Bianca Petrella  
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I LIMITI DELLA MEMORIA TRA CRITICA E COMPORTAMENTI


Commento al libro di Attilio Belli



Bianca Petrella


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Alla prima lettura del libro di Attilio Belli - Memory cache. Urbanistica e potere a Napoli (Clean Edizioni, 2016) ci si domanda perché mai si scriva un libro di questo tipo. Colui che legge ha difficoltà a incasellarlo in un genere: non è un saggio scientifico, non è una autobiografia classica, non è un testo descrittivo. Forse può rientrare tra le narrazioni, a metà strada tra cronaca di eventi, aneddotica e racconto; il tutto sviluppato in chiave personale. L'Autore, infatti, espone fatti ed episodi con un punto di vista totalmente soggettivo, le cui argomentazioni (a volte squisitamente autoreferenziali) non riescono a persuadere il lettore. Non riescono cioè a convincerlo che quella esposta sia effettivamente la mera realtà dei fatti illustrati. Ciò nonostante sembra un libro sincero in quanto è evidente una buona dose di narcisismo, di egotismo e di vittimismo.

Fin dagli esordi, la carriera universitaria di Belli sarebbe stata rallentata dai "nemici" politici: per l'Autore è un'inconfutabile realtà! Non traspare la minima autocritica e tanto meno il dubbio che coloro che gli sono stati di volta in volta preferiti possano essere stati oggettivamente valutati più bravi, sia per la componente scientifica sia per quella didattica o anche (perché no?) dotati di "padrini accademici" più influenti dei suoi. È un libro sincero perché si apprende che quando l'Autore riuscirà ad assurgere alle vette del cosiddetto potere accademico non si risparmierà dall'esercitarlo con modalità simili a quelle che aveva aspramente criticato: una scrittura non sincera avrebbe edulcorato molti degli episodi descritti. Proprio in questi giorni in cui le vicende giudiziarie dei concorsi universitari sono all'attenzione della cronaca, lo scenario in cui Belli si muove da protagonista non appare troppo diverso da quanto oggi comincia finalmente ad emergere. È egli stesso a descrivere l'impegno per entrare a far parte delle commissioni di concorso e lo spiega affermando di dover fare il "padre di famiglia". E che cosa fa un padre di famiglia? Aiuta, o semplicemente tutela, i propri figli? E i propri figli sono sicuramente i migliori o il padre li considera tali perché gli assomigliano? Concordare le strategie concorsuali, l'impegno ad appoggiare candidati in concorsi futuri magari quale scambio per il concorso in itinere, sostenere candidature di commissari affidabili…: non è forse parte integrante del malcostume (illecito?) che l'autore lamenta ma non denuncia fino a quando scrive questo libro? Quando finalmente riesce ad entrare nelle cosiddette "stanze dei bottoni" - consapevole o inconsapevole che sia - egli si autogiustifica, scomodando addirittura il testo di un filosofo tedesco, per attribuire al caso (e non a se stesso) le forzature negli esiti di alcuni concorsi. Purtroppo, facendo nomi e cognomi di quanti coinvolti, tutti ne escono molto male, sia i vincitori delle valutazioni comparative sia i commissari. La sincerità di cui si è detto prima, in effetti, a tratti vacilla, come quando l'Autore dichiara "sofferta" l'idoneità ad associato di un collega. Sofferta è un vero e proprio eufemismo perché chi è dell'ambiente sa bene come andarono veramente le cose.

Non facendo ricorso a trattati scientifici ma operando una bieca psicanalisi da salotto, forse si può iniziare a cercare una risposta alla domanda iniziale: questo libro è forse stato scritto per scaricarsi la coscienza e, contemporaneamente, autoassolversi. Del resto, chiedendosi a quale tipo di lettore sia rivolto Memory cache, ci si può rispondere che è destinato quasi esclusivamente al gruppo di amici e colleghi nominati nel testo che - come dichiara l'Autore - ha contribuito a ricostruire il ricordo. Il personale malcostume - evidentemente non giudicato tale da Belli - è comunque autodenunciato anche dalla pratica di contornarsi di un gran numero di collaboratori volontari e precari, dall'autore definiti "assistenti" (figura scomparsa da tempo). Assistenti dai quali non è disponibile ad accettare alcuna critica tanto da allontanarli tutti, e senza dare la minima spiegazione, solo sulla base della delazione di una studentessa. Un professore veramente bravo, forse avrebbe dovuto cogliere questa occasione quale stimolo a una riflessione su metodi e contenuti della propria didattica, magari invitando colui che lo aveva messo in discussione a un dialogo aperto e costruttivo. Se malcostume era avere gli studi professionali nella sede della Facoltà, malcostume era anche avvalersi di collaborazioni volontarie e precarie, ovvero di giovani speranzosi non inquadrati in un ruolo e di conseguenza non remunerati. Si può essere armati delle migliori intenzioni - come ad esempio, dare la possibilità di fare esperienze importanti - ma avvalersi del lavoro gratuito, anche se in buona fede, non può certo essere considerato un atteggiamento di sinistra (soprattutto della sinistra di quegli anni). Ma forse l'Autore non aveva ancora compiuto il percorso che dalla Democrazia Cristiana, attraverso i vari passaggi puntualmente descritti, lo condurrà al Partito di Unità Proletaria, tranne poi ripiegare verso la UIL e il Partito Socialista.

