 2014); con Giuseppe Guerrera e Gaetano Licata, Paesaggio e strutture urbane. Lungo il mare e dintorni (Palermo: Caracol, 2015).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

07 Settembre 2017

 

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Ambito di dibattito sulla città, il territorio e la cultura del progetto urbano e territoriale

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2017:

S. Tedesco, La messa informa dell'immaginario, commento a A.Torricelli, Palermo interpretata (Lettera Ventidue, 2016)

G. Ottolini, Vittorio Ugo e il discorso dell'architettura, commento a A. Belvedere, Quando costruiamo case, parliamo, scriviamo. Vittorio Ugo architetto (Officina Edizioni, 2015)

F. Ventura, Antifragilità (e pianificazione) in discussione, commento a I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

G. Imbesi, Viaggio interno (e intorno) all'urbanistica, commento a R. Cassetti, La città compatta (Gangemi 2016)

D. Demetrio, Una letteratura per la cura del mondo, commento a S. Iovino, Ecologia letteraria (Ed. Ambiente, 2017)

M. Salvati, Il mistero della bellezza delle città, commento a M. Romano, Le belle città (Utet, 2016)

P. C. Palermo, Vanishing. Alla ricerca del progetto perduto, commento a C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

F. Indovina, Pianificazione "antifragile": problema aperto, commento a I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

F. Gastaldi, Urbanistica per distretti in crisi, commento a A. Lanzani, C. Merlini, F. Zanfi (a cura di), Riciclare distretti industriali (Aracne, 2016)

G. Pasqui, Come parlare di urbanistica oggi, commento a B. Bonfantini, Dentro l'urbanistica (Franco Angeli, 2017)

G. Nebbia, Per un'economia circolare (e sovversiva?), commento a E. Bompan, I. N. Brambilla, Che cosa è l'economia circolare (Edizioni Ambiente, 2016)

E. Scandurra, La strada che parla, commento a L. Decandia, L. Lutzoni, La strada che parla (FrancoAngeli, 2016)

V. De Lucia, Crisi dell'urbanistica, crisi di civiltà, commento a G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

P. Barbieri, La forma della città, tra urbs e civitas, commento a A. Clementi, Forme imminenti (LISt, 2016)

M. Bricocoli, Spazi buoni da pensare, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

S. Tagliagambe, Senso del limite e indisciplina creativa, commento a: I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

J. Gardella, Disegno urbano: la lezione di Agostino Renna, commento a: R. Capozzi, P. Nunziante, C. Orfeo (a cura di), Agostino Renna. La forma della città (Clean, 2016)

G. Tagliaventi, Il marchio di fabbrica delle città italiane, commento a: F. Isman, Andare per le città ideali (il Mulino, 2016)

L. Colombo, Passato, presente e futuro dei centri storici, commento a: D. Cutolo, S. Pace (a cura di), La scoperta della città antica (Quodlibet, 2016)

F. Mancuso, Il diritto alla bellezza, riflessione a partire dai contributi di A. Villani e L. Meneghetti

F.Oliva, "Roma disfatta": può darsi, ma da prima del 2008, commento a: V. De Lucia, F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi, 2016)

S.Brenna, Roma, ennesimo caso di fallimento urbanistico, commento a V. De Lucia e F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi 2016)

A. Calcagno Maniglio, Bellezza ed economia dei paesaggi costieri, contributo critico sul libro curato da R. Bobbio (Donzelli, 2016)

M. Ponti, Brebemi: soldi pubblici (forse) non dovuti, ma, commento a: R. Cuda, D. Di Simine e A. Di Stefano, Anatomia di una grande opera (Ed. Ambiente, 2015)

F. Ventura, Più che l'etica è la tecnica a dominare le città, commento a: D. Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città (Ombre corte, 2016)

P. Pileri, Se la bellezza delle città ci interpella, commento a: G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

F. Indovina, Quale urbanistica in epoca neo-liberale, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

L. Meneghetti, Discorsi di piazza e di bellezza, riflessione a partire da M. Romano e A. Villani

P. C. Palermo, Non è solo questione di principi, ma di pratiche, commento a: G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

G. Consonni, Museo e paesaggio: un'alleanza da rinsaldare, commento a: A. Emiliani, Il paesaggio italiano (Minerva, 2016)

 

 

I post

L'inscindibile legame tra architettura e città, commento a: A. Ferlenga, Città e Memoria come strumenti del progetto (Marinotti, 2015)

Per una città dell'accoglienza, commento a: I. Agostini, G. Attili, L. Decandia, E. Scandurra, La città e l'accoglienza (manifestolibri, 2017)