Probabilmente questo adeguarsi a un comportamento diffuso nelle Facoltà di Architettura di allora, fa parte dell'accettazione - critica, solo a livello teorico - delle regole non scritte dell'Università. Regole a cui l'Autore si è in realtà adeguato fin dai primi passi del suo percorso accademico. Riceve "da parte di Cocchia l'incarico di tecnico laureato"; l'espressione utilizzata è proprio questa anche se il ruolo ufficialmente è assegnato attraverso un concorso pubblico; ma la commissione è a lui "favorevole", il che, tradotto in lingua più schietta, dovrebbe dirsi concorso pilotato, in quanto chi doveva decidere l'aveva già fatto, indipendentemente dai concorrenti. Lo stesso avverrà per il concorso di assistente ordinario, "il cui posto è stato dato" da Carlo Doglio.

Di episodi che manifestano la contraddizione tra critica al sistema e comportamenti personali, nel volume ne sono riportati tanti. Oltre a quelli già citati, si potrebbe fare riferimento: al ricorso, tramite parenti, a raccomandazioni presso il Ministero (e chi non ha parenti cosa può fare?); alla segretaria dell'Università che batte a macchina un suo testo (a che titolo? È remunerata? In "nero"?); al cumulo delle cariche (tre contemporaneamente); all'accettazione di incarichi professionali per i quali dichiara di non avere competenza; all'elaborazione di progetti edilizi nella stessa area amministrativa per la quale, contemporaneamente, svolge un incarico di consulenza; al rifiuto di proposte considerate valide su invito di colui che è ritenuto un potente (sia del mondo professionale sia del mondo accademico). Lo stesso "barone" a cui - nonostante il giudizio critico espresso in vari episodi descritti nel volume - Belli si rivolge senza pudore, e in più di un'occasione, per chiedere conforto sull'avanzamento della propria carriera accademica.

Un altro tratto caratteristico del libro è l'autoelogio. Per esempio, Belli cita opinioni e complimenti ricevuti da colleghi, studenti, ex studenti e politici in relazione ai suoi scritti, alle sue lezioni o alla partecipazione alle iniziative dei movimenti studenteschi che trova il suo apice nella storia a fumetti di Paolo Ceccarelli. I corsi universitari di Belli erano sempre i più affollati, afferma, e pertanto - secondo l'Autore - sarebbero stati migliori di quelli svolti dagli altri docenti dello stesso settore disciplinare. Eppure, ricordo vividamente che nei primi anni Settanta molti studenti - pur apprezzando il taglio sociologico, politico ed economico e il livello culturale dei corsi svolti dall'Autore ("mi sta a cuore tutto quanto avviene, fuorché l'urbanistica (tradizionale)") -, preferivano rivolgersi a quei docenti che, oltre all'analisi della complessità del fenomeno insediativo, insegnavano anche il processo di elaborazione tecnica del piano urbanistico. I contenuti delle lezioni di Belli potevano essere uno degli utili supporti alla futura pratica professionale ma non potevano certo sostituire l'apprendimento degli strumenti necessari.

Così come la vita accademica dell'Autore sarebbe stata segnata da nemici "politici", anche il contributo che puntualmente offre alla vicenda urbanistica locale, secondo l'Autore, non sarebbe stato apprezzato per gli stessi motivi, ovvero per il mancato allineamento al potere di volta in volta dominante. Risultati di consulenze sabotati, relazioni di minoranza (perché non era certo possibile una mediazione con gli altri componenti del gruppo di lavoro), mancati affidamenti al DUN (Dipartimento di Urbanistica di Napoli) di studi per i piani regolatori, ecc., non denotano mai idee magari non condivise o non praticabili ma - secondo Belli - sempre e solamente boicottaggi politici della parte avversa. Anche sulla, oramai dimostrata, errata dislocazione delle sedi della Seconda Università di Napoli, l'unica autocritica esercitata da Belli - comunque espressa in forma di dubbio - è sull'eccessiva dispersione delle diverse Facoltà.

L'autoreferenzialità attraversa tutto il libro. Per esempio, gli unici congressi citati sono quelli del suo gruppo di riferimento; nel libro non vengono mai menzionate iniziative scientifiche organizzate in città da altri docenti di urbanistica. È possibile che nessuna di esse possa essere considerata meritevole di un'annotazione? Un commento, anche negativo, avrebbe forse diluito uno sgradevole atteggiamento autoreferenziale, dimostrando almeno un po' di curiosità scientifica verso coloro che esprimevano una visione e un pensiero diversi dai suoi. Un altro indicatore di questo atteggiamento è rilevabile anche dal fatto che delle oltre duecento note (bibliografiche e non) oltre il dieci per cento riguarda scritti dell'Autore; le altre, più che esplicative del testo, sembrano dover sostenere l'indulgere in erudizione che permea questo, così come altri scritti di Belli.

Usando il trucchetto che si adoperava a scuola per concludere i temi in classe, chiudo riproponendo la domanda iniziale: perché Attilio Belli ha scritto questo libro? Ho riletto più volte la prefazione intitolata I limiti della memoria, ovvero le pagine in cui Belli motiva le ragioni del testo, e continuo a non trovare una risposta convincente. Ma questo è sicuramente un mio limite.

 

Bianca Petrella

 

 

 

N.d.C. - Bianca Petrella è professore ordinario di Tecnica e Pianificazione urbanistica all'Università degli Studi della Campania 'Luigi Vanvitelli'.

Tra i suoi libri: Capri: ambiente e problemi (Fiorentino, Napoli 1982); L'edilizia residenziale negli ultimi quarant'anni. Due città emblematiche: Milano e Napoli (IPIGET, Napoli 1989); Innovazione tecnologica e forma urbana (Università degli studi di Napoli, Dipartimento di pianificazione e scienza del territorio, Napoli 1990); Napoli: le fonti per un secolo di urbanistica. Esposizione cronologica dei provvedimenti urbanistici realizzati e non realizzati a Napoli dal 1860 (Università degli studi di Napoli, Dipartimento di pianificazione e scienza del territorio, Napoli 1990); (a cura di), La Carta: riflessioni interpretazioni e fonti: 1933-1994-1996. Da Atene a Megaride, sulla strada di Istanbul per Habitat 2 (Giannini, Napoli 1995); con Alberto Notarangelo (a cura di), La città nel XXI secolo: tra recupero innovazione cooperazione (Istituto di pianificazione e gestione del territorio, Consiglio nazionale delle ricerche; Dipartimento di pianificazione e scienza del territorio, Università degli studi di Napoli Federico II, Napoli 1998); con Cesare Blasi e Gabriella Padovano, Il nuovo recupero. Due casi emblematici: Milano, Napoli (Giannini, Napoli 2000).

N.B. I grassetti nel testo sono nostri.

R.R.

 


© RIPRODUZIONE RISERVATA

10 Novembre 2017

 

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A. L. Palazzo, La forma dei luoghi nell'età dell'incertezza, commento a: R. Cassetti, La città compatta (Gangemi, 2016)

D. Patassini, Lo spazio urbano tra creatività e conoscenza, commento a: A. Cusinato, A. Philippopoulos-Mihalopoulos (a cura di), Knowledge-creating Milieus in Europe (Springer-Verlag, 2016)

F. Bottini, La città è progressista, il suburbio no, commento a: R. Cuda, D. Di Simine, A. Di Stefano, Anatomia di una grande opera (Ed. Ambiente, 2015)

E. Scandurra, Dall'Emilia il colpo di grazia all'urbanistica, commento a: I. Agostini (a cura di), Consumo di luogo (Pendragon, Bologna)

M. A. Crippa, Uno scatto di "coscienza storica" per le città, commento a: G. Pertot, R. Ramella (a cura di), Milano 1946 (Silvana, 2016)

R. Gini, Progettare il paesaggio periurbano di Milano, recensione di V. Gregotti et al., Parco Agricolo Milano Sud (Maggioli, 2015)

G. Fera, Integrazione e welfare obiettivi di progetto, commento a: L. Caravaggi, C. Imbroglini, Paesaggi socialmente utili (Quodlibet, 2016)

C. Bianchetti, La ricezione è un gioco di specchi, commento a: C. Renzoni, M. C. Tosi (a cura di), Bernardo Secchi. Libri e piani (Officina, 2017)

P. Panza, L'eredità ignorata di Vittorio Ugo, replica al commento di G. Ottolini a: A. Belvedere, Quando costruiamo case... (Officina, 2015)

A. Calafati, Neo.Liberali tra società e comunità, replica al commento di M.Ponti a: G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

M. Ponti, Non-marxista su un dialogo tra marxisti, commento a: G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

G. Semi, Tante case non fanno una città, commento a: E. Garda, M.Magosio, C. Mele, C. Ostorero, Valigie di cartone e case di cemento (Celid, 2015)

M. Aprile, Paesaggio: dal vincolo alla cura condivisa, commento a: G. Ferrara, L'architettura del paesaggio italiano (Marsilio, 2017)

S. Tedesco, La messa in forma dell'immaginario, commento a: A.Torricelli, Palermo interpretata (Lettera Ventidue, 2016)

G. Ottolini, Vittorio Ugo e il discorso dell'architettura, commento a: A. Belvedere, Quando costruiamo case, parliamo, scriviamo. Vittorio Ugo architetto (Officina, 2015)

F. Ventura, Antifragilità (e pianificazione) in discussione, commento a: I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

G. Imbesi, Viaggio interno (e intorno) all'urbanistica, commento a: R. Cassetti, La città compatta (Gangemi, 2016)

D. Demetrio, Una letteratura per la cura del mondo, commento a: S. Iovino, Ecologia letteraria (Ambiente, 2017)

M. Salvati, Il mistero della bellezza delle città, commento: a M. Romano, Le belle città (Utet, 2016)

P. C. Palermo, Vanishing. Alla ricerca del progetto perduto, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

F. Indovina, Pianificazione "antifragile": problema aperto, commento a: I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

F. Gastaldi, Urbanistica per distretti in crisi, commento a: A. Lanzani, C. Merlini, F. Zanfi (a cura di), Riciclare distretti industriali (Aracne, 2016)

G. Pasqui, Come parlare di urbanistica oggi, commento a: B. Bonfantini, Dentro l'urbanistica (FrancoAngeli, 2017)

G. Nebbia, Per un'economia circolare (e sovversiva?), commento a: E. Bompan, I. N. Brambilla, Che cosa è l'economia circolare (Ambiente, 2016)

E. Scandurra, La strada che parla, commento a: L. Decandia, L. Lutzoni, La strada che parla (FrancoAngeli, 2016)

V. De Lucia, Crisi dell'urbanistica, crisi di civiltà, commento a: G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

P. Barbieri, La forma della città, tra urbs e civitas, commento a: A. Clementi, Forme imminenti (LISt, 2016)

M. Bricocoli, Spazi buoni da pensare, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

S. Tagliagambe, Senso del limite e indisciplina creativa, commento a: I. Blečić, A. Cecchini, Verso una pianificazione antifragile (FrancoAngeli, 2016)

J. Gardella, Disegno urbano: la lezione di Agostino Renna, commento a: R. Capozzi, P. Nunziante, C. Orfeo (a cura di), Agostino Renna. La forma della città (Clean, 2016)

G. Tagliaventi, Il marchio di fabbrica delle città italiane, commento a: F. Isman, Andare per le città ideali (il Mulino, 2016)

L. Colombo, Passato, presente e futuro dei centri storici, commento a: D. Cutolo, S. Pace (a cura di), La scoperta della città antica (Quodlibet, 2016)

F. Mancuso, Il diritto alla bellezza, riflessione a partire dai contributi di A. Villani e L. Meneghetti

F.Oliva, "Roma disfatta": può darsi, ma da prima del 2008, commento a: V. De Lucia, F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi, 2016)

S.Brenna, Roma, ennesimo caso di fallimento urbanistico, commento a: V. De Lucia e F. Erbani, Roma disfatta (Castelvecchi 2016)

A. Calcagno Maniglio, Bellezza ed economia dei paesaggi costieri, contributo critico sul libro curato da R. Bobbio (Donzelli, 2016)

M. Ponti, Brebemi: soldi pubblici (forse) non dovuti, ma, commento a: R. Cuda, D. Di Simine e A. Di Stefano, Anatomia di una grande opera (Ed. Ambiente, 2015)

F. Ventura, Più che l'etica è la tecnica a dominare le città, commento a: D. Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città (Ombre corte, 2016)

P. Pileri, Se la bellezza delle città ci interpella, commento a: G. Consonni, Urbanità e bellezza (Solfanelli, 2016)

F. Indovina, Quale urbanistica in epoca neo-liberale, commento a: C. Bianchetti, Spazi che contano (Donzelli, 2016)

L. Meneghetti, Discorsi di piazza e di bellezza, riflessione a partire da M. Romano e A. Villani

P. C. Palermo, Non è solo questione di principi, ma di pratiche, commento a: G. Becattini, La coscienza dei luoghi (Donzelli, 2015)

G. Consonni, Museo e paesaggio: un'alleanza da rinsaldare, commento a: A. Emiliani, Il paesaggio italiano (Minerva, 2016)

 

 

I post

L'inscindibile legame tra architettura e città, commento a: A. Ferlenga, Città e Memoria come strumenti del progetto (Marinotti, 2015)

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